Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

All'Altrove Teatro Studio "Diario Elettorale": Mario Migliucci racconta il suo spettacolo

In arrivo all’Altrove Teatro Studio con lo spettacolo Diario Elettorale, scritto, diretto e interpretato da Mario Migliucci in scena sabato 14 dicembre alle 20 con replica pomeridiana domenica 15 dicembre alle 17. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore, regista e interprete dello spettacolo Mario Migliucci.

- Prima di scoprire di più su “Diario Elettorale” proviamo a rivolgerle la domanda che lo spettacolo, forse indirettamente, rivolge allo spettatore: il primo voto non si scorda mai?

Per quanto mi riguarda è così, lo ricordo ancora bene quel giorno. La mia prima volta è coincisa con il referendum che ha introdotto il sistema maggioritario, come elettore sono nato insieme alla seconda repubblica. La convinzione di contribuire con il mio segno sulla scheda a una nuova fase per l’Italia era forte. Credo ancora nel voto, ma allora sicuramente di più.

- Protagonisti della storia un lui e una lei, “due scrutatori al servizio della democrazia”, ci racconta da dove parte questo racconto?

Tutto ha inizio con un’infatuazione per una collega scrutatrice, sparita nel nulla e poi da me eletta come interlocutrice immaginaria. Sulla scia della lettura di Che tu sia per me il coltello di David Grossman, comincio a tenere con lei una corrispondenza quotidiana, inframmezzata dalla possibilità, mano a mano più irrealistica, di incontrarla di nuovo a un seggio elettorale o chissà dove altro. In un mondo che colleziona e archivia volti e speranze a gran velocità, è un atto di lucida follia custodire uno sguardo ricevuto, tenerlo vivo e usarlo come chiave di accesso alla realtà.

- A metà tra il dovere e l’amore, dove “chi finge l’amore, crea l’amore”: anche in un contesto dove politica e meccanismo istituzionale sono fondanti, è dunque l’amore a stimolare il ritmo della narrazione, della vita?

Direi in primo luogo l’amore per sé stessi, la necessità di parlare a sé stessi, che non è parlarsi addosso, ma crearsi un doppio, guardarlo in faccia e dirgli tutto.  A questo servono gli amici immaginari, per una comunità a questo serve anche il teatro, da qualche millennio a questa parte, a quanto pare.. Anche la cabina elettorale è un luogo in cui ci ritroviamo soli con noi stessi, anche se pubbblico, il più riservato che ci rimane forse. Non ci sembra di avere proprio più nessuno a cui rivolgerci, più che immaginaria la nostra interlocutrice, la politica, ci appare del tutto inconsistente, eppure è lì che, almeno in parte, potremmo affermare una nostra visione.

- Nelle sue note di regia si legge “ [...] riaffermare il diritto all’illusione, raccontare di come siamo sempre qui, sospesi tra una chiamata alle urne e l’altra, tra ripiegamenti e slancio, tra fede e speranze”. Il diritto all’illusione a cui fa riferimento è qualcosa di necessario, connaturato forse alla natura degli uomini in ogni passaggio non del tutto consumato della vita, che si sublima in ricordo. Ci racconta cosa rappresenta per lei questo concetto?

Ecco, io mi ricordo quel giorno di aprile del 1993, mi ricordo con chi sono andato a votare, che ora era e che cosa ho segnato sulle otto schede referendarie che mi avevano consegnato. Da quel giorno ho cominciato a collezionare i mei certificati elettorali, fino a che sono esistiti. Significavano qualcosa d’importante per me. Ma se non fossero stati sostituiti dalla tessera elettorale avrei continuato a farlo? Oppure, una volta uscito dal seggio, li getterei ora nel più vicino cassonetto della carta? Non lo so.. A un certo punto ho smesso di scrivere alla mia amica immaginaria, non da un giorno all’altro, ma un po’ alla volta l’ho abbandonata al mondo reale in cui probabilmente vive da qualche parte felice e contenta. Così come un po’ alla volta ho smesso un tempo di dire le preghiere la sera prima di addormentarmi. Non so se c’entra e non so se ho risposto, ma credo di sì.

- “Diario Elettorale”, oltre che nel suo testo e nella sua interpretazione trova nella musica di Giulia Anita Bari e nel contributo alla realizzazione dei video di Gianluca D’Apuzzo due linguaggi che completano “l’alfabeto” della resa scenica dello spettacolo. Ci parla della misura in cui questi elementi contribuiscono all’equilibrio e all’efficacia della messa in scena?

Ho pensato da subito che la musica, prima con il violoncello di Mariaclara Verdelli e Laura Benvenga, e in ques’ultima versione con il violino di Giulia Anita Bari, dovesse essere parte costitutiva del racconto. Il lui e la lei del diario dovevano avere un loro doppio sul palco, ognuno con i suoi compiti, ma in piena collaborazione per dare fluidità allo svolgersi della narrazione. Forse uno dei due ne sa un po’ di più di questa storia, anche se non lo dà tanto a vedere. Il linguaggio delle immagini, richiamato per primo all’appello con la collezione delle figurine, vuole in parte giocare con l’immaginario politico degli ultimi venticinque anni, in parte evocare il doppio cinematografico di fondamentale importanza per il nostro eroe scrutatore.

- Dato il momento politico nazionale tra “governi bis” e propaganda costante, come si è evoluto - secondo la sua percezione - il senso civico dei cittadini che devono recarsi alle urne?

Credo che da una parte negli ultimi anni si sia sviluppato fortemente, sull’onda della sfiducia nella democrazia rappresentativa, una spinta alla realizzazione di forme di democrazia diretta, di partecipazione dal basso, come si suol dire, di una consapevolezza civica crescente, abbastanza transgenerazionale. Esperienze spesso ignorate, se non contrastate, dalle Istitituzioni, o usate a proprio vantaggio in un meccanismo di delega al contrario, dall’alto verso il basso, appunto. Dall’altra parte, quella che rimane al netto dell’astensionismo,  mi sembra percepire più che altro, non solo a me evidentemente, il fascino dell’uomo solo al comando, che capisce veramente i bisogni della gente. Che poi questo fascino duri il tempo di qualche tweet o qualche post è la benefica legge del contrappasso.

- Ci sono progetti che la vedono impegnata nel futuro più prossimo come drammaturgo, regista o attore?

Curiosamente tra pochi giorni sarò impegnato come attore in un progetto di teatro immersivo The Shanty Experience, a cui collaboro anche come autore, che  molto ha che fare con gli anni 90. Sono in dirittura d’arrivo nella scrittura di un testo che mette in scena una coppia, moglie e marito, alle prese con una situazione più grande di loro e presto tornerò a dar voce a Doktoro Esperanto, il mio testo più longevo, sempre a proposito di ideali e grandi speranze.

Redazione 10/12/2019

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

Digital COM