Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Giuseppe Adduci ci spiega la comunicazione (im)possibile tra Moro e Impastato nel suo “A.N.N.A. Amore non ne avremo”

Il Teatro Gruppo Popolare è una realtà teatrale attiva a Como dal 2002, dotata di un vero e proprio manifesto di poetica e di intenti. Un teatro civile per tutti e di tutti che, attraverso spettacoli e laboratori, possa parlare a un pubblico più ampio possibile, seguendo le parole d’ordine leggerezza e popolarità. Giuseppe Adduci, regista, autore e attore, anima ed epicentro della compagnia, ci spiega questa idea di teatro e ci parla dello spettacolo dedicato a Peppino Impastato e Aldo Moro che nei prossimi mesi verrà portato in giro per l’Italia.

Quale importanza riveste oggi il teatro nel costruire e mantenere viva la coscienza civile e la memoria di un Paese?
“Non credo che sia cambiato storicamente il ruolo del teatro. Fin dall’antica Grecia, infatti, il teatro ha avuto sia da una parte la capacità di divertire e divagare, ma dall’altra è sempre stato in qualche modo civico, ha voluto palare alla coscienza delle persone, per raccontare quello che avviene nel contemporaneo e per farsi portatore di memoria condivisa. Il nostro scopo è proprio questo, raccontare alla gente ciò che accade, ma anche ciò che è accaduto nel nostro Paese. Non un teatro di solo divertimento, certo, ma un teatro per tutti, dove cerchiamo di parlare di cose importanti in modo leggero. Siamo convinti, infatti, che la leggerezza, come sosteneva Calvino, sia fonte di profondità.”

Con “A.N.N.A. Amore non ne avremo” immagina le ultime ore di Peppino Impastato e Aldo Moro, morti entrambi il 9 maggio del 1978.
“Lo spettacolo nasce nel 2008, per commemorare l’anniversario di quella tragica giornata. Avevo scritto il testo che era stato messo in scena da una compagnia milanese, adattandolo alla propria sensibilità, con un’infedeltà assolutamente legittima e dovuta. L’anno scorso ho deciso di riprendere il testo e di riproporlo con la mia compagnia nella sua forma originale, ripristinando quella che era la mia idea di messa in scena. Visto l’ottimo riscontro e l’attualità del tema, abbiamo deciso di farlo conosce e portarlo in giro per l'Italia, siamo ora in fase organizzativa.”

Perché mettere insieme due figure così distanti tra loro? Cosa avvicina queste due realtà?
“Mi ha sempre colpito il fatto che Impastato e Moro dividessero il giorno della propria morte, ma l’ispirazione nasce anche da un ricordo personale: io nel ‘78 avevo vent’anni, ero impegnato politicamente e quegli anni gli ho vissuti sulla mia pelle. Con Impastato condividevamo non solo la stessa vocazione, visto che anch’io venivo dall’esperienza delle radio libere, ma anche la stessa visione del mondo, cosa che all’epoca non era accaduta con Moro, che pareva rappresentare un’altra fetta di mondo. Con il passare degli anni mi sono reso conto invece che molto della sua etica, della sua moralità, dei suoi pensieri, delle sue intuizioni aveva più punti di contatto con la nostra visione delle cose di quanto non potesse sembrare negli anni ‘70. Alla luce di ciò ho voluto mettere in scena una comunicazione impossibile tra i due nel giorno della morte: abbiamo immaginato che potessero corrispondersi e sapere cosa stava accadendo a entrambi attraverso le onde di una radio e attraverso un telefono lasciato incustodito. Con questo sforzo d’immaginazione siamo riusciti a mettere insieme due realtà all’inizio forse inconciliabili, ma che si dimostrano alla fine molto vicine.”

Lei interpreta Aldo Moro, una figura con la quale si sono già cimentati attori del calibro di Roberto Herlitzka e Gian Maria Volontè. Come ha affrontato questa sfida?
“Interpretandolo nel vero senso della parola, e spero non tradendolo. Cercando di capire alcune cose che lo riguardavano, soprattutto attraverso le lettere scritte alla famiglia durante la prigionia. A interessarmi, infatti, era il lato privato: innanzitutto il rapporto sentimentale con la moglie, molto ‘pulito’ e intenso, ma anche il sentirsi tradito da quelli che considerava suoi amici. Volevo venisse fuori la parte più umana di Moro, capace, nello spettacolo, di un sentimento di protezione verso il giovane Peppino.”

Il titolo dello spettacolo si rifà a uno dei versi di Peppino Impastato. Quali sono stati i documenti su cui ha lavorato per immaginare questa conversazione impossibile?
“C’è molto materiale dedicato a queste due figure, ma il mio obiettivo non era quello di una ricerca filologica. Delle loro storie ho cercato di recuperare i frammenti che mi interessavano, per poi ricomporli insieme a ciò che veniva dalla mia memoria storica. È come se fossi partito dalla mia esperienza, dal mio sentire, dai miei ricordi di quel momento terribile per ricostruire e cercare di identificarmi nel sentire dell’uno e dell’altro personaggio.”

Gianluca De Santis 10/02/2016

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM