Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

“Peccato fosse puttana”: intervista al regista Valentino Villa

Regista, interprete e insegnate, Valentino Villa è il regista di “Peccato fosse puttana”, dramma di John Ford interpretato dagli allievi del terzo anno dell’ Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio D’Amico, al debutto lunedì 8 febbraio a Roma presso il Teatro Studio “Eleonora Duse”.

Com’è nato questo progetto di collaborazione tra l’Accademia Silvio D’Amico e il Centro Sperimentale di Cinematografia?
“Inizialmente è partito con una proposta, una decisione presa con il Direttore dell’Accademia di lavorare insieme su questo testo, Peccato fosse puttana. Ad ogni modo c’era da tempo l’intenzione di lavorare insieme.”

Perché avete scelto questo testo di John Ford?
“Personalmente ho un grande interesse rispetto a Ford, sia istintivo che ragionato. All’interno di un’Accademia uno degli autori più studiati è sempre Shakespeare, ma a me sembra che in fondo in Ford ci sia uno Shakespeare snaturato, o che Shakespeare sia un autore della crisi in conseguenza della quale ci sia stata la fioritura di Ford.
Lo sguardo su Ford poteva essere quindi interessante, considerando anche il fatto che questo gruppo del III anno del corso di Recitazione lavorerà successivamente su Shakespeare, per il diploma.”

Data la possibilità di una seconda scelta per quanto riguarda la traduzione del titolo "Peccato che sia una sgualdrina", per quale motivo avete preferito questo, di impatto senza dubbio più forte?
“Anche in questo caso torna necessario un riferimento a Shakespeare: il problema della scelta di una traduzione è infatti enorme per quest’ultimo. Shakespeare ha una fioritura enorme di traduzioni, che ne rendono sempre complicata la selezione di una, mentre per Ford al contrario non ce ne sono molte. In Italia ad esempio la più recente è la traduzione di Nadia Fusini, del 1998 circa: la scelta della traduzione è stata quindi molto semplice. La Fusini inoltre, giovando di una certa libertà di scleta interpretativa, propone una traduzione pulita, priva di ridondanze, che si è rivelata molto utile per il tipo di lavoro che è stato fatto a livello propedeutico con i ragazzi.
Per quanto riguarda il titolo nello specifico, nella dedica di J. Ford lui stesso fa proprio riferimento o meglio quasi si scusa di un titolo così forte. Quindi la mia impressione è che nella traduzione del titolo di decenni fa, probabilmente esso è stato abbassato di livello per essere meglio accettato.”

Quanto è stata importante la messinscena del 2003 di Luca Ronconi (con il quale hai a lungo collaborato nella tua carriera), la cui riflessione si concentra sulla natura dei rapporti umani e sul gioco di coppie?
“Lo spettacolo di Ronconi è uno spettacolo che conosco, ne ho anche visto una delle due versioni famose. È un po’ difficile per me rispondere alla domanda in relazione a questo testo: mi sento continuamente influenzato da Ronconi, quindi c’è sicuramente qualcosa di Luca Ronconi in questa regia, ma forse più in generale in tutto il mio modo di fare e vivere il teatro.
D’altro canto, però, questo è stato soprattutto un lavoro didattico, con attori giovani, quindi è stato necessario un diverso approccio.”

Quanto invece il modello di Luchino Visconti (1961) è stato da te approfondito e preso in considerazione?
“Mi autodenuncio, dire che l’ho preso in considerazione sarebbe una bugia. Ne ho memoria grazie a Maurizio Millenotti, costumista della messinscena, che mi ha mostrato le foto di quell’allestimento mentre preparavamo il nostro. Quindi simbolicamente è entrato anche un po’ nel nostro lavoro, ma non è stato analizzato o approfondito.”

Serena Antinucci
Giulia Zanichelli 08/02/2016

L’ultimo “abbraccio di Lindsay Kemp a David Bowie nel video di Camilla Fascina

«David Bowie è un visionario, un’araba fenice che si reincarna in continuazione e in continuazione ci stupisce». (Camilla Fascina)

Quella di Camilla Fascina è una voce soul con radici affondate nella letteratura. L’artista vicentina, che attualmente svolge un dottorato di ricerca in “Lingue e Letterature Angloamericane” all’Università di Verona, è però anche e soprattutto un’artista a tutto tondo. Canto, composizione, recitazione e danza sono infatti le sue vie espressive. Doti, queste, che ha saputo perfezionare nel tempo grazie all’insegnamento di grandi figure artistiche quali quella del magnifico Lindsay Kemp, già maestro in passato di Kate Bush e David Bowie. E ora, dopo diversi successi personali come il brano “Bambola” (vincitore del premio “iTunes & More Digital Store Festival 2013”) e la possibilità, da tre anni, di esibirsi in apertura a Morgan nel “David Bowie Bash” (un concerto tributo annuale dedicato alla grande rockstar inglese), Camilla ha recentemente inaugurato il 2016 con la cover “Time” di Bowie, personalmente riarrangiata in versione voce, pianoforte e violino. E per il video, non poteva mancare la partecipazione di Kemp, la quale oggi, dopo la recente scomparsa del Duca Bianco, suona come un ‘abbraccio’ che appunto il maestro Kemp ha voluto dare al suo vecchio allievo.
Noi di Recensito abbiamo avuto modo di parlare con l’artista vicentina e di lasciarci così raccontare l’origine di questo video, il suo rapporto con Kemp e con la musica di David Bowie.

Come è nata la tua collaborazione con Lindsay Kemp e come è stato lavorare con lui?
“Nel 2013, mentre mi aggiravo tra i corridoi dell’Università, nella pausa caffè tra una lezione e l’altra, vidi un manifesto che recitava «Lindsay Kemp a Verona per lo spettacolo danza “Perché sei tu?” tratto dal “Romeo & Juliet”». Mi incuriosì molto e subiti decisi che sarei andata a conoscere quel gran maestro. Così andai alle audizioni senza aspettarmi nulla eccetto l’onore di incontrarlo. Tuttavia poi finì che Lindsay mi scelse tra i sedici ballerini con cui avrebbe allestito lo spettacolo. Così passammo assieme a lui un intero mese, otto ore al giorno, e infine il 12 aprile 2013 andammo in scena. Ancora oggi mi sembra un sogno. Da quell’esperienza, poi, rimanemmo in contatto. Spesso capitava che gli inviassi la mia musica e i mei video finché quest’anno non ne scaturì una collaborazione, proprio per il video di “Time”.”

Perché infatti hai scelto proprio questa canzone?
“Time ha un grandissimo potenziale teatrale, che è emerso nell'appassionata interpretazione di Lindsay. E poi è sempre stata una delle mie preferite, per il testo, per i significati, per la carica vocale ed espressiva.”

“Time”, tra l’altro, è stata descritta come il perfetto esempio di brano burlesque-vamp. Sei d’accordo con questa definizione?
“Effettivamente l'interpretazione di Bowie era volutamente particolare e provocatoria. Nel live del 1973 all’ “Hammersmith Odeon Theatre” di Londra Bowie era pressoché nudo e adornato da un boa di piume, particolare che fa molto sorridere Lindsay. Inoltre, proprio in quel live, conosciuto anche come "The Retirement Gig", lui annunciò che quello sarebbe stato il suo ultimo concerto, intendendo con questo la morte del suo alter ego Ziggy Stardust, personaggio che lo stava assorbendo e travolgendo. Queste furono le sue parole: "This show will stay the longest in our memories, not just because it is the end of the tour but because it is the last show we'll ever do." Ora, la mia versione di “Time” è completamente diversa: ne ho fatto un pezzo più intimo sulle note di un violino che prende vita proprio grazie all’intensa, suggestiva e meravigliosa interpretazione di Lindsay. “

Sia il testo della canzone sia il vostro video raccontano dell’ineluttabilità del tempo e della futilità della vita. Nel video, in particolare, i ballerini, con le loro luci colorate addosso, simboleggiano la labilità del corpo umano che si crea e si dissolve nell’inesorabilità del tempo. Come si spiega, invece, l’intermezzo in cui danzi con Lindsay Kemp? E chi rappresenterebbe lui nel video?
“La danza è la dolcezza della vita, racchiude tutta la malinconia ma anche i momenti felici che ci è dato vivere, pur di fronte all'ineluttabilità del nostro destino.
Io avevo immaginato che Lindsay nel video avrebbe in qualche modo incarnato ‘il tempo’; invece, sulle note della canzone, egli ha finito poi per impersonificare la dimensione umana, il sentimento di tutti noi che il tempo lo viviamo. Lindsay perciò ci offre tutta la commozione, la trepidazione, la tristezza, le domande e le paure racchiuse nella nostra condizione umana. Il sentimento struggente della vita che finisce, della candela che si consuma. “

Kemp oltre a essere un ballerino e un coreografo è anche e soprattutto un mimo. Come ti accosti a quest’arte?
“L'espressività è importantissima per veicolare il significato di una canzone. Prima di studiare canto facevo parte di una compagnia teatrale. Per me, infatti, il teatro, il gesto e lo sguardo hanno sempre rappresentato elementi fondamentali per esprimere quello che abbiamo dentro. Poi è arrivato Lindsay e lì è stata la svolta perché ho visto come lui riesce ad esprimere ogni singolo sentimento con la potenza di uno sguardo e di un gesto. Senza le parole. Volevo assolutamente imparare quell'arte, per poi accostarla al canto.”

Risale a questo mese la presentazione del tuo primo EP “Camilla FascinaTed by Bowie”. Cos’è dunque che ti ha affascinata di Bowie?
“Per me David Bowie è stato una vera scoperta. Da qualche anno mi sono avvicinata pian piano al suo mondo e poco alla volta mi sono lasciata travolgere da questo mito che ha attraversato decenni di musica ed è ancora vibrante e proiettato nel futuro. Quello che mi attira e affascina di lui infatti è il genio, la creatività, la poliedricità, la natura iconica e camaleontica.
Così ho pensato che il tempo fosse maturo ora per questo mio primo EP che raccoglie 5 brani tratti da diversi album di Bowie. E devo dire che è andato bene: l’EP infatti è stato presentato l'anno scorso durante il mio opening act a Morgan per il “David Bowie Bash”, ed è stato poi menzionato sul sito ufficiale di David Bowie. “

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
“Ora sono in studio a registrare due EP con miei brani inediti, sia in italiano che in inglese. Ed entrambi saranno pronti a fine febbraio. Nel frattempo sto registrando anche un EP berlinese con due musicisti tedeschi, i “Fewjar”, che ho conosciuto lo scorso anno durante i sei mesi in cui ho vissuto a Berlino. Inoltre sono in partenza per Chicago dove trascorrerò cinque mesi per fare ricerca e per arricchire il mio bagaglio musicale di più spunti possibile.”

E per chiunque ora volesse ascoltare e ammirare il video di questa personalissima quanto toccante versione di “Time”, si rimanda a questo link: https://youtu.be/D7pHuGWFOyA

Camilla Giantomasso 07/02/2016.

Ritratto in jazz: Recensito incontra Tommaso Starace

La forza espressiva della musica di Tommaso Starace, jazzista italo-australiano nato e cresciuto a Milano, è affidata a immaginari metafisici. Oggi vive e lavora a Londra, dove crea elaborazioni musicali e parte dal bebop, dal cool jazz degli anni Cinquanta, per ricercare percorsi più silenziosi e intimisti. Amante dell’arte e della fotografia in bianco e nero affida all’immagine il compito di esprimersi e raccontarsi, attraverso la comunicazione della sua musica. Un’architettura sonora versatile, metaforica e fortemente cinematografica quella del suo ultimo lavoro. “From A Distant Past” è un quadro musicale favolistico, epico, contaminato da un flusso cinematico di sonorità cangianti; è un’opera gioiosa, melodica, ritmicamente incalzante e dal sapore antico. Il sassofonista Starace incide ancora una volta per la EmArcy (dopo il progetto su Michel Petrucciani e su Gianni Berengo Gardin), accompagnato questa volta soltanto dal pianista Michele Di Toro. Noi di Recensito lo abbiamo incontrato su Skype, per approfondire la realizzazione dell’ultimo progetto di uno dei migliori sassofonisti della scena italiana ed europea.

Dopo un primo ascolto di “From A Distant Past” si percepisce subito la complessità dell’architettura musicale. Rispetto agli album precedenti (“Tommaso Starace plays the photos of Elliott Erwitt”, o il progetto su Gianni Berengo Gardin) cosa è cambiato?
“La mia formazione viene dal bebop americano degli anni Quaranta, Cinquanta ed è la cosa che mi ha fatto decidere di suonare il sax all’età di 18 anni. Negli ultimi anni ho ricercato altro e mi sono avvicinato molto alla musica per film, in particolar modo alle composizioni di Ennio Morricone, ma anche al jazz di Stefano Di Battista, musicista romano che stimo molto. Pertanto negli ultimi due album ho voluto esplorare molto di più la melodia, anche perché nel jazz contemporaneo, anche qui a Londra e meno in Italia, si esplora più il jazz enfatizzando ritmi diversi, accordi particolari. Ho voluto attenermi a qualcosa di più melodico, di più italiano.”

Nel tuo passato musicale hai collaborato con importanti musicisti (Dave Liebman, Norma Winstone, Kenny Wheeler, Lian Noble, Paolo Fresu, Dario Marinelli), in quale impronta musicale ti riconosci di più?
“Non mi sento ancora un musicista formato, nel senso che non ho una voce e uno stile in particolare. Sto esplorando la parte melodica e cinematica della musica jazz. Continuo ad ascoltare i grandi jazzisti degli anni Cinquanta, per raffinare il mio linguaggio musicale, per renderlo sempre più complesso, ma allo stesso tempo semplice nell’esecuzione.”

Dopo l’esperienza con il Quartetto italiano (Tommaso Starace al sax alto e soprano, Michele Di Toro al pianoforte, Attilio Zanchi alla basso e Tommy Bradascio alla batteria), cosa ti ha portato a lavorare in una dimensione più intimista con il pianista Michele Di Toro? Perché la scelta di un duo?
“Quando mi guardo indietro voglio poter dire a me stesso di aver esplorato ogni possibilità. Michele Di Toro è un pianista classico e jazz, eclettico, può fare accompagnamenti vari. Avere lui accanto a me è importante. Lo conosco da anni ormai e so che è capace di creare dei mondi musicali pieni di colori.”

Tra le composizioni originali perché hai scelto di inserire un classico di Chick Corea, Children’s Song No. 6?
“Chick Corea negli anni ’80 crea dei brani dedicati ai bambini, delle filastrocche molto delicate, ma anche ricche di movimenti cromatici. Pertanto nel mio album cerco di invogliare l’ascoltatore a fare un salto nel passato, ad esplorare vicende epiche, mondi fiabeschi. Il brano di Chick Corea dà l’idea di uno stile impressionista, affine all’universo musicale di Debussy o Ravel, un po’ infantile, ma anche molto intrigante.”

“From A Distant Past” offre ampio spazio alla capacità immaginativa dell’ascoltatore e stabilisce con la realtà e con il tempo musicale una relazione profonda. Come avete lavorato tu e Michele Di Toro? Come avete definito la dialettica tra i due strumenti?
“Quando ho composto i pezzi ho dato importanza alla creazione di sonorità differenti, che riuscissero però a coesistere in un’unica dimensione. Conosco bene lo stile e il sound di Michele Di Toro e ciò che lui riesce a creare, elaborare. Ad esempio l’accompagnamento di Perseus And Andromeda l’ho composto interamente al pianoforte e successivamente l’ho consegnato a lui per l’esecuzione. Soundtrack ha invece un accompagnamento che ho realizzato in passato, circa cinque anni fa, ma che ho modificato. Nel brano A Trust Betrayed mi ispiro a jazzisti del momento, come Brad Mehldau o Branford Marsalis, quest’ultimo compone pezzi molto operatici, delle open ballads, dove non c’è un tempo preciso. Invece l’ultimo brano, La Favola Continua è un brano di Michele, composto per il terremoto dell’Aquila, caratterizzato da una melodia molto italiana, con poca improvvisazione, ma molto raffinata, cinematografica, intrisa di speranza. Lavorare con Michele è molto più semplice, perché c’è un’empatia profonda, ci conosciamo da dodici anni.”

Perché hai scelto il dipinto di Tiziano Vecellio, “Perseo e Andromeda”, nell’immagine di copertina e nel titolo del secondo brano dell’album?
“In passato ero appassionato di arte del Novecento (Giorgio De Chirico, Matisse, Max Ernst), ma negli ultimi anni mi sono interessato ai quadri del Seicento. Penso che rappresentino un mondo di silenzi, di natura, distante dal caos del mondo attuale. I quadri di Tiziano mi rilassano e mi danno una sensazione di pace. La mia composizione è come se fosse il riflesso dell’immagine della copertina, la sua rappresentazione musicale.”

Sei un giovane jazzista italo-australiano. Vivi e lavori a Londra, ma collabori anche con musicisti italiani. Cosa ne pensi del panorama jazz in Italia?
“Penso che in Italia ci siano molti validi musicisti, come Enrico Pieranunzi, Stefano Di Battista, Paolo Fresu. Sono capaci di incorporare elementi melodici nella musica e penso che questo sia un punto di forza del jazz italiano. In Inghilterra, invece, c’è sicuramente più elaborazione ritmica.”

Progetti per il tuo futuro?
“L’amore per la fotografia in bianco e nero mi sta spingendo verso un progetto fotografico legato al jazz. Dedicato a Robert Capa, il mio fotografo preferito. Voglio che sia un lavoro di repertorio, prima Erwitt, poi Berengo Gardin, ora Capa. Resto comunque un attento osservatore della produzione dei miei dischi e di tutti gli aspetti connessi alla loro creazione.”

Serena Antinucci 04/02/2016

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

Digital COM