Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

La vita della diva italiana più amata nel mondo attraverso il suo ricettario

In occasione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia la rubrica "Colori e Sapori" sceglie di rendere omaggio ad una grande diva del cinema italiano. A questo punto vi starete chiedendo cosa hanno in comune una diva, il cinema e il cibo. La risposta è “In cucina con amore. Tradizione e fantasia nelle ricette della diva italiana più amata nel mondo”, un libro scritto e curato da Sophia Loren, edito da Rizzoli nel 1971. Una perla rara per gli appassionati di cucina e di cinema. Un ricettario fortemente autobiografico pieno di aneddoti e consigli personali riguardo ai procedimenti. Quasi un diario che delinea il ritratto di una donna, attrice, mamma e nonna che sapeva prendersi cura della sua famiglia e dei suoi ospiti celebri e non, in un periodo storico ancora lontano dai blog, dalla condivisione di ricette, quando i segreti della cucina erano affidati al quaderno pieno di appunti, correzioni e all’oralità. La genesi del libro lo rende ancora più emozionante. Sophia Loren l’ha scritto in lungo periodo di riposo forzato nel 1968, nell’Hotel Intercontinental a Ginevra, quando tutti i suoi sforzi erano concentrati sul desiderio di concepire un figlio, infatti nella prefazione scrive: “(questo libro)mi è caro più di un film riuscito perché mi riporta a quei giorni di ansia dopo i quali è nato Carlo junior, la più grande felicità della mia vita”.
È in quell’occasione che per vincere la noia cominciò ad appuntarsi le sue “fantastiche esperienze gastronomiche” frutto dei ricordi d’infanzia, di viaggi e degli insegnamenti ricevuti. Il risultato è un racconto autobiografico che svela la sua vita, i suoi incontri, il suo passato e il suo rapporto con il cibo. Nelle prime pagine troviamo un vasto assortimento di antipasti meglio classificabili come piatti “sfiziosi”, facendo riferimento al significato napoletano di piatto che stuzzica la voglia. Tutte le ricette si rivolgono direttamente ai lettori, instaurando un rapporto paritario e di fiducia, riportando degli accorgimenti su come risparmiare tempo e sulle sue preferenze, sulle cene dell’ultimo minuto per accontentare gli “ospiti piovuti all’improvviso”, e scegliendo accostamenti controtendenza tra ingredienti poveri e ricchi come i fagioli con il caviale. Ci sono ingredienti esotici, come l’avocado, che mangiò per la prima volta nella splendida villa del regista Charles Vidor a Beverly Hills e di cui è diventata ghiotta, e si trovano ricette tradizionali come le “Napoletanine” che cucina quando le prende la nostalgia di casa, “Filetti alla Loren”e tantissime varianti di sandwich, e non potevano mancare le fasi di preparazione di una buona pasta fatta in casa. Tra una ricetta e un'altra troviamo delle pagine dedicate agli ospiti, alla “psicologia per decidere come sarà un pranzo”, alla storia dell’invenzione della forchetta, alla ricerca d’ingredienti freschi e genuini, come parte fondamentale del processo di realizzazione di un piatto e che emana amore per la cucina, contro la pigrizia dei cibi già pronti (era solo il 1971), alla necessità di usare la fantasia per mantenersi in forma, variando la dieta. Con grande carisma e modernità Sophia Loren in queste pagine si fa promulgatrice della campagna antifumo, del veto di fumare a tavola perché il fumo “ottunde le papille, impedisce di sentire bene il sapore”, proprio nel periodo in cui si stavano diffondendo i primi dati sui danni causati dalle sigarette ma anche del ritorno all’utilizzo delle mani per assaporare dei cibi come le patatine fritte: “ per me è un dogma, per esempio, che il gusto delle patate fritte comincia dai polpastrelli”.
Questo libro è anche una grande dimostrazione di amore, per la sua terra, le sue origini, per le persone che la circondano, alle quali dimostra affetto con la preparazione di piatti realizzati con le sue mani, per il cibo come metafora di sicurezza, “assieme al tetto che ci ripara”, rispettato in tutta la sua sacralità, senza mai dimenticare gli anni in cui ha sofferto la fame. Non a caso suo marito Carlo Ponti è per lei un involtino, rivelando la sua mania ad assegnare un soprannome di un cibo alle persone che ama.
Con grande orgoglio Sophia Loren scrive alle sue lettrici: “ Vi prego, non mi fate fare brutte figure. Aprendo questo libro siate le benvenute nella mia cucina. Mangiate con me”.

Gerarda Pinto 02/09/2015

Il Colosseo: il naufragio del mondo antico e del contemporaneo

Sono tempi duri nella Capitale del “mondo di sotto” e i luoghi della cultura chiudono inesorabilmente, stretti nella morsa della crisi, che forse non è più economica, ma è sempre più sociale, politica.
E allora, dedicare una serie di articoli agli spazi della cultura, per coscienza civica e responsabilità storica, diventa un’occasione per raccontare lo splendore che forse ancora ci appartiene, partendo dal luogo di cultura per eccellenza, l’anfiteatro più grande del mondo: il Colosseo.

Combattimenti, martirii, condanne: il “turista per caso” - quello che al Colosseo ci va per farsi un selfie con i centurioni abusivi, o per sfregiarne le mura in preda a deliri di eternità - difficilmente riesce ad associare al monumento un’immagine meno superficiale di quella suggerita dalle pratiche di violenza spettacolare, che avrebbero animato l’Anfiteatro Flavio al tempo della sua piena attività.
Solo qualche mese fa, suscitava consensi e perplessità schizofreniche il progetto di ricostruzione dell’arena, promosso dal Ministro Franceschini per permettere lo svolgersi di manifestazioni culturali, all’interno di quella che è stata e rimane la cartolina di Roma e dell’Italia per il mondo intero.
In totale il piano prevede 80 milioni di euro di investimenti nel biennio 2015-2016 da investire in musei e siti archeologici e culturali in tutta Italia. Tra questi, anche l'intervento per la ricostruzione dell'arena del Colosseo, che in origine altro non era che una distesa di sabbia (in latino rena, da cui l’italiano arena), utile ad assorbire il sangue e il sudore di chi la praticava, per forza o per diletto.
Ma cosa succedeva davvero nell’anfiteatro più famoso del mondo? Com’era costituito e come era reso partecipe il pubblico? Il pollice dell’imperatore decreteva sempre la vita o la morte dei gladiatori, o era possibile un quieto “pareggio”?
In realtà le fonti a disposizione sono necessariamente da leggere criticamente, specie se si pensa che la più importante è il Liber de spectaculis di Marziale che si può - con un pizzico di ironia - definire “l’addetto stampa della dinastia dei Flavi”.
L’opera racconta con dovizia di particolari i cento giorni di giochi che animarono nell’80 d.C. il complesso voluto da Vespasiano, innaugurato da Tito e completato da Domiziano. Certo è che quello che gli storici chiamano “il naufragio del mondo antico” ha annegato nell’oblìo la potenza, i colori, gli umori e le vite che affolavano gli ordini della struttura. Già l’oblìo, quella sorta di velo sulla memoria, che ai tempi dell’Impero era talvolta una vera strategia politica: si pensi, ad esempio, alla damnatio memoriae toccata all’ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia – Nerone - per il quale i Flavi non risparmiarono una denigrazione postuma fortissima, arrivando alla riconversione dei monumenti voluti dall’Imperatore (passato poi alla storia come incendiario e nefasto), quando non alla distruzione (si veda il cosidetto “Colosso di Nerone”, una statua enorme, di cui oggi rimane solo il basamento nei pressi del Colosseo).
Eppure la storia del Colosseo parte proprio da Nerone: lì dove sorgeva il lago della splendida Domus Aurea neroniana, Vespasiano – primo Imperatore della dinastia degli Homines Novi - volle fosse eretto quello che doveva essere il simbolo della grandezza sua e dell’impero agli occhi del mondo.
Costruire sull’acqua? Per i romani, è risaputo, gestire le risorse idriche non era un limite, ma un’occasione di esaltazione edilizia e architettonica: non è dunque diffcile immaginare che, come si riscontra in Marziale e in Cassio Dione, l’arena del Colosseo, almeno prima del completamento degli ipogei sotto Domiziano, potesse essere allagata e svuotata per giochi d’acqua come le naumachie. Dunque una zona lacustre, un luogo dove innanzitutto serviva ideare un sistema per far scorrere e all’occorrenza richiamare le acque.
Scorrere via, proprio come sono trascorsi oltre venti secoli, scorrere via come sono passate le tante vite del monumento più rappresentativo d’Italia, che nelle prossime settimane proveremo a conoscere meglio, epurandolo dai selfie e dai graffiti vandalici, cercando di rievocare la maestosità in parte perduta di un luogo deputato allo spettacolo, un luogo che resterà, fortunatamente, sempre aperto.

Adriano Sgobba 31/08/2015

Equilibri a confronto: l'evoluzione della pittura di Josh Smith e le tensioni installative di Hilla Ben Ari e Alice Cattaneo

La Galleria Marie-Laure Fleisch e il Macro Testaccio a Roma ospitano due mostre che indagano il senso di equilibrio e di processo nella creazione artistica: "Tensioni E-Statiche" di Hilla Ben Ari e Alice Cattaneo (22 Giugno-12 Settembre) e la mostra di Josh Smith curata da Ludovico Pratesi (5 Giugno-20 Settembre).
Se, infatti, l'ultima opera video di Hilla Ben Ari "Naíamah: A Tribute to Nachum Benari" riprende temi biblici per fissare la grandiosità dell'umano proprio nello sforzo fisico, artistico, di contrapporre individualità e collettività, naturalità e strumentalità, i "paintings" di Josh Smith all'interno di uno spazio mastodontico come il Macro Testaccio esprimono un "pensare in pittura" ispirato da un'imponente quadreria in cui le sismiche variazioni cromatiche e segniche non sono un racconto, ma una confessione prorompente.
I corpi di Hilla Ben Ari sembrano studiare principi di vibrazione che possano far vivere in diverse posizioni e rendere plastiche spigolature del sé inseparabili dall'ambiente circostante. Il video consente nel dare rilievo e lunghezza temporale alla sofferenza di varie posture e ai legami che i corpi imparano di conseguenza. In più, la sala della Marie-Laure Fleisch espone altre forme di equilibri precari che si manifestano attraverso le opere della milanese Alice Cattaneo: reti metalliche, bastoncini di legno e fogli di acetato colorato, troppo poco plastici, troppo concettuali, troppo sussurreggianti domande senza risposte e senza "senso".
Le ragioni della ricerca, di sé e nelle produzioni del sé, sembrano veicolare fortemente i "Name Paintings" e gli "Abstract Paintings" di Josh Smith. La riflessione vitale che spinge a figurarsi e a non rappresentare semplicemente il proprio nome su tela così come il processo essenzialmente induttivo che crea la composizione più astratta e casuale di lettere in macchie di colore, contribuiscono a presentare la pittura come una manipolazione dellíimmaginario fortemente emotiva.
Entrambi i padiglioni del Macro reggono un'impalcatura seriale - quasi meccanica - di tele ridimensionate all'uniformità di cornici e confini cui si dispongono sgabelli per sostare di fronte allo schizzo, alla diluizione impensabile di opposti, alle armonie cromatiche non oggettive, all'ansia di un artista che "sta sempre rannicchiato a farsi domande su se stesso" (tratto dall'intervista a Josh Smith di Ludovico Pratesi). L'importanza delle sbavature, delle commistioni, del galleggiamento di tutto ciò che ci è esterno (fogli di giornali, fotografie) non conducono l'artista di origine giapponese alla formazione di immagini: il flusso della pittura di Smith si nutre di gradazioni, più o meno intenzionali, e della vividezza sotterranea dei suoi verdi, lilla, azzurri.
Lo sguardo integrato della pittura che ben confeziona le sue fluorescenze al Macro e dei "grovigli costruttivisti" della Cattaneo presso la Marie-Laure Fleisch permette la sospensione del giudizio, la sua calma controllata, il bilico che possiamo leggervi solo noi. Laddove tutto sembra restare.
La pittura di Josh Smith conduce a due opere di video-arte in entrambi i padiglioni e qui si nota lo sguardo dell'artista sui momenti transitori e sui fenomeni di scarto, dai concetti di focus/intrattenimento/noia/stabilità. 

"Wainting room" non è solo il titolo di una di queste due opere-video ma potrebbe essere il nome della nostra postura di fronte a queste mostre. Quella più esterna, quella dove non c'è niente da dire.

Rosa Traversa 23/08/2015

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Colori e sapori

Recensito su Twitter

#musica @danielecelona in #abissitascabili: un album/fumetto per i supereroi del nuovo millennio Giorgia Groccia https://t.co/FRbaVw7KVO

Digital COM