Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Intervista a Maurizio Baglini: musica, speranze e un piano per ripartire

La pandemia è stata fortemente caratterizzata dalla musica. Nonostante le distanze, ci ha fatti sentire uniti. Esiste, però, anche un altro aspetto, un’altra faccia della medaglia: il paese sta ripartendo, ma quando riprenderà il settore culturale? Tra quanto tempo un artista potrà di nuovo tornare sul palco a suonare? Ne abbiamo parlato con Maurizio Baglini, pianista di fama internazionale, curatore artistico del teatro Verdi di Pordenone, nonché direttore dell’Amiata Piano Festival. Tra la voglia di tornare ad abbracciare il suo pubblico e tante perplessità sul presente, ci svela quanto è complesso interfacciarsi, ad oggi, con una crisi del genere. Ci racconta quante persone sono coinvolte e quanto sia importante trovare una via alternativa per non arrivare al collasso, prendendo in considerazione anche il concerto senza pubblico in sala.

D: Qual è stata la prima reazione all’emergenza covid-19, sia dal punto di vista del musicista, che del consulente artistico?

R: Dall’8 marzo in poi, ho seguito alla lettera le direttive e sono stato molto attento. L’emergenza l’ho vissuta con un totale isolamento. Ho iniziato a capire cosa si potesse fare da casa. Nel corso di questi due mesi c’è stata un’evoluzione: nei primissimi giorni pensavamo addirittura agli spettacoli e all’agenda di aprile. Pian piano, però, si è iniziato a capire che c’era un’evidente gravità. E’ inutile dirlo che come artista sto perdendo decine di concerti, non sono l’unico; come organizzatore sto cercando di valutare tutte le ipotesi percorribili.

D: Quali conseguenze e quali incertezze sta avendo la pandemia sul suo lavoro?

R: Sono direttore dell’Amiata Piano Festival e consulente artistico del teatro Verdi di Pordenone. La prima è una manifestazione basata sul turismo internazionale, quindi sono tante le questioni da risolvere. Si possono ipotizzare soluzioni all’aperto, ad esempio, con l’estate che si avvicina. Al festival abbiamo un bellissimo auditorium, ma non abbiamo un servizio tecnico fisso, solo stagionale. Il teatro di Pordenone, invece, ha una serie di maestranze alla quali mi ostino a voler dare degli aiuti, perché non si può lasciare senza lavoro un intero comparto. Il problema per quanto riguarda la musica non è solo relativo all’artista, ma ci sono tecnici, elettricisti, sarte, maschere e tutta una filiera che sta sparendo.

D: Cosa c’è di sbagliato nel piano di riapertura del settore culturale?

R: Se si resta ancorati alla concezioni che concerto o musica dal vivo equivalgano ad assembramenti, non se ne uscirà. Questo è il tabù da sfatare. Al momento bisogna far capire che il concerto si può fare anche senza pubblico, proprio per non far morire il comparto culturale. L’assenza di pubblico è un’ipotesi concreta, per spendere correttamente i pochi soldi a disposizione. Io sarei contento se qualcuno del settore ripartisse. Deve essere chiaro che la cultura esiste: tanta gente, che anche prima del covid-19 faceva la fame, adesso è quasi al collasso. In Francia sono già scoppiate delle proteste.

D: Secondo lei, quale potrebbe essere la soluzione ideale per ripristinare la musica dal vivo in questo momento?

R: Se parlo di diffusione, mi riferisco anche alla filodiffusione: a Pordenone abbiamo anche ipotizzato di mettere gli altoparlanti per la città. Andrebbe bene qualsiasi cosa in questo momento. Basterebbe sbloccare una macchina ormai ferma. La soluzione ideale ora non c’è, quindi bisogna procedere sperimentando. Il problema dello streaming è che la gente, in qualche modo, subisce ciò che il motore di ricerca propone. Vale per i social, per YouTube e per tutto ciò che è il web in generale. Al teatro Verdi, ad esempio, abbiamo quasi 900 posti disponibili: con le varie restrizioni e le misure di distanziamento sociale ci sarebbero meno di 200 spettatori. Mi metterei a disposizione e farei anche cinque repliche al giorno.

D: Quali rischi ci possono essere nell’utilizzare altre forme di diffusione?

R: La qualità del suono non sarà la stessa, pur utilizzando le migliori attrezzature possibili; però c’è un’urgenza di altro tipo: la musica dal vivo, al momento, verrà ripristinata in fase 4. Questo non si sapeva con certezza fino a pochi giorni fa. Se non si mette insieme il comparto turistico con quello dello spettacolo ci sarà un danno irreparabile. Se potranno riaprire le spiagge con accesso contingentato, non si capisce perché non si potrà fare un concerto.

D: Sul suo calendario gli eventi dal 23 maggio in poi sembrerebbero confermati: cosa ne pensa?

R: E’ vero, ma si va avanti giorno per giorno. Adesso attendiamo una nuova direttiva: bisognerà che tra il 4 e il 18 maggio ci dicano cosa dovrà succedere. Tutto questo nella speranza che non risalgano i contagi e che la curva continui a scendere, perché se l’inizio della fase due verrà gestito male, si ritornerà ad avere un rialzo di positivi. A quel punto non se ne uscirebbe più.

D: Rispetto a prima, la musica è più o meno presente nella sua vita? Cosa sogna per il suo futuro?

R: Alla fine è più presente, però è molto dispersivo il lavoro. Studio tante cose diverse, perché non so, poi, quali mi serviranno. Dato che non c’è alcuna certezza, do priorità a ciò che mi piace, alla passione musicale, più che al lavoro vero e proprio. Come organizzatore sogno di poter riproporre, diluito nel tempo, tutto ciò che è saltato. Allo stesso modo, da artista, sogno di recuperare tutte le date perse, perché significherebbe che la situazione si è ripristinata.

Micaela Aouizerate  5/05/2020 

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

Digital COM