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Gianfranco Pedullà racconta il suo “La Scomparsa delle lucciole”

E’ in scena in questi giorni, il 17 e il 18 ottobre, al Teatro Palladium ,“La Scomparsa delle lucciole”, spettacolo scritto da Gianfranco Pedullà con Manuela Critelli, che si configura come una lucida fotografia dell’Italia degli anni Settanta e Ottanta.
Il titolo è un chiaro riferimento al famoso intervento di Pasolini su “La scomparsa delle lucciole”, nel quale il grande poeta segnalava la fine di un mondo, quel cambiamento epocale avvenuto dopo il boom economico e con la successiva affermazione di una cultura consumistica. Proprio i momenti più significativi dei due decenni attraversano il palco in due atti, diversi tra loro come il periodo storico che rappresentano: il primo – con un andamento epico e lirico - è dedicato agli anni Settanta; il secondo agli anni Ottanta fino all’inizio degli anni Novanta.
Un viaggio attraverso la nostra storia e la nostra società, tramite quei profondi cambiamenti che ci hanno accompagnato negli anni facendoci diventare ciò che siamo adesso. Un’occasione per riflettere a teatro, per riappropriarsi di valori che abbiamo perso o stiamo perdendo.
In questa intervista, rilasciata a Recensito, l’autore Gianfranco Pedullà ci racconta il senso più profondo de “La scomparsa delle lucciole”, offrendo un’istantanea di ciò che siamo, siamo stati, saremo.

Quali sono, secondo Lei, le “lucciole” che oggi stanno scomparendo?
L'idea di relazioni umane dirette non mediate dalle nuove tecnologie che - se male utilizzate - riducono i rapporti fra esseri umani a fredda tecnica. Il rischio della perdita delle dimensioni umane, del rispetto e della dignità di se stessi e degli altri.

E’ un testo estremamente attuale. Com’è nato questo progetto? lucciole2web
Avevo voglia di capire da quali dominanti culturali e politiche scaturisce l'Italia di oggi. Capire da dove veniamo e darne alcune sintesi con i mezzi del teatro

Pasolini aveva previsto con lungimiranza quanto è accaduto e sta accadendo in questi anni. Come tratteggiate in scena la figura dell’intellettuale e quali sono gli aspetti che ne mettete in risalto?
Nello spettacolo abbiamo la presenza scenica di Pasolini ma non è un personaggio. Da me (e dall'attore Marco Natalucci che lo rappresenta) viene intesa come un presenza quasi iconografica, una figura di testimone, quasi il fantasma di Pasolini. E ne mettiamo in risalto il senso tragico della sua esperienza di vita e di morte.

Due atti per due periodi storici diversi: anni Settanta e Ottanta. Cosa è cambiato da allora? Sono stati fatti passi avanti o indietro?
Dopo la grande stagione delle ideologie degli anni Settanta gli anni Ottanta sono gli anni dell'individualismo, dell'egoismo, del neo consumismo, del narcisismo esasperato.
Ogni epoca ha le sue contraddizioni ma gli anni Settanta hanno avuto il senso di cambiare il mondo, ha avviato delle utopie (nonostante gli esiti anche contraddittori) mentre gli anni Ottanta avviano un periodo di restaurazione culturale che è alla base dell'attuale fase reazionaria che viviamo in Italia.

La diversità tra i due periodi storici è resa registicamente anche attraverso un punto di vista stilistico. Può farci qualche esempio in merito?
Il primo atto un colore più bianco/nero il secondo è molto più colorato; il primo esprime un clima tragico, il secondo ha un clima farsesco.

Lo spettacolo è una riflessione sul nostro tempo e la nostra società, ma anche sulla nostra storia. Cosa spera possa trasmettere al pubblico?
Che sulle questioni collettive perdere memoria significa perdere libertà

L’arte è sicuramente uno strumento di formazione. Può salvare dal consumismo oppure si sta adattando ad esso?
Siamo tutti immersi nel consumismo (che ovviamente ha anche aspetti positivi) ma va relativizzato ai veri bisogni e non solo a quelli indotti, che ci stanno portando piano piano verso una deriva negativa che sta distruggendo molti aspetti importanti della vita umana. L'arte ci insegna a prenderci cura delle persone e dei valori più importanti

Maresa Palmacci 18-10-2019

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