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Nascita di una tragedia impossibile, Joele Anastasi racconta Yesus Christo Vogue

Quando l'uomo avrà constatato che nulla può essere creato dal nulla, potrà meglio scoprire, oltre che l'oggetto della propria ricerca, come ogni cosa si compia senza l'intervento degli dèi: prosasticamente è come Tito Lucrezio Caro nel "De rerum natura" si esponeva alla società dei suoi contemporanei.
Il tuo lavoro ha tutta l'aria di essere un secondo tempo di quel poema. Una divinità si tiene distante dagli ultimi due superstiti umani, non è certo il Messìa che si era proposto di perdonarli, gli ultimi due uomini sono chiamati ad accettare la loro natura che ha preso il sopravvento perché non ne hanno avuto timore, non l'hanno indagata. E' così?
“Sì. È il desiderio dell'uomo stesso di autoproclamarsi divinità, quel Messìa non è la divinità che edifica il genere umano, che impone alla società le sue leggi ma il simbolo concreto del suo disfacimento. Il percorso che compiono i due uomini in scena è affrancarsi e andare a purificare questa antidivinità, riaffermarsi in quanto uomini raggiungendo uno stato di eroico umanismo.”

Mi piace pensare di aver intuito la risposta al mio chiederti il perché di quell'aggettivo "impossibile" che definisce la tua "tragedia in atto unico" e del "vogue" appresso a Yesus Christo.
“E' facile, questa divinità 2.0 è nata dall'autoproclamazione dell'essere umano, dalla deriva verso la quale tendiamo come società, lungi dal puntare il dito e lasciare l'amaro del giudizio. Con "vogue" intendevamo identificare l'umanità vittima del proprio egotismo che obbligatoriamente intende prestarsi al gioco dell'apparenza. "Una tragedia impossibile" è una tragedia, una messa in scena di una problematica che non può essere arrestata, mi sono permesso una narrazione che tocchi il paradosso, non una soluzione.”

Usi "intendevamo" e credo ti riferisca a Enrico Sortino e Federica Carruba Toscano che ti scortano da tre produzioni. Anche il loro è un lavoro "autoriale"?
“Il percorso di scrittura è una strada che ho percorso autonomamente anche se Enrico e Federica entrano in una ricerca che è collettiva e contaminante, non solo dal punto di vista artistico, quando il confronto avviene con il materiale, ma soprattutto per quello che riguarda le nostre vite che da tre anni sono allacciate. Entrambi sono per me anime di spunti e riflessioni, grazie al loro intervento posso permettermi delle domande sul mio lavoro che sono necessarie al destino positivo che mi aspetto dal testo. Particolarmente in questo, poi, il loro intervento si è manifestato tramite contributi sonori che registrano alcuni loro pensieri, integrati perfettamente con la drammaturgia. La nostra è una famiglia allargata, attorno a noi gravita una squadra di professionisti, tutti sono il completamento della mia storia.”

A molti che ti hanno chiesto delle fonti da cui hai tratto per costruire questo spettacolo hai dato un nome al quale mi aggrappo spavaldamente anch'io che è quello di Moravia e dei suoi "Indifferenti"...
“È stata la miccia. Ero in prova con Angelica Liddell con "You are my destiny" e contemporaneamente leggevo Moravia. Ho iniziato a scrivere come se fossi il prolungamento delle parole che stavo raccogliendo ne' "gli indifferenti". Lo studio, ad ogni modo, mi ha poi coinvolto in ulteriori spazi che ospitano la materia filosofica insieme alle arti visive, necessarie al messaggio quanto agli occhi di chi resta fermo a guardare.”

Moravia in quelle pagine scrive: "Quando non si è sinceri bisogna fingere, a forza di fingere si finisce per credere; questo è il principio di ogni fede." In questo lavoro che porta la tua fede, quanto non siete stati sinceri? A forza di non essere sinceri, avete tutti finito per credere al vostro personaggio o qualcuno ha dovuto lavorare di più per essere d'accordo con chi sta presentando alla gente?
“Bella domanda. Abbiamo lavorato con il paradosso, le figure di Enrico e Federica hanno estremizzazioni che sicuramente comportano delle difficoltà ma, al tempo stesso, la drammaturgia ha suggerito che a dialoghi talvolta poetizzanti si accompagnasse una fisicità manifesta, più di una volta ho considerato il corpo un mezzo esegetico. Il corpo rappresenta la verità interpretativa ma anche la finzione di cui parli, è uno strumento che si gestisce e al quale si finisce per credere.
Se penso a me, sarò flemmatico nel dirti che ho cercato, per il tempo intero in cui ho scritto, una verità che ho dovuto fingere in scena.”

Bella risposta. Invece il pubblico come ha risposto? C'è qualcuno che ha riflettuto, ti ha rinnegato o si è riconosciuto in chi è "predisposto all'infelicità e incapace al suicidio"? Come ti legge l'umanità se la disegni in solitudine e vittima di se stessa?
“Questo spettacolo è arrivato come le domande che ha suscitato. Sono e siamo distanti dai giudizi per il momento, abbiamo perso e trovato qualcuno come ogni volta che abbiamo pensato al nuovo.
Qualcuno dev'essersi sentito tacciato dalla solitudine che gli abbiamo portato, lo stesso qualcuno ha pianto. Una catarsi sofferta.”

Hai parlato dei drammi di singoli nei tuoi primi due lavori e di come l'umanità intera abbia un dramma che l'accomuna in quest'ultimo. Hai messo gli occhi sul cosmo per il prossimo?
“No. Il quarto è un figlio che non ho programmato perché sto crescendo il terzo. In realtà per ogni spettacolo ho pensato che il successivo non l'avrei scritto, poi è accaduto. Non il cosmo, mi interessa più l'umano, vorrei chiedermi di tornare al soggetto indivuduale ma ora sto aspettando che "Yesus Christo Vogue" si presenti a tutti quanti.”

Francesca Pierri 22/03/2016

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