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Recensito incontra Enrico Frattaroli: la visione artistica e teatrale dietro le quinte di “4.48 Psychosis: Sinfonia per voce sola”

In scena al Teatro Palladium di Roma con “4.48 Psychosis: Sinfonia per voce sola” di Sarah Kane, Enrico Frattaroli ci racconta motivazioni e intenzioni di una messa in scena. Filosofo per formazione, creatore di opere teatrali acustiche plastiche e audiovisive per passione e professione, ingegno sensibile e mente coltissima, il regista conduce la sua personale ricerca artistica seguendo il doppio binario dello studio e dell’intuizione.

“4.48 Psychosis: Sinfonia per voce sola” non è solo uno spettacolo, ma una complessa esperienza emotiva, visiva, grafica, acustica, concettuale. Come lo definirebbe?
“Personalmente, lo penso come un “post concerto”. “Post” perché tiene conto del punto di vista della Kane dopo il suicidio. Una lama di luce e gli scarafaggi definiscono nel buio il luogo di un’azione che si Kane Frattaroli foto6situa al passato, e in questo senso la luce e le registrazioni fungono da ricordi che cooperano alla costruzione di una sorta di discorso della memoria. Una volta pronunciate le quattro frasi dello psichiatra poste a esergo ideale, viene detto: «Una notte tutto mi fu rivelato. Come posso ancora parlare?». Seguono i segmenti poetici. Tutto viene letto a posteriori come una verità non proferibile eppure ancora lì a mostrarsi. Il concetto di “concerto”, invece, considera l’aspetto musicale e di scrittura, perché non di mera rappresentazione si tratta ma di poesia, ritmo e suono. Così come la Kane parlava di “contrappunto” alla sua agente, nel mio lavoro ho avuto in mente dinamiche contrappuntistiche nell’organizzare la partitura del testo, dello spazio scenico, della musica e delle immagini”.

Cosa c’è stato dietro la scelta di portare in scena un testo come “4.48 Psychosis”?
“Spesso le motivazioni di una scelta possono essere casuali, poi però entrano in gioco le risonanze. Lessi il testo anni fa e mi ripromisi che un giorno lo avrei messo in scena. L’occasione risuonò quando Mariateresa Pascale [che sul palco presta voce, movenze, tormenti, verità a Sarah Kane, ndr] mi chiese di aiutarla a mettere in scena un altro testo. Il primo progetto venne interrotto, ma la collaborazione era stata intrapresa ormai. Da qui la scelta di dedicarci al testo della Kane”.

Qual è la visione di arte e di teatro che ha guidato “4.48 Psychosis”?
“Ogni opera d’arte, se veramente tale, è totale. Ci possono essere vari elementi che si fondono e sovrappongono al momento dell’atto creativo, ma possono anche rimanere isolati. Nel mio “4.48 Psychosis” convivono componente visiva (la scelta di immagini e di video), acustica e musicale (la rivisitazione di Mahler e di P. J. Harvey), letteraria e testuale (la riproduzione del testo e il controllo della scrittura), filosofica (la critica condotta nei confronti di un’opera precedente) e, infine, l’aspetto drammaturgico e registico. Un’opera d’arte è anche aperta, perché implica una molteplicità di sensi e di sensazioni in quanto azione in sé”.

A proposito dell’approccio registico, qual è il codice di comportamento che segue quando veste i panni del regista?
“Propria dell’opera d’arte è la maieutica, ovvero la virtù di generare un campo di forze nel quale si orienta ogni interpretazione dell’opera. Come regista, mi sono limitato a dare a Mariateresa Pascale gli strumenti per capire la Kane. Sono convinto che la giusta formula sulla scena si raggiunga insieme al massimo godimento degli interpreti”.

Alessandra Pratesi 21/01/2018

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