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«Bisogna preservare la verità dell'attimo»: intervista a Cristiana Morganti

Una chioma di riccioli neri, un bel sorriso che illumina il volto. Abbiamo incontrato Cristiana Morganti, la storica danzatrice del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, in occasione della lectio magistralis tenuta presso il Teatro Studio Eleonora Duse di Roma. Venerdì 26 febbraio ha presentato il lavoro costruito sui quattro giorni di workshop con gli allievi del terzo anno dell'Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D'amico. Chi non aveva mai visto come si costruiscono spettacoli d'ispirazione Bausch, resta affascinato, stupito, quasi incantato dal percorso che permette di arrivare all'essenza di questo tipo di corografie. Oggi Cristiana Morganti cerca di fare un lavoro artistico che si concentri soprattutto su se stessa, partendo in parte proprio dall'esperienza di ventidue anni di lavoro con la compagnia tedesca e la grande coreografa. Alla base l'idea che il corpo sia il primo strumento di comunicazione: per esprimere l'autentico.
Gli esseri umani infatti si esprimono senza difficoltà quando non gli viene richiesta/imposta a priori una forma estetica precisa. Si parte da un presupposto: «l'umanità è bella». Ecco come Cristiana Morganti ci parla di tutto questo e molto altro ancora nell'intervista.

Il suo percorso artistico nasce all'Accademia nazionale di Danza di Roma, ma si sviluppa con il Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch. Cosa prova una danzatrice quando decide di mettere da parte il repertorio classico per dedicarsi a qualcosa di completamente diverso?
"Parallelamente ai miei studi di danza classica in Accademia, avevo già fatto delle esperienze di modern dance, laboratori di danza contemporanea, degli stages con Carolyn Carlson e perfino un'intera estate alla Martha Graham Dance School di New York con una borsa di studio, però continuavo a sentirmi irrequieta. Era chiaro che la danza classica non mi soddisfaceva fino in fondo, ma non avevo ancora trovato la mia direzione.
Mi era venuto in mente addirittura di concludere il percorso di studi e diplomarmi all'Accademia di danza per poi fare l'esame all'Accademia di Arte drammatica e imparare ad esprimermi con la voce. Poi un giorno, avevo diciassette anni, vidi uno spettacolo di Pina al teatro Argentina: rimasi letteralmente folgorata. Capii che quella era la mia strada."

Per Pina Bausch i suoi danzatori dovevano essere “persone che danzano”. Che cosa significa essere una “persona che danza”?
"Con questa frase Pina voleva mettere l'accento sul fatto, all'epoca abbastanza rivoluzionario, che lei vedeva i danzatori come delle persone, con le loro storie, le loro biografie, le loro diverse personalità. Eravamo degli esseri umani e poi ANCHE dei bravi danzatori. La preparazione tecnica era infatti fondamentale per il suo repertorio, tutti noi abbiamo dei lunghi studi alle spalle. La sola preparazione atletica però non bastava, ci doveva essere dell'altro; fondamentale infatti era la personalità del singolo, il suo carattere specifico. Lei era incuriosita dall'individuo-danzatore. In scena dovevamo essere più naturali possibile, non solamente presentare qualcosa, ma essere prima di tutto noi stessi. Questo aspetto, lavorando con lei, si sviluppava in maniera naturale. Il pubblico poteva immedesimarsi senza indugio in ciò che vedeva e questo era meraviglioso."

“Jessica and me”, il suo ultimo spettacolo è stato definito «un inventario di aneddoti e confessioni» di un vissuto personale. Ci può raccontare la sua genesi?
"Lo spettacolo è nato proprio dall'esigenza di capire a che punto della mia vita ero arrivata, come donna, ma soprattutto come danzatrice. Sentivo il bisogno quasi di fare un bilancio e per farlo dovevo prima di tutto scoprire il mio universo espressivo.
Mi sono domandata spesso se fossi mai stata in grado di “liberarmi” di Pina, da certi automatismi estetici e drammaturgici che si assorbono senza accorgerrsene stando tanti anni a contatto con un vero maestro.
Volevo vedere se riuscivo a fare la MIA strada. Così sono andata alla ricerca di collaboratori che non avessero mai avuto niente a che fare con il Tanztheater: una regista di teatro, una video artist della scena punk inglese e un light designer che lavora con Bob Wilson.
Avevo voglia di mettermi in gioco e lo sguardo “inedito” di queste persone è stato fondamentale, mi ha veramente molto incoraggiata.
In principio non mi sono fatta particolari domande né sono andata alla ricerca di temi specifici. Avevo solo idee, il resto è venuto per associazioni. Ho sfruttato poi molto l'ironia, che è il mio modo naturale di vedere le cose."

Come valuta, in termini qualitativi e quantitativi, l'attenzione e lo spazio che è riservato alla danza nel contesto spettacolare italiano?
"Non vivendo da tanti anni in Italia, non posso esprimere un giudizio veramente obiettivo. Vedendo le compagnie europee però, mi accorgo che sono piene di danzatori italiani bravissimi. Questo vale anche per i coreografi: molti cominciano qui, ma poi portano avanti il proprio lavoro altrove. Al nostro Paese non mancano i talenti, mancano gli spazi, i finanziamenti. La danza contemporanea è, al momento, il “luogo” in cui succedono le cose più interessanti. Pina Bausch, col suo lavoro, ha fatto capire che alcuni cliché potevano e dovevano essere superati. Ha dato una serie infinita di possibilità. All'estero questo modo di vedere le cose è riuscito a sfondare, ad arrivare a una grossa fetta di pubblico, qui invece è tutto rimasto ancora un ambito un po' di nicchia. Però io ho speranza. Lo dimostra già il fatto che io sia stata invitata a dare un workshop qui, all'Accademia Nazionale di Arte Drammatica. È stata un'esperienza molto bella per me, molto positiva. Il confronto è sempre una grande occasione."

Laura Sciortino 02/03/2016

Foto di R.Freda

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