Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Biennale Danza 2016: Recensito incontra Emanuel Gat

Emanuel Gat ci ha subito colpito: saranno gli occhi profondi, saranno le sue idee sul movimento e sulla danza. Sarà l’estrema semplicità e disponibilità che ci ha dimostrato in questa chiacchierata rubata durante il montaggio di SUNNY, la nuova coreografia che presenterà in prima assoluta venerdì 17 giugno alle 21.30 nella Sala delle Tese 3 all’Arsenale di Biennale Danza 2016.

Perché ha deciso di diventare un danzatore e poi un coreografo? Come si è innamorato della danza?
"Ho iniziato molto tardi, a 23 anni. Non avevo mai pensato di diventare danzatore, è stato più un incidente, ma uno di quelli buoni: ho casualmente partecipato a un laboratorio con Nir Ben Gal e da lì è iniziato tutto. Amo la danza perché è una forma d’arte che dipende completamente dalle persone: dai ballerini e dagli spettatori. Non è un lavoro solitario, come quello di uno scrittore o un pittore. Qui ogni istante del processo riguarda l’interazione: ci sono un certo numero di persone nello studio e tu coreografo devi interagire con loro. Tutto riguarda la reciprocità, non meramente il movimento o la composizione, è semplicemente interazione umana. Se dovessi scegliere una parola chiave per descrivere il mio lavoro, sarebbe proprio “gente”, le persone."

La sua coreografia per Biennale Danza College si chiama Venice. Come mai questo nome? Perché ha deciso di prendere parte a questo progetto?
"Il mio lavoro non riguarda mai qualcosa che non stia direttamene succedendo nello studio e nel momento in cui lavoro. Non scelgo mai un tema, un concetto o un’idea che viene da fuori per poi lavorare su di esso. Quando comincio una nuova coreografia, io non ho niente, solo le persone con le quali lavoro e il luogo dove mi trovo. Chiamare il mio lavoro Venice significa ribadire come tutto debba essere ricondotto al “qui e ora”, con queste persone, in questa città. Questo laboratorio è una grande opportunità di incontro tra e con tanti giovani danzatori. Sto lavorando con loro in maniera laboratoriale e in una condizione ottimale, senza dovermi preoccupare della produzione. Sono molto soddisfatto di quello che stiamo creando. È un lavoro molto strutturato, non c’è assolutamente improvvisazione, ma è libero nel modo in cui è costruito. Non è qualcosa che io controllo dall’esterno, non sono io a imporre una struttura, è qualcosa che succede organicamente tra di loro."

Parlando di un suo lavoro passato, aveva detto «Io non sto creando una coreografia, ma sto creando un ambiente per essa perché prenda forma». Credo che questo possa essere una buona sintesi del suo pensiero.
"Esattamente. Io non arrivo mai con un’idea di coreografia in mente che poi devo fare realizzare. Cerco piuttosto di creare una sorta di “spazio creativo” per i danzatori e per me, per vedere cosa prenderà forma. La struttura coreografica non è il punto di partenza, dunque, ma il risultato di un certo contesto in cui io pongo i danzatori, non di una mia singola decisione ma di reciproci scambi e proposte. Questo è il mio metodo di composizione, che utilizzo sia con i miei ballerini che con i ragazzi del Biennale Danza College."

Che cosa può dirci invece di SUNNY, il suo ultimo lavoro coreografico che verrà presentato in prima assoluta qui a Biennale Danza?
"È difficile descrivere una coreografia prima ancora averla danzata. È un pezzo divertente, strutturalmente abbastanza rigido, ma non per questo limitato. È il lavoro più lungo che abbia mai fatto, dura circa 1 ora e 40 minuti: non so come mai sia successo, semplicemente ha continuato a crescere, e sarà interessante vedere come riuscirà a funzionare. È anche la prima volta che utilizzo musica live, di solito non lo faccio mai. È qualcosa di nuovo e non vedo l’ora di vedere come riuscirà."

Della parte musicale si occuperà Awir Leon. Come mai questa scelta?
"Awir è stato danzatore nella mia compagnia per otto anni. Mentre faceva il ballerino, allo stesso tempo lavorava su un suo progetto musicale, e così ho deciso di rivolgermi a lui, è stata una scelta molto naturale. Ogni volta scelgo la mia musica in modo differente, non ho un metodo unico. Non creo con la musica, la mia coreografia prende forma in modo separato, ma quando questi due elementi si uniscono nascono scambi e intrecci estremamente positivi."

Cosa ne pensa della situazione nel suo Paese di origine, Israele? Crede che il suo lavoro e la sua figura possano essere bandiera di un andare oltre i confini, gli odi e le barriere?
"Credo che la situazione in Israele non sia molto buona, tantomeno ottimistica, e quello che succede è molto triste. Non ho la sensazione che si troverà una soluzione nel modo giusto, credo che piuttosto ne verrà imposta una dall’esterno, da altri interessi. Attraverso il mio modo di lavorare faccio una proposta: i processi coreografici che in cui credo, la maniera in cui collaboro con i danzatori mi permettono di proporre alle persone un modo altro di stare insieme, di collaborare, di essere. È l’affermazione di un concetto diverso, anche se non so quanto sarà efficace."

Giulia Zanichelli 20/06/2016

(articolo realizzato in collaborazione con il blog "La danza nella città")

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM