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La cucina a misura di bambino: le Storicette di Sabrina Stevenin al Lucca Comics & Games

Le ricette al pari delle formule magiche si fondano sull’alchimia degli ingredienti che possono trasformarsi in qualcosa di appetitoso. Farina,zucchero,uova, latte sono gli elementi di una pozione che rende davvero felici. Le storicette è una collana per bambini dai 5 anni in su, pubblicata da Teke Editori , costituita da racconti semplici e colorati che hanno per protagonista Emma una bambina che vive con la famiglia in un mondo immaginifico tra le nuvole. Le avventure di Emma sono improntate alla conoscenza di nuove ricette, sia italiane che internazionali, che la condurranno a incontri con personaggi bizzarri come Mamma Orsa, il coniglio Ko-ni e il Lord Henry e che le insegneranno a realizzare in modo semplice la torta alle mele e miele, la pizza, il sandwich e tantissime altre ricette.
L’autrice Sabrina Stevenin, un ingegnere-mamma ha creato delle storie che attraverso il racconto delle avventure e degli incontri della protagonista forniscono anche una guida per la realizzazione delle ricette, ragionando sulla possibilità concreta di poter essere realizzate dai piccoli lettori, infatti, vengono ovviamente evitate le cotture (del forno, nel caso, se ne occuperà il genitore) e sono principalmente ‘a freddo’, facili e con grandi risultati. Il bambino, seguendole, avrà inoltre la possibilità di tagliare le porzioni ma con strumenti fini e adeguati, al fine di poter sviluppare la coordinazione motoria e acquistare fiducia e autostima, in particolare nel poter continuare a sperimentare ulteriori possibilità in cucina.
Dietro questo progetto c’è una grande storia, Sabrina Stevenin per seguire i suoi figli decide di lavorare da casa cercando di conciliare l’era dell’informatica, creando ex novo delle applicazioni per i bambini, con la sua maternità. “Ho pensato – racconta l’autrice - a quando mi mettevo con mia figlia ancora piccolina,  a scrivere e disegnare e mi è progressivamente ripresa questa passione di raccontare… Disegnavo il tavolo degli ingredienti perché spesso operavamo in cucina. Le insegnavo quali erano le sostanze alimentari di base illustrandole anche tutta l’attrezzatura per preparare dolci e piatti di vario genere. Lei mi seguiva e raffigurava graficamente: le storie per qualche motivo sono così iniziate ad arrivare!” 
Da qui l’idea di narrazione di ricette appartenute alla propria infanzia per conservare la forza della tradizione e, al tempo stesso, variare con divertimento le combinazioni del gusto.
Le prime “Storicette” che verranno lanciate in commercio e presentate a stampa e pubblico in occasione del Lucca Comics & Games 2015 il prossimo 30 ottobre sono tre Emma scende dalle nuvole; Emma, Luca, il pomodoro e la mozzarella; Lord Sandwich.
Le storicette hanno anche un blog di cucina e una pagina Facebook che mantengono l'idea di fondo dei libri: ricette facilmente replicabili dai bambini, ma anche ricette che ci aiutano a mangiare in modo un po’ più sano.

Gerarda Pinto 26/10/2015

Al Vie Festival “BiT” di Maguy Marin: un’ipnosi di gesti e suoni, ripetizione della società?

Suoni stridenti, rumori elettronici, percussioni entrano nelle orecchie, pian piano crescono, si fa luce sul palcoscenico. Enormi lastre che sembrano d’acciaio, costituiscono la scenografia, su di esse i sei danzatori saliranno, si sdraieranno, si rotoleranno.
È l’inizio di “BiT”, la nuova creazione di un mostro sacro della danza contemporanea mondiale, Maguy Marin, che circa dopo vent’anni torna a Bologna per Vie Festival. All’Arena del Sole un’occasione unica, per conoscere sia il nuovo lavoro della coreografa francese, andato in scena il 17 e 18 ottobre, sia il suo ormai storico spettacolo “May B”, accolto con un lungo applauso della platea il 20 ottobre.
Il ritmo è la colonna portante della coreografia, il ritmo che deriva dai conti, dai numeri, su ogni suono un passo, uno dopo l’atro. Le composizioni coreografiche, in apparenza semplici, ma difficilissime da eseguire in sincronia, si reiterano continuamente. Ripetizione e accumulazione sono le basi che reggono la composizione: a ogni inciso si aggiunge un nuovo passo, uno per volta, per aumentare quasi all’infinito la combinazione, che poi improvvisamente ricomincia da capo. Un flusso continuo di passaggi che i danzatori, mai fermi sul palcoscenico, eseguono tenendosi per mano come in una catena, quasi come fosse una danza popolare, un rito, un ballo di corte. Gli occhi, gli sguardi e i sorrisi tra gli interpreti, a volte ammiccanti e altre cortesi, rendono evidente sia la notevole bravura dei danzatori e attori, sia un sottotesto, che la mancanza di trama non nasconde.
Il ritmo cresce continuamente in una parabola che sembra non voler mai discendere e richiama lo spettatore, lo rapisce, lo costringe a tenere gli occhi fissi sulla scena, in una sorta di stato ipnotico. Nasce quasi il desiderio di salire su quel palco e iniziare a danzare, saltellare, scatenarsi sulle note della musica puramente elettronica di Charlie Aubry.
A quest'apparente gioia inizia a opporsi qualcosa di oscuro, inquietante, una scena quasi macabra in cui i desideri dell’uomo sembrano racchiudere voglie di prevaricazione e un costante senso d'insoddisfazione o appagamento. Ai colori degli abiti si oppone il buio, in cui risalta il roseo di corpi nudi che s'intrecciano, s'inseguono, si divorano.
Cercare di dare un’interpretazione potrebbe essere riduttivo, ma la forza del teatro contemporaneo è proprio quella di racchiudere al suo interno tanti e diversi significati, di offrire allo spettatore la libertà di capire ciò che desidera, ciò che riesce a cogliere, di farsi lui stesso interprete e partecipe dell’opera.
“BiT” è la ripetizione in senso stretto, la ripetizione che costituisce la particolarità primaria della nostra moderna società, delle sue dinamiche, dei suoi schemi, che ci incanalano in una sorta di straniamento. La gioia, la cortesia, la danza giocosa sembra essere il vortice in cui siamo costretti a dimenarci, per nascondere poi la promiscuità, che non si esime dal venire fuori.
“BiT” è un lavoro folgorante, in cui sono riconoscibili senz’altro i tratti salienti di Marin, ma che a differenza di “May B” - spettacolo creato nel 1981, che consacrò la coreografa a livello mondiale e che racchiude ancora oggi una forza rivoluzionaria e una poetica uniche – sembra essere più disincantato, forse crudele. I riferimenti nei due lavori sono probabilmente gli stessi, ma il sentimento è diverso. BiT lascia quasi dubbiosi, angosciati ma anche gioiosi: ci consegna una contraddizione interna che spinge a interrogarci, sensazione che rispecchia perfettamente la quotidianità che viviamo.

https://www.youtube.com/watch?v=1Vsbky9V1KY

Silvia Mergiotti 26/10/2015

Sguardi ritratti e grovigli espressivi: alla Dorothy Circus le donne di Erik Jones

Erik Jones – IN COLOUR
24 ottobre – 1 dicembre 2015
Dorothy Circus Gallery, via dei Pettinari 76 - Roma

Astrattismo e figurazione, superficie piana e polimaterismo. Spesso l'arte ci mostra come anche i poli opposti possono incontrarsi in uno spazio comune: è uno di quei semi gettati dalle avanguardie storiche che ancora oggi continua a germogliare ripresentandosi nelle ricerche delle generazioni successive.
Proprio questi contrasti apparenti si ritrovano nei lavori recenti dell'artista americano Erik Jones, presentati per la prima volta in Europa alla Dorothy Circus Gallery di Roma nella mostra "In Colour", fino al primo dicembre.
Un titolo non casuale, perché è proprio la vivacità del colore che Jones mette in gioco per fondere insieme un immaginario che pesca con una mano dalla lunga tradizione del ritratto realistico, mentre con l'altra chiama in causa l'Espressionismo astratto, qui esplicitamente rievocato nelle sgocciolature di Pollock o nella gestualità insistita in cui Willem de Kooning immergeva le sue "Woman" negli anni '50.
Nudi corpi femminili iperrealistici, sguardi assorti o ammiccanti, tristi o fieri, riemergono nei dipinti di Erik Jones – classe 1982, originario della Florida ma stabilitosi ormai a New York – da grovigli apparentemente informi di colori, pennellate o superfici sagomate sovrapposte alla bidimensionalità della tela. Una declinazione originale del Pop Surrealism che fa reagire con leggerezza e vivacità cromatiche il modernismo americano con brani di esplicita ed esibita capacità ritrattistica.
Ne viene fuori dunque una spazialità fluttuante che sembra collocare le figure in un altrove indistinto, ultraterreno, ma in cui le scene rappresentate, come si apprende dalla presentazione della mostra, "non sono sogni. Esse [le donne ritratte] esistono dinanzi all’osservatore, si affacciano dalle grandi tele arricchite con abilità dalle elaborate fantasticherie, come degli esseri viventi veri e propri".

Marco Pacella 26/10/2015

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