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My Generation: il regista Danilo Capezzani scrive e racconta "La luna di Fritz"

“My Generation”- Capitolo 2: Seriale- è il saggio con cui, sabato 13 e domenica 14 aprile, gli allievi dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” vanno in scena al Teatro Studio Eleonora Duse. Lo spettacolo, diretto dal docente Francesco Manetti, prevede tre drammaturgie curate dagli allievi del terzo anno di regia: Danilo Capezzani, Federico Orsetti e Caterina Dazzi. Ad interpretare i ruoli saranno invece gli allievi del primo anno del corso di recitazione. Per l’occasione, Recensito intervista Danilo Capezzani, regista e drammaturgo di uno dei tre spettacoli, La Luna di Fritz.

Chi è Fritz?

"Fritz Haarmann è un famoso serial killer tedesco vissuto tra il 1879 e il 1925. La vita di questo personaggio è raccontata anche in un libro di Theodor Lessing, Haarmann: storia di un lupo mannaro. L’uomo è conosciuto come colui che massacrò ventisette ragazzini dopo averli violentati e azzannati alla gola, proprio come un lupo mannaro a mezzanotte. I resti di questi adolescenti venivano poi gettati nel fiume Leine o spacciati per carne di maiale per esser venduti ai ristoranti. Ma alla fine, Fritz fu scoperto e processato nell’aprile del 1925".

Perché la scelta è ricaduta proprio su di lui?

"Leggendo e documentandomi, mi è passato sotto gli occhi Fritz Haarmann e mi ha colpito l’orrore di questa storia. Durante una fase di studio durata qualche mese, ho iniziato a selezionare ciò che potesse servirmi per la stesura della drammaturgia. Tuttavia, questo non è solo un racconto di cronaca, ma è anche un racconto magico e leggendario. Nella tradizione nordica è spesso presente la storia del lupo mannaro o di personaggi demoniaci che hanno affollato i nostri miti popolari. Lui è uno di quelli. Anche nel periodo a noi contemporaneo e dopo la morte di Fritz, si è continuato a parlare della presenza del lupo mannaro, nelle campagne, come figura usata per incutere timore dai genitori ai bambini, per evitare che si avvicinassero a qualcosa o a qualcuno di pericoloso. La curiosità per questo personaggio è nata anche dal fatto che la scienza stessa lo abbia definito affetto da licantropia clinica, condizione mentale per cui alcuni uomini, intorno alla mezzanotte e con la luna piena, si trasformano o sono convinti di essere dei lupi mannari mettendo in pratica gli stessi istinti animaleschi dei lupi come azzannare, uccidere e divorare le prede. Ciò che mi ha colpito maggiormente di questa storia è stato che una simile diagnosi sia stata data solo cento anni fa e non secoli fa, dettaglio molto curioso proprio per la sua contemporaneità. Per questo motivo, in un incontro tra leggenda, magia e cronaca, ho cercato di rappresentare il cervello di quest’uomo e tentato di capire cosa abbia portato una mente malata come la sua a compiere una tale crudeltà".

Perché raccontare il punto di vista del killer e non quello delle vittime?

"Di solito il teatro rappresenta quanto più possibile il cervello umano. Per me è stato curioso scandagliare proprio la mente di questo killer più che quella delle vittime. Non a caso, c’è un film tedesco prodotto da Rainer Werner Fassbinder, intitolato La tenerezza del lupo, ispirato proprio alla storia e alla vita di Fritz Haarmann. Lui, infatti, ha sempre avuto la convinzione di essere una persona tenera, che con l’arrivo della mezzanotte e della luna piena, non potesse fare altro che prendere questi bambini e ammazzarli. L’istinto omicida era correlato al bisogno estremo di tenerezza che trovava in loro. Li adescava e invitava, a volte anche costringendoli, ad andare a casa sua dove li nutriva, li portava a letto e poi li uccideva. In questo malatissimo rapporto con gli adolescenti si esprimeva la sua estrema tenerezza che prendeva sempre, a un certo punto, la stessa piega omicida. Ma come affermato dallo stesso Fritz, egli era a conoscenza dell’orrore che commetteva e provava tagliando le loro carni, orrore sicuramente minore rispetto all’impulso omicida e sessuale che avvertiva durante l’atto".

Come sei riuscito ad entrare nella testa di un personaggio così complesso, magico ma allo stesso tempo psicopatico?

"Ho cercato di interrogarmi sui suoi stati d’animo e su che cosa fosse passato nella testa di quest’uomo, dall’atto impulsivo sessuale a quello omicida fino a quello prima dell’esecuzione capitale nel penitenziario. Costretto a tirare le somme e a subire questa condanna, si trova a dover fare i conti col tormento scaturito da ciò che ha arrecato alle sue vittime".

Cos’hai voluto comunicare con questo spettacolo?

"In un contesto così onirico, ho voluto raccontare l’orrore e quanto sia agghiacciante pensare che sia esistito un uomo che abbia mangiato ventisette bambini. Seppur la vicenda è accaduta 100 anni fa, ho riflettuto su quanto possa esser attuale questa storia di violenza che, purtroppo, ancora oggi si manifesta sotto varie forme e sembianze".

Greta Terlizzi

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