Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

Print this page

La fiamma della passione che si accende nel lavoro artistico: intervista al ballerino Davide Nardi

Incontriamo Davide Nardi, primo ballerino della Sonia Nifosi Motion Dance Group e protagonista dell’ultimo lavoro di Sonia Nifosi intitolato “Un americano a Parigi - L’importanza delle idee”. Dopo tre anni dal successo de “La vie en rose”, spettacolo dedicato a Edith Piaf, la compagnia, guidata dalla coinvolgente espressività di Davide Nardi, torna al Teatro dell’Angelo fino al 22 maggio, con uno spettacolo dedicato al film hollywoodiano del ’51, “Un americano a Parigi”, ap-punto. Gli anni ’50, le musiche, la danza: iconografia ed immaginario di un mondo e di un’epoca che hanno influenzato lo stile, il pensiero e la cultura tutta, perpetuando ancora oggi il loro fasci-no.

Prendiamo spunto proprio dall’epoca: che peso specifico ha per dei performer contemporanei e gio-vani come voi il doversi confrontare con un bagaglio iconografico lontano come quello di “Un ame-ricano a Parigi”, ma comunque sedimentato nel americano1nostro sentire comune?
“Certo, siamo giovani per rifarci a questo immaginario stilistico, anche se io personalmente sono cresciuto guardando i prodotti di quest’epoca o comunque dedicati al periodo, come i musical ad esempio. Negli intenti e nelle ideologie ovviamente è un’epoca lontana dalla nostra, però penso che oggi uno spettacolo del genere sia bello perché c’è bisogno un po’ di tornare agli albori. Sono im-portanti i messaggi e anche far conoscere a un giovane quello che c’è stato prima, e in un modo come questo spettacolo poiché quello che vede l’occhio è sempre più efficace e immediato.
Personalmente, poi, ha un peso specifico molto grande dover andare a rappresentare una figura, un personaggio, un’icona come Gene Kelly. Le caratterizzazioni che ha fatto Gene Kelly in “Un’americano a Parigi” o anche in altri lavori, come “Cantando sotto la pioggia”, giusto per citare il più famoso, hanno avuto un peso specifico di per sé molto grande che comunque non può avere dei rivali. Già sai che quello è lui e non ci può essere altro. L’idea poi di dover salire sul palco e di-re a un pubblico ok sono Gene Kelly, ecco questo ha già un impatto molto grosso per un interprete”.

Infatti, come ti sei trovato nel vestire i suoi panni? Ti sei lasciato ispirare dallo studio del personag-gio o hai preferito metterci del tuo?
“Ho affrontato il personaggio mettendoci del mio senz'altro per quanto riguarda l’interpretazione. Per la mimica, la pantomima, mi sono ispirato molto a lui, documentandomi a partire dal film e cer-cando anche tutto un materiale che lo riguardasse: foto, video, interviste. Gene Kelly aveva questa grande capacità espressiva che è parte integrante del suo stile: ad esempio il modo in cui aggrotta la fronte o il suo sorriso così trascinante. Sicuramente è uno di quei personaggi di un tempo che, sì, erano bravi per la loro arte, ma anche per la loro aurea che americano2affascinava e trascinava”.

Sul palco la tua presenza, quella di Davide, si percepisce fortemente a ogni livello di espressività, dunque anche a livello di mimica facciale. Qual è l’importanza che, nell’ambito del linguaggio del corpo che utilizzi, dai all’espressività del volto?
“In generale ci tengo molto e quindi non solo al passo tecnico, che è sicuramente importante perché comunque stiamo facendo danza. Penso sia importante perché la comunicazione è portata comun-que attraverso il movimento, non solo come estetica, ma anche per comunicare il tuo stato emotivo personale di quel momento lì al di là di quello che devi in qualche modo interpretare. Questa è una grande qualità che trovo nel lavoro di Sonia Nifosi perché lei dà ampio spazio a quello che è il tuo personaggio, ma al tempo stesso ti lascia in qualche modo “vagare” senza limiti. Ogni giorno que-sto lavoro cresce sempre di più: tu hai sempre modo di evolverti. E quindi è sempre una continua scoperta per me che interpreto.
Do molta importanza alla danza, in modo professionale e tecnica, perché è importante fare le cose al meglio, ma ritengo altrettanto rilevante anche l’aspetto più “attoriale” proprio nell’interpretazione. Penso che un artista dovrebbe essere a tutto tondo e donare se stesso in modo completo non solo nell’arte che sta praticando, come nel mio caso la danza. Ho cercato sempre di completare il quadro”.

Mi parli di aspetto “attoriale”: che rapporto hai quindi con l’altro tipo di performance, quella con la parola? Sei attratto e ti lanceresti anche in un’esperienza del genere?
“Assolutamente. Non mi farebbe paura, anzi sarebbe una fonte di stimoli. Io voglio sempre cresce-re, non mi sento mai arrivato e, se dovessi essere migliore, non sarebbe rispetto a qualcuno ma ri-spetto sempre a me stesso. Cerco di non avere limiti, cerco di avere quell’idea di voler raggiungere la perfezione, anche se siamo umani e la perfezione non esiste. Io penso che l’artista in cuor suo ab-bia sempre questa esigenza”.

Come hai sentito la risposta del pubblico in queste serate?
“Molto bella, soprattutto per i tempi che corrono. Il pubblico rispetto a tanti anni fa è cambiato molto. È un po’ un controsenso: da una parte è molto esigente, dall’altra sembra che le cose molto raffinate, “acculturate”, stanchino. Invece con questa formula lo spettacolo è fresco, colorato ed è un qualcosa che arriva di più. Poi succede raramente che uno spettatore voglia intervenire e farti ca-pire da subito il suo apprezzamento, e molto spesso ci sono applausi anche in momenti in cui non ce li aspettiamo. Poi commentano, sorridono, si vede insomma che sono trascinati”.

Il vostro rapporto invece con lo spazio scenico del Teatro dell’Angelo?americano3
“C’è da dire che il palco è un po’ piccolo sia per lo spazio effettivamente richiesto dalle nostre co-reografie, ma anche per tutto il lavoro che c’è dietro con i costumi, con l’attrezzeria e la scenogra-fia. Devo dire che abbiamo un forte spirito di adattamento, perché è più forte la passione di poter fare di tutto il resto”.

È bello questo che dici e mi riporta al fatto che tu sei primo ballerino, dunque un po’ il faro della compagnia: che rapporto hai col resto del gruppo? Ti senti più un compagno alla pari o sei più una guida cui gli altri possono rivolgersi al bisogno?
“Diciamo che ho il mio ruolo, quello di rappresentare quindi, in quanto primo ballerino, la compa-gnia. Ma di certo questo ruolo non lo faccio pesare agli altri, anzi ritengo che “primo ballerino” lo si debba essere a prescindere dall’etichetta che ti è stata data. In qualche modo è come se me lo voles-si sempre meritare, cerco sempre di guadagnarmelo. Senz’altro sono una guida per molti elementi della compagnia che sono molto giovani, ma per loro rappresento un po’ tanti ruoli: certamente so-no un compagno e sono il primo che non si sente né si mette su un piedistallo, cosa che fra l’altro non servirebbe”.

Ci sveli qualche tuo progetto per il futuro?
“Sicuramente quello di seguire il lavoro che, ormai da tanti anni, svolgo con Sonia Nifosi. Ho avuto molte proposte anche in anni passati per lavori più o meno importanti, ma non trovo da nessuna par-te questa risposta e questo appagamento che c’è invece nel lavoro con lei e con questa compagnia”.

Gertrude Cestiè 20/05/2016