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Crisi e spensieratezza, vintage e contemporaneità: Recensito a tu per tu con “The Club Swing Band”

È uno swing che probabilmente non ha nulla di puro. È contaminazione, ibrido, volontà di stare nel presente. Centro attorno a cui gravitano le diverse personalità artistiche che vanno a comporre “The Club Swing Band”, questo genere musicale dall’origine statunitense è diventato, per questi ragazzi, punto di raccordo, di espressione, di potenziamento delle loro competenze. La voce della cantante, Elena, è corposa; esprime una facoltà di modulazione impressionate attraverso un timbro, chiaro e inconsueto, che si fonde perfettamente con il ritmo dondolante e coinvolgente prodotto da Nicola, Marco, Matteo, Diego, Simone e l’altro Marco, rispettivamente alla chitarra, al basso, alla batteria, ancora alla chitarra e ai fiati, tutti con un’età compresa tra i 20 e i 30 anni. Questa band, partita dalla provincia laziale (precisamente da Alvito), ha ormai una realtà solida e affermata: con due cd all’attivo e un tour negli Stati Uniti, “The Club” è a oggi operante in tutta Italia, e incontra un forte riscontro di pubblico soprattutto nell’ambiente capitolino.

Ragazzi, come mai avete deciso di dedicarvi proprio a questo genere musicale?
Il primo a rispondere è Nicola, dall’atteggiamento si direbbe colui che tiene un po’ a bada le diverse e variegate personalità che costituiscono la band: "non c’è un perché vero e proprio. È stata più una scelta legata a un momento preciso, la sera dell’8 agosto 2004, giorno in cui il gruppo – che allora era un quartetto – ha debuttato. Per quell’occasione abbiamo preparato 17 brani, non pensavamo che la nostra scelta di fare swing in quel contesto si traducesse in una linea più duratura e si evolvesse in questo modo. Ora, con lo scoppio della moda vintage, ci siamo trovati pronti avendo anche affrontato, nel corso degli anni, una certa crescita musicale". "Diciamo che è stato un fortunato caso" – sottolinea Marco, il bassista, che, insieme a Nicola, è il membro fondatore di questa compagine musicale.

Sì, all’inizio può essere stato un caso, ma il gruppo è in piedi da ben 12 anni...
"La scelta è stata fortunata nel senso che ci siamo ritrovati in mano un genere che è esploso all’improvviso. Ma, tornando al motivo di questa decisione, che comunque a un certo punto c’è stata, credo sia derivata dal fatto che lo swing era un genere musicale che ci divertiva". "Per me è stata una sfida" – interviene Matteo, il batterista, interrompendo Marco – "fare swing mi ha dato la possibilità di suonare e dissacrare mostri sacri della musica... penso a Frank Sinatra". Marco riprende la parola e aggiunge: "possiamo dire che, tra tutti i generi cui ognuno di noi si dedicava (reggae, blues, punk, ska), lo swing è stato il punto d’incontro, di espressione e di divertimento".

Ragazzi, è difficile suonare lo swing?
Simone, il ragazzo che si occupa dei fiati insieme all’altro Marco (Severa), confessa: "può essere difficile". E ancora Nicola: "dipende dall’impronta che si vuole dare, dalla maniera in cui ci si vuole esprimere. Noi siamo cresciuti, i nostri arrangiamenti iniziali erano molto scarni". "C’è stato da parte nostra uno studio inconsapevole, basato sulla pratica e sull’ascolto" – suggerisce Diego, l’altro chitarrista. "Secondo me lo swing è un’attitudine" esclama Marco, interrotto questa volta dall’affascinante quanto silenziosa Elena: "è una musica ad impatto, cha ha bisogno di quel qualcosa in più. Deve avere e deve dare uno stimolo immediato".

La nostra epoca vive più di altre il mito di una famigerata età dell’oro in cui sembra che tutto si svolgesse meglio che nel nostro presente. In che modo riuscite a rapportarvi alla contemporaneità, suonando un genere che voi stessi avete definito vintage?
"È inutile voler riproporre il puro swing anni ’20; noi cerchiamo di suonarlo con una nostra impronta che riporti al presente, facciamo uno swing contaminato, influenzato da altri generi", spiega Diego.

A proposito di anni ’20: lo swing è nato in un periodo di crisi generale. Credete ci sia un collegamento con il fatto che sia esploso nuovamente proprio nel nostro contesto storico?
"Certamente. L’analogia è evidente: periodo triste/musica allegra! Noi abbiamo unito le cose ed è venuto fuori “Precario swing”, il nostro singolo".

Grazie per il suggerimento, Nicola. Il singolo ha un ritmo che irretisce e un testo non banale: racconta allegramente la situazione della nostra generazione, e per questo ne consiglio a tutti l’ascolto. Le altre tracce del cd (TCSB), invece, come sono state scelte?
"Venivamo da un live registrato al Nuovo Cinema Palazzo pubblicato qualche anno fa, dunque abbiamo escluso i brani che già erano su quel cd. Abbiamo poi fatto una vera e propria votazione", racconta ancora Nicola. "Abbiamo cercato di fare una scaletta che fosse più o meno rappresentativa del vasto repertorio che facciamo. Ci sono infatti brani dello swing italiano, brani appartenenti alla tradizione jazz classica, brani più bebop, twist. Chiudiamo il cd con un pezzo ska per riproporre un’altra nostra prerogativa che è quella di concludere i concerti con un fuori tema. Il nostro obiettivo è sempre il coinvolgimento", spiega Marco.

Capisco. E riuscite sempre in questo vostro intento?
"La gavetta fatta con i matrimoni ci aiuta molto in questo: siamo flessibili, riusciamo a capire la situazione e ad adattarci".

Sopravvive la specie che si adatta meglio al cambiamento...
"A volte ci chiediamo chi siamo e dove stiamo andando», continua Marco sorridendo, interrotto questa volta dal suo omonimo che ribatte: «ma questo rispecchia la storia dello swing, il suo spirito. Anche negli anni ’20 si suonava in tante situazioni disparate: è proprio il tipo di musica che ti dà questa possibilità, offrendo ampio spazio all’improvvisazione. Nell’ultimo concerto abbiamo improvvisato quasi tutto, questo ci rende ancor più una swing band». E ancora Elena: «in questo genere musicale anche il cantante riesce a improvvisare, a seguire e assecondare il suo istinto".

Ragazzi, come conciliate il lavoro con la passione per la musica?
"Io ho provato a lavorare, ma non ci riesco», esordisce sincero Marco (Severa), e poi continua: «però se riesci a trovare un lavoro che ti piace e che ti dà la possibilità di suonare quello che ami, allora è diverso, potrebbe essere una scelta intellettuale». Simone aggiunge: «il top sarebbe fare come Diego, che ha il lavoro che gli piace (Diego fa l’ingegnere aerospaziale) e, al contempo, suona». La parola inevitabilmente passa all’ingegnere del gruppo, che racconta: «suono con la band da quando ero un semplice studente. Ho iniziato prima a suonare che a lavorare, la musica è sempre stata una costante della mia vita. Non nascondo infatti che le mie scelte professionali sono state condizionate anche da questa mia passione. C’era sempre un richiamo, qualcosa che mi teneva legato: ho preferito non abbandonare Roma e fare il precario per tre anni pur di continuare a suonare con loro".

Sono quasi le 20.30 e voi avete le prove. Vi pongo l’ultima domanda: in un’eventuale scelta, tra libertà di espressione totale e professionismo cosa scegliereste?
"Questa è una domanda esistenziale, me lo sono chiesto un sacco di volte. Vado in terapia per trovare la risposta» dice Marco, interrotto poi da Simone che precisa: «a me andrebbe bene, ovviamente, vivere solo di musica, ma ho paura che il dover sottostare a condizioni stabilite, a ritmi imposti, dover dunque abbandonare la libertà totale che ho adesso mi porterebbe a perdere la passione». A questo punto Marco prende in mano la situazione e incalza «allora? Che hai deciso?», e Simone «credo che verrò in terapia con te".

Risata generale. Il tempo purtroppo è passato, io libero i ragazzi. Penso alle cose che ci siamo detti, e credo abbiano saputo ben spiegare loro stessi e la loro musica. Tornando a casa, indosso le cuffiette e inizio a camminare dondolando, al ritmo precario del loro swing.

Anastasia Griffini 14/02/2016

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