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Tra musica e parole: intervista a Davide Misiano

Davide Misiano è un cantautore calabrese, romano di adozione e passeggero d’eccezione in tutta Italia per il successo di "Concertinstazione". L’ iniziativa è nata per caso, grazie a un video amatoriale esploso prepotentemente e viralmente su facebook con oltre 60mila visualizzazioni in soli due giorni: siamo alla Stazione Tiburtina di Roma. Tra la gente che corre… un pianoforte -“Play me, I’m yours” - e la musica ha inizio. “Proprio bravo ahò…fatte fa’ la foto!” gli grida una Signora, “Devi annà a Sanremoo!” consigliano alcune ragazzine, accese dagli irresistibili virtuosismi di Davide. Poi basta un cellulare e migliaia di spettatori, dai loro schermi, si aggiungono all’improvvisato gruppo di fan della stazione.
Da sempre alla ricerca di viaggi, musica e parole, Davide concilia la sua formazione classica (Laurea in Lettere classiche e Dottorato di ricerca in Filologia Classica) con l'attrazione per il suono, contaminando così la ricerca musicale con l’attività letteraria e il lavoro in campo editoriale.
Il nuovo singolo “Mi fanno male i piedi” è un pezzo dal titolo volutamente impoetico, attraversato da marcate sonorità pop che cantano il "dolore più comune", quello della gente che corre per strada, tra avvilenti frenesie e scarpe “troppo strette”.
Proviamo a conoscere meglio Davide, cercando di cogliere le sfumature più profonde - senza giudizi e schemi preimpostati – tra le parole e la musica di un fenomeno social/pop!

Innanzitutto, complimenti! Hai una bellissima voce e dando un’occhiata al tuo canale YouTube è stato interessante ascoltarti in più versioni, stili e mood. Non solo per i tuoi pezzi, ma anche per le cover. Come definisci la tua musica e a quali generi ed artisti ti ispiri?
"Grazie Giulia, la verità è che io non so cosa sia la mia musica, e forse non so neppure cosa sia la musica.
La mia musica è un’urgenza, non risponde a delle regole precise. Ed è per questo che ciò che faccio assume una varietà incontrollata di forme, che accetto tutte senza giudicarle, quasi come non fossero mie.
Evito di pensare che su di esse si applicherà un giudizio, le pubblico in quel momento di non lucidità che precede il pensiero e che segue immediatamente all’entusiasmo della realizzazione. Così da evitare che abbiano troppi filtri e così che siano fedeli alla verità che in quel momento sentivo di dover rappresentare.
Perché la musica ci dà la possibilità di essere tante cose insieme, ed è un’occasione fighissima in un momento in cui invece sentiamo la pressione degli schemi, di dover essere una sola cosa e sempre la stessa. Così “Mi fanno male i piedi” e “Chissà dov’è l’amore” possono veramente convivere, solo se accetti il tuo essere multipolare e non te ne vergogni. Poi sin da piccolo ho ascoltato tanto, dai virtuosi della voce (soul, blues, jazz) ai cantautori devoti alla parola e tutto questo in qualche modo contamina, in qualche forma resta. Ma divoro anche tutto il pop, persino quello più commerciale, attratto soprattutto dalle sonorità, dalle scelte stilistiche e di arrangiamento, che ti fanno capire verso dove si stia dirigendo il gusto. Nel panorama italiano, ho una profonda ammirazione per Tiziano Ferro, che ha davvero creato un nuovo modo di scrittura. Sul piano della parola però i miei modelli restano essenzialmente i pilastri del cantautorato, Battiato, Fossati, De Gregori, con un orecchio sempre particolarmente attento anche nei confronti della nuova scuola cantautorale rappresentata egregiamente da Fabi, Gazzè, Silvestri."

Interessante anche l’iniziativa di “Concertinstazione”! Mi considero fan di ogni artista “di strada”, dallo zingaro al cantante pop. Di chi, grazie alla musica, riesce ad allietare le anime costrette a correre tra metro, bus e stazioni, donando calore a quei luoghi liminali, di confine, dove l’umanità non sempre “si sente”. Che sinergia si crea con un pubblico creato per caso, tra una biglietteria e un treno?
"Questa esperienza è nata per caso. Io e il mio pianista, Stefano Greco, eravamo in partenza dalla stazione Tiburtina di Roma, uno dei tanti viaggi di lavoro. Quando Stefano si è accorto del pianoforte ha insistito per fare un pezzo insieme: dopo aver vinto qualche iniziale imbarazzo, ho cantato “Chissà dov’è l’amore”. Mi accorgevo che al flusso delle parole della canzone e del loro bagaglio emotivo si aggiungeva gradualmente il peso degli sguardi della gente, gente inizialmente incredula o sbigottita che poi decideva di fermarsi per ascoltare, per provare a capire. Ecco, riuscire ad entrare in quel modo, quasi a gamba tesa, nella vita della gente che sta correndo verso chissà cosa e costringerla a fermarsi è una sensazione molto forte e ben diversa da quelle provate in tanti anni di lavoro tra concerti e serate. Perché la gente per strada sceglie se ascoltarti o meno, non è costretta a subire la tua musica come lo è invece nel pub in cui sta mangiando. Non ti conosce, eppure sceglie di fermarsi e di ascoltare quello che hai da dire. E in questo momento storico l’ascolto è prezioso: nessuno sa più ascoltare o l’ascolto è viziato da manipolazioni varie. Alla stazione ti accorgi del singolo che si ferma, il pubblico non è una massa indistinta: ciascuno ha una faccia, una fisionomia che ricordi, perché ti sembra eccezionale che, pur avendo la possibilità di passare oltre, proprio quella persona abbia deciso di fermarsi."

Cosa si prova a cantare “Chissà dov’è l’amore” a chi si sta chiedendo “Chissà dov’è il binario”!?
"Si prova il coraggio di dire alla gente che a volte la frenesia della vita ci impedisce di capire bene cosa stiamo cercando o dove ci stiamo dirigendo. E poi, sinceramente, c’è anche la paura di essere presi per folli, che è molto eccitante!"

E a proposito di corse… “Mi fanno male i piedi”: il tuo ultimo video è ricco di colori, grandi “angolazioni”, travestimenti e aspirazioni coreografiche. Hai studiato la direzione con il regista? Cosa è cambiato dalla realizzazione di “Come polvere”?
"Non il regista, che è lo stesso. Claudio Formica è un giovane regista siciliano, che mi segue in questi miei esperimenti, e che io stimo particolarmente per la sensibilità nella scelta delle immagini, per l’originalità dei disegni. E’ certamente cambiato il tema e quindi anche la chiave scelta per veicolarlo. “Mi fanno male i piedi” è una protesta contro tutti gli stereotipi sociali, contro tutte le gabbie troppe strette che minano la nostra individualità. Una protesta però leggera, divertita, mitigata da questo gioco sui proverbi che mia madre mi ripete fino alla nausea e che io mi sono divertito a deformare nel testo della canzone. Per questo il video riflette un “mondo alla rovescia” dove tutto è possibile, anche che mia madre abbia la barba. Quest’ultima idea poi, che è l’idea di partenza del video, va attribuita al mio produttore, nonché compositore insieme a me di “Mi fanno male i piedi”, Massimo Gangalanti, che ci teneva ad aprire il video con una citazione, un omaggio al celebre video di “I want to breack free” dei Queen."

Il nuovo video sembra esprimere un’ironia quasi ostentata, forse grottesca, accompagnata da un pezzo molto orecchiabile, divertente e ritmato. C’è un rapporto di contrasto tra queste caratteristiche e il testo del brano che, al contrario, mi sembra profondamente cupo e malinconico (cit. “il posto dove non si può”)? Quanto rispecchiano il suo sottotesto e quanto c’è, davvero, di questa allegria?
"Come dicevo, il brano ha due vesti: quella veste immediata e se vogliamo realistica che rende il brano accessibile a chiunque sia costretto ad usare i mezzi per recarsi al lavoro, dalla casalinga alla modella che sta sui tacchi); e una veste sottesa che è nel rifiuto di tante sovrastrutture che questa società ci impone costringendoci all’omologazione. Ma la percezione deve rimanere leggera, perché è l’unico modo perché arrivi in profondità. Siamo una società inerte a causa dell’autocompassione, a causa di questo continuo piangerci addosso. Ho capito col tempo che solo l’allegria rende più facile anche la metabolizzazione del disagio, e l’ironia è l’anticamera del cambiamento."

Ti sei laureato in Lettere e hai anche un dottorato in filologia! Ci sono colori e note invisibili tra la tua musica e le parole? Nel video leggi “Gli autori della letteratura italiana” di Pazzaglia: quali capitoli sfogliavi con tanta foga?
"La mia formazione ha inevitabilmente, credo (e spero!), influenzato la mia scrittura. Lo spero anche per i miei genitori che hanno speso così tanti soldi per poi vedermi mollare tutto. Non so dirti quanto e cosa mi sia rimasto di quello studio “matto e disperatissimo”, che poi non ero affatto un secchione standard. Ricordo ancora l’esame di Paleografia Greca, sessione di luglio, in cui mi presentai in canotta e pantaloncini, con tanto di costume sotto pronto per andare al mare: l’assistente mi riprese per “l’abbigliamento sconveniente”, così disse. Io dico sempre che quello che ho studiato (e mi riferisco a tutti quei contenuti eruditi) forse l’avrò anche dimenticato, ma in ogni parola che scrivo c’è il peso specifico di quello che ho sentito studiando. Io mi divertivo a cercare parole nuove che aprissero sfumature che ancora non conoscevo, ero interessato ad approfondire me. Ah? I miei autori preferiti? Da pessimo filologo classico, amo la letteratura contemporanea. Il premio Nobel Saramago è il mio autore preferito, il suo libro “Cecità” ha cambiato la mia “visione” del mondo. A proposito, a quell’esame presi 30 e lode, vorrei ricordarlo a quel “paludato” assistente."

Passando per le tue stazioni (domanda marzulliana): da dove vieni e dove stai andando?
"Sto andando avanti per capire da dove sono venuto. Credo che sia la matrice di ogni nostra ricerca."

Mi permetto di concludere rubando una tua riflessione dal blog e lasciando ai lettori la risposta alla domanda: chi è Davide Misiani?
"La musica è la grande occasione: la possibilità di vivere in un solo istante infinite vite. Perché la nostra vita non ci basta, non ci basta questo spazio stretto dove tutto sembra avere un unico nome. Non ci bastano questi piedi saldamente ancorati a terra, che talvolta fanno male. Non ci basta il ricordo di vite passate dove forse eravamo altro da noi. Non ci basta il pensiero quando è nemico dell'immaginazione. Cerchiamo l'assenza, il vuoto da raccontare; cerchiamo quello che non abbiamo o che non siamo anche solo per poterlo concepire. Ė questa la possibilità: la possibilità di non essere una cosa sola in un posto solo, in un tempo drammaticamente definito. La possibilità di non essere la cosa giusta."

Giulia Sanzone 05/10/2015

Il fascino per gli anni 70 e la sonorità della lingua: Iaia Forte nell’universo di Tony Pagoda

Il pubblico romano l’aveva vista pochi mesi fa al Teatro Argentina nei panni della seducente Carmen di Mario Martone e dal 7 ottobre la ritroverà nel ruolo di Tony Pagoda, protagonista del romanzo "Hanno tutti ragione" di Paolo Sorrentino. Una grande prova e una dimostrazione della poliedricità della celebre attrice Iaia Forte. Una vita dedicata al teatro, ha esordito con Toni Servillo, ha lavorato con Leo de Berardinis, Luca Ronconi, Carlo Cecchi e Emma Dante. Nonostante i numerosi premi e i riconoscimenti, Iaia Forte si dice pronta a nuove sfide interpretative. Prima del debutto romano l’ho incontrata per un’intervista.

Tony pagoda è un’ossessione nell’esistenza di Paolo Sorrentino, non tanto per la figura del cantante ma per il tipo antropologico. È un uomo che rappresenta una generazione perduta, un modo di vedere e vivere che l’autore ha conosciuto visto e immaginato. Lei ha scelto di portare in scena Tony Pagoda perché non ha resistito all’attrazione fatale verso quel tipo di personaggio?
"Ci sono varie cose che mi hanno attratto, innanzitutto sono rimasta molto affascinata dalla lingua con la quale è scritto il romanzo di Paolo Sorrentino, è una lingua teatrale. E’ riuscito a scrivere su un cantante utilizzando una lingua profondamente musicale. Il teatro non è il luogo della verità, le possibilità che si offrono all’attore sono molteplici, mi intrigava l’idea di fare un maschiaccio, per giocare su una cosa non naturalistica. Personalmente ho una grande fascinazione per gli anni 70, ci sono quindi vari motivi che mi hanno spinto a mettere in scena questo personaggio e incarnare Tony Pagoda, naturalmente era una sfida e il fatto che abbia trovato il riscontro del pubblico mi riempie di soddisfazioni."

Negli anni ‘60 e ‘70 le persone volevano affrancarsi dal dialetto e ascendere socialmente, cosi bandivano il napoletano come lingua corrente nelle case. La sonorità della lingua parlata dal protagonista proviene però dalla lingua che si cercava di nascondere. Si è parlato, per questo romanzo, di un linguaggio drogato cocainizzato. Sorrentino stesso dice: “Un romanzo che ho scritto velocemente e che è da leggere velocemente” che contiene ritmo scatenato scandito da pause lunghissime. Lei com’è riuscita a interpretare questo ritmo altalenante?
"In realtà una delle cose che mi affascinava di questo personaggio erano proprio i chiaroscuri, questa natura molteplice, un aspetto maschile ma contemporaneamente romantico, questi vari colori che il personaggio ha sono molto teatrali, perché permettono di avere un’alternanza di umore e ritmi. La parte del concerto è tutta vivace, poi ci sono zone più dolorose che hanno un altro ritmo. I suoi chiaroscuri mi hanno fornito il ritmo necessario dello spettacolo."

Hanno tutti ragione è un romanzo che fa perno sul sentimento della nostalgia e della malinconia per questa generazione e le sue regole che sono in disfacimento. La parte finale del romanzo è quasi un preludio de La Grande Bellezza, ritorna in una Roma crepuscolare “una sindone dentro la quale non c’è niente, una Roma vuota” dice Pagoda. Anche lei è pervasa da questo sentimento di nostalgia?
"Naturalmente questa forma nostalgica verso gli anni ‘70 nasce dal fatto che sono stati gli anni dell’infanzia e normalmente si ha sempre nostalgia della propria infanzia, la s’immagina sempre come un momento dorato della propria esistenza. Io personalmente ho una fascinazione per i costumi, le musiche quel senso di energia che ancora gli anni 70 avevano dal dopo guerra, dal boom economico, dalla possibilità di sognare per l’Italia un futuro migliore. Dopodiché negli anni 80 è cominciata una forma disgregativa della società che è degenerata fino a diventare oggi una società repressa, che è un po’ quello che racconta La Grande Bellezza. Sorrentino che è uno scrittore contemporaneo, conclude il romanzo con un senso di decadenza che è simile a quello de La Grande Bellezza."

Tony Pagoda, come ha già precedentemente affermato, è un personaggio contraddittorio e doppio. Dotato di tanta cattiveria e cinismo ma anche di pietà e slanci di umanità, di amore e compassione . Incontra Frank Sinatra una sera e la sera dopo gioca a burraco con tre donne napoletane della media borghesia. È un personaggio fortemente ironico. È un personaggio che incarna il sublime tragico e i toni da commedia? Lei come ha coniugato questi aspetti antitetici?
"Si è dotato di un’ironia caustica e feroce. Il nostro lavoro ci permette di portare in scena degli umori diversi e la cosa interessante della scrittura di Sorrentino e di questo personaggio è che non è mai moralista, mai sentimentale, per cui ha una dimensione, o profondamente cinica o ironica, mai drammatica, occulta il proprio dolore, lo manifesta in modo poco diretto, mi è bastato seguire il testo per incarnare queste sfumature dell’anima."

Com’è riuscita a scindere la sua interpretazione da quella consolidata nell’immaginario collettivo di Toni Servillo nei panni di Tony Pisapia (personaggio molto simile a Tony Pagoda) nel film L’uomo in più?
"Naturalmente conosco bene il film , io ho esordito a teatro con Toni Servillo con lo spettacolo Il misantropo di Molière, però ogni essere umano ha un immaginario diverso e non mi sono fatta condizionare, ho seguito la mia personale immaginazione nell’incarnare questo personaggio, non mi sono fatta spaventare da un gigante come Servillo."

Ora le faccio una domanda più autobiografica. La prima parte del romanzo è ambientata in una lunga e lenta domenica napoletana di fine anni ’70, Sorrentino più volte ha ribadito quanto gli piacciono le lunghe domeniche napoletane. Lei ha vissuto quelle domeniche? Si ritrova in quelle descrizioni?
"Tantissimo, questo personaggio esprime un humus culturale della mia città che conosco e che è mio. Parla di cose di cui ho avuto esperienza, oltre al culto della domenica, anche un modo di sentire le cose che conosco profondamente, è proprio un elemento di questo spettacolo che mi emoziona."

Sorrentino come ha accolto la sua idea di rappresentare a teatro Hanno tutti ragione? E soprattutto l’interpretazione di una donna nei panni del protagonista?
"Essendo un uomo molto libero ha immediatamente capito che c’è una forza in questa idea, è un uomo non conformista, si è fidato e gli sarò sempre riconoscente per la fiducia."

Cosa pensa di questo nuovo corso del Teatro Eliseo?
"Penso che l’apertura di un teatro metta sempre grande allegria, il teatro in una città è sintomo di civiltà. Spero che vada bene, Luca Barbareschi, l’attuale direttore, è stato molto libero nello scegliere gli spettacoli, ha messo i suoi soldi nel suo teatro e questo è stato molto ammirevole, è un atto di coraggio e ha tutta mia ammirazione."

Gerarda Pinto 02/10/2015

Cortocircuito fra secoli e culture. Le foto di Chan-Hyo Bae

CHAN-HYO BAE. SARTOR RESARTUS
A cura di Antonio Calbi
30 settembre – 20 novembre 2015
Visionarea Art Space, via della Conciliazione 4, Roma
Ingresso gratuito

Venire da lontano e lasciarsi coinvolgere da una cultura altra è spesso un ottimo punto di partenza per rompere barriere e steccati fra mondi distanti. Uno sguardo diverso arricchisce però non solo chi si affaccia curioso, ma anche chi di quella cultura è parte integrante da secoli. In questo sottile e profondo rapporto fra distanze si può inserire a pieno titolo il lavoro fotografico di Chan-Hyo Bae.
Classe 1975, sudcoreano di nascita ma trasferitosi ormai da diversi anni a Londra, Bae mette in scena nelle sue fotografie dei complessi e accurati tableaux vivant in cui si ritrae nei panni e nelle pose di nobildonne e personaggi femminili dell'Inghilterra dei secoli scorsi, un lungo arco temporale che va grossomodo dal XIII al XIX secolo. "Mettere in scena" è infatti il verbo più adatto per leggere le sue immagini. Lo sottolinea anche Antonio Calbi, direttore del Teatro di Roma e curatore della mostra "Chan-Hyo Bae. Sartor Resartus" ospitata fino al 20 novembre al Visionarea Art Space di Roma. Nelle sue foto avviene un "transito […] dalla pittura al teatro, all'allestimento di veri e propri 'set' cinematografici […] nei quali però l'azione non si compie ma viene fissata attraverso l'immagine fotografica", scrive infatti Calbi.
Che l'arte, soprattutto negli ultimi decenni, torni a interrogarsi su se stessa, rimescolando le carte e ridosando gli ingredienti in un gioco costante di citazioni e rimandi, è un dato innegabile. Anche in fotografia si potrebbe citare fra gli altri il celebre lavoro di una Cindy Sherman per avere un'idea di quanto il travestitismo costituisca ormai pratica pregnante e diffusa. Con Bae, però, si assiste semmai a un doppio cortocircuito, perché non solo l'autore ribalta puntualmente i generi interpretando e facendo interpretare i ruoli femminili agli uomini e viceversa, ma dimostra esplicitamente col suo volto, pur reso più etereo dal cerone, la sua esplicita origine asiatica. Un elemento, quest'ultimo, che rompe improvvisamente l'incantesimo riuscito dei ruoli e delle ambientazioni rimettendo improvvisamente in campo la finzione come nodo concettuale nel gioco accurato dei travestimenti.
Su tutto aleggia comunque un'atmosfera ironica, elemento che fa delle foto di Chan-Hyo Bae dei riusciti meccanismi in bilico fra gli interrogativi del presente (multiculturalismo? Convivenza?) e il puntuale bisogno di non farsi schiacciare dal peso di quella esse maiuscola che apre la parola "Storia".

Marco Pacella 02/10/2015

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