Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Ritratto di Tindaro Granata: gentile, caparbio, sensibile

SOLEMINIS – Le cicale non smettono un attimo il loro canto. Le pietre sono già roventi alle dieci della mattina. Attori scalzi si aggirano nel patio che costeggia il giardino verde della Casa delle Storie. Due olivi ci guardano e sembrano corazzieri che difendono il palco, adesso vuoto, che aspetta, nuovamente stasera, di essere riempito, portato a nuova vita, esaltato di parole. Abiti sparsi, sedie di ogni colore e forma, una poltrona imbottita rossa e gonfia e tronfia da tutti ambita. Una mostra con lunghi disegni colorati, per bambini di tutte le età. Puoi passare e scrivere con un pennarello bianco su un foglio nero ricordi dell’infanzia, dolci come seadas con il miele o salate come fregola di pecora. C’è chi prova nella dependance e le voci arrivano lontano nell’odore del cisto. In maglietta slargata e pantaloncini ciabatta Tindaro Granata, nome evocativo millenario, cognome da colore orgoglioso, di tempra.
Le prime volte credevo, e non ero il solo, che fosse un nome d’arte. Invece incarna tutta la “teatralità” siciliana, quella pomposità aulica che ci conduce per mano in altri mondi, in altri antri sconosciuti, o soltanto un po’ in penombra, dimenticati in un angolo della nostra memoria collettiva. Dici Tindaro e mi appaiono pupi alti e dalle cromature altisonanti e dagli scudi lucenti e squillanti e lucidi da abbagliare in battaglie all’ultima spada, all’ultimo elmo preso a picconate. Dici Granata e l’odore della granita arriva immediato, l’orzata tracannata fredda s’illumina come un’insegna di Taormina. Chiunque lo ha conosciuto o ci si sia imbattuto, anche soltanto per una sera, nel dopo spettacolo, racconta della sua dolcezza. Una calma placida olimpica che non scema, che non è una posa, che non è di maniera. Qui, nel “porto di mare” in piena campagna della Casa di Aurora Aru, ha cucinato con la grazia di una mamma, la gentilezza, il tocco lieve.
Quattro anni fa fece clamore il suo “Antropolaroid” (titolo azzeccatissimo, Premio Anct, arrivato a centocinquanta repliche, due qui a Soleminis), fotografia personalissima e seppiata del suo albero genealogico, della sua sofferenza, privata, intima, in un contesto che non capiva le sue scelte, di vita e artistiche. Sentirsi Calimero nella provincia siciliana da una parte abbatte, dall’altra fortifica. Ma Tindaro non ha scorza, non ha armature inspessite dalla diffidenza. La sua arma è il sorriso, la delicatezza e affabilità che riesce a mettere in ogni gesto, anche il più piccolo, in ogni azione, anche la più semplice e insignificante. Poi con “Invidiatemi come io ho invidiato voi”, dove oltre alla regia si ritagliò un piccolo e quanto ingenuo quanto impotente e feroce ruolo, ha messo in mostra le sue doti di stabilizzatore dell’inganno e della poesia che ogni storia trattiene, che ogni vita, seppur alla deriva, contiene e rilascia, liquidi impastati di speranza e distruzione.
Poi è arrivata la brutta parentesi con il testo di “Il libro del buio” di Tahar Ben Jallum, provato per oltre un anno, e che poi alla fine è saltato per motivi legati alla concessione dei diritti d’autore, una produzione Atir che doveva andare in scena per la regia di Serena Sinigaglia: “Per tre mesi non mi sono fatto la barba, ce l’avevo lunghissima. La storia è bellissima: racconta di questi cinquantotto giovani militari, tra i venti e i ventisette anni, che nel ’71 in Marocco progettarono un colpo di Stato contro il Re, e, una volta scoperti, furono incarcerati per oltre venti anni ognuno in una cella di un metro per un metro, tenuti a legumi e pane secco. Per non soccombere e non impazzire il protagonista ha dovuto imparare a non odiare, se avesse cominciato ad odiare sarebbe morto. Sono sopravvissuti in quattro”.
Il nuovo progetto invece si chiama “Geppetto e Geppetto” storia di due papà che vogliono avere un bambino e lo adottano: “La prima lettura pubblica è stata fatta per la rassegna romana “Il Garofano verde” di Rodolfo Di Giammarco a settembre e poi debutterà nel 2016. Avevo bisogno e voglia di parlare e analizzare il tema della genitorialità, molto discusso e controverso. Volevo vedere che cosa accade in un bambino che è adottato da una famiglia monogenitoriale. E’ diviso in due parti; nella prima i due papà sono invasi da speranze, gioie e angosce, nella seconda invece troviamo il bimbo cresciuto e che ormai ha trent’anni ed è rimasto soltanto con uno dei due padri. Mi sono chiesto quanto sia legittimo essere padri a tutti i costi. Ho incontrato quattro Famiglie Arcobaleno, tutte composte da coppie di donne. Il tema è complicato. Mi piacciono le sfide ostiche, impervie”. Come lo è raccontare la propria autobiografia, come lo è affrontare un caso di cronaca di pedofilia. Le scelte facili non gli interessano.

Tommaso Chimenti 20/12/2015

E’ tela d’autore la “Cute” danzante della Compagnia Matros

Si attende sospesi nell’oscurità di una sala al Teatro Studio Uno, mentre accenti di bit liquidi gocciolano adrenalinici, tra sudore e cicatrici della pièce di teatro-danza vincitrice del premio Off – Nomination Miglior Regia al Roma Fringe Festival 2015, che si prospetta da subito come un quadro vivente, in bilico su linguaggi insoliti e contaminazioni feconde.
Mentre il suono procede continuo, interferente e intermittente da un laterale piano dal vivo, come un organismo animato al centro del palco si erge una tela, tesa e gravida di mistero, cucita insieme da materiali evocanti la poesia povera delle opere burriane: una membrana fremente, squarciata da tagli verticali che inventano alture e rientranze celebrando Fontana, scivolando in spasmi e convulsioni assillanti, generate da gesti oscillanti, abbozzati, embrionali.
Spuntano aghi che infilzano e tirano un tessuto che s’apre, sanguina, assorbe e si rigenera in un ciclo epidermico determinato, attraversato da percezioni calzate, o ritmi ossessivi, che tendono verso un esterno bramato, da cui la membrana protegge la sua larva in lotta per sbocciare, mentre le note spingono, gli arti della “creatura” si inseguono, lottano e scalpitano disegnando traiettorie, gettate fuori, disperate, da quell’involucro che sostiene e rinchiude, dimora sensuale e uterina del buio.
Su luci assetate di una metamorfosi in atto, la regia sfiora una sorta di tableau danzante attraverso uno studio attento e sperimentale, mentre una smania di vita ansimante, frutto di aneliti dal volto umano, affiora in nascita come escrescenze a fior di pelle. Atto d’amore o fuga imprescindibile, in posizione fetali la ninfa epidermica riuscirà ad emergere, scagliata al di là della tela, sorgente di luce nell’ultima contrazione vitale.

Giulia Sanzone 18/12/2015

Debutto bolognese al DOM per Simona Bertozzi con il suo “Prometeo: Poesia”

Arriva per la prima volta negli spazi del DOM – La cupola del Pilastro, a Bologna, il terzo quadro del progetto Prometeo, presentato nell’ambito di due giornate dedicate alla danzatrice e coreografa, Simona Bertozzi.
Venerdì 18 dicembre e sabato 19 è in programma a DOM “Docile - Riflessioni e pratiche sulla scrittura coreografica del Progetto Prometeo della Compagnia Simona Bertozzi/Nexus”: due giorni dedicati al lavoro che la coreografa ha elaborato nell'ambito del progetto interregionale di residenze artistiche, realizzato con il contributo della Regione Emilia Romagna e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo.
Venerdì 18 dicembre alle ore 19 verrà condiviso con il pubblico l'esito del materiale elaborato in residenza a DOM legato al progetto “Prometeo”. In particolare verranno presentati degli appunti coreografici realizzati da Simona Bertozzi con Arianna Ganassi, Giacomo Reggiani e Aristide Rontini. Mentre il sabato, alle ore 19, andrà in scena “Prometeo: Poesia”, terzo episodio del progetto che la Bertozzi sta sviluppando: «In questo quadro del “Prometeo” trovano spazio delle figure sottili, scattanti, attente, luminose. Anatomie in crescita, tese a dirigere verso la verticale la vettorialità del proprio agire e che restano sospese anche quando si accostano al suolo, poiché non inclini all’accoglienza della forza di gravità». Lo spettacolo, interpretato dai giovanissimi Anna Bottazzi, Arianna Ganassi, Camilla Incerti Vezzani, Giacomo Reggiani e Letizia Violi (tutti fra i 12 e i 16 anni di età), e progettato come di consueto assieme a Marcello Briguglio, si avvale delle musiche di Francesco Giomi e Susumu Yokota.
Dopo lo spettacolo, alle ore 19.30, è in programma l'incontro pubblico “Dall’esercizio del gesto al fraseggio coreografico… verso l’immagine”, condotto da Enrico Pitozzi, studioso di arti performative e docente presso l’Università degli Studi di Bologna. Prendendo spunto dallo spettacolo, Enrico Pitozzi dialogherà con Simona Bertozzi sugli aspetti fondamentali del suo linguaggio coreografico, concepito come elemento di scrittura dello spazio e di definizione dell’immagine scenica. Si focalizzerà l’attenzione sulle problematiche legate all’analisi del movimento, in particolare alla luce delle pratiche di trasmissione del gesto che la coreografa mette in gioco nell’esplorare l’anatomia umana, e sulla nozione di presenza scenica.

Per ulteriori informazioni http://www.domlacupoladelpilastro.it/ - http://www.combinazioni.net/

Silvia Mergiotti 17/12/2015

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM