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Il mio folk montaliano: Recensito incontra il cantautore Roberto Ormanni

La letteratura come baluardo della bellezza del mondo. È uno dei messaggi che si fa stilema compositivo nella musica di Roberto Ormanni, musicista partenope classe ’93, che ha da poco pubblicato per Apogeo Records il suo EP “Quello che non siamo”. Un progetto che mescola melodie folk a un sano fondale jazz e a una componente testuale impegnata. Noi di Recensito lo abbiamo incontrato per parlare di “Quello che non siamo”, della necessità di raccontare una storia in musica, del lavoro e dello statuto della parola montaliana.

Il tuo EP è legato alla vittoria dell’Apogeo Spring Contest. Cosa ti porti dietro di quell’esperienza?
“Ci iscrivemmo al concorso dell’Apogeo dopo un periodo di depressione artistica. Avevamo perso dei pezzi per strada e ci serviva un alibi per ricominciare a suonare, a ricostruire la musica sulle macerie. Il contest non lo abbiamo mai visto davvero come una gara. Vuoi perché il palco del Kestè, dove si svolgevano i concerti, era ed è come una casa musicale; vuoi perché l’atmosfera che si respirava ogni sera era riempita da una sincera condivisione. È stata un’esperienza divertente e autentica, architettata con grande caparbietà da Andrea De Rosa e resa speciale dai miei compagni di viaggio, il Quartet: Enrico Valanzuolo (tromba), Roberto Tricarico (chitarra), Marco Norcaro (batteria), Antonio Barberio (contrabbasso).”

La tua musica riesce a coniugare con precisione una componente strumentale folk a una scrittura decisamente incentrata su tematiche sociali. Un primo esempio è la storia di Petru. Quando hai sentito la necessità di raccontarla?
“Petru è la canzone più anziana dell’EP. La scrissi nel 2009, qualche giorno dopo la morte di Petru Birladeanu, musicista di strada, ucciso davanti alla cumana di Montesanto dai proiettili vaganti sparati dai caricatori del clan Ricci. Petru è una vittima innocente di criminalità. I colpi non cercavano lui. Il clan segnava il territorio: i cani lo fanno con il piscio, loro con le pistole. Ricordo bene l’aria che si respirava nel quartiere durante quei giorni. Si diceva che Petru si trovava “al posto sbagliato, nel momento sbagliato”. Eppure ho sempre creduto che non sono né il posto né il momento ad essere sbagliati. Ad opprimerci è il Sistema, non solo criminale ma soprattutto culturale. Petru morì nell’indifferenza generale, agonizzante, lasciato a terra per trenta minuti, con al fianco soltanto la sua compagna Mirela. Credo che la sua sia una storia paradigmatica, perché porta con sé le contraddizioni di questa terra ma anche la forza dei sogni. Petru arrivò in Italia inseguendo la musica, suonava la fisarmonica sui vagoni della cumana. Ecco, il mio ricordo di Petru non si lega tanto alla sua morte, quanto alla sua esistenza e resistenza ai margini.”

In "John Reed" invece passi a trattare un tema che a maggio, ogni anno, torna sempre un po’ di moda, il lavoro. Come hai passato il Primo Maggio? E che riflessioni si porta appresso questo Primo Maggio?
“Il Primo Maggio l’ho passato suonando a Torino, sul palco dell’Hiroshima Mon Amour. Ed è stato ancora più importante, per me, cantare in quel giorno le storie che racconto tutti i giorni. Durante la festa dei lavoratori si dovrebbero celebrare le battaglie operaie di più di un secolo fa, i diritti conquistati con l’impegno della lotta dai nostri nonni. Eppure, temo che se quel mondo di ieri potesse guardarci, non sarebbe fiero della piega che sta tornando a prendere il mondo di oggi. “John Reed” può sembrare una storia datata: un operaio, una fabbrica, sfruttati e sfruttatori. Ma volendo pensare a queste categorie in maniera più ampia, credo che in certi casi siano soltanto cambiate le definizioni della realtà, ma sia rimasta immutata la sostanza. Credo esista un filo sottile che lega un operaio d’inizio ‘900, uno studente laureato destinato al precariato e un migrante del Mediterraneo in fuga dal suo paese.”

Non solo la canzone sociale, ma anche tanta letteratura. Nelle ultime due tracce, ad esempio, ci sono Pirandello e Cervantes. Che rapporto c’è tra la tua musica e la letteratura?
“È un rapporto indissolubile. Il mio lavoro compositivo si nutre di letteratura. Ci sono tracce di quello che ho letto in ogni verso che ho scritto. Leggere un libro, scrivere una canzone: li considero gesti salvifici. Proteggiamo dalla polvere dell’oblio le storie, le emozioni, le tracce di qualcosa che credevamo di aver perso. Che sia una pagina, un’armonia, un film o una tela, in ogni caso si tratta di curare la poesia e la bellezza del mondo. Almeno, io la vedo così.”

“Codesto solo oggi possiamo dirti,/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Sono gli ultimi due versi di “Non chiederci la parola” di Montale, con cui sembra chiudersi la title track. È una citazione voluta oppure una reminiscenza?
“Naturalmente ho voluto giocare con la citazione di Montale. Per un motivo ben preciso, in realtà. Credo che oggi più che mai il pensiero di Montale trovi conferma nella realtà contemporanea. Nei versi di “Non chiederci la parola”, il poeta invitava a non chiedere all’arte verità assolute. Non c’è nessuna formula da offrire, ma solo dubbi, incertezze, definizioni al negativo. Guardando il mondo di oggi, la mia generazione e quella prima ancora, mi accorgo di come non esista alcuna notizia o strada sicura. I nostri nonni riuscivano a guardare un futuro dai contorni definiti, programmati. Oggi, invece, abbiamo un presente precario ed un futuro impreciso. L’approdo cui giungo, allora, è montaliano. Non pessimistico, sia chiaro. Piuttosto una consapevolezza cosciente di una condizione irrisolta. Se non è più possibile dire ciò che siamo, ciò che sogniamo e ciò che diventeremo, allora resta l’essenziale: quello che non siamo, quello che non vogliamo.”

Dove andrà adesso “Quello che non siamo”?
“È in viaggio, adesso va con le sue gambe. Dove arriverà non lo so, e forse neanche ha importanza. Sicuramente, però, noi stiamo viaggiando con lui. Insomma, per scoprire i porti in cui stiamo sbarcando, basta seguirci su Facebook Roberto Ormanni & il Quartet”.

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/Roberto-Ormanni-il-Quartet-525014124207115/?fref=ts
Fuori non piove, ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=hH3198h4rXo
Quello che non siamo, ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=QmP39mfbMy8

Daniele Sidonio 18/05/2016

Foto copertina: Luigi Petrazzuolo

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