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Simone Carella e Tommaso Rossi raccontano "Artemy" in scena al Garofano Verde

Un treno che avanza nella notte tra le campagne russe, in uno spazio temporale inafferrabile immerso tra ricordi, desideri, presente e passato: questo è lo scenario in cui si colloca Artemy, l’intenso spettacolo di Simone Carella in scena giovedì’ 28 settembre al Teatro India all’interno della rassegna Garofano Verde - Scenari di teatro omosessuale a cura di Rodolfo Di Giammarco. Il testo, già vincitore del Premio Inedito- Colline di Torino, è il toccante racconto di un incontro impossibile tra due uomini circondati da discriminazioni e insuperabili chiusure, descritto con delicatezza e sensibilità. A trasporre le parole in scena e a dar corpo ai personaggi gli attori Angelo Di Genio, Francesco Martino ed Emanuela Villagrossi diretti da Tommaso Rossi, con le musiche originali di Attila Favarelli. Proprio l’autore Simone Carella e il regista Tommaso Rossi, in questa intervista sulle pagine di Recensito, ci conducono all’interno di questa attuale e profonda drammaturgia, di questa lettura scenica, pronta a diventare presto uno spettacolo a tutti gli effetti.Artemy 6

Come è nata l'ispirazione per questa storia che sa di vita, sentimenti, diversità?                                                                                           
Simone Carella: “Tutto ha avuto inizio da un’immagine che mi tornava in mente in modo ricorrente: due persone viaggiano su un treno, in mezzo alla neve, ed è come se il loro viaggio diventasse metafora della vita. Un viaggio interiore, insomma. Come se salire su quel treno significasse riscriverla, in qualche modo. Dunque la prima idea è stata quella di ambientare il testo unicamente sulla carrozza di un treno, in cui a ogni stazione riaffiorasse un momento significativo nella vita dei protagonisti. Fino all’arrivo, l’ultima stazione, che avrebbe dovuto coincidere con la fine della loro storia di esseri umani. Col tempo, poi, i personaggi hanno assunto il carattere e i tratti di Anton e Artemy, con il loro carico di complessità e di delicatezza che porterà i loro destini a dividersi, pur restando in qualche modo uniti per sempre. “

Perché hai scelto di ambientare la vicenda di “Artemy” in Russia?
Simone Carella: "È una terra che mi ha sempre affascinato, ma anche intimorito. Credo che in Russia ci sia un’emergenza molto chiara e preoccupante. Basti pensare che nel 2013 il 74% dei russi affermava che l'omosessualità non avrebbe mai dovuto essere accettata dalla società, con un 22% che proponeva l’internazione per gli omosessuali ed un 5% che si augurava molto semplicemente di "liquidarli".
Di fronte a questi dati credo che la drammaturgia debba provare a raccontare anche realtà lontane dalla nostra, che tuttavia in alcuni casi rischiano di essere molto più vicine a noi di quanto pensiamo. L’omofobia è un’avversione irrazionale, ma a me interessava soprattutto il rapporto che si instaura tra il potere e questo sentimento così diffuso, in Russia come in Italia."

Chi sono Anton e Artemy?
Simone Carella: "Sono i due poli della personalità di ognuno di noi, che si combattono ogni giorno e però non esistono uno senza l’altro. C’è la parte più prudente, ancorata alle convenzioni, alla routine sociale. E poi c’è la parte più istintiva, più totalizzante, che non vorrebbe scendere a compromessi e che preme per uscire fuori.
Anton e Artemy sono questo: come due spinte propulsive e confliggenti dello stesso organismo, che a volte si scontrano ma che in fondo sono destinati a restare una cosa sola."

Un viaggio nel tempo, nei sentimenti e nelle menti dei protagonisti, una storia avvincente e più che mai attuale, scritta con delicatezza e chiarezza. Quali sono i tuoi modelli drammaturgici?
Simone Carella: "Il modello che più mi ha ispirato è sicuramente Jon Fosse, il drammaturgo norvegese.
La sua magistrale capacità di intrecciare i piani temporali di una vicenda, di smontare la realtà fattuale per metterla al servizio di una visione poetica mi ha affascinato fin da subito, da quando Rodolfo Di Giammarco ce ne parlò in un corso di scrittura teatrale.
Il suo lavoro sul tempo è quanto di più interessante secondo me la drammaturgia contemporanea abbia saputo proporre. Poi naturalmente ci sono Pinter e Cechov, e per restare ai giorni nostri Emma Dante."

Cosa ha rappresentato per te vincere il premio Inedito?
Simone Carella: "Una soddisfazione immensa, vista la qualità del concorso e l’elevatissimo livello delle opere in gara. Ottenere questo riconoscimento nella mia città, poi, ha un sapore ancora più speciale. E a presiedere la giuria quest’anno c’era Valter Malosti, che stimo profondamente. Le sue parole sul mio testo mi hanno molto inorgoglito."

Quale è stato invece il lavoro attuato dal punto di vista registico?
Tommaso Rossi: "Sono molto felice di com’è andata la formazione del cast che è per me sempre il passo più delicato. Affidare il personaggio all’attore giusto è fondamentale. In particolare per i due protagonisti cercavo due attori che potessero esprimere con autenticità le differenze tra i due personaggi, ma che allo stesso tempo potessero in alcuni passaggi del testo sembrare quasi parte della stessa persona. Come due gemelli che si sforzano di differenziarsi, di emanciparsi l’uno dall’altro, in una sorta di lotta affettiva. Credo che Angelo e Francesco siano perfetti. E generosissimi."

Come hai cercato di trasporre il testo in scena?
Tommaso Rossi: "Giovedì all’interno del Garofano Verde presentiamo un reading, quindi una fase intermedia tra il testo e la scena. Per me è molto affascinante questo momento di apertura: abbiamo la fortuna di poter stare in ascolto di possibilità che ancora non dobbiamo per forza accogliere o scartare. In un lavoro che cerca di fronteggiare gravi pregiudizi, forse anche noi abbiamo qualche preconcetto da scartare, questa fase è un momento felice per poterli affrontare. Artemy ad esempio dice di sé “Non ho mai la voce giusta”. Chissà qual è la voce non-giusta?"

Artemy 7Quale è il lavoro che stai conducendo con gli attori?
Tommaso Rossi: "Arriviamo a questo appuntamento dopo un serratissimo lavoro sul testo. Ci siamo confrontati a lungo con gli attori su quali fossero le nostre esigenze narrative. Questo testo offre molti spunti interpretativi e io non credo che una buona regia debba per forza uniformare al suo punto di vista le visioni di tutti, ma piuttosto valorizzare le differenze e cercare “il compromesso”. Ho ascoltato molto quello che avevano da dirmi gli attori sui loro personaggi e la mia visione ne sta uscendo profondamente arricchita."

E' una storia d'amore universale, che va al di là delle differenze di genere, che lancia in qualche modo una denuncia contro l'omofobia. Credete che il teatro possa essere uno strumento valido per sdoganare i pregiudizi imperanti e vincerli portando a un maggior riconoscimento delle unioni omosessuali in tutto il mondo?
Tommaso Rossi: "La cultura non ci fornisce soluzioni o ricette, ma piuttosto ci insegna che è importante affinare il proprio stile relazionale, ci mette in contatto con il nostro bisogno di dialogo. Ci immunizza dalla paura dell’altro."
Simone Carella: "Ritengo che né la cultura né un intervento legislativo volto ad inasprire le pene siano di per sé sufficienti a sdoganare i pregiudizi. Possono aiutare, certo. Ma il vero lavoro va compiuto nelle scuole, intervenendo in quella fascia d’età molto precoce in cui purtroppo si instaurano gli stereotipi di genere, per impedire il germinare del pregiudizio.
Diciamo allora che sarebbe importante che uno spettacolo teatrale come questo potesse essere visto dagli studenti delle scuole. In questo senso, scuola e cultura possono essere dei fondamentali alleati. Una riflessione sul ricordo, su come la memoria di ognuno di noi sia in realtà una ricostruzione soggettiva e manipolata dei fatti passati. Mi interessa molto la dimensione poetica che assume il fluire del tempo filtrato dalle lenti della personalità di ognuno di noi. In questo testo ho cercato di dimostrare come soprattutto nelle le relazioni affettive che finiscono si produca una vera e propria riscrittura della memoria, ma anche del proprio passato individuale e della propria infanzia."

Cosa sperate possa arrivare al pubblico?
Tommaso Rossi: "Una storia di coraggio che ci racconta l’amore di due persone a cui il passato ha inferto ferite profonde. Chi vive apertamente la propria diversità deve affrontare molte sfide, anche all’interno della propria comunità, anche all’interno della propria coppia. E’ una storia - ripeto - che parla di coraggio, il coraggio di viversi con autenticità fino in fondo. I nostri personaggi non hanno smesso di lottare. E anzi hanno imparato che non si può vivere vergognandosi di quello che si è."

I prossimi progetti per Artemy?
Tommaso Rossi: "Trovare una produzione. Non vediamo l’ora di fare sul serio."

Maresa Palmacci 26-09-2017

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