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La fortuna di chiamarsi Instabili Vaganti: incontro con la compagnia bolognese

Essere una compagnia teatrale indipendente significa doversi scontrare ogni giorno con la possibilità di continuare a sopravvivere tra le mille difficoltà economiche, logistiche, burocratiche. Essere un compagnia teatrale indipendente significa rimboccarsi le maniche e diventare una fucina di attività non solo artistiche, ma anche formative o sociali. Alcune volte significa reinventarsi. Altre volte, invece, basta spostare l’asticella delle ambizioni molto in alto, e provare a spostarsi anche fisicamente, altrove, proprio lì dove non ci si aspetterebbe.
Capita poi che siano gli stessi interessi artistici, l’indirizzo di una ricerca, a condurre gli artisti verso quell’altrove, a far spiccare il volo alle ambizioni. E allora non si tratta più di reinventarsi, ma di proseguire una strada già imboccata con successo.instabilivaganti1
Gli Instabili Vaganti, formazione nata a Bologna nel 2004 grazie ad Anna Dora Dorno e a Nicola Pianzola, rappresentano un modello esemplare di questo tipo. I maggiori riconoscimenti li hanno ricevuti lontano da casa (come una bellissima nomination ai Total Theatre Awards del Fringe Festival di Edimburgo), sebbene il loro “MADE IN ILVA” sia riuscito a ottenere premi e una buona circuitazione anche in Italia.
A leggere dei world tour all’estero della compagnia (come quello in Messico e Sud America o in India nel 2015), vien da parafrasare, quasi come fosse stata una profezia, le parole trovate dagli stessi Instabili Vaganti per comunicare il proprio “MADE IN ILVA”, il primo importante spettacolo che li ha visti uniti: «La trasposizione artistica fa riferimento alla vicenda reale dell’acciaieria più grande d’Europa che condiziona la vita dell’intera città di Taranto e dei suoi lavoratori intrappolati tra il desiderio di evadere e fuggire dalla gabbia d’acciaio incandescente e la necessità di continuare a lavorare per la sopravvivenza quotidiana in quell’inferno di morti sul lavoro e danni ambientali».
Proprio all’alba di un brillante riconoscimento ottenuto da Amnesty International per il progetto Desaparecidos#43 – sulla drammatica vicenda dei 43 studenti “desaparecidos” di Ayotzinapa, in Messico, bruciati vivi e sepolti in una fossa comune per mano del narco-governo – e un nuovo entusiasmante tour di Made in Ilva che stavolta toccherà la Cina, abbiamo deciso di fare qualche domanda alla compagnia, cercando di capire cosa li spinge a «continuare a vivere per la sopravvivenza quotidiana» in un’Italia incapace di fiutare i suoi investimenti e di sostenere le realtà artistiche rilevanti sul territorio nazionale, quando all’estero, invece, potrebbero forse trovarsi a vivere condizioni più favorevoli (legislazioni e scissioni politico-territoriali permettendo).
Se l’Europa è oggi sull’orlo di una disgregazione è perché di fatto altri confini, come quelli culturali, si sono allargati, e il problema consiste nel non rendersene conto in maniera costruttiva, fraintendendo il cambiamento, accorgendosi dell’errore quando ormai è troppo tardi per tornare indietro.
Valga questo anche per il teatro, i cui confini da tempo si sono ampliati per accogliere, come hanno fatto gli Instabili Vaganti, una totalità di forme e linguaggi che attesta con fermezza la sua distanza dalle definizioni stantie alle quali bisognerebbe tenersi ancorati per rimanere a galla.

instabilivaganti2Tra la notizia di questa nuova tournée nel mese di luglio in Cina, con “MADE IN ILVA”, e il riconoscimento ricevuto da Amnesty International per il progetto DESAPARECIDOS#43, questo si direbbe un bellissimo periodo di attività per la compagnia. A chi o a che cosa se ne deve il merito? Come vi sentite? Vi aspettavate tutto questo?
“Sicuramente i risultati ottenuti in questo periodo sono dovuti ai tanti sforzi fatti e al lavoro compiuto non solo nei mesi precedenti ma anche in tutti i nostri dodici anni di vita della compagnia. Per quanto riguarda il patrocinio di Amnesty International Italia, per Desaparecidos#43, dobbiamo ringraziare la sessione Amnesty di Bologna che, dopo aver visto lo spettacolo, ci ha suggerito di procedere alla richiesta di patrocinio. Questo è stato per noi molto importante, un riconoscimento non solo artistico ma anche umano per il nostro impegno civile nel trattare la vicenda dei 43 studenti scomparsi in Messico. Una vicenda forse non molto nota in Italia che rappresenta solo la punta di un iceberg rispetto alla serie di violenze che attualmente stanno sconvolgendo il Messico, un paese che amiamo e nel quale abbiamo lavorato molto e dove continueremo a tornare con i nostri progetti.
La tournée in Cina invece è la diretta conseguenza del nostro lavoro all’estero. Lo spettacolo MADE IN ILVA, che oramai sta girando tutto il mondo, è il nostro cavallo di battaglia. Dopo la Nomination al Total Theatre Awards al Festival di Edimburgo, abbiamo ricevuto diverse richieste per presentare lo spettacolo in differenti Festival e Teatri in tutto il mondo. Abbiamo realizzato quindi sia la versione in inglese che quella in spagnolo per avere maggiori possibilità di diffusione del nostro messaggio critico nei confronti della vicenda ILVA. Ovviamente non ci si può mai aspettare tutto quello che accadrà, e come accadrà, ma siamo contenti di come stanno andando le cose perché abbiamo lavorato moltissimo per raggiungere questi traguardi”.

Parliamo del riscontro che avete avuto nel corso delle vostre tournée all’estero: dove sentite di essere stati più/meno apprezzati, compresi, e “perché” secondo voi?
“Lo scorso anno abbiamo fatto un tour mondiale molto ricco e devo dire che è molto difficile determinare quale sia stato il paese in cui siamo stati maggiormente apprezzati. Sicuramente siamo rimasti stupiti dell’accoglienza che abbiamo avuto in India sia con MADE IN ILVA che con lo spettacolo IL RITO e con il Progetto Stracci della Memoria. Abbiamo ricevuto moltissime critiche positive sia dagli addetti ai lavori (giornalisti, critici, colleghi) che dal pubblico. Dopo aver realizzato tappe di lavoro a New Delhi, Calcutta, Bangalore e Pondicherry, a settembre del instabilivaganti42015, siamo stati invitati a distanza di pochi mesi a tornare al Festival più importante dell’India a febbraio 2016, ed al momento abbiamo numerosi altri inviti. Un aspetto molto importante del nostro lavoro è costituito dal fatto che abbiniamo spesso alla circuitazione di uno spettacolo una parte formativa, in cui conduciamo workshop e laboratori. Questo ci consente di stabilire rapporti duraturi e continui con Università e Centri di ricerca. In tutti i paesi in cui siamo stati, siamo sempre tornati più volte grazie proprio alla comprensione del nostro lavoro. Così è stato per il Messico e la Corea, e lo stesso sarà quest’anno per il Cile e l’Uruguay, dove abbiamo portato MADE IN ILVA lo scorso anno. Io credo che il nostro metodo e la nostra poetica riescano a trovare alcuni nuclei universali che ci consentono di essere compresi e apprezzati in differenti parti del mondo. Forse il paese in cui a volte ci è capitato di essere compresi meno è stato proprio l’Italia”.

Oggi si fa sempre più fatica a riconoscere dei maestri, forse perché è anche più facile citare un’opera di qualsiasi tipo, e sicuramente una delle caratteristiche dell’arte degli ultimi vent’anni consiste nella libertà per l’artista – date le maggiori e rapide possibilità tecniche di vedere, conoscere, spostarsi – di mescolare materiali e linguaggi preesistenti, traducendoli e trasferendoli in una forma, dimensione, “altra”, nuova e interessante. Rispetto alle attività, agli strumenti e al linguaggio, quali sono stati, o sono ancora, i modelli di riferimento diretti e indiretti del vostro lavoro?
“Sicuramente nella prima fase del nostro lavoro abbiamo basato la nostra formazione sul teatro grotowskiano, dal quale abbiamo appreso soprattutto l’etica del lavoro, la costanza e la capacità di fare dei sacrifici. Poi ovviamente il nostro linguaggio si è modificato nel tempo e si è avvicinato da un lato alla danza, dall’altro alle forme di teatro contemporaneo e alle arti visive. Ogni progetto che abbiamo creato ci ha permesso di sviluppare una ricerca autonoma e di entrare a contatto con numerose culture di riferimento. Nei dieci anni di ricerca al progetto Stracci della memoria, ci siamo confrontati con forme performative tradizionali (danze, canti, azioni rituali) provenienti da numerosi paesi: Brasile, Messico, Corea, Armenia, Colombia, Spagna, Tunisia, Polonia, etc. Il fine era quello di costruire un bagaglio performativo tradizionale da poter scomporre in forme elementari di teatro universali capaci di essere poi ricomposte attraverso un approccio contemporaneo. Nel nostro ultimo progetto Megalopolis, invece, stiamo indagando altre forme d’arte contemporanea tra cui, per esempio, la cartellonistica di protesta e/o propaganda, che sta influenzando molto il nostro lavoro dal punto di vista visivo e l’utilizzo dei nuovi media e dei social network”.

Visti i successi all’estero, avete mai pensato di trasferirvi stabilmente fuori dall’Italia? Se sì, quali potrebbero essere le preferenze per gli interessi che vi riguardano?
“Certo questo è un pensiero che abbiamo fatto più volte e che di tanto in tanto continuiamo a fare. Abbiamo anche avuto proposte in questo senso ma al momento ci sentiamo di dover continuare a provare a costruire un nostro percorso qui in Italia. Noi dirigiamo uno spazio a Bologna, il LIV Performing Arts Centre, in cui abbiamo sempre cercato di riportare le numerose esperienze fatte all’estero sia in termini di spettacoli che di proposte artistiche incontrate nel nostro cammino. instabilivaganti5Sentiamo di avere una missione da compiere e stiamo allargando la nostra struttura, assumendo nuovo personale e creando nuove possibilità. Certo non è una cosa semplice e non sempre siamo sostenuti in questo. Ai momenti di sconforto tipici della nostra Italia, si alternano comunque momenti positivi e segnali che ci spingono a continuare. Nonostante il MiBACT non abbia mai sostenuto le nostre attività, sia in Italia che all’estero, il MAE invece ha sostenuto la nostra tournée 2015, e nel 2014 siamo stati tra i vincitori di Funder35 – Il fondo per le imprese culturali giovanili promosso da Cariplo e dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna per la nostra Regione. Anche la Regione Emilia Romagna e il Comune di Bologna sostengono il nostro lavoro di produzione. Certo in Italia è sempre tutto “instabile” e quindi le situazioni cambiano molto velocemente. Per quanto ci riguarda, abbiamo fatto di questa “instabilità” una vocazione e della nostra mobilità un vantaggio, ci pensiamo già “vaganti” e quindi non escludiamo la possibilità di trasferimento in molti dei posti in cui siamo stati”.

Quali saranno i prossimi obiettivi?
“Parlando di obiettivi, non ci dispiacerebbe affatto avere una sede più appropriata alle nostre attività: un teatro vero e proprio dove poter anche gestire una programmazione, visti i nostri numerosi contatti con artisti internazionali. Dal punto di vista produttivo ci piacerebbe poter lavorare con più attori, anche internazionali, ma al momento facciamo molta fatica a sostenere una progettualità di questo tipo. Nel nostro spettacolo Desaparecidos#43 siamo riusciti ad includere attori e danzatori messicani, ma solo per un periodo di tempo limitato. Sarebbe importante per noi avere un sostegno maggiore alla produzione proprio qui in Italia. Uno dei nostri sogni è infatti quello di poter avere una compagnia internazionale stabile. Al momento moltissimi allievi sono venuti in Italia a studiare con noi, per tre, sei mesi, o un anno. Noi non riusciamo poi a sostenerli successivamente in modo da farli rimanere in Italia, paese che da questo punto di vista dà poche opportunità. Forse proprio questo obiettivo potrebbe spingerci a cercare un paese più ricettivo.
Al momento cominceremo a lavorare cercando in parte di realizzare questo desiderio, attraverso il nostro progetto internazionale Megalopolis, al quale continueremo a lavorare per produrre un nuovo spettacolo in cui cercheremo di coinvolgere alcuni degli artisti che hanno lavorato con noi al progetto in varie parti del mondo”.

Renata Savo 26/06/2016

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