Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 693

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 699

Un sogno nella notte di mezzestate, in scena dal 15 al 22 di novembre al Teatro Studio “Eleonora Duse” di Roma, è un’opera grande, in due sensi. Innanzitutto, letteralmente: non taglia, non accorcia, non comprime, mantiene i tempi e la struttura del capostipite, il testo shakespeariano non a caso tra i più rappresentati dell’autore. E poi nel senso figurato: nei suoi oltre 120 minuti di spettacolo supera ripetutamente le aspettative di uno spettacolo ambizioso, fedele e al contempo declinato nell’attualità, producendo una pozione, un farmaco dagli effetti allucinogeni, sì, ma anche benefici.
Quando si avvicina a una messa in scena di William Shakespeare, i sentimenti del pubblico sono dei più disparati: dalla speranza di assistere a qualcosa di nuovo, allo scetticismo e al timore che, nel disperato tentativo di ricerca, lo spirito originario si sia disperso del tutto. Per questo il percorso di Tommaso Capodanno, regista diplomando, con questo saggio, dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, è pregevole. Il testo, curato nella traduzione (coraggiosa) curata dallo stesso Capodanno insieme a Matilde D’Accardi, è abbondante ma, grazie a una dieta registica minimale attentissima ai dettagli, risalta leggero. Nei versi corre una musicalità sotterranea, nascosta in bella vista: frequenti le parole in rima, quasi mai accentate dal parlato, molto più vicino alla spontaneità che a qualsiasi metrica. Si ha quindi una percezione vaga, ma consistente, della poesia, che ben si addice tanto a un autore sacro quanto alla sua opera dissacrante.
La regia, che non invade gesti e parole, si manifesta visionaria nella capacità di riempire una scena spoglia di personaggi solidi, sfaccettati nella loro schiettezza, con pochi ma significativi costumi (a cura di Graziella Pepe e Alessia Gentile) e tanto simbolismo. Togliersi le scarpe col tacco equivale all’abbandono della civiltà ateniese, verso la follia senza legge né morale del bosco. Le maschere sono tali dentro il palco, ancor prima che fuori. L’imbroglio, lo scambio di ruoli e generi sessuali è reale, non reso necessario dall’avvicendarsi dei tanti attori (14) ma da scelte che approfondiscono l’interpretazione della trama. Il principio metateatrale, sprezzante e autoironico nel finale di Piramo e Tisbe, è applicato a tutto lo spettacolo, per giunta su più strati. Assistiamo perciò a scene stranianti dal fortissimo potenziale immaginifico: rave orgiastici nel bosco, danze d’accoppiamento, riti scambisti e, infine, l’alba del risveglio, dello svelamento e del rivestirsi, senza che niente risulti di troppo.
Domata quindi la bestia della rilettura di un classico, il regista capitalizza il tutto con la performance maiuscola dei suoi interpreti, tutti puntuali alla sillaba, nonostante il peso del “sogno” ricada anche sulle loro spalle. Lacrime, risate, paure e desideri sono evocati con stratagemmi estremamente esigenti, come le metamorfosi del “Chiappo” di Domenico Luca o il Puck “gemellare” di Aaron Tewelde e Nicoletta Cefaly, dall’inquietante e incredibile recitazione all’unisono. Da menzionare anche le luci di Camilla Piccioni, capaci di scolpire dal buio atmosfere deliranti o da brivido, secondo necessità.
Un sogno nella notte di mezzestate” si rivela quindi una ricetta complessa, stratificata, audace e di grande responsabilità, che riesce a saziare anche il palato più esigente con la ricchezza del suo gusto, cui convergono i suoi tanti e tali ingredienti. Non era facile immaginare uno Shakespeare così, e ora non è facile dimenticarlo.

Andrea Giovalè
16/11/2018

«Un sogno nella notte di Mezzestate è fatto di tranelli, doppi ruoli e giochi di potere. Ma soprattutto parla di un sogno: la vera anima dello spettacolo»: con queste parole Tommaso Capodanno presenta la sua versione di una delle più amate commedie di William Shakespeare, in scena al Teatro Studio Eleonora Duse di Roma dal 15 al 22 novembre. Recensito ha intervistato il giovane allievo-regista dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico: opinioni e riflessioni, un “dietro le quinte” del suo saggio di diploma.

Perché misurarsi con William Shakespeare per il saggio di diploma?
Più che William Shakespeare, ho proprio scelto in base al testo: Sogno di una notte di mezza estate. Perché è stato il percorso di questi tre anni: cercare di capire cosa posso fare e cosa no, alzare l’asticella e rendere la sfida sempre un po’ più complicata. Mi sono detto: quando mi ricapiterà di fare uno spettacolo con quattordici attori? Volevo mettermi in gioco e vedere cosa sarebbe successo, comprendendo meglio i miei limiti e i miei punti di forza. Nello spettacolo ci sono i costumi di Graziella Pepe e le luci fantastiche di Camilla Piccioni, ma il grosso della rappresentazione è basato sul testo, tradotto insieme a Matilde D’Accardi, e al lavoro svolto con gli attori, non c’è altro. Quando, durante le prove, qualcosa non funziona, si riprende il testo di Shakespeare e lì si intuisce che o sei tu regista o tu attore che ha sbagliato un attacco o un’intenzione rispetto a quella che è l’indicazione originale del Bardo. Se qualcosa non va, è colpa nostra, non sua. Ed è bello tuttora mettersi con e contro un colosso di questo tipo. Non so, però, quale sarà la risposta del pubblico, sono molto curioso. Sarà una prova e un’esperienza anche questa.

Per quale motivo proprio questa commedia shakespeariana, dunque?
Sogno di una notte di mezza estate è un testo che mi perseguita dal liceo. Il primo personaggio che ho interpretato a teatro è stato un Puck e, quindi, mi piaceva chiudere questo lungo percorso che parte da prima dell’Accademia con questo spettacolo, prima di iniziare altro. Mi interessava concluderlo con un’opera che è un saluto a qualcosa di vecchio e un benvenuto a qualcosa di nuovo, che è un rito di fertilità, un augurio per le nuove generazioni, per le nuove nascite. È un testo che parla di morte e di rinascita e mi allettava l’idea di compiere questo rito con la maggior parte dei miei compagni di classe.IMG 7305

L’opera è stata più volte trasposta o adattata. Che versione hai voluto dare tu?
È una domanda difficilissima. Ho provato a fare Shakespeare senza adattarlo o ambientarlo in nessun luogo specifico. Ho lavorato molto sulle immagini del testo e sull’idea di bosco come rave party, ma senza caratterizzare i personaggi come suoi frequentatori o cubisti. È un’opera che parla di poesia, amore, magia, immaginazione, follia e la mia regia parla di cambiamento, potere, rinascita. Sono un appassionato di psicanalisi, di interpretazione dei sogni e ho cercato di capire cosa significa mettere in scena un sogno, che a volte è un incubo probabilmente. Con Graziella Pepe abbiamo lavorato molto sulle immagini oniriche: le maschere sono state create dalla sua fantasia, stimolata dal diario dei miei sogni. Ho cercato insomma, di costruire delle situazioni che venissero dal mio mondo onirico e di mettere queste cose dentro Shakespeare.

Cos’è il sogno per te?
Tutto quello che non si può esprimere con il linguaggio verbale se non tramite immagini. Shakespeare in questo è maestro: riesce a raccontare le immagini attraverso le parole, a conciliare l’inconciliabile. Abbiamo lavorato molto sugli opposti, sui contrari: ci sono due Puck, un ragazzo e una ragazza, ci sono Teseo ed Ippolita che giocano a scambiarsi il ruolo di potere e di notte Ippolita diventa Oberon e Teseo diventa Titania. È un testo che è comico e tragico al tempo stesso, lungo e breve. Tutto ciò che è razionale fa parte del mondo maschile: la città, la legge di Atene, il pensiero. Il mondo femminile è l’irrazionale, il sogno, la notte, l’emozione. Abbiamo giocato su questi opposti continuamente. Il sogno per me è tutto ciò che fa parte del mondo irrazionale: è un linguaggio comprensibilissimo, solo che il codice è diverso, non è linguistico, verbale, ma è composto da immagini che possono diventare simboli, a volte.

Tra questi due mondi esiste un equilibrio?
Secondo me sì. Esiste anche alla fine del testo, perché nel quinto atto, dopo che sono usciti tutti dal bosco, ogni battuta è il contrario di un’altra e, forse, Shakespeare trova l’unione nell’immaginazione che accumuna i poeti, gli attori, i teatranti, gli artigiani del sogno, gli innamorati e i pazzi. È nell’immaginazione che il Bardo concilia i due opposti: in quella di chi guarda e di chi recita.

E il Teatro è più razionalità o più immaginazione?
È un equilibrio sottilissimo fra le due. Una cosa che ho ripetuto continuamente agli attori è appunto che lo spettacolo, soprattutto per come l’ho impostato, è sempre in bilico, si regge su una lama e può diventare, da un momento all’altro, o una sorta di Zelig oppure un dramma noiosissimo. Non ho adottato un solo stile di regia, ma ne ho mischiati vari: ogni atto è montato in maniera diversa e ho cercato di trovare una coerenza nell’incoerenza. In questo testo, in particolare, l’intreccio è molto complesso, difficile, folle. Unisce artigiani, gente del popolo, con innamorati dell’alta società, duca, duchessa e fate: nello stesso bosco si incontrano mondi completamente diversi ed è in questa disarmonia che nasce l’armonia. Mischiarsi, perdersi, ritrovarsi e poi uscire completamente trasformati da questo bosco.

Tu sei uscito dal bosco?
Forse sì, ma forse anche no. Mi piace starci, magari comincio ad arredarlo (ride, ndr). A volte è solo un’illusione uscirne fuori.

COPERTINACom’è stato dirigere quattordici attori?
Un inferno, un incubo! (ride, ndr) No, scherzo. È stato divertentissimo. Le prime domande che ho fatto sono state: ma come si fa a far fare l’artigiano all’attore nel 2018? E come si rappresentano le fate? Il rischio è cadere nella pantomima, nel ridicolo. Noi abbiamo trovato delle soluzioni, forse. O meglio: abbiamo cercato di portare in scena il problema, forse facendo delle scelte estremamente semplici e immediate, sia a livello di recitazione che di regia. Potrebbero premiarci oppure no, ma questa è la strada che abbiamo percorso insieme. Sono tutti attori che conosco molto bene, a cui sono molto affezionato. Con ognuno ho fatto un lavoro completamente diverso, quindi è stato difficile star dietro alle esigenze di tutti. Però è stato molto divertente, emozionante e ripagante vedere i risultati. Bisognerebbe avere più spettacoli con giovani attori, perché il teatro è un rito e più siamo a celebrarlo e più le energie che vengono tirate in campo sono forti.

Nel comunicato stampa si legge che questo spettacolo è, per te, un inno alla femminilità
Sono partito da un ragionamento: ci sono tante immagini in questo testo e anche un forte gioco di opposti. Il giorno e la notte, la città e il bosco, Teseo, che è la legge dell’uomo, e Ippolita, che è la regina delle Amazzoni conquistata da Teseo ma che segue le leggi della natura. C’è una battuta che mi ha fatto riflettere: Teseo condanna a morte Ermia e, prima di uscire, chiama Demetrio ed Egeo con sé e anche Ippolita, alla quale chiede che cosa abbia. Nella versione inglese questa domanda suona come: cosa ti turba? Sicuramente in quel momento succede qualcosa ad Ippolita, la quale sta zitta per tutto il tempo e che, secondo me, esce molto arrabbiata dall’affronto che Teseo fa alle donne tramite la pena inflitta ad Ermia, ragazza che deve obbedire alla volontà, alla legge del padre Egeo, il quale non cambierà mai, neanche dopo essere uscito dal bosco e con Teseo che acconsente al matrimonio della ragazza con il suo innamorato: Egeo continua ad appellarsi alla legge, per ottenere un’unione che garantisca la successione in linea di sangue e Teseo lo blocca affermando che solo la sua volontà è legge. Da quel momento Egeo sparisce. L’idea era, quindi, di estremizzare molto questi opposti: se Teseo è la legge che governa di giorno, allora che sia Ippolita a diventare Oberon e a regnare di notte. E poi capire come il maschile si ricompatta al mattino successivo dopo le vicende notturne. A me sembra che in tutto il testo ci sia un’invocazione continua al bisogno di riconciliare i due opposti – si citano spesso la luna, la dea Diana… – e io sento, come essere umano, il bisogno in questa società di una riconciliazione del patriarcato, che si sta autodistruggendo, con la sua parte opposta, che il patriarcato impari da essa. E viceversa. In questo senso è un inno alla femminilità: vuol dire accettare tutta una parte emotiva e irrazionale che la società maschile reprime e non considera, che tiene da parte. C’è bisogno di unire le due cose, di stare in ascolto dei propri pensieri ma anche delle proprie emozioni. Non si può essere più solo Teseo o solo Ippolita.

È questo che vorresti far emergere dallo spettacolo?
Ci provo e spero venga colto. A parte lo scambio di ruolo, non c’è molto altro che lo sottolinei, non l’ho voluto io. Però ne ho ragionato a lungo con gli attori, interrogandoci sulla questione e mi auguro che la traduzione faccia emergere questa riflessione. Ma non volevo fare una regia basata solo su questo tema, perché chiude ad altre possibilità su un testo che invece ne apre molte. La forza di Shakespeare è questa. È un’opera che investiga l’essere umano in quanto animale sociale, l’istinto e il pensiero, la razionalità e l’irrazionalità.

Come avete affrontato la traduzione con Matilde D’Accardi?
Siamo rimasti fedeli a Shakespeare. Nel senso che ci siamo presi delle libertà cercando di restituire esattamente il senso che secondo noi lui voleva dare con una certa battuta. La difficoltà è stato tradurre da una lingua, come l’inglese, polisemantica a una, come l’italiano, che è molto meno aperta all’ambiguità. E abbiamo cercato il più possibile di mantenere i giochi di parole e, in maniera folle e sconsiderata, anche la struttura: dove ci sono versi abbiamo scritto in versi, ad esempio, abbiamo tenuto tutta la costruzione delle rime e la prosa è stata tradotta in prosa. Con Matilde avevo già collaborato per altre cose fatte in Accademia: mi trovo molto bene con lei e il nostro lavoro è durato da aprile fino a settembre.

La tua laurea in Psicologia quanto ha influito sul lavoro con gli attori?
Il giusto. Dicono che li manipolo, ma non è vero (ride, ndr). Sto imparando con il tempo. Dirigere l’attore è, secondo me, la cosa più bella del lavoro di regista ed anche quella che trovo più complessa, perché ogni volta ti confronti con testi ed essere umani diversi, devi riuscire a metterli a loro agio e tirare fuori il meglio possibile senza che diventino indisciplinati. IMG 7300

A chi ti sei ispirato o a chi hai fatto riferimento per la messa in scena?
Questa è una domanda infame! A nessuno, sinceramente. Di sicuro ci saranno scene che faranno affermare che è già stato visto o detto. Ecco, questa è una frase che mi fa innervosire: quando si esclama che una cosa è già stata fatta negli Anni Settanta, ad esempio. A me viene da rispondere che i giovani non vanno più a teatro anche per ciò: quello che gli altri hanno già visto non si può più fare e quindi noi ragazzi che non l’abbiamo vissuto non lo potremo vedere mai?

E vorreste anche farlo, giusto?
Certo! Fateci fare cose che avete già visto. Capisco che il teatro è per tutti e che tutto è già stato visto, ma dipende da chi. Ora ci sono i media e puoi andarti a vedere le registrazioni di chi vuoi, ma il teatro va fatto dal vivo e io dal vivo certe cose non le ho mai osservate e, quindi, voglio prendermi la libertà di vederle, ma anche di farle e farle a modo mio.

Chi vorresti vedere seduto in platea?
Un po’ di persone che non ci sono più, purtroppo. Non vorrei sembrare autoreferenziale, ma di persone a me care vorrei vedere la mia famiglia e sicuramente ci sarà in parte. Ho fatto questo spettacolo pensando molto ai miei genitori. Mi sono detto: se lo capiscono e piace a loro, allora va bene. Non ho considerato un pubblico di addetti ai lavori. E vorrei seduti in teatro tanti giovani al di sotto dei 30 anni, soprattutto quelli che non hanno ancora mai visto Sogno di una notte di mezza estate.

Che cosa vorresti trasmettere a questi giovani?
Altra domanda infame! (ride, ndr) La passione che abbiamo noi per questo lavoro, l’entusiasmo che c’è dietro, il divertimento con cui lo facciamo e sicuramente ciò che cerca di trasmettere Shakespeare con questo testo, ossia conciliare la nostra parte umana con quella animale.

Com’è stato il tuo percorso in Accademia?
Sono entrato con l’idea di chiudermi in un posto per cercare di capire alcune cose di me e come regista cosa mi interessa davvero fare. È stato un cammino di scoperta continua, molto più destrutturante che di costruzione. Sicuramente ho compreso cosa non bisogna fare. In questi tre anni abbiamo incontrato e ci siamo confrontati con diversi autori e maestri, tra cui Giorgio Barberio Corsetti, Arturo Cirillo, Massimiliano Civica, Valerio Binasco: mi hanno insegnato tanto, è stato bello vedere come ognuno di loro porta e ti porta dentro il proprio mondo. Abbiamo affrontato anche vari autori, come Heiner Müller, che non conoscevo e della cui scrittura mi sono innamorato, o come Tennessee Williams. È stato un bel percorso da condividere con i miei colleghi registi e attori.

IMG 7342L’incontro più emozionante, quello che ti ha fatto pensare di aver fatto la scelta giusta?
Non c’è stato. Anzi, c’è stato quello che mi ha fatto esclamare il contrario (ride, ndr). Scherzo. Forse l’incontro con Heiner Müller. Difficile dire, invece, qual è stato quello più emozionante, perché non ce n’è stato uno in particolare.

Chi sono i tuoi registi preferiti?
I miei compagni di classe Paolo Costantini e Marco Fasciana.

Più cinema o più teatro?
A me piacerebbe fare più teatro. Il cinema, per ora, non si può affrontare per incompetenza mia (ride, ndr).

Progetti futuri?
Fondare un’associazione culturale con Marco Fasciana e Paolo Costantini. Poi ci sono dei progetti da portare avanti con l’Accademia ancora per un po’. E vorrei presentare qualcosa alla Biennale Teatro di Antonio Latella (a Venezia, ndr).

Chiara Ragosta, 14/11/2018

“Tutte le facce dell’Arte”. L’Altrove Teatro Studio presenta il secondo appuntamento dedicato al teatro di prosa. Venerdì 16, sabato 17 e domenica 18 novembre in scena Drumul – La Strada, scritto e diretto da Lorenzo Di Matteo con Marius Bizau che sarà accompagnato sul palco dalle musiche dal vivo di Daniele Ercoli.

Drumul – La Strada è il racconto biografico per la scena dell’attore Marius Bizau nato in Romania nei primi anni ’80 sotto la dittatura di Ceaucescu. La storia dell’infanzia di Marius passa attraverso la rivoluzione fino al suo arrivo turbolento a Roma, a quindici anni, alla fine degli anni ’90. Per Marius sono i difficili anni dell’adolescenza. Sarà il teatro a condurlo al riscatto, a integrarsi del tutto nel nostro tessuto sociale. Una storia forte raccontata con umorismo e leggerezza: Marius si sente perfettamente a metà tra l’essere romeno e italiano e restituisce in scena la speranza che da ogni difficoltà possa nascere un’occasione.  

Un inno leggero e gioioso all’integrazione, uno spettacolo necessario rispetto al momento storico che stiamo vivendo in un’Europa che trasuda intolleranza. Drumul non è solo il racconto biografico di Marius ma è soprattutto la storia di sua madre Silvica che con inattaccabile forza d’animo – “di stampo sovietico” la definisce ironicamente il figlio – porterà avanti la famiglia in un intenso turbinio di eventi dalla Romania fino all’Italia. Nella lingua di Marius “drumul” significa “strada”: una strada che passa dal teatro e che l’attore restituisce attraverso il teatro. Le musiche eseguite dal vivo da Daniele Ercoli fanno da contrappunto alla narrazione e al tempo stesso diventano il vettore di un messaggio fondamentale: ogni essere umano in terra straniera può dare il suo contributo positivo. Come Marius che, dopo essersi sudato il diploma all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, lavorerà come attore italiano in Italia.

Quella portata sul palcoscenico da Drumul è una “bella storia” non solo perché il pubblico abbia il suo “lieto fine” ma perché ci ricorda che qualunque storia di immigrati può finire bene solo se daremo loro una possibilità.

U.s.

12/11/2018

Dal prossimo giovedì 15 novembre in scena al Teatro Studio "Eleonora Duse" di Roma una tra le opere più conosciute, di successo e sfaccettate di William Shakespeare: per la regia dell’allievo regista Tommaso Capodanno, diplomando all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, “Un sogno nella notte di mezzestate” resterà in scena fino al successivo 22 novembre.
Proprio per le sue molte sfaccettature, il celebre “Sogno” è stato riletto e reinterpretato innumerevoli volte da altrettanti autori e attori protagonisti del teatro. Ciononostante, ancora oggi non fatica a donare punti di vista attuali e, più che moderni, contemporanei. Nelle parole del regista, “Lo spettacolo diventa un urlo contro le imposizioni e le finte regole, contro il potere maschile e maschilista. Shakespeare è un profondo conoscitore dell’animo umano e, anche a distanza di secoli, questa sua favola può essere una perfetta riproduzione della nostra modernità e di attuali necessità”.
Lo spettacolo, d’altronde, non è ricco soltanto di significati, ma anche di voci. Ben 14 saranno i giovani attori dell’Accademia a prendere parte al gioco di ruoli, tranelli, menzogne, desideri, incantesimi, scherzetti e verità: Matteo Berardinelli, Maria Chiara Bisceglia, Nicoletta Cefaly, Simone Chiacchiararelli, Carolina Ellero, Marco Fasciana, Lorenzo Guadalupi, Domenico Luca, Marco Valerio Montesano, Tommaso Paolucci, Francesco Vittorio Pellegrino, Francesco Pietrella, Rebecca Sisti, Aron Tewelde.
Tutti protagonisti, pochi costumi, tante maschere e nessuna scena, questi gli indizi di una regia che intende esaltare la spettacolarità, nel vero senso della parola, del testo shakespeariano. Questo l’obiettivo del saggio di diploma di Tommaso Capodanno (occupatosi anche della traduzione dall’originale, insieme a Matilde D’Accardi), accoglierci in un bosco magico che ha il sapore di rave party, parlare diversi linguaggi scenici e oltrepassare i confini stessi del teatro. Ancora nelle sue parole: “Tra sessualità e delirio onirico, come in una favola orgiastica, “Un sogno nella notte di Mezzestate” è un inno alla libertà, alla femminilità. Un inno alla vita.
Appuntamento al Teatro Studio “Eleonora Duse” di Roma, in Via Vittoria 6, tutti i giorni dal 15 al 22 novembre, sempre alle ore 20 tranne la domenica, alle ore 18. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria, al numero 334 1835543.

Andrea Giovalè
12/11/2018

La giornata è fredda e piovosa ma il Teatro del Giglio si riempie comunque di spettatori. E non perché il biglietto sia gratuito. Va in scena la sera del 2 novembre, infatti, “Kobane Calling On Stage”, adattamento teatrale del celebre fumetto di Zerocalcare, in arte Michele Rech, uscito nel 2016 per i tipi di Bao Publishing. Forse la sua opera più politicamente impegnata, sicuramente un affresco autobiografico che si fa reportage e riesce a raccontare con onestà la vita travagliata del popolo curdo – smembrato fra quattro Stati e unico baluardo contro l’avanzata quasi irresistibile dell’ISIS.

Che un’opera così potesse vivere di una nuova vita nel passaggio a un medium diverso dal fumetto era un’operazione auspicabile – visto che di Kobane e del terribile conflitto siriano non si dovrebbe mai smettere di parlare. Ma che il prodotto finale potesse essere valido era un esito tutt’altro che scontato. Invece, di fronte ai palchi del Teatro del Giglio quella che va in scena non è un’operazione retorica e non è nemmeno un goffo riadattamento di una storia già raccontata. Kobane Calling On Stage 2

Emanuele Vietina, direttore generale di Lucca Crea (società che si occupa di organizzare il Lucca Comics and Games) preannuncia già sul palco la volontà di dare una vita nuova e diversa alla graphic novel di Zerocalcare sulla storia del Rojava e sui travagli del popolo curdo. La scenografia è essenziale, solo precise vignette scorrono sullo sfondo per accompagnare scene che del disegno originale hanno bisogno: Nicola Zavagli, il regista, ha studiato bene la storia originale e riesce ad amalgamare musiche, vignette e la recitazione degli attori senza bisogno di orpelli scenografici aggiuntivi.

In questo lo aiutano gli allievi della compagnia Teatri d’Imbarco, coadiuvati da Beatrice Visibelli e Marcello Sbigoli: tutti offrono un’interpretazione intensa, senza grandi sbavature ma profondamente intense. Per vestire di volta in volta i panni di un personaggio diverso non hanno bisogno di particolari cambiarsi d’abito – poche concessioni anche nei costumi, come l’onnipresente maglietta nera col teschio bianco, marchio di fabbrica del fumettista romano, che viene indossata da un ottimo Lorenzo Parrotto. Parrotto è il fulcro della prima parte dello spettacolo e con cadenza rigorosamente romanaccia riesce a dar vita in maniera esilarante a tutti i monologhi e le contorsioni mentali a cui già il Zerocalcare fumettistico ci aveva abituato.

Eppure la sua voce pian piano sfuma nel corso della rappresentazione, come già era accaduto per le vignette del fumetto, e dà spazio ai veri protagonisti di “Kobane Calling”. I curdi, che combattono contro l’ISIS: ragazzi, giovani donne, anziani, persone che hanno subito sulla loro pelle le peggiori torture, eppure hanno sfidato la polizia turca per tornare a combattere per una patria finalmente unita sotto ideali di civiltà e progresso, per certi versi persino più avanzati di quelli occidentali (“ma che c’abbiamo noi da insegnargli a questi”, esclama a un certo punto, Zerocalcare, commentando quanto sia avanzata la Costituzione che il Rojava si è dato). L’alternanza di momenti profondamente scanzonati e di monologhi tanto drammatici quanto laceranti, per la forza con cui vengono pronunciati, lascia il pubblico silenzioso e senza fiato, se si fa eccezione per gli occasionali scrosci spontanei di applausi e di risate nei momenti più intensi.

Kobane Calling On Stage 3 La standing ovation finale sugella uno spettacolo pensato in ogni dettaglio per intrattenere e per emozionare e non per essere una semplice lettura ad alta voce, un po’ stanca e un po’ autocelebrativa, della storia originale. Non c’è mai un attimo di pausa, nonostante il ritmo non sia per nulla concitato: dalle musiche, di Mirko Fabbreschi, che riescono a sottolineare i cambi di registro come i picchi emotivi dei racconti di vita più intensi; all’alternarsi di tutti gli attori della compagnia, che si presentano come viaggiatori o come combattenti ma poi emergono uno alla volta dal gruppo, per interpretare a volte anche più di un personaggio diverso.

E, soprattutto, c’è l’intelligenza di dare corpo alle mille voci che affollano i fumetti di Zerocalcare. Non solo quelle dei protagonisti di Kobane ma anche dell’onnipresente armadillo – coscienza complice più che critica di Michele Rech – il mammut, possente rappresentazione dello spirito di Rebibbia, e George Pig, volto di tutti i pignoli che amano fare precisazioni nella sezione commenti dei post e l’altro di Facebook.

Kobane Calling On Stage” si rivela così un progetto riuscito, ben confezionato, recitato con passione, una dimostrazione che si possono traslare storie da un medium all’altro, conservando lo spirito del fumetto ma ricreando uno spettacolo teatrale che sia davvero tale. Un esperimento che merita di calcare altri palchi, sia per il suo valore artistico sia per quel valore aggiunto di testimonianza di un dramma, come quello dei curdi e della Siria, che avrebbe meritato un’informazione diversa. Meno centrata sul sensazionalismo e più attenta alle persone, che da quel conflitto sono state irrimediabilmente segnate.

Di Ilaria Vigorito, 04/11/2018

Ben Hur supera le 400 repliche con l’attuale messa in scena al Teatro Vittoria di Roma, dove resterà fino al 4 novembre prossimo. Se uno spettacolo raggiunge questa età lo deve senza dubbio alla capacità di intercettare un conflitto persistente nella società. Non è difficile inquadrare quello del testo di Gianni Clementi, per la regia di Nicola Pistoia, con Nicola stesso, Paolo Triestino e Elisabetta De Vito a interpretare lo strano triangolo di personalità incastrate in un presente claustrofobico.
Un ex stuntman del cinema che conta, romano nelle ossa e nel cuore, finito per infortunio a fare il gladiatore in costume al Colosseo (Nicola Pistoia); sua sorella, una divorziata che si mantiene facendo i turni di notte per una linea erotica (Elisabetta De Vito). I due, in seri guai finanziari, saranno prima sconvolti negativamente e poi positivamente dall’arrivo di Milan, un immigrato clandestino bielorusso in cerca di lavoro, tuttofare nel più autentico significato del termine (Paolo Triestino).Ben Hur 3
Sarebbe facile, da qui, declinare le due ore di teatro interamente in chiave di immigrazione, di lotta allo stereotipo xenofobo. Tale questione è presente, beninteso, ma viene apparentemente risolta alla svelta, in nome di una necessità oggettiva. Il “sistema”, la società, non sembra opporre grande resistenza all’inevitabile legame di fratellanza che si stringe tra il romano-romanista Sergio e il bielorusso Milan, nonostante la lontananza culturale e linguistica.
A tal proposito, Paolo Triestino sfoggia un credibilissimo dialetto, straniero abbastanza da far sorgere il dubbio che lo sia lo stesso attore, ma non abbastanza da risultare incomprensibile. Da ciò una pletora di gag orchestrate, per la gran parte, dal regista-attore Nicola Pistoia: il suo Sergio è emblema vivente di una periferia fatta di tifo, autoironia e insulti benevoli al prossimo, volti a nascondere l’anima sentimentale e malinconica di un padre e fratello, nonché di un sognatore alla sua ultima chance di essere felice. Stesso dicasi per Maria, ansiosa e inconsolabile fino all’arrivo di Milan, che sembra in grado di interrompere un circolo vizioso di solitudine altrimenti irreversibile.
Ma qual è il prezzo di quest’intervento? Sergio e Maria sono davvero destinati a risolvere tutti i propri problemi e iniziare una nuova vita, insieme al nuovo arrivato? Così, lento e sottile, il conflitto emerge da una coltre di ironia e battute dolceamare fino a esplodere nel finale, bruscamente anticlimatico. Non è la società, in Ben Hur, a combattere lo straniero, ma l’opportunismo, l’ipocrisia e l’egoismo che, pur blanditi, resistono nel cuore di ognuno. È proprio questo dato alquanto scomodo su noi stessi a garantire allo spettacolo, dopo le prime 400, chissà quante altre repliche.

Andrea Giovalè
31/10/2018

BOLOGNA – Negli ultimi anni, nel teatro italiano, sono state diverse le riscritture del “Riccardo III” shakespeariano, da quella monstre stile Famiglia Addams e zombie con zeppe ai piedi di Alessandro Gassmann a quella monologante e intimista, personalissima, di Michele Sinisi imbrattato di sangue. E cambia anche il lessico, la grammatica del titolo: fu “RIII” con il figlio di Vittorio, è, oggi, “Riccardo3” con questo nuovo tentativo, pienamente riuscito, di Francesco Niccolini per la regia e l'interpretazione di Vetrano-Randisi (prod. Ert + Arca Azzurra). Già perché quel numero, arabo e non romano, la dice lunga su quello che andremo ad esplorare. Tre come i personaggi, tre come un esponenziale moltiplicatore, alla terza, inteso come il piano della realtà, quello del testo seicentesco e Riccardo3 foto di Luca Del Pia (1) Vetrano, Randisi, Moschella.jpgquello della follia.

Questo Riccardo ha barlumi beckettiani, con la sedia a rotelle-trono che ci riporta a “Finale di partita”, come rimandi pirandelliani, più corposi e densi, pensando all'“Enrico IV”, mentre l'immagine nella locandina ritroviamo questi cappottoni (senza testa come si confà ad ogni Maria Antonietta) che subito ci conducono alle scene di Remondi & Caporossi. Riferimenti millimetrici, spaziature compatte, calibrature a piombo per un'opera pulita, coerente, ferrea senza essere rigida, con una sua anima e tempra, carattere e ferocia. Questo Riccardo ha abiti contemporanei, non siamo alla corte del sanguinario Re inglese ma all'interno di un ospedale psichiatrico. A guardar bene, a fare il conto, l'elenco oggettistico presenta undici finestre, due porte, una panchina, ci sono dieci teschi (come la squadra antagonista) in una teca, il fondale è verde come un prato e la piece dura 90 minuti. Siamo di fronte non tanto ad una partita di calcio, gli elementi elencati la descrivono formalmente, ma ad un play, ad un gioco, ad un'invenzione, ad una trasposizione del reale nel suo recinto di regole altre come dentro ad un match con un nemico-avversario.

Riccardo3 foto di Luca Del Pia (3) - Vetrano, Randisi, Moschella.jpgCome se gli infermieri prendessero, di volta in volta, le sembianze di regine e scudieri, di ciambellani e consiglieri. Se la scena (di Mela Dell'Erba; pochi oggetti funzionali e simbolici e ben usati e uno spazio tutto da correre ed esplorare) è un dispositivo perfetto, esteticamente e cromaticamente (con le mura divise tra un bianco, in alto, e un verde acido, sotto, e la sedia a rotelle rosso sangue, la bandiera italiana, e la nostra situazione attuale, risalta colpendoci come un sonoro schiaffo), il suono, di graticole e sbarre che si chiudono ad ogni scena, è una ghigliottina che si abbatte furiosa a tagliare e sezionare, segmentare e tranciare, spezzare e dividere di netto con un rumore di spostamento d'aria da rabbrividire, le luci (di Max Mugnai) sono affilate e appuntite, precise e nette.

Enzo Vetrano (sempre più somigliante a Lindsay Kemp, ma con più tempra e tenacia) è il solo dei tre interpreti sulla scena ad impersonare unRiccardo3 foto di Luca Del Pia (4) - Vetrano, Randisi, Moschella.jpg solo personaggio: è un Riccardo limaccioso e famelico ma anche ironico (fortunatamente ci sono stati risparmiati il braccio offeso o la gamba strascicata o la gobba, che sarebbero stati inutilmente naturalistici) al quale Vetrano, con tormento, ansia e tic, dona intensità, insistenza, convinzione, una statura da stratega, e monologhi tremanti, sconvolti dagli incubi, come quella volgarità sboccata, quel livore bestiale e scurrile che ce lo fa apparire quotidiano, fresco di periferia, simpatica canaglia da slang. Parteggiamo anche per la sua lucida follia, per il suo architettare la morte contro la morte, aggrovigliato nel suo gioco senza fine, nel suo pozzo senza fondo di odio, di omicidi (in alcuni dialoghi del Bardo sembra di risentire la veemenza barbara del caso Cucchi, le torture subite da Giulio Regeni o le intercettazioni del recente complotto Khashoggi), di astio nei confronti di tutto quello che gli si muove attorno, di tutto ciò che è vivo e sano.

Riccardo3 foto di Luca Del Pia (5) Enzo Vetrano.jpgStefano Randisi e Giovanni Moschella danno corpo ad una serie fluttuante di caratteri che si affacciano in questa agorà squadrata, rettangolo da Alda Merini o Dino Campana che diviene liberazione, confessione e ricostruzione dei fatti. Il manicomio è un tourbillon, sanguigno e calcolato, di entrate in scena, di punteggiature e puntinismi a pettinare la corolla centrale, sono apparizioni-incarnazioni Clarence e Hastings, sono epifanie Re Edoardo e la vedova Anna, sono miraggi “questi fantasmi” eduardiani Margherita e due scagnozzi alla Men in Black, sono spettri Buckingham e Lord Rivers e Stanley. Un congegno ad orologeria che, come un metronomo, anche se la destinazione finale è conosciuta, lascia sulle spine, in piedi sulla graticola, e sorprende la fantasia, la curiosità, la linearità del dispositivo che esalta questi tre atomi imprevedibili che all'interno di quest'aia, scarna e e dai gesti misurati e fermi, compassati e freddi quanto viscerali e magmatici, confliggono e s'alleano, si attraggono e si repellono, s'odiano e s'annientano. Appena terminato si ricomincerebbe a rivederlo volentieri.

Tommaso Chimenti 30/10/2018

Foto: Luca Del Pia

AOSTA – Guardi l'Arco e ti assale tutta la romanità pur essendo a centinaia di chilometri dal Colosseo. Dopotutto questa era la porta della penisola dopo le Alpi. Poi alzi lo sguardo e ti ritrovi immerso tra le vette innevate. Aosta è contrazione di Augusta Praetoria il suo antico nome dalla sua fondazione duemila anni fa (nel 25 d.c.). E subito affiora Carducci: “la vecchia Aosta di cesaree mura ammantellata, che nel varco alpino eleva sopra i barbari manieri l’arco di Augusto”. Poco più di 30.000 abitanti, tranquillità, stupore di fronte ai resti del Teatro Romano, meraviglia quando scendiamo nelle fondamenta della città camminando sotto il criptoportico, natura che punteggia e puntella l'opera umana. La Francia a un passo, la Svizzera sopra. Un piccolo Paradiso (poco più di 130.000 abitanti l'intera regione a statuto speciale; hanno ancora un senso dopo 150 anni dall'Unità d'Italia?) dove la qualità della vita è alta e dove sembra tutto funzionare bene. L'eccezione è sul versante teatrale dove esiste solo il Teatro Splendor che catalizza tutto il pubblico con i suoi 500 posti con grandi spettacoli “commerciali”. Quello che manca a queste latitudini, parlando con gli operatori della zona e con le poche compagnie presenti sul territorio, è una vera attenzione per il contemporaneo. Cerca di porre rimedio e mettere un cerotto alla situazione da tre anni a questa parte Marco Augusto Chenevier, danzatore e coreografo del gruppo Teatro Instabile (adesso vive a Parigi), con l'ideazione e la programmazione del festival “T-Danse” in un ambiente “affamato” di arte, di cultura, di visioni, territorio vergine e giovane pieno di slancio e risorse, di fermento e passioni tutte da accendere. La risposta del pubblico è eccellente, accalcatosi nelle sale della colorata Cittadella dei Giovani.43142958_10209730366294289_2464224510983798784_n.jpg
Tre le proposte che abbiamo estratto dal cilindro per raccontare il T-Danse 2018, rassegna che unisce la danza alla tecnologia. Partiamo da una nota dolente, la performance della tedesca Alexandra Zierle, nata sotto i migliori auspici, in un'aura di mistero che incuriosiva e affascinava e che poi, nella realtà dei fatti, si è liquefatta e sbriciolata (e lo stesso discorso vale per l'ex compagno e artista Paul Carter presente in cartellone). La performance poggiava su basi solide: tre spettatori in un viaggio intimo assieme all'artista, un tavolo all'ora del tè e un blocco di latte da sciogliere a suon di cucchiaini di liquido bollente per far affiorare dal ghiaccio bianco sporco oggetti nascosti nel profondo del nostro inconscio e cristallizzati sotto la nostra coltre gelata dei sentimenti. In teoria. La pratica, come molte volte accade, si è squagliata, stavolta è proprio il caso di dirlo. Ogni performance doveva durare venti minuti ma il primo gruppo (del quale facevo parte) non è riuscito, non per scarsa volontà ma per la durezza e spessore del ghiaccio dell'elemento, a sciogliere il blocco. Bastava fare delle prove in precedenza e notare che, forse, il latte (uno spreco comunque i 50 litri utilizzati; la Zierle parlava molto di ecologia come base della propria etica del lavoro; in un'altra performance ha bruciato della plastica, delle scarpe, con fumo inquinante) non era il liquido giusto per sciogliersi versandoci sopra del tè. Gli oggetti che ognuno dei partecipanti ha trovato nel suo personale solido non sono stati minimamente discussi e affrontati e analizzati, non è stato chiesto a nessuno di confrontarsi sul materiale ritrovato, cercare un asse, un legame, un cordone ombelicale con la propria autobiografia. Tutto è sembrato essere fatto senza particolare cura, con superficialità, approssimativo e casuale. L'intimità dei gesti avrebbero dovuto creare un ambiente riparato e caldo, un involucro sacro per un rito privato dove poter aprirsi e raccontarsi, la luce fredda al neon non aiutava (le candele sarebbero state perfette), i fotografi attorno e soprattutto l'inutile diretta facebook con due telecamere facevano da filtro alla spontaneità e allo scorrere fluido delle emozioni. E' mancata l'interazione con l'artista, gelida come il latte, e l'incontro con l'oggetto, non eravamo alla ricerca di cose personali sepolte, recondite e celate ma solamente piccoli scalpellini dilettanti e amatoriali a menare il ghiaccio con cucchiai e forchette: un'occasione persa travestita da arte.
Ciak-Figure-da-Grandi-2017-1.pngLa sorpresa positiva sono stati i “7-8 chili”, compagnia ascolana che prende il nome dal peso medio della testa umana. Nel loro divertente “Ciak” passa la storia della filmografia mondiale con i suoi tormentoni, le frasi memorabili in trenta minuti a nastro continuo, come rullo compressore. L'interessante è certamente lo svelamento, come in un “Rumori fuori scena”, di tutto il lavoro che sta dietro una produzione cinematografica. In questo caso low budget. Se l'uno stava sotto allo schermo con i suoi oggetti e macchinerie e una piccola telecamera, l'altra si muoveva in fondo al palco, creando, solamente con l'uso della prospettiva, un incastro tra attrice e i piccoli oggetti in cartonato che il regista utilizzava per un incrocio che sul grande schermo parodizzava, grazie anche all'intervento delle sigle e dei jingle, il grande cinema d'autore. Erano proprio le sbavature, gli errori, i difetti, le sfocature a dare quel senso di umano e fallace, teatrale e artigianale, proprio in contrapposizione alle megaproduzioni di celluloide. La carne ed ossa miscelata con l'oggettistica per ricreare, in un clima comunque leggero e solare, ora Shining o Profondo Rosso come Thelma e Louise o La febbre del sabato sera, generava uno stato di eccitazione da caccia al tesoro che ha mandato in fibrillazione la platea attenta a cogliere le citazioni, a dissacrare i mostri e i divi del cinema. Passano da Nuti a Thomas Millian come Servillo e Fellini, Totò o Clint Eastwood, Sordi e44461464_10209730367374316_697257145590087680_n.jpg Ghostbusters, La storia infinita o Lo Squalo, gli immancabili 2001 odissea nello spazio e Melies. La carrellata è infinita, i salti logici carpiati, i passaggi velocissimi come flash. Gli effetti speciali sono banditi. In qualche modo ci ha ricordato “Cinema Paradiso” di Michelangelo Campanale. Giulia Capriotti sulla scena è sgraziata e controtempo, fuori fase e indifesa, deliziosa nel suo essere sconfitta e delicatamente fuori fuoco. “Sei solo chiacchiere e distintivo” rimane una delle frasi più cool.
1K9A8096_Overload∏Filipe-Ferreira_medium.jpgArriviamo ai Sotterraneo, un gruppo che, nel tempo, ha saputo, con schiena dritta e tanto lavoro, costruirsi un percorso riconoscibile, stimabile, con scelte mai scontate né semplici, con produzioni sempre di qualità, con alle spalle tanto studio, ricerca e impegno. Anche quando hanno avuto delle defezioni la compagnia fiorentina ha saputo rinsaldarsi attorno al suo leader pensatore Daniele Villa e sperimentare, diventare un modello, imporre una cifra, uno stile particolare, amato, soprattutto intelligente e mai banale. Pop ma con guizzo. Con “Overload” entrano nel campo dell'attenzione dell'uomo moderno sempre messa in discussione e fatta vacillare dalla tecnologia, dai social network, dalle notifiche che arrivano a distoglierti da ciò che stai facendo, pensando, leggendo e portandoti in altri mondi paralleli per una fruizione superficiale e nozionistica del reale. L'escamotage di mettere sul palco David Foster Wallace e tutto il suo immaginario (Claudio Cirri fenomenale) è appunto un gancio semantico ma quello che più ci è interessato è stato il dispositivo per il quale, mentre Wallace fa il suo monologo, il pubblico ha il potere (come avere a disposizione un telecomando per fare uno zapping compulsivo) di “zittire” e silenziare lo scrittore suicida e fare apparire altri pop up, aprire altre finestre, premere su nuove app, cliccare su altri link. La riflessione di Villa e soci (tra i fondatori dei Sotterraneo anche Sara Bonaventura, sempre ironica e lucida) è quella verso la quale ci instradano prima, ci provocano poi e nella quale alla fine ci fanno cadere. Preparano la trappola per la platea che inciampa. La loro tesi è che l'uomo del Terzo Millennio non mantiene l'attenzione per più di una manciata di secondi sullo stesso argomento: il nodo qui è Wallace che viene però interrotto nel suo flusso di coscienza da pulsanti azionati dagli spettatori. Quando appare un cartello con una freccia, lo switch, se anche solo uno spettatore si alza in piedi la scena cambia ed entrano personaggi multiforme: Miss Universo e un pilota Ferrari, ballerine hip hop e tenniste, un pollo e Bansky, Babbo Natale e1K9A8223_Overload©Filipe-Ferreira.jpg un giocatore di football, un pescatore, un gladiatore romano (in questi ruoli Marco D'Agostin, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati pronti, in palla e in ritmo). La platea quindi perde concentrazione e ha sempre bisogno di nuovi stimoli, di una nuova entrata, di una ulteriore carica di adrenalina, di vivere in uno stato di eccitazione permanente. Se la parte di Wallace-Cirri è introspettiva, riflessiva, calma e pacata, l'ingresso da dietro le quinte è una botta di adrenalina, con musica sparata e corse. E' la carica, lo schiaffo, lo scuotimento che la gente cerca, il rumore, il colore, una ventata di vita e di freschezza giovane. Nella replica di Aosta il pubblico ha azionato ed attivato tutte le possibili scelte, alzandosi sempre, ma Overload è una piece composita che cambia di volta in volta grazie, o purtroppo, all'interazione con e degli spettatori. La multiple choice è un'opportunità, se però è scelta sempre e comunque in maniera compulsiva diventa droga. I Sotterraneo sono Google che ci spinge a cliccare altre finestre. C'è sempre qualcos'altro da guardare oltre la nostra siepe. Una piece che è un inno alla lentezza, alla disconnessione, al silenzio. Uno spettacolo che ha dentro, come una matrioska, come una scatola, tanti altri spettacoli a seconda delle scelte, a seconda dei bivi presi. Come la vita.

Tommaso Chimenti 23/10/2018

Dai verdi pascoli della sua (immaginaria) terra, in fuga da un padre imprenditore che incomprensibilmente non approva il suo amore per la magia, è giunto nei teatri italiani Il Mega Mago del Maggikistan. Dopo il successo in sala raccolto al Roma Comic Off 2018, l’eccentrico, esilarante, affascinante Mega Mago, accompagnato dalla fedele assistente Felafel, promette di far divertire, in un nuovo unico, scoppiettante atto a suon di gag e battute brillanti, anche il pubblico del Teatro Studio Uno, dal 25 al 28 ottobre. Ad interpretarlo c’è sempre Luca Laviano, affiancato sul palco da Elisabetta Girodo Angelin e Dimitri D’Urbano, e alla regia da Riccardo Maggi. Recensito ha incontrato i quattro artisti, i quali hanno raccontato qualcosa in più di questo personaggio e della loro prima collaborazione insieme.

Come nasce l’idea di questo spettacolo?

L.L.: Il progetto originario è di Elisabetta, Riccardo e mio. Questo spettacolo prende le mosse da uno sketch di strada che abbiamo messo su noi tre l’estate scorsa. Le idee sulla storia e sui personaggi sono di tutti, anche di Dimitri, il quale è stato coinvolto in seguito. Quando abbiamo deciso di portare il Mega Mago in un teatro, ho raccolto i nostri spunti e le nostre intuizioni e ho messo tutto su carta, curando in particolare la struttura del testo e i dialoghi. Ma questo personaggio mi è entrato talmente dentro che, in fin dei conti, su qualsiasi proposta, l’ultima parola spettava a me.

Dalla strada al palcoscenico teatrale, dunque. Cosa vi ha convinto?

L.L.: Il Mega Mago è un personaggio così carismatico, con un background prepotente che spiccava e voleva emergere: pensavamo meritasse di avere più spazio.

D.D’U.: Era giusto esprimere in teatro il potenziale che dimostrava di avere.

R.M.: Nel momento in cui è stata accennata una bozza di trama, ci siamo resi conto che poteva essere pensato come spettacolo e non come un semplice corto.42179573 715342662176954 6495786084104929280 n

Quali ispirazioni avete avuto? Nello spettacolo si possono rintracciare battute che si rifanno a Boris (serie televisiva italiana, prodotta dal 2007 al 2010, che mostrava il dietro le quinte di un set televisivo), o ai Boiler (trio comico formato da Federico Basso, Gianni Cinelli e Davide Paniate, che a Zelig portava spesso lo sketch dei “finti giornalisti”), ad esempio.

L.L.: Ci siamo chiesti semplicemente il Mega Mago chi fosse: così è nata la famiglia del Mega Mago. Sarà che sono un “terrone” emigrato a Roma, ma mi piaceva anche il tema del viaggio, del sogno da inseguire. Infine, ci siamo resi conto che sarebbe stato opportuno anche un antagonista. Per quanto riguarda le gag e le battute, io definisco il Mega Mago uno spettacolo di cui non puoi fare la parodia. Tutti gli attori, durante le prove di una rappresentazione, che sia quella più divertente o la più drammatica del mondo, fanno una “scimmiottatura”, per giocare e smorzare la tensione. Del Mega Mago non si può, perché tutte le arguzie o le canzonature che ci venivano spontaneamente, le abbiamo inserite nella sceneggiatura. Quegli omaggi, o i rimandi a cose note, derivano proprio da ciò. Sfido chiunque a fare la parodia del nostro spettacolo. Abbiamo inserito ciò che da pubblico o da addetto ai lavori, si ha sempre sulla punta della lingua ma non si ha il coraggio di fare.

R.M.: Alla battuta menzionata da Boris ci tengo personalmente. Perché è la mia preferita degli ultimi dieci anni: c’è chi cita l’Amleto, io cito Boris.

Chi è il regista?

L.L.: Riccardo ha curato la regia dello sketch di strada. Ma poiché, come dicevo prima, sono molto legato al mio personaggio, in comune abbiamo deciso di essere i co-registi per lo spettacolo a teatro.

E per Riccardo Maggi cosa significa avere a che fare con un co-regista che è anche l’attore principale?

R.M.: Sicuramente è un’esperienza positiva, dato che sono abituato ad essere sempre da solo alla conduzione di uno spettacolo. È stato un esperimento riuscito e sono molto contento di ciò. Il Mega Mago nasce come lavoro corale e, quindi, è giusto che ognuno porti il suo contributo: io, semplicemente, sto “fuori” dal palco, curo quelle piccolissime specificità, un’azione scenica un po’ più precisa ad esempio, e fornisco un primo sguardo esterno. Non mi azzardo a fare la regia totale perché sarebbe togliere qualcosa al lavoro di tutti. Luca ha più l’idea della scena in generale, io invece, da fuori, consiglio dove aggiustare il tiro.

D.D’U.: Per farla breve, Riccardo mette ordine alle “sparate” di Luca.

Com’è andata la vostra esperienza al Comic Off 2018 di Roma?

E.G.A.: È stato un banco di prova, per testare il rapporto con il pubblico. Ci ha permesso di sviluppare lo spettacolo e giungere ad un punto (dopo la “pillola” di luglio al Teatro Studio Uno nell’ambito della rassegna Tutto in 12 minuti, ndr).

L.L.: A dirla tutta, se avessimo avuto più tempo per leggere dettagliatamente il bando del Comic Off, probabilmente non avremmo aderito, poiché non rispecchiava in pieno il tipo di lavoro che stavamo facendo. Siamo tutti soddisfatti del riscontro positivo ottenuto dal pubblico, questo sì. Ma delle personalità legate all’ambito teatrale non è venuto nessuno, a parte il critico assegnato come di consuetudine e il direttore artistico del Teatro Petrolini. Per una rassegna dedicata al teatro comico, ci saremmo aspettati una giuria di qualità, che guardasse con obiettività tutti gli spettacoli prima di candidare e/o premiare i partecipanti. Cosa che, non solo a noi, ma anche ad altre compagnie, non è parso ci fosse.

Per voi il Teatro è più viaggio o più magia?

L.L.: Il Teatro è un viaggio in un tunnel quantico magico. Va bene come risposta? (ride, ndr)

D.D’U.: Il Teatro è come un palazzo in cui c’è una stanza. E dentro questa stanza si porta il risultato di un viaggio che, non fermandosi esclusivamente ad un atto professionale, viene arricchito in diretta di quelli che possono essere imprevisti, novità o proposte. Che poi sono quelle cose che compongono una certa parte magica. Non so se sono stato chiaro. Ad ogni modo, il Teatro è quello spazio dentro cui si raggiunge il compimento di un percorso, di un viaggio, nel quale avviene la magia.

42200814 715343182176902 1333119872577568768 nTutta questa affinità tra voi dove nasce? Non siete una compagnia stabile…

R.M.: Probabilmente proprio dal fatto che non ci siamo messi a tavolino a porci quelle domande che si fanno tutte le compagnie, come ad esempio a quali risultati arrivare e in quanto tempo, a chi assegnare quello o questo ruolo, cosa si deve fare e quando… É il primo progetto a cui ci dedichiamo tutti e quattro congiuntamente, quindi si è trattato di creare un gruppo in itinere, dove piano piano ognuno ha trovato la sua strada, arrivando a collaborare bene insieme agli altri. Non avevamo uno schema predefinito a cui riferirci, ma abbiamo lavorato direttamente sulla pratica, che forse è la cosa migliore in questi casi.

Nello spettacolo utilizzate una commistione di linguaggi: non c’è solo quello teatrale, ma fate leva anche su uno più televisivo e cinematografico. Come mai questa scelta?

L.L.: Nel momento in cui il Mega Mago ha avuto un background, è nata anche la sua infanzia e quindi l’allevamento delle vacche da latte del Maggikistan. C’era bisogno di creare uno spot, una cosa stucchevole con delle musiche molto rassicuranti. Avevamo l’esigenza di comunicare questo tipo di informazione al pubblico in maniera veloce, quindi ho pensato di farne un trailer e di proiettarlo in teatro. Il linguaggio cinematografico è entrato, così, di prepotenza nello spettacolo. Da spettatore non amo molto il video in teatro, ma solo se non è perfettamente integrato nella storia. Non c’è una presa di posizione aprioristica comunque. Con il Mega Mago non voglio dare nessun contributo significativo al Teatro – ma se così fosse, ben venga. È uno di quelli spettacoli che fanno ridere il pubblico e dove anche chi è in scena si svaga, uno di quelli che anche i nostri colleghi vorrebbero fare per divertirsi. E questa era la mia ambizione.

D.D’U.: Ci siamo permessi di lavorare, al di là della recitazione effettiva, anche con le proiezioni, con momenti di coreografia e di danza pura, esclusivamente perché Riccardo dal banco di regia ce l’ha permesso. Non c’è la voglia di dare una linea o andare contro un percorso che sta facendo il Teatro in questo momento.

R.M.: Da regista e autore di altri testi, mi piace sia la commedia che la tragedia, lavori con video o senza, scenografie e costumi elaborati o essenziali, ma non mi pongo domande su come il teatro si stia evolvendo ora. Cerco di fare quello che mi piace e che spero piacerà al pubblico.

E.G.A.: Abbiamo genuinamente giocato, insomma.

Quanta improvvisazione c’è sul palco?

R.M.: Durante la prima serata (al Teatro Petrolini, ndr), sicuramente c’è stata più capacità di improvvisazione, perché è uno spettacolo difficile, pur essendo divertente per il pubblico e per gli attori. È molto orchestrato, è una macchina. Già durante la seconda serata insieme, qualcosa è cambiato e siamo riusciti a regolare meglio, tra i due atti, le energie di ciascuno. È uno spettacolo che va assestandosi.

L.L.: In generale, noi tutti dobbiamo stare attenti a non improvvisare troppo. Soprattutto Dimitri ed io che, conoscendoci da anni, siamo molto complementari in scena.

D.D’U.: Dovremmo cercare di non divertirci troppo noi a discapito del pubblico, intende.

Che rapporto avete con la magia? Ci credete?

D.D’U.: Beh, lo spettacolo è piaciuto. Quindi penso proprio di sì. (ridono, ndr) Battute a parte, io credo alla magia del Mega Mago. Non è necessaria una magia canonica, intesa come reale, fatta di poteri sovrannaturali, per affezionarsi a colui che potrebbe apparire un imbroglione a tutti gli effetti. L’incantesimo che fa è proprio questo: non essere realmente magico, ma essere amato ancor di più di quanto sarebbe un vero mago. Se questa è la magia, allora io ci credo.

L.L.: Io mi sono fatto questa domanda la seconda sera del Roma Comic Off. In sala c’erano tanti bambini, anche abbastanza piccoli. Pensavo che non avrebbero retto un’ora e mezza circa di spettacolo. E invece alcuni di loro volevano vedere di nuovo il Mago alla fine. Perciò anche io credo nella magia che ha creato il Mega Mago. È ingenuo, semplice, un cialtrone probabilmente, ma lui ci crede: come i bambini che candidamente credono che qualsiasi cosa possa diventare magico.

Potete parlarci anche degli altri personaggi?

E.G.A.: Io interpreto Felafel, l’assistente del Mega Mago. E ovviamente credo ciecamente a lui e alla sua magia. Come i miei colleghi, anche io mi diverto molto sul palco. Credo, inoltre, che senza Felafel non esisterebbe il Mega Mago, perché lei è la prima che crede in lui. Ah, e anche io sento le voci nel lobo dell’orecchio sinistro. (ride, ndr)

D.D’U.: Io invece mi sono abbastanza annoiato ad interpretare tutti gli altri personaggi. (ridono, ndr) Scherzo, ovviamente. Sono molto contento, dal punto di vista attoriale, di aver avuto la possibilità di fare un grande numero di ruoli all’interno dello stesso spettacolo. Ho raggiunto questo gruppo dopo gli altri e l’idea era che io potessi completare un cerchio. Ma ci siamo fatti prendere la mano e i personaggi sono diventati sempre di più, sia nello spettacolo dal vivo, sia tra quelli che si vedono nei video. Il Mega Mago dal Maggikistan 25 28 ottobre Teatro Studio Uno foro2

Chi vorreste veder seduto tra il pubblico?

E.G.A.: Sue Ellen, ovviamente! (personaggio immaginario della famosa serie tv statunitense anni Ottanta Dallas, interpretata da Linda Gray, ndr). Chiunque ne abbia voglia. E mia madre.

D.D’U.: Molti direttori di molti teatri. E tutti quelli che non sono ancora venuti.

L.L.: Non ci ho mai pensato davvero. Il premier?

R.M.: Forse sarà una cosa scontata, ma quanta più gente possibile è la mia risposta. Il mio sogno è che le gag del Mega Mago diventassero un fenomeno di massa.

D.D’U.: Inoltre vorremmo iniziare una tournée come quella descritta nello spettacolo e passare da Sidney, a Dubai, a Prignano sulla Secchia (comune in provincia di Modena, ndr). Anzi, tralasciamo Dubai e Sidney e andiamo direttamente a Prignano.

E.G.A.: Lanciamo un appello a Prignano! 

R.M.: E anche un hashtag: #megamagosullasecchia

Tre aggettivi per descrivere il vostro spettacolo?

D.D’U.: Come direbbe Celeste Turchino di Sinonimi, che passione! (personaggio dello spettacolo, ndr): divertente, simpatico, carino.

L.L.: Colorato, demenziale, saporoso.

E.G.A.: Balneabile, incendiabile, inafferrabile.

R.M.: Necessario, divertente, maggikistano. E chi vuol capire, capisca.

37010657 2152307341719284 4694448620882100224 nProgetti futuri?

E.G.A.: In questo momento stiamo provando un libero adattamento di Hotel Transylvania (film d'animazione americano del 2012, ndr): faremo uno spettacolo per bambini in una scuola ad Halloween. Luca sarà Dracula, mentre io la figlia Mavis e Dimitri farà Jonathan, che diventerà Johnnystein, oltre che Wayne il lupo mannaro e uno zombie travestito da umano. Individualmente farò diversi spettacoli per ragazzi, in particolare con la Nomen Omen (compagnia teatrale nata a Roma nel 2007, che mescola diverse tecniche, come il teatro di figura, clownerie e il teatro d’attore, ndr). E sto frequentando da diverso tempo un corso di circo.

R.M.: Dimitri, Elisabetta ed io porteremo in scena, al Teatro Trastevere dal 27 novembre al 02 dicembre, uno spettacolo inedito che si intitola Il Vangelo di Tijuana. È totalmente opposto al Mega Mago, nel senso che il pubblico potrebbe tornare a casa con il magone.

D.D’U.: Durante il prossimo anno cercherò di concentrarmi su un progetto che vede coinvolta anche Elisabetta e che si chiamerà Ah ah ah. O l’innocenza della follia.

L.L.: In futuro non si esclude neanche un Mega Mago – Il ritorno. Ma per il capitolo Mega Mago salva il Natale siamo in ritardo. Ci prenotiamo per la Pasqua. (ride, ndr) Personalmente continuerò ad insegnare teatro, pedagogia teatrale e a fare laboratori teatrali con spettacoli nelle scuole dell’infanzia.

Quanto ha influito questa esperienza a contatto con i bambini nello spettacolo del Mega Mago?

L.L.: Essere insegnante di teatro per bambini è una cosa che mi viene spontanea, sento di esserci portato. Il linguaggio che uso con i bambini quando faccio lezione, o negli spettacoli a loro dedicati, è simile a quello del Mega Mago. Forse per questo ha funzionato anche con un pubblico molto giovane. I personaggi che creo sono molto colorati, sopra le righe e hanno quel tipo di comicità universale, che arriva ad ogni fascia di età.

Nello spettacolo c’è più ironia o sarcasmo?

TUTTI: Più ironia, sicuramente.

 

C’è qualche genere con cui vi piacerebbe cimentarvi?

L.L.: Il mimo.

D.D’U.: Il black humor. Spero di affrontarlo molto presto. È tra i miei progetti.

R.M.: La satira. Ma ancora non ho trovato l’idea giusta e che non sia di un qualunquismo allucinante.

E.G.A.: Io vorrei riuscire a scrivere degli spettacoli miei, avvicinandomi al mondo del circo. Ho già delle idee.

Potete lasciare, ognuno di voi, un appello ai nostri lettori in stile Mago del Maggikistan?

L.L.: Vienite di teatro a vedere Mega Mago di Maggikistan, se no vi pikkio. Come dice noi a Maggikistan: vi pikkio.

D.D’U.: Partiamo da Celeste Turchino, che potrebbe dire: Sarei molto felice, contento, entusiasta se tutti voi avrete piacere di venire, di giungere, di farci compagnia a questo spettacolo, a questa messinscena se vogliamo, che è quella del Mega Mago, del Grande Mago dal, del Maggikistan. Mega Papà, invece, direbbe: Se tu non vieni a vedere Mega Mago io ti corco di botte.

E.G.A.: Come assistente Felafel, potrei avvisare tutti che questo spettacolo contiene numeri pericolosi e che bisogna stare attenti perché potrebbe provocare infarto, isteria di massa o tartaro.

R.M.: Io anche ho un personaggio che mi creo nella mia cabina di regia ed è il tecnico subnormale: io vi prega di venì a vedè Mega Mago da Maggikistan pecchè altrimenti lor me corcan de botte come tutte volte che no porta pubblico.

Un’ultima curiosità: sapevate che il Mega Mago è l’inizio di una filastrocca recitata alla trasmissione l’Albero Azzurro?

TUTTI: Assolutamente no, la cosa ci è nuova. Però ora vogliamo sentirla

D.D’U.: Diciamo che quando Luca era piccolo, l’Albero Azzurro era ancora un seme. (ridono, ndr)

Chiara Ragosta 23/10/2018

Chi era Tullio Saba? Un nome tra i molti, moltissimi, appartenenti alla Storia, quella con la S maiuscola. Ma anche la Storia, in fondo, si compone di storie, con la s minuscola. E quali sono quelle che compongono l’identità di Saba? Dove sta, se ne esiste uno, il confine tra la persona e il personaggio? Non è tanto alla ricerca di risposte, ma per sottolineare la forza di queste domande che prima Sergio Atzeni, con il romanzo del 1991, poi Gianfranco Cabiddu, con il film ispirato nel 1997 e oggi Marco Usai, con l’adattamento teatrale, hanno deciso di raccontarci “Il figlio di Bakunìn.
Andato in scena al Teatro Studio Uno di Roma il passato weekend dal 18 al 21 ottobre, l’opera rappresenta subito il nucleo della questione: il trio di attori maschili (Marco Ceccotti, Tiziano Caputo e Piero Grant) esordisce come gruppo di anziani, entusiasti di tentare, senza troppa accuratezza, di risalire a un minimo comun denominatore di memoria. Presto raggiunti da Valeria Romanelli, cui sono delegate le testimonianze femminili, le voci si rivolgono direttamente alla quarta parete. Il pubblico, quindi, diventa il motore immobile dell’inchiesta, il giornalista che va in giro a fare domande su Tullio Saba.
Una ricerca destinata a dare i propri frutti, sì, seppure sovrabbondanti, confusi ove non contraddittori, che solo all’ultimo momento faranno i conti con la sete di verità del giornalista, stavolta quello vero, inconsapevole e refrattario deus ex machina di un labirinto borgesiano di testimonianze. Il circo di storie è animato dai già menzionati quattro attori, alle prese con una pletora di personaggi: conoscenti di Tullio, colleghi minatori, nemici politici, rivali in amore, amanti, amici, ognuno con un proprio frammento da aggiungere all’arazzo, e ansioso di farlo.
Gli interpreti fanno un buon lavoro di diversificazione e moltiplicazione, benché si noti la fisiologica preferenza per alcune voci, nella mischia, più profonde e centrali di altre. Dovendo rinunciare agli strumenti del montaggio letterario e cinematografico, “Il figlio di Bakunìn” teatrale opta per una successione lineare delle varie testimonianze, da quelle sul padre di Saba a quelle sulla sua presunta scomparsa.
La regia colpisce per grande pulizia e lo spettacolo rimane ordinato e chiaro senza rinunciare a diversi scambi tra racconto indiretto e flashback, a volte persino sovrapponendoli. Di contro, il ritmo non è sempre altissimo ma, comunque, sa quando riaddensarsi perché le parole, le storie e la leggenda colpiscano duro. Tutto ciò fino all’epilogo anticlimatico, che non può né vuole dare risposte definitive, dal sapore, a teatro a maggior ragione, marcatamente pirandelliano.

Andrea Giovalè
22/10/2018

Pagina 10 di 20

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM