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Focus "Filottete": intervista all'allievo regista Carmelo Alù

Per il suo saggio di diploma del Corso di Regia all’Accademia Nazionale d'Arte Drammatica “Silvio d'Amico”, l’allievo Carmelo Alù ha messo in scena una riscrittura del Filottete di Sofocle.

Cosa c’è dietro la scelta del Filottete?

La prima volta che vidi un Filottete rimasi colpito dal fatto che gli attori si comportavano in un modo, mentre il testo suggeriva altro, al punto che quello spettacolo si sarebbe potuto ascoltare a occhi chiusi. Eppure si tratta di una storia incredibile: mi ripromisi di raccontare questa storia in maniera viva. Se le storie della mitologia classica sono arrivate fino a noi oggi vuol dire che sono ancora vive.

Il lavoro registico inizia sul testo, con un lavoro di riscrittura dell’originale sofocleo a cura della drammaturga Letizia Russo. In cosa è consistito il lavoro di riscrittura del Filottete? Un innesto di modernità?

La forza della tragedia è nella sua essenza antica. Abbiamo cercato lo scarto nella lingua, non nei contenuti. Ad esempio, come avrei mai potuto attualizzare l’arco, l’arma per la quale Odisseo torna a cercare Filottete? Se avessi inserito una pistola avrei svilito il dramma.

Il personaggio della Donna di Lemno è un inedito, indubbiamente l’apporto più significativo di questo lavoro di riscrittura. Come lo avete costruito?

Volevo lavorare con Marina, che conoscevo da spettatore e che avevo incontrato in Accademia [Marina Occhionero si diploma come attrice all’Accademia “Silvio d’Amico” nel 2016, ndr]. Quando ho parlato di un personaggio femminile alla drammaturga, Letizia mi ha chiesto un paio di giorni per pensarci. Il risultato è la Donna di Lemno, l’unico essere umano con il quale Filottete si confronta durante i dieci anni del suo isolamento. Con lei instaura un rapporto molto particolare; la chiama “la mia mano destra” [nella versione di Russo e Alù, infatti, Filottete non è ferito al piede ma alla mano, ndr]. Il rischio, però, era di rendere questo personaggio una funzione e non una persona. La Donna di Lemno, invece, è molto di più: rappresenta la coscienza del tutto, è la voce contemporanea che legge gli uomini senza giudizi e senza emotività.

Quali sono state le linee guida nella scelta del cast?

Durante la fase di riscrittura, con Letizia non parlavo della Donna di Lemno, di Filottete o di Odisseo ma di Marina, Paolo, Alvise. Le parti sono state costruite avendo in mente gli interpreti.
La prima vittoria di questo spettacolo è stata avere in scena Paolo Musio (Filottete). Lo avevo già incontrato come insegnante all’Accademia “Silvio d’Amico” durante un laboratorio di recitazione. Paolo è un modello di disponibilità, dà sempre il 100%: insegna a non accontentarsi mai.
Per quanto riguarda Alvise Camozzi (Odisseo), invece, si è trattato di una proposta di Letizia. Di origini veneziane ma trapiantato in Brasile, non recitava in italiano quasi da vent’anni: il Filottete è stato il suo viaggio di ritorno a Itaca.

Oltre al ruolo di regista, in scena interpreti Neottolemo. Come hai gestito il doppio ruolo di attore e di regista?

La mia idea di teatro parte dalla parola e dagli attori, quindi sono il primo a metterci la faccia. Qui scelgo di interpretare il ruolo di un ragazzo che si sta formando, un ragazzo con le sue ambizioni.

Che futuro immagini per questo Filottete? Hai altri progetti in cantiere?

Mi auguro che il Filottete entri nel repertorio della Compagnia dell’Accademia “Silvio d’Amico”.
Mi piacerebbe tornare nel mondo dell’opera lirica. Avevo avuto l’occasione di avvicinarmi a questo mondo come aiuto regia per la Madama Butterfly de La Fura dels Baus. Per il futuro vorrei trasformare le occasioni in possibilità.

Alessandra Pratesi
18/12/2017

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