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Il teatro umano delle Ariette: intervista a Paola Berselli e Stefano Pasquini

Abitano al 2781 di via Rio Marzatore, località Castello di Serravalle, comune di Valsamoggia, provincia di Bologna, Italia, il podere che la mappe catastali chiamano "Le Ariette”. Paola Berselli e Stefano Pasquini sono arrivati a Le Ariette nel 1989, quando stava per crollare il muro di Berlino e da quel momento non sono più andati via, lì c’è la loro casa, la forza di un amore che ha radici solide. Lì c’è il loro teatro, l’idea di un rito collettivo e di un incontro di esperienze ogni volta diverse. Dopo 25 anni hanno sentito il bisogno di raccontare la loro storia, esprimendola attraverso la ritualità del teatro. Li abbiamo incontrati in occasione dello spettacolo “Sul tetto del mondo”.
Il vostro teatro appare come una rappresentazione di delicata profondità. Ma cos’è esattamente il teatro per voi? Come lo concepite, come lo vivete?ariette1
“S: Per noi il teatro è un rito, nel senso che non lo intendiamo come un oggetto da consumare, un prodotto, ma è qualcosa che appartiene a una comunità, che è di tutti. Qualcosa di cui una comunità ha, teoricamente, bisogno per riflettere su se stessa e dove ci sono figure differenti. La cosa è di tutti, è fatta insieme, qualcuno è attore, qualcuno è spettatore, qualcuno ha immaginato, qualcuno ha costruito però è questa la cosa fondamentale. È una cosa che si prepara, si immagina, si modifica, si trasforma, ma soprattutto avviene in un tempo. Il teatro per noi si compie ogni volta nel momento in cui il rito si svolge e c’è l’incontro degli spettatori e degli attori. Nella nostra vita naturalmente è anche una pratica che va al di là di quel momento: perché lo prepari, lo immagini, lo promuovi, perché noi non siamo soltanto creatori e realizzatori di teatro, ma ci trasformiamo in organizzatori, immaginiamo delle cose, incontriamo altri artisti”.

Come nasce la vostra idea di teatro da mangiare? E com’è la vostra vita attorno al tavolo?
“P: Devo fare una precisazione, anche un po’ scherzosa. “Teatro da mangiare?” è il titolo di un nostro spettacolo e non è un genere che noi pratichiamo e non tutti i nostri spettacoli sono attorno a un tavolo. Lo dico sempre, scherzando, perché noi siamo diventati così conosciuti per questo discorso del cibo e del tavolo che non è una modalità continua. Sono altre secondo me le linee fondanti, compresa quella del cibo, ma non è l’unica.

S: “Teatro da mangiare?” nasce inseguendo il nostro desiderio e la nostra ricerca verso un teatro che avesse una forma di rito condiviso. A un certo punto, anche un po’ per caso, abbiamo scoperto il terreno dell’autobiografia. Ci siamo accorti che più andavamo in profondità, più riuscivamo a raccontare qualcosa di molto personale e più lo spettatore diventava ariette2attivo. Quindi ci siamo messi a lavorare sull’autobiografia cercando di costruire un racconto della nostra esperienza di vita, anche questa nuova esperienza di vita nella campagna. E per una serie di circostanze, abbiamo ricevuto la proposta di andare a Volterra a raccontare questa singolare esperienza e l’abbiamo fatto intorno a un tavolo e facendo da mangiare. In quegli anni di silenzio teatrale una parte importante della nostra vita era produrre materie prime e trasformarle in cibo. Per raccontare veramente e organicamente la nostra vita e per condividere la nostra autobiografia, il sistema migliore era che tutto quello che poteva essere materia fosse materia. Quindi, invece che trovarsi su un palcoscenico, ci siamo convinti che potevamo parlare d’altro e accogliere gli spettatori intorno a questo tavolo, dove il racconto era silenzioso, vero e portava con sé tutta una serie di odori, colori, gesti, suoni e stimoli sensoriali che altrimenti non avremmo avuto.
Personalmente, da bambino ho passato l’infanzia in cucina con mia nonna e quel posto mi è sembrato un luogo molto magico. Il teatro che ho frequentato da bimbo era la cucina e anche la messa, dove c’era della gente che raccontava delle storie, faceva dei gesti. Credo che l’origine del teatro da mangiare sia quella lì”.

Nei vostri spettacoli è sempre presente la dimensione del passato. Che valore hanno per voi, sia nella vita, sia nell’ideazione di un’opera teatrale i ricordi?
“S: C’era un grande maestro, Leo de Berardinis, che aveva chiamato il suo teatro “Spazio della memoria”. Secondo me c’è una confusione, oggi, nel termine “passato” e nell’uso del termine “ricordi”, perché sono sempre legati a un elemento di nostalgia. Io credo moltissimo che il teatro sia, come diceva Leo, lo spazio della memoria. Di che cosa? Dell’esperienza. Cioè di quell’esperienza sensoriale che poi cerchi di condividere o di raccontare. Per questo anche il nostro teatro puoi definirlo autobiografico o anche teatro dell’esperienza. Perché quello che noi portiamo nella dimensione rituale è qualcosa di cui abbiamo avuto, e continuiamo magari ad avere esperienza. Il nostro presente è costituito di memoria che continua a crescere nella trasmissione delle esperienze e nelle nuove esperienze che ancora facciamo. Il teatro è quel luogo dove il presente dialoga con la sua memoria. È un atto al presente che avviene, un momento di vita che è irripetibile, e durante quell’atto c’è un dialogo fra questo presente e la memoria che lo costituisce, quello che siamo.

P: Nel teatro e nella vita in generale ci siamo forse troppo abituati a pensare che esista una sola realtà e invece ne esistono tante e il teatro di oggi ne vede poche, troppo poche. Quello che noi a volte raccontiamo è la nostra vita e spesso il ariette5teatro porta questi termini: la nostalgia, il mondo. Il teatro vede solo i mondi che vuole vedere. Vede troppo i mondi accademici, a mio parere, vede dei mondi che sono una piccola fetta del mondo e non si apre a vedere anche l’altra parte. È una realtà fatta di tanti altri elementi, come quelli naturali.
Trovo che un grande limite del nostro teatro sia quello di raccontare sempre troppe storie di eroi e di eroine, che sono bellissime in alcuni casi, ma, a volte, di sapere vedere poco che ci sono anche tante altre esperienze di vita e artistiche che vanno, secondo me, viste e valutate maggiormente. Non parlo solo della nostra, di cui sono molto contenta, però noto che in generale questi elementi veri, a volte laterali, sono meno considerati proprio perché fanno parte di una vita intera. Quella vita che spesso i nostri spettatori, che ci amano, ci invidiano. Forse perché tutti abbiamo l’inconscio desiderio di sperimentare nella vita. Tutti abbiamo una piccola utopia, che nemmeno noi realizziamo, però il teatro ci dà questa opportunità di condividerla. Il nostro pubblico, un po’ la insegue come se la nostra utopia fosse un po’ anche la sua. Come un filo che negli anni si alimenta. È un filo artistico, di vita, di emozioni, di storie che avanzano nelle vite. Come un piccolo popolo che avanza insieme. Questo è un po’ quello che il teatro potrebbe fare, creare dei popoli che si seguono e si muovono insieme”.

Voi siete andati via dalla città e vivete ora in mezzo alla quiete e al silenzio della natura, con i suoi suoni e rumori. Qual è il vostro rapporto con la terra sia come materialità sia come incontro di suoni, voci?
“S: Fa parte della nostra quotidianità. Abbiamo con la terra, con quel luogo in particolare, un rapporto simile a tutti i rapporti quotidiani, quella cosa quotidiana che fai, quell’aria che respiri.

P: La natura è molto complicata. Per me è una vita molto dura. Io ci sto molto volentieri, ma perché non potrei più fare diversamente. Non viviamo in uno di quei posti meravigliosi che si vedono sulle riviste, praticando e gestendo questo luogo che ci è entrato nel cuore, Le Ariette. Noi non potremmo più farne a meno perché è diventato un modo di percorrere questa vita che ho scelto di fare. Ci sono tanti momenti in cui mi pesa perché è faticoso, perché non posso più abbandonare quel luogo dal punto di vista della cura che gli devo e nello stesso tempo gli anni passano e mi rendo conto che è sempre più difficile perché è un lavoro continuo che non è pacifico. È tutto molto dialettico, controverso, ma non nel senso che si pone come scelta che oramai è fatta, ma si pone nella quotidianità. Questo posto oramai è il mio posto.

S: Devo dire che questa è stata una scoperta, almeno per me, ma anche per Paola credo: prima di tutto ognuno ha la propria strada e nel mondo non c’è un posto migliore per tutti. Ognuno ha il proprio posto. La cosa che ho scoperto è che non sono le cose e i luoghi che appartengono a noi, ma che siamo noi che apparteniamo alle cose e ai luoghi. Quello che dice Paola, di non poter far a meno di quel luogo, è vero. A un certo punto senti di essere una particella di quel luogo, che non sei il padrone di quel luogo, ne fai parte e hai un ruolo di essere umano che è quello di prenderti cura del luogo. Ti svegli al mattino e non decidi cosa fare. Questa forma di libertà è allo stesso tempo una forma di schiavitù, dove non è la tua volontà a decidere, ma sei tu che fai parte di questo volere. Questo è quello che cerchiamo anche nel rito teatrale che facciamo tutti insieme.

ariette3Quello che stiamo dicendo ci fa pensare un po’ al “sentirsi a casa” che ognuno prova nel luogo dove si sente di appartenere. Quando “cambiate” casa e portate i vostri spettacoli altrove, qual è il rapporto con gli spazi scenici che ogni volta immagino scegliate? In questo caso ad esempio con il Teatro India.
“S: Quando abbiamo ricominciato a fare teatro in campagna, lo abbiamo fatto a casa nostra in forme molto intime. Abbiamo avuto coscienza che stavamo immaginando un nuovo teatro, eliminando questa distinzione tra palcoscenico e platea in uno spazio scenico dentro il quale entravano anche gli spettatori. Un teatro che fosse uno spazio accogliente per tutti i partecipanti al rito.
Vent’anni fa, nello spettacolo “Il dolore”, un testo di Marguerite Duras, stavamo lavorando attorno al tema della resistenza e delle deportazioni. In questo libro l’autrice scrive: “non mi ricordavo di averlo scritto, l’ho trovato in un quaderno nella mia casa di campagna. Sì l’ho scritta io, ma non mi ricordo. È una cosa di fronte alla quale non ho fatto nessuna correzione ed è una cosa di fronte alla quale mi vergogno della letteratura”. Questa è la quinta essenza dell’autobiografia.
Abbiamo fatto un lavoro su questo testo a casa nostra, in sala da pranzo. Quando si apriva la porta lo spettatore era molto vicino a Paola. Allo stesso modo, anche al Teatro India, immaginiamo che gli spettatori siano in un ambiente diverso: seduti intorno al tavolo (“Teatro da mangiare?”), messi su due lati (“Teatro naturale?”), oppure dentro una roulotte (“Dopo Pasolini”). Quindi nel nostro pensiero il teatro non significa occuparsi solo di una drammaturgia o di una parte riguardante il lavoro degli attori.

P: Spesso i nostri spettacoli li facciamo sul palco, soprattutto all’estero dove i teatri sono più grandi. In Italia meno, perchéé la struttura del teatro all’italiana non lo consente.
Però in casi come quello dell’India, dove puoi fare di tutto e hai anche la possibilità di reinventare cose, è molto più stimolante e facile lavorare. Rimanendo poi molti giorni in un teatro, alla fine è come se entrassimo nella vita di quei luoghi. Quando vai via da un teatro hai lasciato un segno anche di vita. Poi c’è il tuo lavoro che ovviamente ognuno considera valido, però hai portato anche qualcosa, hai riempito i luoghi anche di qualcos’altro. Il teatro è fatto anche di questo, del valore del lavoro di tutti. Questo non toglie ovviamente valore all’evento, allo spettacolo, all’opera, però c’è qualcosa che travalica, che va oltre, nel rapporto non solo con lo spettatore ma con tutto quello che il teatro è.
Spesso si crea qualcosa, ma poi questa cambia sempre, in qualunque luogo vai, in base alle persone e alle realtà che incontri. Solo un teatro immobile non lo riconosce. E un teatro immobile è un teatro finito, cioè che non esiste”.

Il vostro teatro va ben al di là dell’impegno sociale, umano. Il vostro è un teatro che attraverso la parola crea ponti, canali di apertura con il reale. Secondo voi quanto è importante e cosa significa oggi abbattere i muri, le difese (reali e interiori) ariette4che l’uomo pone tra sé e il mondo?
“S: È molto importante non costruire i muri, quelli che non ci sono non servono. Se abbiamo dei muri dentro di noi o attorno, possiamo studiarli, possiamo vedere se sono portanti, oppure se non servono a niente. La nostra pratica “artigianale”, questo non ritenersi né casta né categoria, ci permette di incontrare dal direttore del teatro alla donna delle pulizie, abbattendo quindi i muri. Costruire uno spazio scenico e farlo diventare pubblico, come se fosse casa tua, significa aprirlo alle persone, vuol dire accoglierle. Il nostro è un teatro senza quarta parete. Quando andiamo a lavorare all’estero, per la natura stessa dei nostri spettacoli noi non possiamo usare i sottotitoli, quindi usiamo altre lingue (italiano, spagnolo, francese). Questo è un altro muro che si abbatte, andando incontro all’altro: elemento fondamentale dell’aspetto rituale. Stare tutti insieme, anche se con ruoli differenti, pone le condizioni per poter comunicare. Solo ascoltando possiamo vivere gli altri e le loro esperienze. In realtà i muri hanno anche un valore protettivo, come le case, ma bisogna sempre riflettere sulla valenza di tali protezioni, se servono a isolarci o a difenderci e di questi tempi politici i muri sono una chiara rappresentazione di come la paura possa distruggerci”.

Il vostro lavoro è una dichiarazione d’amore per ciò che è vita, teatro, cibo, memorie, persone. Quale esigenza conoscitiva vi ha spinti a scrivere e mettere in scena “Sul tetto del mondo”?
“S: Il discorso del tempo ci ha spinti a scrivere “Sul tetto del mondo”. Quando siamo andati alle Ariette è come se fosse cominciata una seconda vita, come se fossi rinato.

P: C’è stata una casualità: i nostri 25 anni di matrimonio. Ci siamo sposati nel 1989 quando dovevamo andare alle Ariette. Dopo tanti anni arriva il pretesto per iniziare a riflettere sul tempo passato, sulla fragilità che è una grande fonte di conoscenza e creazione. Più mi sento fragile, più sono in difficoltà, più la mia spinta creativa emerge. Ciononostante la vita quotidiana non è semplice, anzi. Viviamo in un’eterna necessità di coscienza noi artisti e per ogni cosa ci domandiamo il perché, analizzando ogni piccolo particolare. Purtroppo a un certo punto, nella vita, si inizia a perdere le persone e allora con il passare del tempo si arriva poi ad una condizione di leggerezza, che ti porta a perderti negli altri, nel mondo naturale che ti circonda. Anche il teatro ha significato una ricerca di qualcuno, degli amici, dei compagni. Il teatro è cercare un mondo che ti vuole bene. Alla fine il teatro è come trovare un popolo. È un percorso meraviglioso, perché prevede uno scambio emotivo ad altissimo livello. Per esempio quando fai anche la cosa più semplice del mondo per qualcuno speri solo che gli piaccia, che gli faccia piacere. Aprirsi agli altri potrebbe essere una grande forma di risoluzione di tante difficoltà, come pure comprendere che bisogna essere felici delle piccole cose. Il nostro lavoro è quindi una ricerca sul tempo, sulla fragilità, ma anche sulla leggerezza, perché poi, alla fine, gli spaventapasseri sono leggeri”.

ariette6Voi siete i fautori di un nuovo modo di pensare la performance teatrale, che va oltre i limiti del concetto stesso di teatro. Create delle realtà immersive, nelle quali portate dentro anche gli spettatori. Qual è per voi il senso di questo rito collettivo?
“S: La relazione con lo spettatore è come la fine di “Miseria e Nobiltà” di Eduardo Scarpetta, che conclude così: “torno nella miseria, però non mi lamento, mi basta sapere che il pubblico è contento”. Quando senti che delle anime, dei corpi si sono toccati, hanno vibrato assieme, avviene una catarsi, una purificazione, che ti fa ricominciare ancora, come quando ci si lava. Ci dà una possibilità di andare avanti senza accumulare le fatiche e le pene. Tutto è dato dall’incontro collettivo che è il teatro. La relazione con lo spettatore è così. Poi come nella vita a volte capita una giornata storta e per qualche motivo non senti la vibrazione degli atomi in comune, l’empatia”.

Nella vostra “vita teatrale” ogni nuova esperienza si aggiunge a quella precedente con grande naturalezza. Avete nuove idee per il futuro?
“S: “Sul tetto del mondo” è uno spettacolo costruito con il pubblico, nato come una forma di festa teatrale che piano piano ha preso la forma di spettacolo in cui accogliere anche gli altri. Dopo questa riflessione su noi stessi e sulla nostra fragilità, che è anche l’essenza di cui siamo fatti, abbiamo intrapreso un percorso che ha avuto un primo studio e che poi quest’estate porteremo in giro e che si intitola “Tutto quello che so del grano”. Il grano è un simbolo dell’agricoltura e quest’ultima è il fondamento della civiltà occidentale, almeno finora, da quando l’uomo ha cominciato a vivere, prima di costruire i muri. Nella nostra vita, almeno nella nostra generazione, il grano ha avuto e ha ancora un’eco molto presente. Forse oggi, seppure continuiamo a nutrirci più o meno di quelle cose, esse cominciano a suonare come qualcosa di sconosciuto. Quindi abbiamo sentito il bisogno di confrontarci con la nostra cultura e di condividere questo confronto. Io ho provato a guardarmi allo specchio, a connettermi con questo periodo, con questa società che molto spesso, come nel caso dell’accoglienza e dell’ospitalità, sembra aver dimenticato le radici dei suoi gesti. Perché dovremmo essere ospitali? Ci ricordiamo che l’ospitalità è una cosa sacra? Ci ricordiamo a cosa era legata questa sacralità?

P: Uno spettacolo su tutto ciò che so di me. Il grano lo mangiamo, lo coltiviamo, è una metafora di una vita intera. Oggi se dici “grano”, tutto ciò che rimane è sempre qualcosa di evocativo. Nello stesso tempo non so nemmeno più come è fatto. Questa cosa deve farci riflettere. Al di là del grano abbiamo dimenticato tante altre cose sulle nostre vite. Questo spettacolo parte da noi, un momento di riflessione sul nostro percorso, sulla nostra coppia, sulla nostra relazione. C’è la focaccia al centro del lavoro, le lettere che Stefano mi scrive e io che conduco questo percorso sulla memoria fino a una sorta di confessione.

S: E’ un lavoro che ci sta appassionando molto, di cui siamo contenti. Stiamo sperimentando due forme: la forma spettacolo, dove raccogliamo gli spettatori intorno a noi e una che potremmo chiamare “evento laboratorio” o “evento teatrale collettivo”, in cui si uniscono questi temi, stimoli diversi a seconda delle persone che incontriamo. Quindi lo spettatore interagisce appieno con lo spettacolo, con noi. Lo faremo a Volterra, a Milano, durante i Festival.

P: A Bologna lo abbiamo fatto in una residenza per tre settimane. È stato molto bello, perché non è una forma che pone basi, ma che vive in quel momento di contatto e di relazioni”.

Serena Antinucci, Gertrude Cestiè, Teatro India, Roma 27/05/2016

Per approfondimenti sugli spettacoli "Sul tetto del mondo" - http://www.recensito.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=14986:due-spaventapasseri-innamorati-sul-tetto-del-mondo&Itemid=121

e "Dopo Pasolini" - http://www.recensito.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=14987:dopo-pasolini-al-teatro-india-amare-mangiare-riflettere-col-teatro-delle-ariette&Itemid=121 

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