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Intervista a Michele Santeramo e Fabrizio Sinisi: Tito,Giulio Cesare e noi

Michele Santeramo e Fabrizio Sinisi, rispettivamente, drammaturgo di Tito l’uno, e di Giulio Cesare l’altro, si sono confrontati con la riscrittura di due tragedie shakespeariane dalla forte connotazione politico-sociale, cui non si resta impassibili. Le due tragedie sono andate in scena al Teatro Argentina di Roma dal 7 al 12 maggio, dopo aver debuttato a marzo al Teatro Bellini di Napoli.

Michele Santeramo, autore e narratore, vince nel 2011 il premio Riccione per il Teatro con il testo Il Guaritore. Nel 2012 scrive e produce con teatro minimo Storia d’amore e di calcio. santeramo
Del 2013 è il testo La prima cena. Vince nel 2013 il Premio Associazione Nazionale Critici di Teatro (ANCT). Pubblica nel 2014 il romanzo La rivincita edito da Baldini e Castoldi.
Scrive nel 2014 Alla Luce per la regia di Roberto Bacci e la produzione di Fondazione Pontedera Teatro. Vince nel 2014 il premio Hystrio alla drammaturgia. Candidato nel 2014 al premio UBU come Migliore Novità Italiana per lo spettacolo Il Guaritore. Conduce laboratori di drammaturgia.

fabrizio sinisi coloreFabrizio Sinisi si è laureato in Lettere moderne presso l'Università degli Studi di Bari e ha esordito in volume con la raccolta poetica La fame (Archinto, 2011). In teatro ha lavorato come drammaturgo per numerose messinscene: tra le altre si ricordano I promessi sposi alla prova di Giovanni Testori (Milano, 2010) e l'opera lirica Lo stesso mare di Fabio Vacchi e Amos Oz (Bari, 2011), entrambe per la regia di Federico Tiezzi; La morsa di Luigi Pirandello (Firenze, 2011), per la regia di Arturo Cirillo. Ha tradotto e curato la drammaturgia del testo Giobbe, o la tortura dagli amici di Fabrice Hadjadi (Marietti 2011), messo in scena con la regia di Andrea Maria Carabelli (Rimini, 2011). Sempre nel 2011 ha scritto i prologhi e curato la drammaturgia del Woyzeck di Georg Büchner, a cura di Federico Tiezzi (Firenze, febbraio 2013), all'interno dell'esperienza del «Teatro Laboratorio della Toscana». Nel dicembre 2012 viene messo in scena il suo dramma in versi La grande passeggiata (Bari, Teatro Royal), per la regia di Federico Tiezzi e l'interpretazione, fra gli altri, di Sandro Lombardi. Attualmente svolge attività di ricerca presso la cattedra di Letteratura italiana moderna e contemporanea dell'Università degli Studi di Bari «Aldo Moro».

Le nostre domande e riflessioni con i due autori.

Qual è la necessità di confrontarsi con un testo del genere?

SANTERAMO: All'origine c’è la proposta di Gabriele Russo di partecipare al progetto del Globe realizzato con il Napoli Teatro Festival.
Mi ha proposto di lavorare su “Tito”, che avevo letto quando ero ragazzo e ho riscoperto qualche anno fa. L'esigenza nasce dal tentativo di trovare un approccio personale per ri-raccontare quella storia. Come avevo fatto in “Pre-Amleto”, ho cercato presuntuosamente di capire quale fosse la relazione tra quel testo e il pubblico di oggi disponibile a vedere una tale messinscena. C’è una frase di Eduardo De Filippo che mi perseguita: provare a mettere in scena personaggi nei quali gli spettatori possano riconoscersi. Il tentativo è di raccontare in scena qualcosa che tocchi lo spettatore di oggi, la necessità è di capire come quella violenza raccontata da Shakespeare abbia a che fare con la rappresentazione della violenza propagata dai media alla quale oggi siamo tutti sottoposti. Mi sembrava un tema da cui imparare qualcosa.

SINISI: Lo spettacolo nasce da un’idea generale di un progetto di Gabriele Russo sulla riscrittura di sei testi shakespeariani per il Festival di Napoli. Io e il regista Andrea De Rosa avevamo il desiderio di lavorare più attorno ad un tema che su un’opera. Ci siamo interrogati su cosa ci interessasse parlare e, studiando il repertorio shakespeariano, quasi immediatamente la scelta è caduta su “Giulio Cesare”. Date anche certe sintonie contemporanee, volevamo concentrarci sulla piramide del potere e sul rapporto tra l’individuo del popolo e il potere in tutte le sue declinazioni e nelle sue diverse articolazioni: il potere istituzionale ma anche potere performativo della massa.

Abbiamo notato un taglio politico dal forte impegno civile.

SANTERAMO: È connaturato all'azione teatrale, è lì e dipende dalla consapevolezza. La scena dello stupro, della violenza esibita, accadeva già in Shakespeare ma io preferisco che gli spettatori reagiscano con le rispettive sensibilità. Per alcuni poteva essere evitata ma io penso che non si debba tradire il centro dell'opera, ovvero la volontà di raccontare quella violenza truce, e anche la mia idea della messinscena della violenza alla quale oggi siamo abituati ascoltando telegiornali che ormai sembrano lasciarci indifferenti. Il teatro deve avere l’occasione, con i giusti strumenti e possibilità, di far vedere le cose che accadono in questo mondo. Pensate all'effetto delle notizie sull'immigrazione: sembra una realtà che non esiste, che non ci riguarda più. Il teatro ha il potere di rimettere fisicamente al centro davanti allo spettatore questi temi: te li faccio vedere affinché possa rendertene conto.

SINISI: Impegno civile nella misura in cui lo fa il teatro. Il teatro ha sempre una connotazione estetica e filosofica molto forte. Abbiamo cercato di fare politica in un certo senso facendo teatro. Non so se i risultati siano buoni ma il tentativo era quello, cioè di fare una performance e non di dare dei messaggi o fare delle omelie. 

È senza dubbio una performance che richiede un grande lavoro di organizzazione della scrittura. Come avete lavorato sul testo? Quali sono state le difficoltà?

SANTERAMO: Da questo punto di vista l'intuizione del Globe è stata quella di lasciarci liberi di andare per la nostra strada. Io e Fabrizio Sinisi abbiamo trovato un filo conduttore tra i due testi ma non a livello aprioristico. La direzione del Globe ci ha lasciato totale libertà di interpretazione.

SINISI: Tutto quello che dico è sempre nato in rapporto con Andrea De Rosa. L’ipotesi di partenza è stata quella di lavorare su “Giulio Cesare” con Giulio Cesare già morto. L’idea era che ci fosse il tiranno come corpo dello Stato che viene seppellito continuamente e quindi organizzare tutto il testo a partire da una morte, da uno Stato morto che deve trovare una nuova forma. Ogni forma politica ha dei momenti di azzeramento che costringono lo Stato a reinventarsi. Anche nella storia italiana è successo (dopo la guerra o Tangentopoli).
Ci sono dei momenti in cui lo Stato va ripensato e abbiamo provato a usare il corpo di Cesare come inizio di questo ripensamento. C’è stato quindi un taglio dei primi due atti, quelli in cui Cesare è vivo. Poi ho cominciato a lavorare su tutto quello che viene dopo. Sicuramente la difficoltà più grande riguarda la quantità enorme di personaggi: una delle caratteristiche della tragedia di Shakespeare è la presenza di una massa che si muove. Non potendo avere una folla, ho dovuto trasformare tre di questi personaggi in altrettante voci. Tre tipi di approcci al potere, di protesta, di ribellione: quella di Bruto, cioè del figlio contro il padre; quella di Cassio, l’ideologo; e quella di Casca, l’uomo qualunque.

Santeramo, la costante entrata-uscita dal personaggio è una scelta testuale o di regia?

SANTERAMO: Testuale, condivisa con Gabriele sin dalla fase di scrittura affinché gli attori avessero coscienza del mettere in scena la tragedia. Tito dice: so come andrà a finire ma sono costretto a farlo. Abbiamo potenziato questo aspetto già presente nel testo aggiungendo un passaggio riferito alla consapevolezza della rappresentazione che nel testo non c'era. 

Sinisi, questo espediente di modalità di performance, la scelta di un attore che gira tra il pubblico, suona un po’ come scommessa. Non pensi che possa distogliere l’attenzione dello spettatore?

SINISI: Sicuramente è un rischio. Parlo anche a nome di De Rosa. È un tipo di testo in cui quello che succede a livello di trama è molto, molto poco, non c’è una trama particolarmente articolata. C’è quindi una necessità pratica di avere espedienti di tipo teatrale per evitare di annoiare lo spettatore. Quindi sia la scelta della drammaturgia sonora che è molto forte, molto spinta, sia i cambi continui. Anche Antonio che va tra la platea ha lo scopo primario di creare uno stato di irrequietezza permanente. Come se non dovesse mai sapere quello che sta per succedere. Forse è un errore vedere in maniera troppo distinta la parola e l’azione che sono due cose complementari, la parola va sempre inserita in una struttura che deve essere giustificata ma senza un’azione che la sorregga, la parola diventa retorica.

Tito e Giulio Cesare sono due personaggi controversi con molte cose in comune ma anche contrasti. Oggi se fossero due personaggi, se ce ne sono, quali sarebbero?

SANTERAMO: Mentre Tito rinuncia al potere, in Italia, invece, abbiamo personaggi che ripetono “io non mollo”. Una barzelletta, ma è come se sia diventata un principio di coerenza. Da questo punto di vista sembra difficile trovare in Italia uno come Tito. Secondo me prendersi, ad un certo punto, uno spazio per pensare alla propria personale felicità farebbe bene a tutti. Oggi avremmo bisogno di un Tito, capace di pensare alla propria felicità per farne discendere una collettiva, senza imposizioni. Viviamo in un mondo in cui imporre se stessi sembra una cifra indispensabile.

SINISI: Non mi viene in mente qualcuno del panorama pubblico che abbia desiderio di scomparire come Tito, che stia in primo piano controvoglia. Nel caso di Giulio Cesare parliamo di un tiranno: ora, non dico che certi personaggi politici della nostra epoca siano a tutti gli effetti dei tiranni. Ci sono figure molto autoritarie ed inquietanti non solo nel panorama italiano (pensiamo a Trump). Soffiano dei venti di autoritarismo. C’è un atteggiamento storico che sembra preparare la strada alla possibilità che i tiranni emergano. Giulio Cesare è sicuramente l’aspirante tiranno di oggi, quello che ancora non c’è, ma potrebbe arrivare presto. Credo ci sia realmente questo pericolo.

12/05/2019 Francesco Caselli, Lorenzo Ciofani, Federica Cucci, Valeria De Bacco, SIlvia Piccoli, Noemi Riccitelli

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