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Segrete, fino ad ora, sono le “Storie sovietiche” esposte alla Galleria del Cembalo

Non è candido, né innocente il bianco che inabissa ogni scatto di Danila Tkachenko. Le fotografie che ricoprono la stanza della "Aurora", nella Galleria del Cembalo, sembrano lanciare un grido di taciuta disperazione. È sordo, infatti, lo scoppio accidentale che investe Celjabinsk, città dove nasce e muore nel 1964 una bomba atomica sovietica. Come sordo e taciuto rimarrà a lungo questo devastante incidente (paragonabile a Chernobyl), confinato nelle cosiddette “Aree riservate”. Questo giovanissimo fotografo moscovita (classe 1989) decide di rompere il silenzio indagando con il suo obiettivo le macerie della tragedia. Resti e detriti: ogni cosa è avvolta dal bianco della neve, che nasconde e confonde persino l’orizzonte. E tra i segreti che cattura ci sono i ruderi dei laboratori che l’Urss volle in una cittadina sperduta del Polo Nord per le sue ricerche in ambito biologico.
Ma alzando gli occhi, nella seconda stanza, Palazzo Borghese ci fa prendere fiato, invitandoci alle “Nozze tra Cupido e Psiche”. Connubio che sembra legare anche la nebbia artica dalla quale emergono evanescenti rovine e il riflesso luminoso che avvolge i corpi nudi, fotografati da Sergei Vasiliev.
Originario di quella stessa Celjabinsk, Vasiliev inaugura la sua carriera di fotografo, abbandonando quella di poliziotto. Guardia carceraria, prende in mano l’obiettivo per la prima volta all’interno delle stesse prigioni che lo videro, al fianco di Danzig Baldaev, nella catalogazione e decifrazione dei tatuaggi indossati dai detenuti. Oggi sono esposti nella stanza di “Ebe rapita dal Tempo” e l’associazione non risulta casuale. Nelle due figure mitiche, la forza maschile carpisce il soffice corpo femminile, che emerge con la stessa fragilità nelle fotografie in bianco e nero di giovani donne nude immerse in acqua. Di nuovo, all’interno della mostra “Storie sovietiche”, la luce rende diafano ciò che tocca. Il bianco scintillante riverbera dalle gocce umide che cingono le femminee figure emerse, fino ai seni nudi di madri in attesa, mostrando il divino mistero della nascita. Di divino e misterioso hanno anche i corpi fieri degli uomini che esibiscono raffigurazioni sacre e profane; ornamenti di inchiostro spiati nel chiuso delle loro celle o negli sporadici incontri esterni. Bianco e nero, luce ed ombra, uomini e dei.
E se nella Russia di Vasiliev “il colore è solo un orpello”, in quella di Rozalija Rabinovič (Kiev, 1895 – Mosca, 1988) il rosso, l’oro e il nero sono vettori per la propaganda sovietica. “Stella Rossa” espone una quarantina di disegni che l’artista compie lungo tutti gli anni trenta e che ritraggono i simboli del progresso tecnologico. Aerei, locomotive, fabbriche, eserciti sono (s)composti tramite forme geometriche ed esplosioni di colore che rappresentano quell’ordine e la ferrea disciplina che l’Urss impose come dictat della sua oligarchia. Ogni disegno racchiude un senso di verticalità spingendo lo sguardo verso l’alto, dove l’affresco del “Trionfo dei Borghese e delle arti” corona persino la gloria sovietica.
Ma il cerchio si chiude e la mostra unisce principio e fine. Passando dal radioso rubino di un avvenire grandioso, si ripiomba in quel bianco immacolato dal quale emerge, a fatica, il monumento ai lavoratori di una stazione nucleare.
Bella e violenta come la Russia di cui svela qualche segreto, l’esposizione cela un memento: solo nel rosso della fenice la vita rinasce dalle proprie ceneri, a noi, purtroppo, non rimane che il bianco sterile della fuliggine.

Elena Pelloni 14/02/2016

“Pink Floyd Suites” e il linguaggio dei corpi: la ricerca di Giuliana Maglia

È la donna la protagonista assoluta di “Pink Floyd Suites”, in scena al Teatro Trastevere fino al 14 febbraio. La donna e il suo faticoso farsi strada nel mondo, la sua condanna e benedizione ad essere moglie e madre. L’uomo è presente, ma è legato alla figura femminile, come figlio e come marito, mai da solo, nel tumulto dei ricordi che si intrecciano alla vita quotidiana, ai doveri imposti da nessun altro se non da noi stessi. Sullo sfondo, ad accompagnare le gioie e le sofferenze di ogni giorno, i Pink Floyd con le suites “Atom Heart Mother” e “Echoes”.
Giuliana Maglia porta avanti una buona intuizione, un’idea, che si delinea abbastanza facilmente tra le righe della coreografia, fatta di corpi ansimanti e scoordinati. Un lungo drappo rosso collega i corpi delle performer come un cordone ombelicale, li avvolge come un grembo materno, li soffoca come Gli Amanti di Magritte. Le due suites, la seconda delle quali vede in scena anche gli uomini, possono essere lette come l’una il naturale prosieguo dell’altra, come anche il prologo, “Le scadute”, presentato in anteprima dalla compagnia, una breve coreografia sulle note di “Paranoid Android” dei Radiohead, un’allegoria che canta la disperazione della precarietà (le ballerine entrano in scena reggendo un Curriculum Vitae successivamente stracciato), sul lavoro, sull’amore, sulla vita.
Senza dubbio si tratta di una buona serie di interessanti suggestioni, sorrette soprattutto dalla splendida musica dei Pink Floyd. Giuliana Maglia ha cercato di creare un linguaggio ibrido, tra la danza e la parola, per comunicare il suo messaggio con l’ausilio esclusivo del corpo, in quella che appare quasi come una mimica del quotidiano, enfatizzata da lunghi silenzi in cui la musica cessa per lasciare spazio ai corpi ansanti delle ballerine, espressione di quella fatica quotidiana che la Maglia tiene a rappresentare. Lì dove non arriva il gesto, subentra la parola, affidata alla stessa Maglia, guida per gli altri performer che a lei si affidano come alla “mother” del titolo della suite.
Il lavoro è arricchito dal visibile entusiasmo dei giovani ballerini, forse non ancora professionisti ma muniti di una certa maturità necessaria a farsi guidare dalle note immortali dei Pink Floyd.

Giuseppe Cassarà 11/02/2016

Foto: Matteo Nardone

"Peccato fosse puttana": intervista a Viviana Crosato, allieva del Corso di costume del Centro Sperimentale di Cinematografia

I costumi di “Peccato fosse puttana”, che ha debuttato lunedì 8 febbraio presso il Teatro Studio Eleonora Duse di Roma, sono stati curati dal terzo anno del Corso di Costume di Maurizio Millenotti presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Messinscena inaugurale della collaborazione del Centro con l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, esso prevede la regia di Valentino Villa nell’adattamento del dramma di John Ford.
Una delle allieve di Millenotti, Viviana Crosato, ci spiega meglio qualche dettaglio concernente l’allestimento curato dalla sua classe.

Che peso concettuale e drammaturgico assumono i costumi nell’opera di Ford?
“In generale, in qualsiasi lavoro, il costume ha un peso notevole, sia storico che concettuale. Ciò che ti aiuta a determinare il personaggio infatti è la chiave di lettura che gli viene data, e in questo il costume serve molto agli attori. Aiuta inoltre a cimentarsi con diversi livelli di difficoltà: portare determinati tipi di abiti (come i corpetti) ti costringe a fare determinati tipi di movimenti, che si trasformano poi in atteggiamenti, che diventano propri del personaggio.”

Qual è il lavoro di ricerca sulla storia della messinscena che si è reso indispensabile per la realizzazione dei costumi?
“Abbiamo sempre un approccio storico-didascalico, partiamo dalla ricerca di immagini di personaggi realmente esistiti, quindi dato il periodo storico (1633) abbiamo cercato soprattutto personaggi raffigurati in dipinti dell’epoca. Nulla toglie però che ci siano state influenze, ad esempio per la scelta di colori, molto più moderne. Ciononostante la linea di ricerca è rimasta quella di artisti italiani, di pittori del tempo.”

Come è stato lavorare con Valentino Villa/Maurizio Millenotti? Quali sono state da parte del regista/ costumista le indicazioni specifiche?
“Con Maurizio Millenotti ormai formiamo una squadra rodata, perché è proprio il nostro insegnante all’interno del corso. Con Valentino Villa è stata un’esperienza molto interessante, perché grazie a lui abbiamo avuto modo di incontrare un’altra scuola, di capire come lavorano, come affrontano gli spettacoli. Speriamo insomma che ci sia la possibilità di replicare esperienze simili.”

Serena Antinucci
Giulia Zanichelli 11/02/2016

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