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“La parabola delle stelle cadenti”: il meraviglioso esordio di Chiara Passilongo raccontato a Recensito

Amore, politica, famiglia, matrimonio, la crisi economica e la musica: c’è davvero molta materia prima nel romanzo di Chiara Passilongo “La parabola delle stelle cadenti”, debutto letterario di una giovane autrice veneta che nella vita lavora in uno studio odontoiatrico e che ha esordito niente meno che con Mondadori.
Una quantità di elementi che si mischia virtuosamente in una giostra di emozioni avvincente e profonda, capace di cavalcare un arco temporale di quasi quarant’anni. E che, come per magia, al fianco delle storie italiane da prima pagina non perde mai le sue unicità, la specificità di ogni suo indimenticabile personaggio. Questo è il miracolo della Passilongo, autrice di cui sentiremo parlare a lungo e che merita tutta l’attenzione del caso.
Non era facile tenere insieme così tanti fili e tessere una perfetta saga familiare che rappresentasse, in fondo, la storia del nostro Paese, con le sue contraddizioni, le passioni, le glorie e i fallimenti.
Nella campagna veneta nasce e si sviluppa la San Lorenzo srl, azienda dolciaria di Achille Vicentini, pater familias autoritario, marito di Nora e padre di due bimbi, Francesco e Gloria. Col tempo, la San Lorenzo cresce, così come Francesco e Gloria. Arrivano i primi amori, i primi conflitti, le prime lontananze. Poi Achille diventa senatore e tutto cambia: la famiglia Vicentini dovrà affrontare nuove sfide complicate, mentre esplode la crisi economica e la politica dei palazzi implode su se stessa.
Abbiamo intervistato Chiara Passilongo, che molto ci ha raccontato del suo esordio, dei suoi personaggi, e di come sia riuscita a realizzare il suo sogno: diventare scrittrice.

Qual è stata l’esigenza, l’aneddoto o semplicemente il pensiero che ti ha portato a scegliere di raccontare nella tua opera prima gli ultimi quarant’anni di storia italiana dall’osservatorio di una famiglia borghese del nord? Da dove e quando, insomma, è nata l’idea de “La parabola delle stelle cadenti”?
"L'esigenza è nata dall'osservazione della realtà che mi circonda. Nel mio lavoro, parlando con i pazienti, o facendo volontariato all'ambulatorio odontoiatrico della Caritas, o semplicemente leggendo i giornali o ascoltando i telegiornali, mi accorgevo sempre di più di quanto la classe media italiana stesse soffrendo economicamente, e non solo. Questo mi ha subito fatto pensare al grande contrasto con gli anni Ottanta e, tutto sommato, anche con gli anni Novanta, i decenni della mia infanzia e della mia adolescenza, quando si respirava un clima di euforia che lasciava presagire che in futuro le condizioni sarebbero potute solo migliorare, e invece, proprio recentemente, ci sono state dichiarazioni da parte del presidente dell'Inps sulla situazione lavorativa e soprattutto previdenziale non certo rosea per la nostra generazione.
Perciò le stelle cadenti del romanzo sono molte e il titolo si può prestare a varie interpretazioni. La stella cadente per eccellenza è sicuramente Achille Vicentini, un uomo conservatore e autoritario che tiene ben salde le redini della sua azienda, e che arriverà a mettere in discussione tutto quello in cui crede, i suoi valori, i suoi desideri, e vedrà il declino della sua amata San Lorenzo srl, emblema di un tessuto di piccole e medie aziende italiane che ha faticato a reggere l'urto della crisi e della globalizzazione. Altre stelle, a cui auguro però di non essere cadenti, ma di essere proiettate nel futuro nonostante tutte le difficoltà, sono Gloria e Francesco, i figli gemelli di Achille, nati la notte di San Lorenzo e miei coetanei, cui ho voluto affidare un messaggio di speranza."

Il tuo primo romanzo, nonostante la quantità di episodi narrati e il lungo arco temporale abbracciato, trova sempre il modo di soffermarsi con cura sulla psicologia dei suoi protagonisti, va sempre a scavare nella profondità dei pensieri, dei piccoli gesti, dei significati nascosti dietro a un silenzio… C’è insomma grande equilibrio tra l’incalzare continuo e necessario degli eventi e la cura nel soffermarsi sui dettagli, che denota una vera maturità di scrittura ed è il merito più grande, a mio parere, de “La parabola delle stelle cadenti”. Concordi? E nel raggiungimento di questo mirabile equilibrio ti ha aiutato la scuola di scrittura da te frequentata?
"Sono davvero felice, Simone, che tu abbia sottolineato questo aspetto. In fondo "La parabola delle stelle cadenti" è un libro sui personaggi, sull'arco di trasformazione di un'intera famiglia nel corso di quarant'anni, in seguito a cambiamenti storici e sociali, e ai cambiamenti che avvengono nelle relazioni tra i protagonisti. Questo è l'aspetto che mi interessava di più indagare. E' un romanzo in cui gioca un ruolo molto importante il rapporto tra genitori e figli: due generazioni si incontrano e si scontrano arrivando irrimediabilmente a deludersi e poi, alla fine, a rivalutarsi. Il rapporto burrascoso e tormentato tra Achille e Francesco, padre e figlio, è quello che all'inizio balza agli occhi di tutti, ma non meno complessa, è la distanza tra Nora e Gloria, madre e figlia, anche se più in secondo piano. Alla fine, Francesco si renderà conto di avere, nonostante tutto, alcuni tratti caratteriali di suo padre, e Gloria abbandonerà la ragazzina viziata che alberga in lei anche grazie all'esempio di sua madre.
La trama certo c'è, ed è frutto di studio e documentazione sugli avvenimenti degli ultimi decenni, ma è funzionale a narrare la psicologia dei personaggi. In questo mi sono ispirata ai classici, uno su tutti "E le stelle stanno a guardare" di A.J. Cronin, dove ho apprezzato moltissimo la tridimensionalità assunta dai protagonisti attraverso i diversi punti di vista degli altri che si relazionano con loro. Ho cercato di trasportare nel mio libro questo aspetto dei classici, ma con un ritmo dei nostri tempi, abituati come siamo alla velocità e all'impatto delle immagini.
La scuola Palomar è stata di sicuro determinante per imparare a delineare la struttura di una storia, i dialoghi e i personaggi. Credo poi che lo stile sia personale e che ognuno lo moduli a partire dalla propria sensibilità e dalle letture preferite."

Quando hai capito, in cuor tuo, di poter (o di voler) diventare una scrittrice? Quando, insomma, sei stata per la prima volta nella tua vita fiera di qualcosa che hai scritto e hai capito di avere le carte in regola per tentare questa difficile carriera?
"Di voler fare la scrittrice, lo dicevo a dieci anni, quando avevo vergato il mio primo romanzetto durante l'estate alla fine delle elementari. Ho scritto ancora per anni, racconti, romanzi incompiuti. Poi la vita mi ha portato a indossare un camice, e per un po’ ho smesso di scrivere, ma continuavo a sentire, a volte come un brusio, a volte come un frastuono, storie che nascevano dentro di me e volevano uscire. Allora ho deciso di fare sul serio e iscrivermi alla scuola Palomar.
A dicembre 2015, quando stavo lavorando al terzultimo capitolo de "La parabola delle stelle cadenti" e vedevo la luce in fondo a un tunnel di scrittura durato un anno e mezzo, ho capito che potevo essere un'autrice. Perché finalmente stavo terminando un'opera che mi soddisfaceva sotto tanti punti di vista, e quindi, anche se nessuno avesse voluto pubblicarla, lo avrei fatto io."

La politica è molto presente nel tuo romanzo: Achille è un uomo dagli ideali ben definiti, solidi, specularmente ad Andrea. Il contatto con i palazzi del potere sarà peraltro il primo vero momento di crisi per il pater familias, la prima sconfitta che aprirà una serie di crepe e incrinature sulle sue certezze fino ad allora granitiche. Nel romanzo offri una visione abbastanza cupa della politica e lo fai con dovizia di particolari, raccontando le giornate-tipo al Senato, i lavori lunghi e inconcludenti dell’aula, una certa indolenza laccata… Ritieni che oggi la politica, o almeno quella istituzionale, sia la causa principale dello stallo del nostro Paese o ci sono delle eccezioni e degli spiragli per una svolta?
"Credo che lo stallo che attraversa il nostro paese abbia molte cause. Una la attribuisco alla gestione miope di chi, governando nei decenni passati, ha pensato solo ad accaparrare facili consensi dimostrando di non pensare alle future generazioni e accumulando un debito pubblico che pesa in modo intollerabile sui contribuenti e sulle attività produttive.
Achille pensa di essere integerrimo e incorruttibile, ma poi, per amore di un figlio con cui ha avuto sempre un rapporto difficile, cederà anche lui al "così fan tutti", venendo meno ai suoi principi.
Penso, purtroppo, che le persone anche di valore che riescono a non farsi intaccare dal sistema siano poche, una volta che si ritrovano ad apprezzare le delizie e i privilegi del potere. Tuttavia secondo me ci sono."

Anche l’amore, in effetti, trova grande spazio nel tuo libro. L’amore per i figli, tra marito e moglie, l’amore adolescenziale e quello omosessuale, l’amore perduto, abitudinario, travolgente. Ritieni che i sentimenti tra persone dello stesso sesso siano ancora vittima degli stessi pregiudizi che nutre Achille all’inizio o, considerando il suo ammorbidimento, sei fiduciosa in un qualche ulteriore cambiamento?
"Penso che negli ultimi anni l'atteggiamento per i sentimenti tra persone dello stesso sesso sia mutato e, in linea di massima, ci sia una maggior accettazione, anche se c'è ancora della strada da percorrere. La fortuna di Achille è quella di avere accanto una moglie intelligente e sensibile che riesce a smussare le sue spigolosità e ad ammorbidirne i pregiudizi più beceri, spianando la strada a un riavvicinamento tra padre e figlio, anche grazie alla funzione salvifica della musica."

Nora è, forse, il personaggio più intenso e virtuoso della saga dei Vicentini. La sua nobiltà d’animo, la saggezza, la pazienza sono doti rare, che ne fanno un’eroina silenziosa e carismatica, raramente protagonista in prima persona degli eventi, ma sempre presente con un suo peso specifico. Ritieni che le qualità di Nora siano le migliori per un essere umano o la consideri una donna priva di coraggio e troppo remissiva?
"Nora è il mio personaggio preferito, e pensare che all'inizio non l'avevo proprio concepita in questo modo. Volevo solo dimostrare, come, con un genitore troppo autoritario e uno troppo remissivo, a farne le spese spesso siano i figli. Poi il personaggio ha preso il sopravvento.
E' vero che all'inizio Nora può apparire priva di coraggio, ma in realtà bisogna anche considerare che è molto più giovane di Achille e che si è sposata quando era ancora una ragazzina, però, come tutti i componenti della famiglia Vicentini (tranne la zia Antigone), anche lei cambia. Diventa più consapevole, pur conservando le sue caratteristiche di dolcezza e mitezza.
In uno dei miei vari scalettoni avevo scritto proprio come appunto "epifania di Nora", che doveva avvenire in un dato capitolo, dove anche lei apre gli occhi sul fatto che l'amore di Achille per i figli è sbagliato perché inteso come possesso.
Sarà lei, quindi, a diventare la colonna portante della famiglia quando la salute di Achille comincia a vacillare, e, nelle situazioni più spinose, sarà in grado di trovare una soluzione quando tutti brancolano nel buio."

La stella cadente è immagine ricorrente nel libro e fin da subito indirizza la narrazione in certe direzioni. È, in fondo, il simbolo di Achille Vicentini, della sua azienda e, forse, di ognuno di noi. L’idea del tempo che passa, che cattura qualunque cosa lasciando dietro di sé domande senza risposta e picchi di splendore destinati a spegnersi, è splendidamente rappresentata da questa immagine simbolica e dal titolo del tuo libro, che ha evocato in me un senso di profonda nostalgia. Pensi che la vita, con i suoi incontri, i suoi amori e i suoi giochi del destino, sia in fondo la parabola di una stella?
"Con il titolo ho voluto evocare la parabola di un uomo e di un modo di fare impresa legato a certi valori, ma anche la parabola di una generazione di giovani spesso a torto considerati bamboccioni e a cui è stata tolta una fetta di opportunità.
Nonostante questo sguardo universale, nutro molta fiducia nelle potenzialità e capacità dei singoli, e penso che, sì, la vita sia una meravigliosa avventura da vivere, pur con tutte le sue difficoltà, e non la concepisco solo come irrimediabile caducità.
Nei momenti no, amo ricordare le parole di un uomo incredibile che ho conosciuto anni fa a Lourdes: nato senza braccia e senza gambe, mi ripeteva sempre, "Chiara, la vita è bellissima". Una gran lezione."

Simone Carella 23/12/2015

Dolce è la vita di un Cristo pinocchiesco?

FIRENZE – Come se fosse un problema matematico con l'incognita, partiamo dall'assunto che Cristo può essere benissimo paragonato e associabile a Pinocchio. Entrambi con un padre creatore, artigiano che li ha messi al mondo e modellati a sua immagine e somiglianza, entrambi si sono fatti di carne, il primo è disceso da pura essenza e Spirito Santo il secondo da legno, per espiare i loro/nostri peccati, il tutto avvolto ed ammantato da misterioso miracolo. Un forte legame di entrambi con il legno, materia che costruisce e ripara ma anche che arde donando calore, dal mestiere di falegname di Geppetto e Giuseppe, al loro ruolo, padri “adottivi” responsabilizzati al grande compito e scelti, fino alla croce, atto ultimo.
“Dolce Vita” mira ad altezze siderali totalmente antitetiche a quelle materiche felliniane. In cinque passaggi di una via crucis ridotta, la danza impostata da Virgilio Sieni, più “pasquale” che “natalizia”, ci apre le porte dall'Annunciazione, con un arcangelo goffo (Ramona Caia, perfetto controllo del corpo), che stenta, quasi storpio, che incede e incespica, con un busto in plastica che ne amplifica il respiro come sub in immersione profonda. Un angelo che si trascina a terra, che striscia come serpente più che volare come farfalla. Non è leggero ma pesante e appesantito. Le ali non gli servono, lo impacciano come albatro, sono malmesse e malferme, non le usa, non le può utilizzare, immobilizzate, storte, imperfette, rotte, inservibili, anche lui corrotto dalla terra e ad essa richiamato come forza di calamita. L’Annuncio diventa corpo, dolore ancor prima del parto, ma anche solidarietà: i sette danzatori si muovono attorno all’angelo, lo raccolgono, lo trascinano, nel tentativo di non lasciarlo sprofondare, lo liberano dal silenzio soffocante quando cade la maschera di plastica che lo imbrigliava.
Accanto a me una bimba ha ali sottili da Trilly e tutù di tulle rosa. Grandi lettere formano cartelli, come le signorine tra un round e l'altro di pugilato, che preannunciano i vari capitoli. C'è un che di Frankenstein in perenne trasformazione e passaggio di elementi in questa cristologica figura fragile che si umanizza in mezzo a tanti cappelli da asini da Paese dei Balocchi. Non è dolce la vita, non lo è stata, forse non può esserlo, essendo segnata da dolori profondi, per finire nella morte. I volti da clown tristi, le lacrime di Pierrot, bocche sfatte di rosso sbavato, non di riso ma di singhiozzi e pianti. Nella Crocifissione (secondo dei cinque quadri di cui si compone l’opera) i cappelli appuntiti diventano frecce, aculei per colpire, lance per ferire, colonne vertebrali di dinosauri, becchi d'uccello e squame preistoriche, proiettili e missili, il prolungamento degli arti, dei pensieri, dei flussi di energia che scorrono a morsi, a singhiozzi. La Dolce Vita prima la godi, poi la paghi. O è Dolce solo la Vita dopo la vita.
Seguono Deposizione e Sepoltura. La narrazione di corpi si fa lenta, profonda, armoniosa, ma anche frenetica, asimmetrica, vigorosa e sudata, con improvvisi cambi di ritmo e direzione che tengono il tempo di un contrabbasso suonato in ogni sua parte, ora gutturale e rabbioso, ora violento e arioso, ora animalesco e digrignante. Infine la Resurrezione che è un rinfrancarsi, un rinfrescarsi, un risollevarsi, un risorprendersi, un rianimarsi. Tra bellezza e senso del tragico, nel chiedersi se l’amore sia liberazione o perdita.

Visto a Cango, Firenze, il 20 dicembre 2015

Tommaso Chimenti 23/12/2015

Ritratto di Tindaro Granata: gentile, caparbio, sensibile

SOLEMINIS – Le cicale non smettono un attimo il loro canto. Le pietre sono già roventi alle dieci della mattina. Attori scalzi si aggirano nel patio che costeggia il giardino verde della Casa delle Storie. Due olivi ci guardano e sembrano corazzieri che difendono il palco, adesso vuoto, che aspetta, nuovamente stasera, di essere riempito, portato a nuova vita, esaltato di parole. Abiti sparsi, sedie di ogni colore e forma, una poltrona imbottita rossa e gonfia e tronfia da tutti ambita. Una mostra con lunghi disegni colorati, per bambini di tutte le età. Puoi passare e scrivere con un pennarello bianco su un foglio nero ricordi dell’infanzia, dolci come seadas con il miele o salate come fregola di pecora. C’è chi prova nella dependance e le voci arrivano lontano nell’odore del cisto. In maglietta slargata e pantaloncini ciabatta Tindaro Granata, nome evocativo millenario, cognome da colore orgoglioso, di tempra.
Le prime volte credevo, e non ero il solo, che fosse un nome d’arte. Invece incarna tutta la “teatralità” siciliana, quella pomposità aulica che ci conduce per mano in altri mondi, in altri antri sconosciuti, o soltanto un po’ in penombra, dimenticati in un angolo della nostra memoria collettiva. Dici Tindaro e mi appaiono pupi alti e dalle cromature altisonanti e dagli scudi lucenti e squillanti e lucidi da abbagliare in battaglie all’ultima spada, all’ultimo elmo preso a picconate. Dici Granata e l’odore della granita arriva immediato, l’orzata tracannata fredda s’illumina come un’insegna di Taormina. Chiunque lo ha conosciuto o ci si sia imbattuto, anche soltanto per una sera, nel dopo spettacolo, racconta della sua dolcezza. Una calma placida olimpica che non scema, che non è una posa, che non è di maniera. Qui, nel “porto di mare” in piena campagna della Casa di Aurora Aru, ha cucinato con la grazia di una mamma, la gentilezza, il tocco lieve.
Quattro anni fa fece clamore il suo “Antropolaroid” (titolo azzeccatissimo, Premio Anct, arrivato a centocinquanta repliche, due qui a Soleminis), fotografia personalissima e seppiata del suo albero genealogico, della sua sofferenza, privata, intima, in un contesto che non capiva le sue scelte, di vita e artistiche. Sentirsi Calimero nella provincia siciliana da una parte abbatte, dall’altra fortifica. Ma Tindaro non ha scorza, non ha armature inspessite dalla diffidenza. La sua arma è il sorriso, la delicatezza e affabilità che riesce a mettere in ogni gesto, anche il più piccolo, in ogni azione, anche la più semplice e insignificante. Poi con “Invidiatemi come io ho invidiato voi”, dove oltre alla regia si ritagliò un piccolo e quanto ingenuo quanto impotente e feroce ruolo, ha messo in mostra le sue doti di stabilizzatore dell’inganno e della poesia che ogni storia trattiene, che ogni vita, seppur alla deriva, contiene e rilascia, liquidi impastati di speranza e distruzione.
Poi è arrivata la brutta parentesi con il testo di “Il libro del buio” di Tahar Ben Jallum, provato per oltre un anno, e che poi alla fine è saltato per motivi legati alla concessione dei diritti d’autore, una produzione Atir che doveva andare in scena per la regia di Serena Sinigaglia: “Per tre mesi non mi sono fatto la barba, ce l’avevo lunghissima. La storia è bellissima: racconta di questi cinquantotto giovani militari, tra i venti e i ventisette anni, che nel ’71 in Marocco progettarono un colpo di Stato contro il Re, e, una volta scoperti, furono incarcerati per oltre venti anni ognuno in una cella di un metro per un metro, tenuti a legumi e pane secco. Per non soccombere e non impazzire il protagonista ha dovuto imparare a non odiare, se avesse cominciato ad odiare sarebbe morto. Sono sopravvissuti in quattro”.
Il nuovo progetto invece si chiama “Geppetto e Geppetto” storia di due papà che vogliono avere un bambino e lo adottano: “La prima lettura pubblica è stata fatta per la rassegna romana “Il Garofano verde” di Rodolfo Di Giammarco a settembre e poi debutterà nel 2016. Avevo bisogno e voglia di parlare e analizzare il tema della genitorialità, molto discusso e controverso. Volevo vedere che cosa accade in un bambino che è adottato da una famiglia monogenitoriale. E’ diviso in due parti; nella prima i due papà sono invasi da speranze, gioie e angosce, nella seconda invece troviamo il bimbo cresciuto e che ormai ha trent’anni ed è rimasto soltanto con uno dei due padri. Mi sono chiesto quanto sia legittimo essere padri a tutti i costi. Ho incontrato quattro Famiglie Arcobaleno, tutte composte da coppie di donne. Il tema è complicato. Mi piacciono le sfide ostiche, impervie”. Come lo è raccontare la propria autobiografia, come lo è affrontare un caso di cronaca di pedofilia. Le scelte facili non gli interessano.

Tommaso Chimenti 20/12/2015

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