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La musica come strumento per dire di più: intervista a Juru, leader dei The Funkmessengers

Jean Hilaire Juru – ma per tutti solo Juru - è il giovane cantante, musicista e ballerino che, insieme alla sua band The Funkmessengers, fa parte del progetto Migrarti all’interno del Festival della Musica di Roma. Questa percorso è organizzato dalla Sala Umberto srl in partnership con Associazione ALI Onlus, Associazione Romà Onlus, StreetUnivercity di Berlino e grazie al contributo del MiBACT, da quest’anno attivamente inserito nella Festa della Musica. Proprio in occasione di quest’ultima, il 21 giugno Juru e il suo gruppo si esibiranno allo Spazio Diamante della Sala Umberto, portando su un palcoscenico prestigioso la loro ritmica incalzante e i loro testi potenti.
Ma chi è questo ragazzo venuto dal Rwanda, sfuggendo alla sanguinosa guerra civile che vi imperversava? Che cosa vuole dire e fare con la musica all’interno di questa iniziativa?

Com’è nata la tua passione per il mondo dell’arte?
“Canto da pochissimo, ballo invece da un po’ di più. Sono più o meno sei anni che frequento Termini Underground, un progetto di ALI Onlus, un’associazione che si occupa di Arte, Integrazione e Lavoro.
Quando ero piccolo, mi chiedevano che genere di musica amassi e io rispondevo rap, senza averlo nemmeno mai sentito, ma sapendo che era associato alla cultura afroamericana. Quando poi l’ho sentito, neppure mi piaceva. Dopo anni però, mi sono affezionato a questa cultura, e ho iniziato ad amarla al punto di volerne essere parte, in primis con il ballo. Inizialmente però ho suonato le percussioni e poi la batteria in una band. Poi ho iniziato a ballare e ora canto”.

Nel 2014 avete vinto come Best show che come Migliore autore della canzone il concorso musicale “Play Music Stop Violence” dell’Auditorium Parco della Musica. Come siete arrivati a questo trionfo?
“Come gruppo di ballo, un giorno ci hanno invitato a esibirci al Campidoglio come ospiti per la comunità di Sant’Egidio. Dopo un po' di tempo da questa esibizione, ci hanno richiamato informandoci di questo concorso di musica e che era una buona occasione di visibilità. Abbiamo deciso quindi di partecipare, e abbiamo passato le selezioni.
Non ci si poteva presentare senza band, quindi l’abbiamo creata! Tutto è nato per partecipare e divertirci... e alla fine abbiamo vinto.
Io ho vinto anche il premio come migliore autore, anche se dire “io ho vinto” è presuntuoso e vero fino a un certo punto: abbiamo creato il pezzo tutti quanti insieme, quindi se la canzone ha vinto è merito di tanti. Il Best Live invece è stato merito di Termini Underground, questo progetto nel quale io continuo a ballare e a credere, essendo anche il vicepresidente dell’associazione”.

Di cosa parla la tua canzone?
“La canzone si chiama “Spinge forte” ed è un grido per il rinnovamento. Parla dell’accettazione sociale del diverso e della voglia di cambiamento che sento di avere e che ci dovrebbe essere in tutti. Il tema era comune a tutti, perché era un concorso contro la violenza”.

Invece quest’anno avete vinto attraverso il progetto Migrarti a partecipazione alla Festa della Musica.
“Sì, il 21 giugno 2016 grazie a un bando del MIBAC abbiamo potuto inserire il nostro contributo musicale all’interno della Festa della Musica. Il nostro concerto sarà allo spazio Diamante della Sala Umberto. Per lo spettacolo abbiamo tante collaborazioni, ad esempio quella con Valentino Agunu. Valentino è un ragazzo nigeriano che lavora nel laboratorio Termini Underground dal 2005 (quando ancora non si chiamava così, il nome attuale nasce nel 2008). Lui fa parte dell’embrione originario di attività, poi ha fatto un percorso, ora fa musica e ha fatto anche delle partecipazioni cinematografiche. Abbiamo deciso di collaborare, in virtù anche del legame materno che abbiamo con Termini Underground”.

E con te ci sono anche i FKM.juru1
“I Funk Messengers, sì, è il nome della band. In realtà prima ci chiamavamo Juru & the Funkmessengers, proprio perché io ero io e loro erano un po' a parte. Abbiamo deciso questo nome in onore di un jazzista che io adoro e ascolto tantissimo, Art Blakey. La sua band spalla si chiamava Jazzmessengers e quindi abbiamo riconvertito il nome, simbolo anche del genere in cui ci riconosciamo, un po' funk rock, con varie influenze hip hop e inserti heavy metal”.

Chi ha scritto i brani che saranno presentati il 21 giugno?
“I testi li ho scritti tutti quanti io, la musica tutta quanta loro. Io poi “dirigo”, ho un po' la mania di fare il produttore e mi piace dare suggerimenti, per poter lavorare insieme.
I miei testi sono sempre meno frivoli possibili. Dire “impegnati” è dire una grande parola, diciamo che cerco sempre di lasciare un messaggio. Scrivere testi non è così facile come sembra, mi sto evolvendo, ora stanno diventando più complicati, più evoluti. Io sono cresciuto e sto facendo un percorso di studi – studia Cooperazione Internazionale all’università La Sapienza di Roma, ndr - che mi sta dando molti strumenti per comprendere meglio ciò che ci circonda: gli sfruttamenti delle multinazionali, la politica, il bullismo... sono tutte cose che vengono sottovalutate ma che sono più rilevanti di quello che sembra nella vita di ognuno”.

Qual è il testo di cui sei più soddisfatto?
“Delle mie canzoni, sono affezionato a tutte e a nessuna, sono sempre alla ricerca della perfezione. Quello che mi piace di più cantare forse è “Roba potente”: avevo iniziato a scrivere un elogio alla band per ringraziarli, però poi è diventato un messaggio più forte. Nella prima strofa dico che il mondo va male ma noi non lo sappiamo e viviamo nell’ignoranza, mentre nella seconda parte grido “get up stand up”, diamoci una mossa.
“Mare della vita” invece l’ho scritta in un momento in cui non stavo molto bene, stavo attraversando dei fallimenti, e perdevo il mio tempo a fare niente. Poi qualcosa è cambiato, è arrivata l’occasione di quel concorso e ho ricominciato ad apprezzare la bellezza delle cose. Non perché abbiamo vinto, io sono molto più sulle idee che sulle competizioni. Ma mi ha dato la spinta per riprendere la mia vita in mano. Allora ho pensato di scrivere questo momento, di scrivere un brano sulla nostra generazione, di come siamo sempre i primi a dire che la vita fa schifo però poi non ci rendiamo conto di quanto siamo estremamente fortunati: abbiamo dei genitori, possiamo vestirci e andare dove vogliamo, mentre da altre parti si vivono realtà molto difficili. Io sono il primo che si abbatte molto facilmente, ma ora mi rendo più conto di come gira il mondo, di quali sono i veri problemi. È vero che ognuno ha i suoi problemi e li affronta come si sente di affrontarli, ma è importante collocarli in una certa dimensione e non lasciarsi sopraffare”.

Tu credi che a Roma ci sia un adeguato spazio artistico e comunicativo per tutti, di qualunque età e origine?
“Il campo delle arti è forse uno dei pochi dove non c’è differenza di religione, astrazione sociale o colore. Se sei bravo sei bravo e vai avanti. Per questo secondo me la musica sta passi avanti rispetto al resto.
L’Italia deve ancora capire che non è più un paese di emigrazione ma di immigrazione, che esistono gli immigrati di seconda e terza generazione, i meticci. L’Italia non è ancora pronta ad ammetterlo, perché fino a 30 anni fa accadeva il contrario. Bisognerebbe fare però un ulteriore passo indietro, guardare alla storia. Quando sono arrivato a Termini underground stavano facendo “Eneide: un’epopea hip-hop”, nella quale si poneva l’accento sul fatto che il fondatore stesso di Roma fosse un immigrato clandestino, scappato dalla guerra, esattamente come me. Gli italiani sono un popolo da sempre ricco di immigrati, ad esempio anche un generale garibaldino era nero. Bisogna trovare il coraggio di ammettere la realtà.
A livello artistico, invece, credo che sia necessario creare cose nuove, avere idee originali. Per esempio, è stato fondato un business con gente che fa la coda per altre persone, e funziona. È questo che bisogna fare, non bisogna buttarsi giù di morale, ma dobbiamo saperci promuovere bene e scommettere su noi stessi. E si può fallire, certamente, ma fallire fa bene. È necessario essere costruttivi, evitare la fuga all’estero, anche se certamente ci sono mille ragioni per farlo e le comprendo pienamente.
Però se vogliamo cambiare le cose è necessaria una rivoluzione sociale che parta da noi e da qui.
Il livello culturale in Italia è molto basso perché i media di alta portata vogliono mantenerlo così: dobbiamo puntare ad alzarlo, per questo esistono le web-radio, i blog, i siti, che ora stanno prendendo molto piede ed è un bene. Dobbiamo saper scommettere sulla cultura e sul futuro, anche perdere alcune volte per poi non ricommettere gli stessi errori”.

Questo è Juru e questa è anche l’anima del progetto Migrarti, di cui è parte e voce: una riflessione artistica sull’identità culturale, filtrata dallo sguardo di giovani immigrati che immigrati non sono più.

Giulia Zanichelli 29/05/2016

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