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Il bisogno degli altri per sentirsi amati: intervista a Fabiana Iacozzilli

Dal 4 al 7 aprile il Teatro Fontana di Milano ospita lo spettacolo “Da soli non si è cattivi”, lavoro della compagnia romana Lafabbrica – diretta da Fabiana Iacozzilli – tratto dall'omonimo testo di Tiziana Tomasulo – drammaturga finalista del 53° Premio Riccione
La compagnia, dopo aver portato in scena a Milano “La trilogia dell'attesa” in cui raccontava la costante attesa di qualcuno che ci sollevi dalla monotonia esistenziale, si confronta con la scrittura di Tiziana Tomasulo. In merito allo spettacolo, abbiamo avuto il piacere di fare qualche domanda alla regista Fabiana Iacozzilli.

Come è nato il progetto di “Da soli non si è cattivi”?

La compagnia Lafabbrica veniva da “La Trilogia dell'Attesa” che è stato un lavoro in drammaturgia scenica ovvero un lavoro che non partiva da un testo ma da alcuni temi che, solo dopo una fase d'improvvisazione, sono diventati testo. Nonostante ciò, un attore mi ha vivamente consigliato di leggere i testi di Tiziana Tomasulo. Ne sono rimasta positivamente colpita perchè ho trovato che in essi ci fossero molti elementi in comune con la cifra poetica de Lafabbrica.

A quale tipo di lavoro siete andati incontro?

Innanzitutto ho ripreso in mano prima le drammaturgie e dopo i racconti. Subito dopo, il lavoro che abbiamo fatto con Tiziana Tomasulo è stato quello di prendere solo delle parti di drammaturgia e delle parti di racconti. In sostanza è stato un lavoro di riscrittura scenica grazie al quale tutti i materiali selezionati sono stati “legati” insieme da un fil rouge ovvero la relazione amorosa.

Come avete declinato il tema centrale?

Come dicevo, il fil rouge è la relazione amorosa ma ancor di più lo è l'ossessione perchè l'amore in “Da soli non si è cattivi” non è tanto visto come un sentimento per arrivare alla condivisione ma come uno strumento per una legittimazione dell'individuo. I personaggi di cui scrive Tiziana Tomasulo hanno bisogno dell'altro perchè hanno bisogno di una ragione per esistere.

Lo spettacolo è composto da tre atti. Il primo è “L'amante”.

In questo primo quadro viene analizzata la competizione che scaturisce dalla relazione amorosa. Si racconta infatti di una coppia - Barbara e Ricccardo - che sta insieme da 16 anni. La cosa interessante è che questi due esseri umani dopo 16 anni di relazione sono diventati identici – tanto è vero che in scena ci saranno due gemelli. Nella vita succede davvero così: quando stiamo tanti anni con un altro essere umano, finiamo per assomigliarci. In loro scatterà la necessità di conquistare Nancy non tanto per amore ma per dimostrare all'atro di essere il migliore. Insomma, una partita al massacro.

Il secondo “quadro” è un monologo dal titolo “La telefonata”: che cosa racconta?

Innanzitutto devo dire che questo secondo atto è stato il lavoro più complesso perchè nasce dall'incontro di un racconto di Tiziana Tomasulo che si intitola “Catene” e da uno spunto preso da un'altra drammaturgia sempre di Tiziana.
“La telefonata” è la storia di una donna che ama un'altra donna e che vorrebbe chiamarla. Si fa la domanda “la chiamo o non la chiamo?” e, solo per essersi posta questo quesito, si ritrova immobile su una sedia costretta ad analizzare tutte le possibili ripercussioni che possono scaturire dall'azione del chiamarla arrivando così all'immobilità. Il punto centrale è che molto spesso non abbiamo il coraggio di esporci con l'altro perchè abbiamo profondamente paura che l'atro scopra che non siamo quelli che abbiamo fatto vedere, che non siamo nessuno.

Ultimo ma non meno importante è il terzo atto intitolato “Il bagno”.

Questo ultimo quadro è quello che pone la domanda finale: ho bisogno degli altri per amarmi? I protagonisti in questo caso sono due esseri umani che rappresentano quel poco che rimane di una favola felice. Lui stura il cesso come se cercasse di sturare qualcos’altro, di “sciaquare via” i resti di una storia d’amore. Lei, al contrario, rinuncia a qualsiasi espressione di sé trasformando la relazione in un amore claustrofobico.

Avete deciso di mantenere lo stesso titolo dell'opera di Tiziana Tomasulo. Perchè?

Ci è piaciuto mantenere lo stesso titolo perchè tutti e tre gli atti raccontano di quanto è intenso in noi il bisogno di essere amati e di autoleggittimarci tanto da andare oltre ogni possibile immaginazione e da farci diventare delle persone molto cattive. “Cattive” inteso come persone destinate a provare dei sentimenti furiosi. Tuttavia, nel momento in cui siamo soli possiamo smettere di provare setimenti che ci mettono a dura prova.

Cosa vorresti rimanesse di questo lavoro nel pubblico?

Quando mi approccio a un lavoro decido di mettermi in una nuova impresa perchè c'è una domanda alla quale non riesco a dare una risposta. In questo caso mi interrogavo sul senso della relazione tra gli esseri umani. Non sono interessata a dare un messaggio perchè trovo che limiti l'azione artistica ma sono più interessata ad aprire dei campi di indagine e riflessione, a porre delle questioni sperando che il pubblico voglia dare delle proprie risposte.

Chiara Rapelli 2/04/19

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