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In principio tutto tace. Molte religioni o teorie metafisiche partono da questo assunto: all’origine vi è silenzio, giudicato come reale assenza di rumore. Ciò non significa che non vi sia possibilità di suono: basta una scintilla, un necessario atto della mente e il silenzio diventa parola. E la parola, il discorso è movimento, in primis del pensiero. Così, all’inizio di “Giudizio, Possibilità, Essere” di Romeo Castellucci, presentato il 30 giugno al Festival di Spoleto, vi è il silenzio dell’universo che si fa suono: attraverso delle diapositive, gli spettatori vengono messi a conoscenza che un buco nero appartenente alla Galassia di Perseo, circondato da gas, pare che emetta delle onde sonore, le quali potrebbero rappresentare il suono melodico dello stesso buco. Suono non udibile dall’orecchio umano, ma che uno scienziato ha provato a riprodurre con dei software.553679301072018130331

L’uomo vuole udire parlare il silenzio: ecco, quindi, che il volume del suono del buco nero viene alzato fino a far vibrare le casse stesse e, con esse, il cuore e la mente di chi è presente. Vibrazioni ancestrali che intimoriscono ed affascinano, fino a che tutto nuovamente tace e un cast totalmente al femminile entra lentamente in scena, vestito da Carmen Castellucci con abiti che ricordano le comunità amish americane, le più lontane dalle massive intrusioni della civilizzazione avanzata e le più vicine alla concordia con la Natura e i suoi frutti. Le ragazze non sono disposte a comunicare, né a dialogare: si tagliano la lingua, prima di riunirsi in una sorta di circolo iniziatico che ricorda i primi passaggi di un rituale misterico. Il disagio e l’agitazione interiori, a cui Castellucci sottopone costantemente il pubblico, sono già in questi primi minuti molto alti.
553679301072018130400Teatro, etimologicamente, deriva da un verbo greco che significa “guardare, vedere”. Eppure il regista e drammaturgo non vuole solo mostrare: ecco, dunque, che il suo teatro viene portato fuori dagli spazi più “istituzionali”, nella periferia della città del Festival dei Due Mondi, a San Giovanni di Baiano, precisamente in una palestra, anticamente l’elemento più importante del ginnasio, il luogo dove i giovani eseguivano esercizi ginnici, ma anche centro di cultura e istruzione.

Castellucci, che dal 1981 non dà mai nulla per scontato, ancora una volta sfida lo spettatore ponendolo di fronte ad una scelta: seguirlo nella sua attiva riflessione sull’essere umano, o lasciarsi sopraffare da ciò che vede e sente. Nel solco del più autentico “teatro della crudeltà” teorizzato dal drammaturgo e saggista francese Antonin Artaud, lo spettacolo della Societas Raffaello Sanzio procede per un replicare con bassa ricerca di espressività interpretativa un testo a memoria, fino quasi a renderlo superfluo, a lasciarlo scomparire o recitare da una riproduzione amplificata. Non è l’effettiva rappresentazione de “La morte di Empedocle” del grande poeta tedesco Friedrich Hölderlin (nella traduzione di Cesare Lievi) ciò che davvero rapisce lo sguardo, ma la fusione fra movimento e parola, quest’ultima non necessariamente in sincronia con i gesti: gli esercizi astratti delle attrici somigliano ad una danza perfetta, impenetrabile, elegante, ipnotica, tanto che neanche i canti popolari islandesi e la musica finale composta da Scott Gibbons stavolta riescono a distogliere completamente l’attenzione dello spettatore dalle azioni svolte, passando quasi in secondo piano. Persino quando il cast si riunisce in immobili gruppi separati che ricordano marmoree statue rinascimentali, l’interesse del pubblico è tutto per le interpreti.553679301072018130245

Le ragazze, tra cui spiccano in particolare le quattro protagoniste (Silvia Costa, Laura Dondoli, Irene Petris, Alice Torriani) che a turno si scambiano il ruolo del filosofo agrigentino, si fanno medium, mezzi attraverso cui far giungere un messaggio. Armate e pronte per una rivoluzione, scarse di risorse e esibendo una bandiera americana sudista (qui simbolo delle “cause perse”), le attrici eseguono la parabola di Empedocle così come prevista dalle tre stesure di Hölderlin, giungendo al “sacrificio” finale e rinascendo nude in quel ginnasio che le condurrà verso una nuova rivelazione, senza però consolazione o pietà di sorta. Ritornano, come Empedocle, a quella Natura che svela la finitezza dell’Uomo, in quanto Essere dai poteri conoscitivi limitati, il quale deve servirsi sia dei sensi (gesti), sia della ragione (parola) per comprendere ciò che egli chiama Vita.
Una tragedia colta, leggermente utopista, schietta, aspra, non smorzata o raddolcita da ricercati coinvolgimenti emotivi: il provocatore Castellucci ancora una volta va a segno.

Chiara Ragosta, 05/07/2018

Nel piccolo teatro naturale di Pietrelcina, cittadina sede di ben tre eventi del Napoli Teatro Festival 2018, un palcoscenico immerso nella natura e nell’oscurità della notte ospita il reading ideato da Luca Zingaretti e da Giuseppe Cesaro, che mettono insieme testi tratti dal libro biblico e riflessioni sulla natura umana. La scenografia è semplice: un pianoforte a coda per l’accompagnamento musicale originale di Arturo Annecchino e una tela su cui viene proiettata una foto della nostra galassia catturata dalla sonda Voyager 1. È così che inizia la riflessione di Zingaretti: la Terra è appena visibile all’interno dei miliardi di stelle visibili, l’uomo è insignificante di fronte a tutto ciò, e così le differenze che ci separano e ci dividono. «Cosa avrebbe scritto Leopardi se avesse visto la Terra fotografata dalla Voyager 1?» incalza dopo aver letto un passo dell’Infinito, poesia che Leopardi scrisse appena ventenne. E ancora, «cosa rende noi uomini “primi” e non “ultimi” nell’infinità di galassie e pianeti che ci circondano?» si domanda dopo aver letto il noto passo del Vangelo di Matteo. Pietrelcina


La lettura pensata da Zingaretti e Cesaro tenta di dare una risposta ad alcune di queste domande in maniera chiara: ciò che differenzia e rende unico l’uomo rispetto a tutto il resto è la poesia, quella di Leopardi o di Rilke – di cui legge frammenti –, quella che conosce chi ha visto la Cappella Sistina, o chi si è trovato di fronte ad un’opera di Giotto, Michelangelo, Fidia, Van Gogh, Monet o Picasso; quella intrinseca nella danza di Nureyev o nella musica di Ella Fitzgerald e nella voce di Maria Callas. Ma Zingaretti dice di più: la poesia non è nella luna e nelle stelle – che pure hanno ispirato generazioni di poeti – è nell’anima dell’uomo e dà voce alla verità. Ciò che conta, dunque, non è l’infinito di Leopardi, ma ciò che dentro Leopardi fa sì che un ragazzino di vent’anni possa pensare e scrivere “L’infinito”. Il percorso ideato dall’attore romano, poi, finisce per esplorare la relazione dell’essere umano con la divinità attraverso la tragica richiesta di risposte che l’essere umano rivolge a Dio: da quest’unico elemento sarebbe possibile trarre una quantità di testimonianze nella letteratura e nel teatro di tutti i tempi, dalle tragedie greche fino a Shakespeare. La considerazione, infine, che la poesia è donna – basti pensare all’origine greca del termine – permette all’attore di compiere una digressione sulla più stringente attualità e sulle tragiche notizie di cronaca che si susseguono negli ultimi anni. Zingaretti

Pasquale Pota 05/07/2018

CASTIGLIONCELLO – Sul prato, guardando gli scogli dove fecero il bagno Sordi, Mastroianni e Fellini (non credo contemporaneamente) c'è una statua di un uomo accovacciato. Sotto si apre il golfo azzurro, in lontananza la Corsica, le grandi navi che solcano l'orizzonte smerciando nafta. Quest'uomo, appollaiato su se stesso, ad una prima occhiata sembra che legga. Da più vicino pare che stia sfogliando il suo tablet. Ma se gli giri dietro capisci che invece dipinge. Ecco Inequilibrio, il festival che tocca le ventuno candeline diretto da Angela Fumarola e Fabio Masi, non è mai ciò che ti aspetti castiglioncello2che sia, è ciò che è ma anche quello che dovrebbe essere, ha più sfaccettature, sfumature, punti di vista, angolazioni possibili, interpretazioni. Sempre nel solco della sua storia, sempre un po' diverso, spostando soglia e asticella in quel continuum di qualità e ricerca, di coerenza e passione, di rigore senza presunzione, con un occhio al passato e il cannocchiale posto sul futuro. Già la locandina (di Guido Bartoli) mostra un angelo, un bell'angelo femmina, con ali posticce da acrobata, le mani attorno ai fianchi larghi, la schiena nuda, le piume che svolazzano, le fasciature alle ferite di qualche caduta precedente, senza che questi piccoli traumi l'abbiano fermata, stoppata, bloccata. Immagine migliore non ci poteva essere per fotografare il Castello Pasquini e il drago che lo protegge. Spettacoli piccoli per pubblici intimi, sale affrescate, gomito a gomito, coscia a coscia, stretti nell'abbraccio delle parole. Quattro belle scoperte, quattro pepite lucenti, quattro bagliori a scaldare l'estate.

castiglioncello3Ormai una conferma gli Oyes dopo le loro personali rivisitazioni e reinterpretazioni di Vanja e del Gabbiano eccoli in questo “Schianto”, frutto della residenza proprio a Castiglioncello, che parte, nell'intento del regista Stefano Cordella, dal Koltes della “Solitudine dei campi di cotone”. L'altalena è la dicotomia tra desiderio e fallimento, tra ciò che si vorrebbe avere e invece la cruda realtà che ci mostra la sostanza, e le conseguenze dei nostri errori. Si sente il cigolio del benpensantismo di Bernhard, il catastrofismo di Durrenmatt ma spunta anche il cinema con Taxi Driver o Collateral con Tom Cruise in un'atmosfera prettamente lynchana con sfoghi alla Trainspotting. La scrittura potrebbe ricordare gli ultimi Carrozzeria Orfeo. Il fondale è un grande vetro infranto, l'incidente e le vite dei protagonisti che stanno andando verso l'inevitabile crash. Due uomini si incontrano: uno è il cliente mansueto (Dario Merlini, ricorda l'interprete folle di “Una notte da leoni”), l'altro il tassista (Umberto Terruso convincente, deciso) logorroico, straripante, sovreccitato. Hanno vite da farsi perdonare, colpe da scontare e nessuno a cui raccontarle. Ma la notte è giovane e porta consigli (di solito cattivi) nelle vesti di un canguro investito che li scruta e li giudica con lo sguardo e con il silenzio, una ragazza/demone (Francesca Gemma, gran voce) che cerca di riempire i propri vuoti esistenziali con rapporti occasionali, un ragazzo vestito da Robin (Fabio Zulli, dolcezza e ribellione in stile “V per vendetta”). E, come dice Cremonini, “Nessuno vuole essere Robin”. Sembra un incubo, una serata maledetta dove la solitudine è la sola a farti compagnia, dove tutto va come non deve andare, dove tutti cercano una rivoluzione, un cambiamento epocale, quello shock, quello schianto che azzeri tutto.castglioncello5

Stessa aria di crepitio, di quella placidità che potrebbe incrinarsi da un momento all'altro, si allarga come macchia d'olio ne “I giardini di Kensington” che ci portano a Peter Pan ma anche alla citata nel finale Patty Pravo. I due amanti sulla scena (Elisa Pol e Valerio Sirna in sintonia tra teatro e danza) regalano l'inquietudine della fissità, dell'irremovibilità, della fermezza, con quelle mosse tenui e statiche che pare di essere dentro un quadro di Hopper. Quella calma, quella quiete stantia di questo claustrofobico appartamento nasconde una pentola a pressione. L'aria thrilling è sempre pronta ad esplodere. Non dialogano, fanno due monologhi, si parlano ma non si rispondono, non si comprendono, non ne hanno nessuna intenzione in questa armonia artefatta che mette agitazione e brividi.

castiglioncelloTre ragazzi si presentano in mutande. Ci vogliono parlare di “Intimità”. Avevamo già visto gli Amor Vacui in occasione del loro precedente “Domani mi alzo presto”, testo generazionale che, partendo dalle incertezze universitarie sul futuro e sull'esistenza, tra ricerca del lavoro e sogni, tra ironia e facezie semiserie, metteva a nudo i ragazzi di oggi tra colpe dei genitori ed alibi autoalimentati. Questo “Intimità” non si discosta molto da quella traccia: si ride, certo, perché ci tocca o ci ha toccato tutti; l'amore, il sesso, la prima volta, gli imbarazzi. Pare ed appare ad una prima occhiata leggero, semplice, semplicistico ma il modo frontale con cui interagiscono, giocando, con il pubblico, e il discorso che vira sulla crescita, sulla disillusione del diventare “grandi”, sulla perdita dell'innocenza, nel complesso lo rendono non così debole. Potrebbe essere una commedia all'italiana con il belloccio, lo sfigato e la ragazza a scompaginare le carte. Potrebbe essere “Undressed”, la serie tv-quiz con due sconosciuti in intimo si raccontano e si conoscono. I trentenni e il loro disagio: “Giovani, carini e disoccupati” ce ne aveva già parlato anni fa. Aspettiamo il salto di qualità, li attendiamo con qualcosa di più aperto all'oggi.castglioncello7

I testi di Rita Frongia dovrebbero girare maggiormente per i teatri. Tutti dovrebbero avere l'occasione di rimanere sospesi in questi suoi mondi visionari e fragili, fatti di piccole cose, di non sense, di attese beckettiane, di scambi velocissimi e furiosi, di personaggi pennellati e dolci, di questi gesti reiterati e rafforzativi che costruiscono brevi coreografie di mani, di tic, di manie e nevrosi. Universi paralleli microscopici, interni bui, vite al limite, ai margini ma senza lamentevolezze (dentro si scovano i chiaroscuri di “Dogman” di Matteo Garrone), grandi dolori appena accennati, solitudini da far combaciare, gramelot carichi di fantasia. Da qualche parte spunta Eduardo. Due sconosciuti ad un tavolino (delizioso l'incastro tra Francesco Pennacchia e Gianluca Stetur, ruvidi e vividi, cinici, crudi e adorabili, cagionevoli, delicati, puri) e tanta solitudine da mettere sul piatto avaro della vita, quella del titolo, “La vita ha un dente d'oro”, quelle esistenze che mozzicano come cani ma poi vengono bastonati negli angoli. Un testo fatto di silenzi ed enorme poesia (“Non ho mai guardato la nuca di mia madre”), invocano un cane immaginario, un fagiano immaginario, tutto sul filo di un equilibrio instabile, corrosivo, liscio a perdifiato: “Le cose diventano piccole, ma non c'è da avere paura, è la notte”. Ecco, alla paura, i nostri due rispondono con questa parentesi, con questo bisbiglio che riluce nel loro buco nero, senza farsi sopraffare, senza farsi abbattere, perché la vita, anche se ha un dente ingiallito e prezioso, non è il buio ma quanta luce hai negli occhi.

Tommaso Chimenti 02/07/2018

Quando si legge la parola “performance” sul flyer di una drammaturgia teatrale, solitamente, la prima, istintiva reazione è quella di un brivido lungo la schiena. Ci si chiede cosa si dovrà affrontare, quali bizzarrie il teatro avrà, stavolta, in serbo per noi. Ebbene, il flyer di “Quando non so che fare cosa faccio” (andato in scena dal 13 al 23 giugno scorso), di e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, recita anche, in chiusura, un evocativo e simpatico “si consiglia di indossare scarpe comode”.
Sì, perché si cammina nella suggestiva e al tempo stesso urbana cornice del quartiere Marconi, attorno al Teatro India di Roma. Da una parte il fiume, l’orizzonte, il Gasometro, dall’altra il lungo viale, i negozi, la periferia urbana. Ma andiamo con ordine: si entra nella Sala B del Teatro India, spoglia e profonda, nuda, con Daria Deflorian seduta a distanza dal pubblico. 1Veniamo armati di cuffie bluetooth, con le quali far arrivare la voce sommessa della protagonista fino alle nostre orecchie. Poi si comincia, usciamo dal retro della sala e partiamo per un viaggio, al tempo stesso nella città e nella mente della non-attrice.
Già, perché uno degli obiettivi dello spettacolo è mettere in evidenza cos’è un attore al di fuori del della scena, e di riflesso cos’è il teatro, cosa la recitazione, chi è il pubblico e dove sta il confine (labile) tra palco e realtà. La sovrapposizione dei due è massima, mentre seguiamo Daria a debita distanza lungo le scenografie naturali costruite da Roma: capita di sorpassare una coppia di giovani che litigano, bambini che urlano e calciano un pallone di gommapiuma, di preoccuparsi per qualche goccia di pioggia, di sbirciare fuori dalla vetrina di Tiger, mentre la protagonista solitaria, se solitaria può dirsi per le strade di città, entra, prova qualche strano cappello e commenta, dal vivo, nelle nostre orecchie. Il tutto è condito da brevi riflessioni sull’essere e crescere donna, in bilico tra la scena e la vita, prendendo spunto da aneddoti legati a Stefania Sandrelli e al suo esordio cinematografico in “Io la conoscevo bene” (1965, di Antonio Pietrangeli).
In un percorso in cui tutto sembra casuale, compreso il racconto vocale, forse un po’ troppo spesso abdicato al silenzio, c’è anche spazio per le piccole partecipazioni “scriptate” di Monica Demuru o Ludovica Manzo, a seconda della data, e Francesco Alberici, il cui ruolo non è mai palese prima della rivelazione finale, per i saluti al pubblico. Grande idea, quindi, e costruita con mestiere, quella made in Tagliarini e Deflorian, che potrebbe indubbiamente godere di numerose altre applicazioni. La commistione di storia nelle cuffie e passeggiata in città, infatti, partorisce un’esperienza che meriterebbe di essere provata da chiunque, di solito, rabbrividisca al prospettarsi di misteriose “performance”. Magari al tramonto, con scarpe comode.

Andrea Giovalè
25/06/2018

MODENA – Partiamo da una curiosità abbastanza lampante: la fiaba è donna, è femmina, è mamma, è nonna, è accogliente. Questo è quello che ho percepito nei miei tre anni, felici, di passaggio al “Festival della Fiaba” di Nicoletta Giberti: donne organizzatrici, donne conferenziere, donne ad accompagnare, donne spettatrici, donne attrici, donne lettrici. Forse non è un caso; e non perché la donna sia sognatrice o trasognante o abbia la testa tra le nuvole ma anzi perché, a differenza dell'uomo più concreto (che a volte travalica nel materiale), la donna ha in sé, ha in serbo quel nascondiglio, quell'antro miracoloso, quello spazio generatore di nuovo, di altro, di diverso. Se niente si crea e niente si distrugge ma tutto si trasforma la donna è l'emblema (al contempo naturale e voluptassovrannaturale) di riuscire a trasformare l'infinitesimale e farlo diventare una persona: più miracoloso di così. La fiaba (alla quinta edizione) non è il buonismo snocciolato, non è la melassa, non è la dolcezza. La fiaba è metafora, trasposizione che chiarisce ancora meglio, se la si ascolta fino in fondo, a quale punto del nostro personalissimo percorso siamo, dove siamo arrivati, chiarifica lampante, rilascia certezze, certamente mette in discussione con la sua aura di infantile e magico, di aleatorio e fumoso, di immateriale e nuvoloso, talmente difficile da afferrare da entrarti sottopelle.

voluptas2L'edizione 2018 si è spostata da Villa Sorra, alle porte di Modena, nel centro della città dell'aceto balsamico e Pavarotti. Poteva essere un azzardo passare dal bosco incantato di lucciole e passi scricchiolanti, di foglie secche e parole sussurrate nel buio ancestrale, dove solo le stelle potevano rischiarare, al muoversi all'interno di un palazzo. Qui la Giberti, vera anima del tutto, e il suo staff composto da donne e ragazze ugualmente agguerrite e sorridenti, ha saputo ricreare un immaginario soffice, una parentesi nel flusso del Tempo, uno scrigno fatto di candele e lumini, di fiammelle e fiaccole, con quell'aria retrò da respirare a pieni polmoni. Il perno di questa edizione è la piece (sempre sold out, come da tradizione pone lo spettatore e gli attori in un rapporto di uno ad uno) “Voluptas”, concept principe e traino focale di tutta la rassegna sul quale si incastonato e si animano, a spirale come un dna colorato e mistico, altri racconti notturni, mostre, conferenze, passaggi, consegne.

C'è una religiosità nell'aria difficile da spiegare, c'è un campanellino, nel suo tintinnare rituale da silenzio, da campanella scolastica, da qualcosa che sta per accadere nell'immediato, nell'imminente da Pifferaio magico, c'è il cammino condiviso di cinque sconosciuti alla volta, che si immergono (ma ognuno per conto proprio), inoltrandosi in questo palazzo, la porticina in legno che s'apre cigolando e mostrando un mondo nascosto, buio, dove solo le poche fiammelle a terra, come piccole mongolfiere capovolte, rischiarano le alte mura e le volte. Un nuovo mondo ci aspetta: qui non esiste il tempo del fuori, i rumori sono rarefatti, ovattati, come essere immersi in un liquido amniotico che insieme protegge ma anche cerca giù a picco, in profondità, butta l'amo dentro la nostra coscienza e psiche, ricordi e nostalgie, passato e voglia di futuro. Tutti abbiamo qualche peso sull'anima, qualcosa da farci perdonare, groppi da sciogliere, massi da frantumare, nuovi percorsi da riconoscere, paura da addomesticare.

Può uno spettacolo teatrale fare tutto questo? No, certo, gli daremo troppe responsabilità, ma, se si entra con cuore puro, con i canali della percezione aperti e pronti a cogliere ed accogliere, qualcosa, piccolo, lento, fragile, comincia a macerare e lavorare, a muovere e spostare, diventa domanda insistente da non dover calpestare, da non insabbiare sotto l'ennesimo tappeto. “Lungo il sentiero non si torna mai indietro, come nella vita” c'è scritto nel foglio di preparazione, dopo il silenzio è padrone e, finalmente, liberati dai rumori della città, delle chiacchiere inutili, della musica superficiale, dei cellulari assordanti e ronzanti, accompagnati per mano da ancelle, ci introducono in questo piccolo grande viaggio dentro noi stessi. Il format è quello di una mini Via Crucis (quest'anno collegata al mondo degli scacchi), un cammino che porta alla conoscenza, alla consapevolezza, al riconoscimento, al disvelamento di meccanismi di difesa, all'elaborazione, per esorcizzarle, di timori e incertezze. Non uno spettacolo ma un'esperienza che tutti dovrebbero poter fare una volta nella vita. Piccoli gesti gentili ci accompagnano.voluptas3

La domanda di quest'anno è chi o cosa ci guida nelle nostre scelte? Il karma, il daimon, il destino o un'intima nostra personale volontà. Quella volontà che dalla sua etimologia è stata traslata nel mondo occidentale-capitalistico-cristiano in qualcosa di faticoso e difficile, di sudore e sofferenza, mentre la voluptas è legata a doppio filo al piacere del fare la cosa stessa, al desiderio di realizzarla, alla voglia di avvicinarsi, di prenderla, di goderne. Non sforzo ma godimento. Siamo in un anfratto, della città, del tempo, di noi stessi; leggerezza, sospensione ci sostengono, ci supportano, ci spingono nei budelli, nei corridoi e soprattutto lungo il perimetro di un grande chiostro dove al centro emerge, maestoso e protettivo, un leccio di centoventi anni che fa da casa e cupola, da cappuccio e da cappello, da ombrello e tetto, proprio al centro di questo giardino nascosto e privato. Il leccio, non un albero a caso: con questo legno ci facevano le croci, questo albero attira i fulmini.

voluptas4Da uno step all'altro, questi attori ti mettono gli occhi negli occhi, ti parlano piano, ti ascoltano, ti indagano dentro con la dolcezza di un tocco, con il flebile passaggio di dita sulle nocche, con un palmo di mano che scivola e guida, ti mettono a contatto con il tuo più profondo io. Ascolti ascoltandoti, ti racconti, ti apri come è difficile fare nel veloce mondo che tutto trafigge e trancia là fuori: c'è chi ti fa scegliere un pezzo di legno, che poi si rivelerà un pezzo di scacchi stilizzato, chi tra ungenti e pozioni, alambicchi arabeggianti e fluidi alchemici, miscele di stregonerie e mortai dove pesta liquidi e polveri, ti lascia un segno simbolico su un braccio, chi batte il tempo incessantemente e ti fa sentire, palpabile, che siamo destinati alla fine e che il tempo non aspetta tempo, che il tempo passa e non ritorna, chi disegna dentro il contorno dell'ombra della tua testa, chi ti fa specchiare nell'acqua in un secchio, chi ti fa giocare a scacchi dove vincere o perdere, come nella vita.

Le centinaia di fiaccole sembrano anime in questo girone (paradisiaco per riveder le stelle) attorno al grande albero della vita, sembrano un pratovoluptas6 di lucciole in questo mondo separato dal resto, in questa dimensione pacificata dove la musica di pianoforte lieve dai piccoli tocchi si mischia al batter e levare in lontananza del tempo che fugge, ai ticchettii della pioggia battente e dondolante. I sensi sono ampliati, si sente il battito del cuore, il peso della suola che fa pressione sulla terra, si annusano le parole che ti piombano addosso e che parlano proprio a te, di te, e che dentro cominciano a far rumore. Da una parte ti accarezzano dall'altra ti mettono di fronte alle tue paure, passate e future, ai tuoi bui pensieri, e non ti danno soluzioni ma illuminano soltanto le possibili vie da poter intraprendere: le scelte sono comunque sempre personali. Dalla postazione finale, come partoriti nuovamente, come sbucati da questo pertugio in penombra, nuovamente risputati dall'abisso, mangiando ciliege, si scrutano i nuovi spettatori, i loro passi incerti, le loro titubanze incespicando nel loro destino, affannandosi con il loro passato, vagano assorti e inquieti alla ricerca di sé, dell'incontro con le proprie radici. Solide, ma non statiche, come quelle del grande leccio protettivo che ci abbraccia placido. Tra altri centoventi anni lui ci sarà, sarà lì a difendere e riparare altri come noi, entrati scettici e usciti fiduciosi.

Tommaso Chimenti 11/06/2018

BOLOGNA – Ha un che di aulico, mistico e magico l’apparato messo in atto, con una profusione di energie e impegno, oltre che di arti e mestieri, dagli Instabili Vaganti, formazione (potremmo dire duo, Nicola Pianzola da Novara e Anna Dora Dorno da Taranto incontratisi e stabilitisi a Bologna) attivissimi in questi anni, seppur nella giovane età dei due performer, più all’estero che in Italia. Hanno base nella collina vicino alle Ariette, altro duo creativo, sentimentale, affiatato: e forse non è un caso, la campagna da una parte con i suoi silenzi e i viaggi e il cosmopolita che tutto ruota e vortica attorno. E’ proprio il loro essere girovaghi e giramondo che ha fatto sì che in questi dieci anni abbiano intessuto rapporti e relazioni, attraverso spettacoli ma soprattutto workshop in ogni parte del globo, in svariate performazioni 4giugno altre 4zone del mondo: dalla Corea all’India, dal Messico alla Cina, Uruguay e Cile. Proprio in questi giorni è uscito, edito dalla Cue Press, il loro volume “Stracci della memoria” che racchiude il loro polifonico e prolifico percorso fino a questo momento ricco e intenso.
Ed è nella “Celebrazione” che l’anima e lo spirito più profondi degli Instabili viene fuori con tutto il suo bagaglio di respiro e attesa, di quella preghiera laica dell’uomo per l’uomo, quell'andare in profondità fino alla conoscenza ultima del sé, della consapevolezza, del vivere, del sentire l’altro come parte essenziale e integrante di condivisione, di riflesso, di specchio, di unione. Si percepisce, si scandaglia, si morde il tutt’uno che hanno creato in una settimana di lavoro all’interno dell’affascinante Chiesa San Filippo Neri con i performer giunti da tutto il mondo, unione artistica e d’intenti. “La Celebrazione” (ideazione e regia di Anna Dora Dorno) è un canto, un inno alla gioia e alla vita, allo stare, al dialogo come all’introspezione perché non può esistere l’una in assenza dell’altra. L’attesa è quella dei riti pagani che si muove attorno, con forza concentriche a creare vento e armonia, con il movimento fresco di vestali, in bianco, in nero, in rosso, a creare un vortice che sa di mare, di nuove energie immesse in questo spazio dalle volute altissime, dai soffitti scrostati, dagli affreschi, dall’incastro incastonato tra il recupero dell’antico e la valorizzazione dell’intervento conservativo contemporaneo.
performazioni 4giugno altre 7Su un piccolo palchetto rialzato al centro cinque interpreti, cinque lingue, Messico, Italia, India, Corea, Romania, comunicano attraverso l’universalità gutturale di suoni ancestrali che riecheggiano e trovano sponde tra queste mura che sanno di storia, che profumano di vita passata. I drappi rossi avvolgono come fiamme, come abbraccio di mamma, come fasce di sangue dopo una nascita travagliata. Ed è nell’immenso bianco attorno che la centralità di questa piccola piramide umana si esalta ed esplode in un mantra che sale e spiazza, scroscia e s’impenna fino alle vette per poi ridiscendere e infilzare, impilare, impalare gli uditori in un rimando continuo che colpisce occhi, cuore, orecchie. E’ avvolgente, indubbiamente, quest’ora contemplativa che ci accompagna verso le viscere della terra, dentro le pieghe del tempo. Scricchiola il pavimento come un lago fatato ghiacciato che sta per spaccarsi fino a condurci in un’altra dimensione, parallela, sotterranea, sottocutanea. La parte sonora coccola, liscia come una lingua mentre monta la moltitudine in un canto ritmato di piedi a battere e sobbalzare la terra a creare un’immagine di rilievo, solida e compatta, come il "Quarto Stato" di Pellizza da Volpedo, un muro spesso pronto alla corsa d’impatto, a non squagliarsi sotto il sole, un’onda vibrante dove si muovono all’unisono tutti e trenta i performer in un ammasso che dondola, scintilla, scivola, trema.performazioni_4giugno_altre (9).jpg
Siamo davanti ad un matrimonio ma anche ad un canto sofferente, uno sposalizio festoso e il suo contrario funebre, il ritmo della vita e il sacrificio sull’altare, il dolore come lo sprizzo solare: è la vita in tutti i suoi colori. I teli rossi si agitano come arpioni conficcati sul dorso della balena. Sembrano uscire stralci di Mito, Ulisse tra i flutti, Ercole e le sue fatiche, Atlante con il mondo sulle spalle. performazioni_4giugno_altre.jpgUrlano “Pain” ansimando in un afflato carico di meraviglia e il coro gira come dervisci, come zombie attorno al ponte levatoio. Sale la tensione, la scena si scompone e ricompone, ad elastico, trova un suo equilibrio prima di decostruirsi nuovamente in questa fragilità dolce, in questa precarietà strutturata, in questa cantilena-altalena di emozioni, di carezze, di passaggi, di sfioramenti sensuali. Nel loro cammino, spirituale e ateo, tra sacro e profano, c’è spazio per il ricordo, “Remember” ripetuto all’infinito, fino all’assuefazione.
L’eco crea pathos e adrenalina, enfasi e partecipazione; ecco la svedese che sciorina il suo appuntito discorso, la brasiliana che dal pulpito morbidamente incuriosisce, ecco Nicola Pianzola (in questo frangente molto vicino alla recitazione di Pippo Delbono) che traduce “This is the end” dei Doors prima che parta, ecumenica e trasognante, isterica e allucinogena, la voce di Jim Morrison graffiata e graffiante, mai morta, prima del ballo collettivo, orgiastico carnascialesco di braccia levate al cielo ad invocare quel dio, terreno e tattile, concreto e umano, del giusto, della verità, dell’ascolto, della vicinanza: un inno alla vita in tutti i suoi aspetti.

Visto all’Oratorio San Filippo Neri, Bologna, il 5 giugno 2018

Tommaso Chimenti 09/06/2018

Il passato 5 giugno Altrove Teatro Studio ha presentato, a Roma, la Stagione 2018-2019, la prima del giovane teatro (esclusa la pre-stagione partita il febbraio scorso), con un calendario ricco di spettacoli di prosa e lettura musicale, con nomi di spicco quali Stefano Benni e il Premio Ubu Andrea Sorrentino. Recensito ha avuto il piacere e l’onore di fare una chiacchierata con Ottavia Bianchi e Giorgio Latini, direttori artistici, e alcuni degli attori e registi che contribuiranno all’offerta della stagione ventura.

Per prima cosa, non potevamo che chiedere ai due giovani direttori il perché della loro scelta, oggi ardua e coraggiosa, di aprire uno spazio proprio?

“Adoro il momento delle prove” risponde Ottavia, “la costruzione, la ricerca e l’interazione. Quindi, il desiderio di avere una casa che fosse veramente un posto dove creare questo tipo di sinergie è sempre stato un sogno nel cassetto. Senza l’incontro con Giorgio, però, non sarebbe mai stato possibile.” Poi, aggiunge Giorgio: “Al di fuori di inutili rivalità e conflitti, che ci indeboliscono tutti, ci piace essere padroni del nostro destino. Nel collaborare, cerchiamo di essere direttori artistici più comprensivi e attenti possibile ai bisogni di attori e compagnie.”

A questo punto, eravamo curiosi di sapere dal team di attori e registi che sensazioni si provassero nell’approcciare questa nuova realtà.

Risponde Massimiliano Vado: “Questo è un momento di trasformazione, è giusto che nascano proposte di questo genere, che non riflettano solo il teatro di tradizione ma sviluppino nuove direzioni. Si può sperimentare qui, investire in nuovi progetti, e sono iniziative da supportare e incoraggiare. A tal proposito, interviene anche Riccardo Barbera: “Ritrovo qui una sensazione provata da ragazzo: la ricerca curiosa del genio e della sperimentazione, in giro per la città. Sotto la guida di giovani direttori artistici, con un gran gusto per il significato e la caratterizzazione, si ricrea quel clima laboratoriale, da cui da un giorno all’altro può nascere il capolavoro.” E Giulia Nervi: “Altrove Teatro Studio ha una visione, una progettualità coerente, e ridà agli spettacoli una dimensione popolare del teatro, stimolando l’interesse delle persone del quartiere e oltre.”

Quindi, il concepimento e la nascita dell’Altrove sono in continuità con l’essere attori e spettatori, prima ancora che direttori artistici?ALTROve1

“Da direttore artistico, da attore o da pubblico” risponde Giorgio Latini, “lo spirito che ci contraddistingue è sempre lo stesso: credere nelle cose. Per questo ringraziamo tutti quelli che credono in noi per questa prima stagione, che lo fanno dalla pre-stagione, che credono nella nostra Accademia d’Arte Scenica, compresi gli allievi che hanno creduto in noi come pedagoghi e insegnanti.”

“Questo vuole essere un teatro di cultura popolare,” aggiunge Ottavia Bianchi, “fondato su storie e personaggi appassionanti, interpretati da attori capaci, con un’idea universale. È un teatro trasversale, che arriva a tutti."

E come si comunica tutto questo, oggi?

“Purtroppo, io e Giorgio siamo più bravi con le relazioni uno a uno!” ammette Ottavia, ma specifica: “Siamo presenti sui social, ci avvaliamo di esperti e cerchiamo di apprendere noi stessi in fretta, perché saper comunicare al meglio le proprie potenzialità, con consapevolezza e puntualità, è fondamentale. Ma facciamo anche molto lavoro sul territorio, e già l’anno scorso abbiamo avuto un ottimo riscontro, prova di come il teatro offra qualcosa di unico, insostituibile da TV e altri medium.” Conclude Giorgio Latini: “Ci interessa farci conoscere come persone, umane, concrete e appassionate. Per questo ci piace incontrare il quartiere e la città”.

Andrea Giovalè
6/6/2018

Qui l'articolo di Giorgia Groccia sulla nuova stagione dell'Altrove Teatro Studio

Tullio e Walter sono due terroristi che, durante l’autunno caldo italiano (1969), si nascondono in un appartamento per sfuggire alla polizia. Costretti a condividere spazi e tormenti più che idee, entrambi alimentano, ognuno a modo suo, le rispettive follie, mentre il tempo è scandito dai caffè e da Angelica, unico vero contatto che i due hanno con il mondo esterno. “Bunker”, prima commedia edita della Compagnia dei Cani Sciolti, basata su testo di Roberto Nugnes, dopo il successo di pubblico ottenuto alla rassegna “Pillole”, torna in scena in versione estesa alla Sala Specchi del Teatro Studio Uno dal 31 maggio al 03 giugno. A raccontarci qualcosa dello spettacolo è uno dei protagonisti, Matteo Antonucci:

Bunker” è la prima commedia della vostra Compagnia interamente basata su un testo edito. Conoscevate già l’autore, Roberto Nugnes? Perché questa scelta?

"È stata una scelta che abbiamo meditato l’anno scorso. Roberto Nugnes, il quale è un nostro amico con cui collaboriamo insieme al Teatro Trastevere, aveva espresso il desiderio a Luca Pastore (il regista, ndr) di vedere questo spettacolo messo in scena dalla nostra Compagnia. Lui ha scritto altri testi, anche per la televisione, però aveva a cuore questa storia. Luca era molto contento e l’ha proposto a noi. Ne abbiamo fatto un corto, con cui abbiamo partecipato alla rassegna teatrale del Teatro Studio Uno “Pillole”, nella quale si presentano 12 minuti di un futuro spettacolo: il corto che vince la serata (o si distingue particolarmente per gradimento di pubblico, ndr) sarà in cartellone per la stagione successiva del teatro. Quindi tutto ha avuto inizio dall’anno scorso".

Perciò è stato Roberto Nugnes che vi ha proposto lo spettacolo. Siete stati la sua prima scelta?

"Sì. Non so nel dettaglio cosa si siano detti, però Roberto ha proposto a Luca di fare questo spettacolo con i Cani Sciolti e Luca ne era entusiasta. Siamo noi che lo portiamo in anteprima nazionale a teatro. È partito tutto da noi. Poi credo che lo darà anche ai ragazzi del Teatro Stabile di Genova".

Avete cambiato qualcosa del testo?

"No. Quello che rimane di drammaturgia è tutto di Roberto: storia, personaggi, vicende… Noi non abbiamo toccato il testo, non lo abbiamo modificato".

Parlaci dei personaggi, in particolare del tuo.

"I personaggi principali sono due anarchici, Tullio e Walter, rifugiatisi in una sorta di cantina, in un appartamento di comodo, in cui si nascondono dopo aver compiuto un attentato ad un ufficio postale, in attesa di far calmare le acque e di aspettare le informazioni dai loro compagni, che vengono soprannominati “i ragazzi della baracca”. Tullio e Walter principalmente sono opposti e complementari allo stesso tempo. Uno è la mente e l’altro il braccio. Uno ha un temperamento, passatemi il termine, più “reazionario”. L’altro, invece, è molto più razionale. Sono proprio le due facce dell’anarchia, della lotta di classe che c’era all’epoca, tra gli anni Sessanta e Settanta. Io interpreto Walter, l’anarchico più intellettuale, quello più tranquillo. Colui che cerca di smuovere le coscienze dal punto di vista culturale e concettuale. Tullio (interpretato da Biagio Iacovelli, ndr), invece, è quello più “manesco”, suscettibile. I due vivono insieme fino a raggiungere uno stato sempre più alienato, quasi a condizioni ossessivo-compulsive". 33780789 968184390054237 4808578838378315776 n

E invece il personaggio di Miriam Messina?

"Miriam è Angelica, colei che recapita le informazioni ai due dal mondo esterno e rappresenta l’attesa di sapere ciò che sta succedendo fuori. È una sorta di angelo, di mamma, che porta loro i viveri, i giornali, le notizie, che li tiene al sicuro. Per lo meno, questo è quello che trapela dal testo, da ciò che dicono i personaggi".

Lo spettacolo è ambientato agli inizi di quelli che saranno definiti “anni di piombo” e viene presentato come “basato su una storia vera”: ci saranno quindi riferimenti ad eventi e personaggi di quel periodo?

"Il testo non si preoccupa di indagare con morbosità sugli eventi storici di quel periodo. Non si pone l’obiettivo di dire perché è successa quella cosa, o se è successa allora era in conseguenza di quest’altra…
È Angelica che rappresenta i fatti, è lei che dà quelli spunti storici su quella che era l’epoca e su cosa era quel periodo lì. L’interpretazione che ne ho dato io, da come ho deciso di affrontare il testo, il mio personaggio e il suo relazionarsi con l’altro protagonista, è restituire come si sopravviveva in quegli anni sapendo di scegliere di stare rinchiusi, senza informazioni e cercando di vivere quella vita il più quotidianamente possibile. Quindi credo che (lo spettacolo, ndr) sia prevalentemente un discorso antropologico sull’uomo e su come si ritrova a convivere con un altro uomo, che può essere un compagno, un amico con idee condivise o meno, ma comunque costretti a vivere insieme".

Non solamente un testo basato su eventi storici che hanno caratterizzato un particolare periodo della storia italiana, ma anche una sorta di rappresentazione “ridotta” di una società votata all’individualismo e sulla difficoltà di entrare in contatto, non virtualmente, l’uno con l’altro. Questo è un po’ quello che si vedrà nel vostro bunker?

"Sì, penso che sia una chiave di lettura che si possa utilizzare. Il testo è, bisogna rendere merito a Roberto, talmente scritto bene che c’è quel tipo di divertimento che può avere solo un attore nel leggere un personaggio più che nell’interpretarlo. Non si deve fare lo sforzo di mandare un messaggio, perché questo testo rivela già qual è la vita delle persone tramite la vita di questi due anarchici. È ovvio che entrambi hanno delle proprie credenze politiche, religiose, sociali, come tutti noi. Io lo definirei uno spiare, da parte del pubblico, quello che era il vivere di quegli anni, facendo un salto all’indietro di quasi 50 anni ormai, dato che siamo alle soglie del 2020. Eppure gli anni Settanta sembrano così vicini, perché la nostra generazione può farseli raccontare dai nostri genitori o dai nostri nonni.
L’uomo, in fondo, non cambia mai, rimane sempre fermo sulle sue passioni, sulle sue idee, sui suoi concetti. E forse è proprio questa la forza di questo spettacolo. Ma come potrebbe essere forte la stessa situazione ambientata nel Medioevo magari. Oppure con due cristiani nascosti nelle catacombe che scappano dai Romani. È possibile dargli un’identità storica di qualsiasi tempo, ma quello che vivono le persone sono sempre le stesse cose: hanno fame, hanno sete, hanno bisogno di dormire, hanno bisogno di condividere idee. Nell’apparente semplicità del testo, ognuno può vederci la complessità del genere umano".

È solo un caso che siano stati scelti gli anni Settanta? Intendi che avrebbe potuto essere qualsiasi altra epoca, l’essenza non sarebbe cambiata?

"Io personalmente non credo che l’uomo cambi. Possono cambiare gli ideali o i modelli, ma le emozioni, le idee sono cose che rimangono fisse nell’uomo. Possiamo domandarci perché siamo qui, o perché ci comportiamo in un certo modo, così come ammettere che ci sono sempre stati le guerre e gli scontri. Quello che viviamo oggi con l’opinione pubblica è la stessa cosa: tra chi accetta o no alcuni governi, tra chi accetta o no alcuni stati della famiglia… Cambiano alcune sfumature ma la sostanza è la stessa., un filo rosso che unisce uomini di più epoche.
Però qui andiamo su discorsi metafisici che non serve sfiorare in questo spettacolo. In maniera surreale, potevamo far parlare un anarchico degli anni Settanta con un Galileo Galilei, come se fossimo in un iperuranio. Per “Bunker” magari Roberto era appassionato di quel determinato periodo storico (fine anni Sessanta, ndr), la storia lo ha toccato e ha voluto immaginare come potevano aver vissuto questi due anarchici in questo rifugio per un periodo non ben esplicitato".

Il vostro regista, Luca Pastore, ha disposto il lavoro su uno stile di teatro immersivo. Ciò per invitare alla riflessione gli spettatori sulla società attuale?

"Ritengo che il riflettere sarà diverso per ogni persona che vedrà lo spettacolo. Perché quello che, innanzitutto, una persona produce facendo un tipo di arte come quella teatrale è esprimere qualcosa secondo una propria idea, oppure con idee che si vengono a compenetrare, come in questo caso tra Roberto, Luca e noi attori. Quindi è tutto un voler condividere delle idee e chissà se si darà una risposta alla fine. Sicuramente qualcuno uscirà con delle domande, qualcuno con una riflessione, ma non credo che ci sia l’intento di fare una morale. Piuttosto, c’è lo scopo di far vedere, di far spiare: parliamo di teatro immersivo per dare un genere, ma è il pubblico che si siede e deve spiare lo spettacolo. Quello che sicuramente va a “rompere” questo spettacolo è la convenzione teatrale di avere un palcoscenico, una platea e quindi un pubblico di fronte e basta".

33901910 968182396721103 2520284232312422400 nNei precedenti lavori dei Cani Sciolti, la musica è sempre stata una parte fondamentale della messa in scena. Nel caso specifico, quando fu presentato, in forma ridotta, alla rassegna “Pillole – Tutto in 12 minuti” del Teatro Studio Uno, “Bunker” si apriva con una canzone di Rino Gaetano. Che ruolo avrà la musica nella versione estesa?

"Sì, penso che la musica sia fondamentale e compenetrata proprio allo spettacolo. Si va ad inserire anche lei come una spia, come qualcosa che riecheggia nello spazio, nell’ambiente, in quegli anni. Il resto è una sorpresa che ognuno deve vivere a suo modo. Comunque sì, è vero che come Compagnia facciamo un largo uso della musica in scena, quasi fosse un altro attore. Anche la luce è un’interprete, fa la drammaturgia, è un’altra sorpresa che accoglierà il pubblico. O per lo meno è quello che speriamo da un punto di vista tecnico.
Musica e luci fanno parte entrambe del teatro immersivo, oltre alla scenografia. Del fattore musicale ed illumino-tecnico se n’è occupato sempre Luca per questo spettacolo, ha parlato anche con me per schiarirsi le idee. Ad esempio, qualche giorno fa abbiamo montato insieme la scena a teatro.
Non abbiamo scelto composizioni musicali inedite per “Bunker”, proprio perché è stato un esperimento per la nostra Compagnia decidere di portare in scena un testo non nostro e, quindi, di non usare il nostro compositore (Matteo Juri Messina, ndr), membro della Compagnia. Anche se gli aspetti tecnici sono stati curati da Luca, noi siamo stati consultati e ci siamo confrontati. Poi la scelta finale è spettata comunque a lui. Agiamo così generalmente quando lavoriamo insieme. Sull’aspetto illumino-tecnico, in particolare, Luca si rivolge a me, perché quando non facciamo gli attori o i registi, il nostro lavoro comune consiste in quello: fare montaggio luci e/o audio per i teatri".

Progetti futuri della Compagnia?

"Sì, abbiamo alcune novità per la stagione prossima. Però non c’è niente di ufficializzato, quindi non me la sento di parlare io di questo, ma semplicemente perché compete a Luca formalizzare l’uscita di un nuovo spettacolo, oppure magari annunciarne un altro su un’altra opera edita. Comunque di cose in pentola ne bollono parecchie".

A te personalmente cosa piacerebbe portare in scena?

"Uno spettacolo mio, che ho scritto io. Vedremo cosa ne verrà fuori. Un indizio? È basato su un personaggio mitologico".

Chiara Ragosta, 29/05/2018

La fisica è sottovalutata. È una nicchia nella quale si dibattono pochi eletti, selezionati accuratamente da qualche forza maggiore a noi sconosciuta, per poter spiegare con difficili formule e fraseggi di dubbia comprensione i fenomeni che però possiamo tuttavia osservare sotto i nostri occhi giornalmente.

Quanti di noi sanno che salendo su un autobus o su qualsiasi mezzo di locomozione entriamo direttamente ed inconsciamente a contatto con le leggi di inerzia? Faust a Copenaghen 4Ben pochi se ne rendono conto, ben pochi lo sanno, certamente nessuno si pone il problema di natura prettamente scientifica, lontano dalla fruibilità dell'informazione stessa.

Gabriella Greison portando in scena il 22 maggio 2018 al teatro Spazio Diamante di Roma "Faust a Copenaghen", tratto dal suo libro Hotel Copenaghen, con la regia di Emilio Russo, decide di farsi carico di un impegno decisamente mastodontico, quasi come fosse una missione. La fisica ci spiega come funziona il mondo alla base, nei suoi ingranaggi nascosti: è in tutto ciò che vediamo, in ogni frangente, in ogni oggetto, in qualsiasi corpo animato.

Lo spettacolo, messo in scena dai fisici Premi Nobel del XX sec. in Danimarca, ispirato all'opera di Goethe, viene riadattato dalla stessa Greison che, oltre ad averlo scritto, diviene parte integrante dello stesso, restando in scena per tutta la sua durata, interagendo con gli attori, creando un vero e proprio ponte tra i fisici del novecento e lo spettatore medio che ha poca dimestichezza con la materia in questione.

La messa in scena fa parte di una rassegna, EVVIVA LA FISICA le menti che hanno creato il nostro mondo, in programma dal 20 al 24 maggio 2018, dedicata in toto all'universo scientifico. L'idea nasce e viene ideata dalla stessa Greison che, oltre ad essere fisica e scrittrice, riveste anche ruoli da giornalista, interprete e autrice. Il progetto, che fa parte di Eureka!, voluto fortemente dal Campidoglio, ha ricevuto prestigiosi ed illustri consensi da parte del Teatro Sala Umberto gestito da Longobardi, il quale ha deciso di produrre l'operato della Greison, che si fa appunto portavoce e mediatrice tra l'universo dei cervellotici scienziati indecifrabili e tutti noi altri comuni mortali. Faust a Copenaghen 3

La sfida era quella di traslare la storia di un libro in uno spettacolo. Operazione che si rivela ancora più ardua, quando la materia dello spettacolo è la fisica e, davanti a te, hai un pubblico a digiuno anche dei concetti più basilari. Gabriella Greison ha dovuto avvicinare i suoi spettatori a un mondo lontano e anche riproporre termini specialistici e situazioni, senza far calare l’attenzione per i cin-quanta minuti di rappresentazione.

Ci si trova così davanti a un testo pop, che però non prescinde da implicazioni anche pesanti sul mondo e sulla storia della fisica. Gabriella Greison trasforma una rappresentazione che nel 1988 era rigorosa trascrizione dei dibattiti scientifici del 1932 alla corte del fisico Niels Bohr in un “documentario recitato”. Novella Federico Buffa del mondo scientifico, cammina sul palco, illustrando nomi e situazioni, additando personaggi e loro vizi più o meno segreti, offrendo un contesto. Il tutto sulle note di canzoni scelte non per la congruenza al periodo storico ma per il posto che occupano nel nostro immaginario (è il caso di “What’s Up?” dei 4 Non Blondes, che chiude lo spettacolo romano).

Allo spettatore, magari disorientato dalle disquisizioni sui neutrini e la loro presunta assenza di massa, viene offerto un appiglio storico concreto per capire la portata delle scoperte fatte all’Hotel Copenaghen. A questi intermezzi documentaristici si intervallano le parti recitate che, come pagine di un diario, ci proiettano nelle vite e nelle relazioni dei fisici, nei loro umanissimi contrasti al di là dell’amore ben più trascendentale per la fisica – teorica o sperimentale che fosse. Se così "Faust a Copenaghen" non può catalogarsi come divulgativo in senso stretto – non si possono trasmettere nozioni di fisica quantistica nello spazio di una serata – riesce comunque bene nell’avvicinare emotiva-mente lo spettatore alla materia e ai suoi protagonisti più importanti, risvegliandone la curiosità. Faust a Copenaghen 1

La regia, a cura di Emilio Russo, risulta accuratamente studiata e si affaccia al mondo della fisica con un linguaggio semplice, facilmente comprensibile a chi potrebbe trovare l’argomento scientifico complesso e ostico. Il regista si è confrontato molteplici volte sia con la materia protagonista dell’opera – grazie all’aiuto della sua collega Gabriella Greison –, sia con gli allievi della Compagnia STAP! Brancaccio di Roma, con cui ha collaborato per la prima volta.

Se da una parte la rappresentazione è ben riuscita nel suo intento comunicativo ed espressivo, dall’altra sul palco sembra essersi sentito, seppur lievemente, la necessità di maggior tempo da dedicare alle prove dello spettacolo. Questo perché, come ha confermato Russo, il concept iniziale del racconto ha avuto un’evoluzione, durante i lavori: il progetto, in fieri, ha subìto modifiche e tagli di sequenze, concedendosi a più riprese e lavorazioni. I riadattamenti sono stati necessari perché hanno definito diversi assetti di presentazione dell’opera a pubblici differenti, definiti sulla base delle occasioni in cui essa è stata proposta e messa in scena.

La passione e l’impegno dei giovani allievi della compagnia, il grande studio di Gabriella Greison e l’entusiasmo del regista nell’intraprendere al loro fianco una nuova esperienza, si sono mostrati agli spettatori nella forma di una sfida vinta, che ha ottenuti risultati positivi.

Giorgia Groccia, Lucia Santarelli, Ilaria Vigorito 26/05/2018

Gabriella Greison si attarda, dopo la prima romana del suo Faust a Copenaghen allo Spazio Diamante a parlare con gli spettatori, firmare copie dei suoi libri, accogliere pareri. È desiderosa di sapere cosa ne pensa il suo pubblico, di questo spettacolo pensato proprio per chi, a differenza sua, non studia fisica da una vita. La fisica, giornalista e autrice di monologhi teatrali si concede così alle domande senza reticenze, pronta ad approfondire ogni aspetto del suo ultimo spettacolo che è ancora un work in progress itinerante.Greison03

Faust a Copenaghen è l'adattamento teatrale del suo libro “Hotel Copenaghen” ma anche l'attualizzazione del testo portato in scena nel 1988 da Strehler. Quali principi l'hanno guidata nell'operazione d'adattamento?
“Si racconta che nel 1988 il pubblico uscì dal Piccolo Teatro frastornato a causa di Giorgio Strehler. che aveva preso il testo di Gamow in maniera integrale, con il supporto di Carlo Rubbia alla lettura che spiegava dall'esterno come fosse un qualcosa di separato dallo spettacolo. Io invece ho voluto fortemente inserirmi all'interno della scena: suggerivo le parole, l'idea era proprio questa, fare di me un ponte tra gli scienziati del '900 e lo spettatore moderno. Il lavoro effettuato è stato quello di attualizzare il tutto, e lo si può comprendere dalle sfumature, cambiando le parole per renderle più semplici, raffigurando i rapporti che intercorrevano tra i vari fisici sino a renderli umani. Non ho mai voluto rappresentare una mera lezione di fisica, ma qualcosa di più”.

Nella sua versione romana per la messa in scena dell'opera ha collaborato con i ragazzi dello STAP Brancaccio. Com'è stato lavorare con loro?
“Lavorare con i ragazzi è stato splendido, sono stati tutti bravissimi. Io ho dato indicazioni su come dovessero essere i personaggi, tracciandone le caratteristiche generali. Con loro parlo, discuto, ragiono, cerco un confronto. Hanno avuto la prontezza di intuire i tratti salienti di ogni personaggio. Anche nei fuori scena sono riusciti a mantenere integro ogni ruolo. Sarebbe bello che la fisica potesse essere vissuta da chiunque la legga, proprio come è successo a questi ragazzi. Per me essere circondata da giovani è stato divertente, abbiamo creato un clima di reciprocità”.

Greison01Faust a Copenaghen si inserisce all'interno della manifestazione EVVIVA LA FISICA! Come si è trovata a gestire quest'edizione della capitale dopo il successo della tappa Milanese?
“Qui a Roma ho trovato un'ambiente favorevole, alle spalle c'è stato il supporto di un teatro importante, ovvero Sala Umberto gestito da Alessandro Longobardi. Il progetto EVVIVA LA FISICA! fa parte di Eureka!, voluto fortemente dal Campidoglio. Ho reso la fisica un posto abitabile. Il teatro è il luogo delle contaminazioni ed è per questo che preferisco portare lo spettacolo in un ambiente in cui c'è possibilità di adattarsi e riadattarsi continuamente”.

Lei non è solo una fisica ma anche scrittrice, giornalista, autrice ed interprete di monologhi teatrali. Da dove è nata la spinta per far conoscere il mondo della fisica anche ai non addetti ai lavori?
“Ho sempre voluto praticare divulgazione scientifica, ma in maniera del tutto innovativa. In America è un qualcosa che è già in voga da tempo, mentre da noi ancora fatica a prendere piede. I paludati cattedratici, come li denominava Einstein, erano tutti coloro i quali spiegavano la fisica in una certa maniera serrata ed incomprensibile; gli unici a cui era effettivamente permesso di parlarne in maniera slegata e semplicistica erano i giornalisti. Questa materia andrebbe raccontata e non spiegata in maniera sterile, così da poter far avvicinare i giovani a questo universo di nicchia. Bisogna farla immaginare e l'intento di questo spettacolo verte specialmente su questa caratteristica”.Greison02

Come mai ha scelto la storia di Hotel Copenaghen per la divulgazione della fisica al grande pubblico?
“Hotel Copenaghen è il luogo degli incontri nel quale avvenivano cose innovative, speciali. L'ho visitata con l'intento di osservare cosa sarebbe successo. Quella realtà perfetta voluta da Niels Bohr, quel microcosmo creatosi dovrebbe divenire anche la realtà italiana, la nostra realtà che attualmente è molto lontana da tutto ciò; per ora Hotel Copenaghen è solo la metafora, lo Stato Ideale che un giorno si spera possa essere attuato”. 

Dopo il festival quali sono i suoi progetti per l'immediato futuro?
“A settembre presenterò per la prima volta lo spettacolo Einstein and Me. È un monologo su Einstein e per poterlo scrivere ho viaggiato tra Zurigo e Berna, ho ricostruito la sua storia tramite gli archivi ma anche parlando con i professori. Ho cercato di scavare all'interno del personaggio in maniera del tutto inedita. Non sono interessata alla polemica sulla paternità delle scoperte fatte insieme a sua moglie, ma sono interessata alla personalità di quest'ultima, anche essa fisica. Ho voluto indagare la natura del loro rapporto, cercando di creare dei collegamenti. Questo spettacolo è tratto dal mio libro, “Einstein ed Io” appunto”.

Giorgia Groccia, Ilaria Vigorito 26/05/2018

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