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“Per una qualità alta della visione”: dialogo con Daniel Montigiani ed Eleonora Saracino

“American Horror Story”: Mitologia moderna dell'immaginario deforme” è il titolo del saggio scritto a quattro mani dai giornalisti e critici cinematografici Daniel Montigiani ed Eleonora Saracino. Il volume, che analizza le prime cinque stagioni (si è conclusa la sesta ed già confermata una settima), ci immerge all'interno del magmatico e sfaccettato universo filmico partorito dalle menti di Ryan Murphy e Brad Falchuck. Una minuziosa e preziosa mappatura delle principali tematiche, dello stile e degli archetipi dissacranti alla base della serie tv targata FX. Abbiamo rivolto alcune domande agli autori per comprendere meglio lo spirito di una produzione che, nonostante abbia riscosso un notevole successo, ha mutato volto nel corso degli anni e provocato qualche polemica...

Quando diciamo “serie tv”, spesso viene meno proprio il termine “tv”. Nell'era di Netflix e delle maratone casalinghe, i piccoli schermi si sono moltiplicati, e di conseguenza i modi di fruizione... “American Horror Story”, essendo antologica, non ci obbliga nemmeno a una visione “classica” e lineare...

Eleonora Saracino: Sì, anche se sarebbe opportuno, perché è un progetto complesso e composito. È vero, sono stagioni separate, ma quando si arriva a “Hotel” si comprende come tutto in realtà sia collegato, compresi i crossover, che sono importanti. Il tipo di fruizione è importante. Noi come scrittori e indagatori di questo incubo, nel senso suggestivo e poetico della parola, lo abbiamo consumato tutto insieme, abbiamo fatto il binge watching. Non c'è un modo per vedere la serie, quello che conta è la prospettiva. Per noi è diventata un mondo parallelo, eravamo talmente dentro che l'unico modo per riuscire a “vederla” era scrivere un libro, e man mano il filo rosso tra episodi e stagioni si faceva sempre più chiaro. Quando fruisci di una serie settimanalmente, inserisci all'interno della serie stessa l'attesa, la tua vita, stai vivendo e aspetti l'episodio successivo. Con il binge watching, invece, ti immergi all'interno di un processo totalizzante. Il modo, giusto o sbagliato che sia, dipende dallo spettatore. Le maratone, però, sono sempre esaltanti al pari di quelle cinematografiche.

“AHS”, ovvero un multiforme affresco in cui s'intrecciano diverse storie, ognuna dotata di una propria identità. Quali sono per voi le migliori stagioni? Quale consigliereste per iniziare?

Daniel Montigiani: In genere le prime due stagioni, “Murder House” e “Asylum”, sono considerate le migliori. La prima parla di una casa infestata a Los Angeles, la seconda ruota intorno a un manicomio nel Massachusetts. Noi amiamo moltissimo “Freak Show”, forse la nostra preferita, ed è quella di cui abbiamo scritto insieme il capitolo. Però non potrei consigliarla come prima da vedere, perché l'orrore è molto limitato. Ryan Murphy era rapito dal personaggio di Jessica Lange e tutto ruotava intorno a lei. L'attrice, poi, non ha mai amato molto il genere, e anche per questo il lato sanguinario è stato lasciato un po' da parte per venire incontro alle sue esigenze. “AHS” non è soltanto horror, ma una commistione raffinata che include mélo, grottesco e camp. Il mélo, in questo caso, è una parola chiave poiché con Jessica Lange forma una coppia perfetta. Perciò direi le prime due, in particolare “Asylum” dove tra l'altro l'horror è anche psicologico, che scaturisce dall'internamento forzato all'interno di un luogo da cui è quasi impossibile fuggire.

Potremmo parlare di “AHS” come di un'operazione tipicamente postmoderna. E in effetti la citazione è un elemento fondamentale dell'insieme. Quali sono i riferimenti da cui hanno attinto i creatori Ryan Murphy e Brad Falchuck?

ES: Una serie di vere e proprie ossessioni. Il primo show a cui si è ispirato Murphy è stato “Dark Shadows”, soap opera andata in onda negli Stati Uniti negli anni Sessanta, dove tutto era orientato o al dramma o alla commedia. Quando, dopo un anno, il creatore Dan Curtis introdusse il personaggio del vampiro Barnabas Collins, per la prima volta l'orrore entra nelle case degli americani, e tutto cambiò di segno. Una seconda ossessione, è il fatto che loro fossero condizionati da tutto il cinema che avevano visti da bambini, e dal concetto di paura che attiene alla tradizione. Il film cult al quale si sono ispirati è “Freaks” di Tod Browning, e di riferimenti ce ne sono moltissimi. Ma anche altri autoreferenziali, legati alla vita dei personaggi: ad esempio la vincita dell'Oscar in “Freak Show”. Elsa Mars, che rifà il verso a Marlene Dietrich, sogna Hollywood, un sogno infranto in partenza dal fatto che non poteva fare l'attrice a causa di un tragico incidente. E lei, Jessica Lange, di Oscar nella sua carriera ne ha vinti due. Tutto il progetto è costellato da tante chicche: dai grandi classici e Bela Lugosi, passando per Kubrick fino a David Fincher. Un universo noto ai cultori di un certo cinema, ma anche agli spettatori più appassionati.
DM: A proposito di citazioni è interessante notare come il discorso ci riporti alla “contesa”, al gioco horror non horror. Ci sono molti riferimenti che non hanno nulla a che fare con questa dimensione. Sempre in “Freak Show” è facilmente riconoscibile l'influenza dei film della coppia Sternberg-Dietrich degli anni Trenta, e di Douglas Sirk, tra i più grandi registi di melodrammi negli anni Cinquanta. Mi vengono in mente “Come le foglie al vento” e “Magnifica Ossessione”. È un discorso che va al di là dell'impronta che negli anni ha caratterizzato la serie, che spesso viaggia verso altri lidi lontano da morbosità e oscurità tipiche del genere.

Nel vostro saggio definite la serie come un'enciclopedia visiva del lato oscuro dell'America divisa. Oscuro, ambiguo, è sovente il lavoro di Kyle Cooper, regista e designer dei titoli di testa, attivissimo anche nel campo del cinema. Avete approfondito questo aspetto?

ES: Sì, abbiamo analizzato sia i titoli di testa che i teaser, che spesso sono ingannevoli e vanno a stuzzicare l'interesse generale. Ma la maggior parte delle volte non attengono al tema della stagione. Spesso si parla d'altro, ed è una scelta ponderata in principio dagli autori allo scopo di invogliare lo spettatore. I titoli di testa sono tutti importanti e diversi, particolarissimi sul piano delle animazioni in cui appaiono personaggi e situazioni che fanno riferimento a ciò che accade negli episodi. Per esempio in “Coven”, tutto ruota intorno alla elezione della strega suprema e fino alla fine non ne scopriamo l'identità. In realtà, nei titoli di testa, c'è un elemento collegato ad una personalità religiosa, che a sua volta rimanda alla suprema e alla prova delle sette meraviglie.

Un po' come accadeva nei titoli in “Se7en” di Fincher, dove le parole “she” e “pregnant” scritte da John Doe nei suoi diari fornivano cruciali indizi sull'identità dell'ultima vittima...

ES: Esatto, c'è un preciso intento dissimulatorio. Gli autori e tutto il team hanno giocato moltissimo anche sul font della serie, oggi marchio registrato, anche se in rete si possono trovare e scaricare molti font simili. Questo ci fa capire come “AHS” sia una serie iconica, ponendosi in tal senso a tutti i livelli, dal font fino alla storia, alla regia, ai costumi. È diversa da tutte le altre e ha segnato un passo in avanti per il piccolo schermo. Un po' come fu, se vogliamo fare un paragone ardito ma non troppo, “Twin Peaks” negli anni Novanta.
DM: I titoli di testa sono proprio un biglietto da visita per una riflessione generale sullo stile. E sono tanto cruenti ed eccessivi quanto raffinati come la serie stessa. Talvolta, appunto, lo stile è talmente sofisticato e barocco da far passare in secondo piano la violenza che viene mostrata. La sofisticatezza e la maestria con cui riescono a girare molte sequenze quasi ti fanno dimenticare quanto queste scene siano realmente feroci. È quasi un ossimoro. Abbiamo allo stesso tempo violenza estrema ed estrema raffinatezza, e lo vediamo particolarmente in “Hotel”, in cui i momenti più terribili e colmi di sangue avvengono all'interno di stanze estremamente elaborate, Art déco. E questo ricorda Dario Argento, e un po' anche David Lynch.

“AHS” deve molto alle memorabili interpretazioni di Jessica Lange, che dopo la quarta stagione ha abbandonato il set. Con “Hotel”, subentra nel cast Lady Gaga, il cui ruolo nella serie avrà un peso sempre maggiore. Quanto ha inciso questo passaggio di scettro?

ES: Jessica Lange si è dimostrata ancora una volta la grandissima attrice che è, e a Hollywood, come è accaduto spesso, gli attori hanno avuto una seconda giovinezza grazie alla televisione. Lei fa un lavoro straordinario sulla voce, perché il suo personaggio in "Freak Show" è di origini tedesche, curando molto il suo accento (che non è mai posticcio) e le doti canore. Durante la stagione, infatti, canta due canzoni: “Life on Mars” di David Bowie (non caso è Elsa Mars) e “Gods and Monsters” di Lana Del Rey, quest'ultima durante la notte di Halloween che è per tutti i teatranti una notte maledetta dove non si dovrebbe andare in scena. Interpreta sempre personaggi atroci, non soltanto perché sono cattivi ma sopratutto perché sono dolorosissimi. Come appunto la Mars, donna devasta umanamente e fisicamente al quale infonde un senso di disperazione per cui è impossibile non empatizzare con lei. Uno degli archetipi principali della serie è la maternità, e lei che è una madre matrigna che ha sofferto nel fisico e nel cuore, lo incarna alla perfezione restituendo le emozioni in modo realistico. Una delle sue interpretazioni più commoventi e toccanti.
DM: Ovviamente un'attrice come Jessica Lange è insostituibile, perciò Lady Gaga non ha sostituito nessuno. E devo dire che ha dimostrato di avere talento, senza mostrarsi “ridicola” poiché alcune scene estreme colme di sangue, orge grottesche, talvolta al limite dell'ironico, potevano portarla a qualche scivolone. Rispetto alla Lange, nonostante abbia fatto una scuola di recitazione perché voleva diventare attrice, non ha l'esperienza. Colpisce, però, per una dicotomia in particolare. Nella prima parte di “Hotel” la vediamo estremamente glaciale, con uno sguardo che impietrisce da lontano. Quando iniziamo a scoprire il suo passato, fatto di illusioni e disillusioni, comincia a trasformarsi, sciogliendosi pur mantenendo quell'aura mistica e carismatica. Diventa più umana da un lato, ma non per questo meno crudele. Ha superato sicuramente la prova, ed è interessante il rapporto fra questo personaggio e le vampire più famose della storia del cinema, una su tutte quella interpretata da Catherine Deneuve in “Miriam si sveglia a mezzanotte”. Anche lì troviamo una vampira fredda ed egoista e insieme umana e affascinante. Lady Gaga riesce oltretutto ad esaltare la propria bellezza, non soltanto grazie al trucco, ma grazie a un sapiente uso dello sguardo. Ne è un lampante esempio il flashback nel settimo episodio, dove stenti a riconoscerla. Non voglio fare paragoni, ma il suo è tra i personaggi più belli di tutta la serie.

“AHS” viene trasmessa sulla rete via cavo FX, la stessa di “Sons of Anarchy”, altro serial divenuto autentico cult. E un certo grado di violenza, in entrambi i casi, ha generato giudizi contrastanti e accese critiche. Credete sia questo il motivo? In fondo, i riconoscimenti non sono mai andati oltre al premio agli attori...

ES: Probabilmente, ma non sono sicura se appunto i vertici snobbano questa serie per questi motivi. Sicuramente “AHS” è politicamente scorretta, perché tocca un nervo scoperto, un tabù dello spettacolo, quello della disabilità. Anzi, si tratta di insulti veri e propri al disabile, come accade in un dialogo tra madre e figlia nella prima stagione. Considerato poi che l'attrice Jamie Brewer è una ragazza che soffre realmente della sindrome di Down, rende tutto ciò più evidente, e se vogliamo anche irritante, sconvolgente. Si tratta di fiction, è vero, però troviamo una madre che si rivolge a una figlia malata, dentro e fuori dal set. Tutto ciò che è diverso e deforme, lontano dall'establishment anche estetico della persona, della famiglia e della società, viene assolutamente massacrato in tutto e per tutto. In “Coven”, inoltre, c'è quasi un trionfo del matriarcato ed è centrale il rapporto genitori-figli, vessati da torture fisiche in nome di un fanatismo religioso, oppure violentati da madri fatalmente innamorate. L'incesto, il nucleo famigliare e il credo che si sgretolano, ci fanno dimenticare subito il politicamente corretto. Quindi premiare un lavoro di questo genere può apparire sconcertante agli occhi di Hollywood. Però, forse, al pubblico piace proprio per quello.
DM: Perché c'è una sensibilità gay nella serie che può dar fastidio, in maniera diretta o indiretta, per questo “AHS” è anche molto camp. Ryan Murphy è sposato con un uomo ed ha anche un figlio. E credo che possa disturbare, o comunque lasciare perplessi, quest'incontro tra horror puro, camp e kitsch. Mi ricordo, infatti, la recensione di una giornalista su “Murder House” che nel 2011 scrisse: “sì, mi sembra interessante, ma è camp.”. Ma è camp, un difetto, che per me è invece un pregio. La serie è stata un po' discriminata anche nel 2015, in merito a “Hotel”, per via del personaggio di Lyz Taylor che non ha ricevuto nessuna nomination, forse perché è transessuale. C'è un gusto postmoderno della citazione che sfiora la parodia, e questo per i critici più seriosi potrebbe sembrare una presa in giro, un processo fine a se stesso ma secondo noi non lo è mai, o quasi mai.

Sulla scia di “Gomorra – La serie” si è da poco conclusa la prima stagione di “The Young Pope” di Paolo Sorrentino, che ha consacrato la tv di qualità incrementando quel successo, anche internazionale, venutosi a creare già da qualche anno. Secondo voi i tv serial, in particolare quelli antologici, potrebbero diventare il terreno fertile per tutti quei registi ossessionati come Murphy e Falchuck?

ES: Secondo me sì, anzi, mai come adesso dal momento che sono cambiate tante cose, come appunto la fruizione. Le persone fanno sempre più maratone televisive, ed è cambiato, direi anche fortunatamente, l'approccio del pubblico, a conferma del crollo degli incassi dei cinepanettoni. Se ci sono registi che hanno realmente qualcosa da sviscerare, qualcosa di così articolato che due ore di film non glie lo permetterebbero, ben venga, perché no. A mio parere “The Young Pope” è un film lungo dieci ore, però ci troviamo difronte a un regista con la R maiuscola, una persona che ha una qualità alta della visione, ed è questo il fattore fondamentale. E poi abbiamo degli attori, e, non ultimo, degli sceneggiatori, persone che scrivono una storia che ha un senso, e laddove questo senso si smarrisce è lì che fallisce il progetto. Si può essere camp, horror, grotteschi e di cattivo gusto ma senza mai perdere il filo rosso. “The Young Pope” è un grandissimo progetto, ha una solidità di scrittura e uno schema visuale a 360°. Ben vengano, dunque, i registi, le storie di mafia, l'orrore e l'amore. La qualità fa la differenza, sempre. Il rischio è quello di serializzare troppo, di pensare che sia l'unica strada percorribile favorevole dal punto di vista economico, scatenando così un effetto boomerang.

Vincenzo Verderame

29/12/2016