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Il mito, la realtà, la poesia. Un'intervista a Donatella Alamprese, protagonista di “Ecuentro: la notte che Borges incontrò Gardel”

La cantante Donatella Alamprese torna con la sua voce a parlare di tango. Insieme a Marco Giacomini (alla chitarra) e all'attore Rosario Campisi ha portato in scena, sul palcoscenico del Teatro del Cestello di Firenze, un nuovo spettacolo dal titolo “Ecuentro: la notte che Borges incontrò Gardel”. In questa nuova rappresentazione vanno a intrecciarsi tante narrazioni, non solo quella di un grande poeta e di un maestro che annunciò l'inizio di una “nuova era” del genere argentino, ma anche di tutti coloro che furono “contaminati” da un fare completamente nuovo rispetto al passato. La Alamprese ha portato in scena il racconto di una notte, quella in cui Jorge Luis Borges e Carlos Gardel si sarebbero, casualmente, incontrati in una pulperia. Abbiamo voluto addentrarci dentro una storia fatta di tante storie, capire chi erano e perché, ancora oggi, sia importante non far svanire la memoria di questi due personaggi. Dalle parole della cantante si evince che lo spettacolo non è solo un banale “rendere omaggio a”, quanto un'autentica testimonianza, un “atto di fede” alla musica e a chi l'ha resa grande.alamprese3

“Ecuentro: la notte che Borges incontrò Gardel”: raccontaci di cosa si tratta.
“Ho preso spunto da un’intervista inedita rilasciata da Borges in cui lo scrittore parla, a molti anni di distanza, del suo unico incontro con il musicista Gardel. Si sarebbero incontrati in una “pulperia” a Tacuarembò. Gardel era lì, che accordava la sua chitarra. Uso il condizionale perché non è mai stato chiaro se questo racconto fosse davvero il frutto di un ricordo del poeta argentino o se rientri nei grandi “giochi di finzione” di cui lui è stato grande maestro per tutta la vita. Ciò che conta, al di là di ogni vera o solo presunta realtà, è ciò li unisce: ovvero la passione per il tango, sebbene le due posizioni verso il genere musicale fossero molto diverse. Gardel è stato il creatore del tango cancìon, Borges invece non amava la “lacrima in gola”, preferiva qualcosa di più “pungente” e spavaldo, affilato come la punta del coltello. Questo nuovo spettacolo è stato ancora una volta un viaggio suggestivo per ripercorrere il languore di un genere che è maturato e si è trasformato senza rimanere ancorato a quel solo senso di “orgiastica diavoleria” delle origini. Ad accompagnarmi in questo “racconto in musica” la chitarra di Marco Giacomini e la voce dell’attore Rosario Campisi”.

Che cosa significa oggi, per te, la rievocazione di due personaggi che hanno fatto la storia del tango? E che tipo di responsabilità senti nei loro confronti?
“Significa prima di tutto ripercorrere un periodo di storia argentina. Ma non è solo questo. È anche un rendere omaggio alla grandezza di un poeta che era riuscito a vedere oltre la superficie della realtà che qui in Europa non è mai stato considerato a dovere. Il mio è un modesto contributo per ricordarli entrambi, per ricordare la passione per quel tango che che li univa. Non bisogna poi dimenticarsi che sono da poco trascorsi ottant'anni dalla scomparsa di Carlos e trenta da quella di Jorge. Lo spettacolo tenta di mettere insieme tutti questi aspetti e quanto è nato e gravitato intorno al “mito” di loro due, da Eladia Blazquez che musicò una milonga di Borges, fino a Piazzolla e alamprese2Gustavino. Il contrasto con il tango cancion di Gardel sarà sottolineato anche dalla partecipazione di una coppia di ballerini, in modo da avere completamente l'idea del sentimento e della sensualità che passano attraverso il genere”.

Che differenze esistono tra la Bueonos Aires mitologica di Borges e il tango più cosmopolita di Gardel?
“Al centro degli scritti di Borges, una Buenos Aires di fine Ottocento, inizi Novecento, filtrata attraverso la memoria di un fanciullo e le narrazioni scritte e orali; in questo contesto si svolge l'epos i cui protagonisti sono i gauchos, trasferitisi dalle pampas nella metropoli in fieri, uomini di sangue caldo, ribelli all'omologazione nel proletariato e sottoproletariato cittadino. Uomini il cui ricordo svaniva ben presto, dopo un duello finito male all'angolo di una strada. Di loro non rimaneva che un nome, come quel Jacinto Chiclana che Borges ricorda in una sua celebre Milonga. In Borges il tango ha valore mitologico, è un momento visionario e fantastico. Ben diversa la città di Gardel, “moderna” e cosmopolita, ma, soprattutto, reale. Carlitos è cresciuto veramente nei bassifondi della metropoli, ha fatto parte delle bande giovanili, si è perfino beccato un proiettile vagante durante una rissa. La musica è stata il suo riscatto sociale, il Tango la sua via per la celebrità”.

Nella famosa intervista rilasciata da Borges, si parla di Gardel in maniera “inconsueta”. Con Lui si è passati da “parole insanguinate” a veri e propri poemi da portare in scena con una certa drammaticità. Quanto ha influenzato i cantori a venire, e quindi anche te, questo approccio al tango?
“Le zone di confine sono quelle zone d’ombra che ci permettono di comunicare il sentire profondo: mi riferisco alla capacità di esprimere l’inesprimibile, una sorta di autoanalisi dei sentimenti indotta dall’emozione. Tutti abbiamo imitato Gardel perché, in fondo, tutti siamo un po’ Gardel. Borges, pur non apprezzando il suo sentimentalismo, sapeva quanto era importante. Entrambi rendono immortale la bellezza e il mistero della vita attraverso il tango. Il tango permea, con il suo eterno respiro, le radici dell’essere argentini, dell'essere cittadini del mondo, perché la cultura argentina vive di tutti i popoli che in lei si fondono”.

La tua musica è ricca della sua stessa tradizione, è come se vivesse della consapevolezza di ciò che c'è stato prima quasi in una forma di delicata e dichiarata gratitudine. Com'è oggi il tuo tango? Ealamprese4 quanto è importante continuare a parlare secondo certi linguaggi?
“Il Tango è sempre stato presente a casa mia. Ricordo i vinili di Gardel portati da mio padre da Buenos Aires. I miei nonni hanno vissuto parte della loro vita in Argentina, mio padre è sempre rimasto legato alla cultura di quella che considerava a sua terra d'origine. Il tango, quindi, era in me fin da piccola, anche quando ancora non ne avevo piena consapevolezza. Interpretarlo è stato del tutto “naturale”. Per me una vibrazione profonda dell'anima che ha avuto l'effetto di cambiare realmente la mia vita. Devo dire che mi ha portato una sorta di rigenerazione, mi ha consentito di guardare gli altri - e il mondo - con occhi diversi. Sono del tutto grata a questo genere musicale. Tanto più oggi, in un mondo in cui si continua a versare sangue innocente e si continuano a propugnare idee di odio, la musica e le parole del tango possono contribuire a generare sentimenti positivi. Mi sento fortunata a poter condividere oggi il meglio del tango contemporaneo che è fatto di poesia e denuncia sociale”.

In una tua recente intervista rimasi colpita dalla passione con cui parlavi della musica, quasi con l'abbandono e l'entusiasmo del principiante, quando invece sei già una cantante molto affermata. Che tipo di idea hai nei confronti della musica? E perché il tango non “passa di moda” ma continua a parlare alla gente?
“Quello che ho detto per il Tango, vale naturalmente anche per gli altri generi musicali, seppur con un coinvolgimento diverso. La tecnica musicale si può affinare, la voce può migliorare, ma è l'entusiasmo, il “Dio che è in te”, che ti consente di dare sempre il meglio. La musica è un linguaggio compreso da tutti, è Arte in senso universale.
Il tango, che abbina musica, narrazione e danza, coinvolgendo tutti i nostri sensi, è alta espressione del nostro sentire umano. Parla di vita vera, di gioia dolore sofferenza e coraggio. È, per citare Eladia Blazquez, «onorare la vita»”.

Laura Sciortino 07/12/2016