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L’universalità e l’attualità dei sentimenti umani: Recensito incontra Mattia Berto, regista di “Afterplay”

Cosa accade se due personaggi, di due differenti opere nate dalla penna del celebre Checov si incontrano in scena?
“Afterplay”, spettacolo del grande drammaturgo irlandese Brian Fiel per la regia di Mattia Berto, con Sara Lazzaro e Alex Cendron, in scena al Teatro Palladium dal 16 al 19 maggio, narra appunto questa situazione, raccontando i riflessi di vita che accompagnano ognuno di noi - i drammi, le giornate felici, gli amori, le perdite, i distacchi.
In un caffè di Mosca, nei primi anni Venti, Andrej e Sonja, due sconosciuti di mezza età, si incontrano: Sonja altri non è che la nipote un po’ invecchiata di Zio Vanja, personaggio dell'omonima opera teatrale di Čechov, e Andrej il fratello di Olga, Maša e Irina, le celebri “Tre sorelle” del grande autore russo.
Sono passati più di vent’anni dalle vicende raccontate da Čechov, ma la vita non ha cambiato la personalità dei due personaggi.
Uno spettacolo in cui il teatro abbraccia la vita e si fa strumento per analizzarla, descriverla con tutte le sfaccettature e gli stati d’animo che l’attraversano. I valori universali e i protagonisti così umani non fanno altro che trasporre sulla scena una “lotta” con se stessi e gli altri per la ricerca della felicità, consapevoli che si può cambiare.
In questa intervista, il regista Mattia Berto ci illustra il senso più profondo di “Afterplay”, il suo lavoro con gli attori e su testo che va oltre, lasciando spunti di riflessione che oltrepassano la messa in scena.

Com’è nata l’idea e l’esigenza di portare in scena questo testo?
Due anni fa Donatella Ventimiglia, direttrice del Teatro Ca’ Foscari di Venezia, mi chiese di pensare ad un testo da mettere in scena nella stagione teatrale del teatro da lei diretto e quell’anno il tema scelto riguardava le relazioni. Ho subito chiamato l’amica Monica Capuani, preziosa anima militante del Teatro, che da anni ha la capacità di scovare testi inediti molto interessanti e di metterli in mano a registi e attori che abbiano voglia di dare forma a queste nuove tracce poetiche. Tra i testi che mi aveva dato Monica mi colpì fin dalla sua prima lettura AFTERPLAY per la capacità incredibile che ha avuto Brian Friel di mettere proprio in relazione due personaggi checoviani. Quando in un testo ritrovo la vita, le persone, le storie non posso che innamorarmene. Come dico sempre: “La vita se lo mangia il teatro”.AFTERPLAY min

Protagonisti sono due personaggi celebri di due altrettanto celebri opere di Céchov, Andrej il fratello di Olga, Maša e Irina, le celebri “Tre sorelle” e Sonja altri non è che la nipote un po’ invecchiata di Zio Vanja, come rende in scena questa fusione?
Ci siamo mossi sulla stessa linea tessuta dal drammaturgo Brian Friel. Andrej e Sonja si incontrano al tavolino di una locanda, nella quale tra l’altro soggiornano. Li illumina la luce fioca di una lampada, così come offuscati sono anche i contorni di questi due personaggi, secondari nei drammi di Checov e che qui, invece, si possono prendere un piccolo spazio e raccontare la loro solitudine. Sono due personaggi colti nell’attimo stesso del loro incontro “fortuito”, attratti uno dall’altra senza un reale motivo, forse perché soli, forse perché figli dello stesso grande scrittore russo. Abbiamo deciso di posizionare questo tavolino sulla spiaggia del Lido di Venezia, un altro luogo ricco di memoria e racconti: un luogo leggendario e al contempo malinconico. Come il mare continuamente pesta le sue onde sulla battigia, così Sonja e Andrej tentano continuamente di saldare un filo nuovo, cominciare una nuova storia … ma rimangono prigionieri del loro passato, della vita che è stata scritta per loro.

Quali valori trasmettono alla luce del contesto contemporaneo? Che valore hanno oggi?
I valori di Checov e di conseguenza di Friel sono universali e appartengono a tutte le epoche. Ritraggono la solitudine umana che ci attraversa, le infinite possibilità non portate a compimento quasi sbadatamente, la continua tensione all’infelicità che inconsciamente indirizza la nostra vita. Ma non possiamo non innamorarci in questi due personaggi, sbiaditi eppure così umani. Loro ci provano, ci tentano in continuazione: lottano anche contro loro stessi pur di essere felici.

I sentimenti, i personaggi e le situazioni descritte da Céchov sono dunque universali, al di fuori del tempo e dello spazio? Se si, perché? Dove risiede l’attualità ?
I sentimenti umani sono sempre attuali. L’umanità non cambia, si tecnologizza magari, ma è sempre la stessa.

Dal punto di vista registico quale è stato il suo lavoro con gli attori e sulla scena?
Abbiamo voluto rompere l’illusione. Abbiamo voluto metterci in dialogo con il linguaggio cinematografico. Sulla scena vedrete l’ipotesi di un film. Immagine e attori in carne ed ossa si mescolano, si ibridano … il sentimento viene raccontato tramite l’immagine proiettata o tramite un dialogo che realmente accade sul palcoscenico. Il filo della memoria percorre tutto lo spettacolo, come ricordo di esperienza già avvenuta. Gli stessi oggetti usati sul set delle riprese vengono riproposti sul palcoscenico teatrale: testimoni di qualcosa che non c’è più ma che ritorna, un po’ modificato magari, ma torna … anche la sabbia dopo infiniti viaggi magari torna sulla stessa spiaggia dalla quale era partita.

Cosa tende a mettere in evidenza e cosa spera arrivi al pubblico?
Spero che il pubblico apprezzi la grandezza di questo testo, la bravura dei nostri due attori (Sara Lazzaro e Alex Cendron), la bellezza malinconica del Lido di Venezia. Spero che gli spettatori si perdano negli sguardi e nelle pause dei due personaggi e spero che quando usciranno dalla sala teatrale possano dire: “Io la mia vita la posso cambiare; la mia vita non è un film: non si ripropone sempre uguale”.

Perché secondo lei l’autore ha scelto proprio di far dialogare questi due personaggi di queste sue opere?
Sinceramente non lo so, ma lo ringrazio per averlo fatto.

È la storia di due solitudini, è la storia di due vite, di drammi, amori. Un inno alla speranza nelle difficoltà?
Esattamente, concordo con Lei. È anche un inno all’empatia tra esseri umani, alla curiosità, alla voglia di mettersi continuamente in gioco: mai come oggi ne avremmo tanto bisogno.

Porterete in giro questo spettacolo?
Certamente. Siamo gli unici a poterlo mettere in scena in Italia. Non Le nascondo che confidiamo molto anche in questa trasferta romana.

Che funzione avranno apporti video, musiche?
Serviranno ad ampliare e amplificare il paesaggio emotivo e le prospettive umane. E … perché no? Magari anche a commuoverci un po’.

Prossimi progetti?
Voglio continuare a sperimentare con il mio “Teatro di cittadinanza” e con il mio lavoro sulla città di Venezia, la città che amo e che abito. La settimana prossima sarò già impegnato con un laboratorio che diventerà una performance per il 10° Festival dei matti dove avrò l’onore di lavorare a partire da alcuni testi di Franca Ongaro Basaglia, che insieme al marito Franco Basaglia sono state figure importanti del nostro secolo scorso. A giugno sarò a Cagliari con un altro spettacolo dedicato ad una mia personale rilettura di “Morte a Venezia”, dove con un pizzico di provocazione inviterò il pubblico a chattare con un giovane Tadzio.

Maresa Palmacci 16-05-2019

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