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ROMA - Il viaggio è uno dei più nobili e frequentati modelli di narrazione, declinato fin dall’antichità in innumerevoli forme e significati. La scelta di partire verso una meta, magari ignota, può essere dettata da infinite ragioni: per esempio, dal desiderio di ritrovare la propria identità, facendo i conti con la memoria del passato e con le proprie radici culturali. Su coordinate di questo genere si muove La ballata dei babbaluci – dall’eloquente sottotitolo Ovvero il viaggio mancato di un uomo in vasca –, scritto e diretto da Marco Fasciana e in scena al Teatro Studio Eleonora Duse dal 31 gennaio al 7 febbraio.
Babbaluci 2Suddiviso in dodici capitoli (più un epilogo) che scandiscono il passare del tempo, lo spettacolo si presenta già dalle prime battute come una duplice dichiarazione d’amore da parte dell’autore verso il teatro – che nei 70 minuti che compongono l’opera viene esplorato, smontato e contaminato con vivace ingegno – e verso la Sicilia e il suo straordinario patrimonio di cultura popolare. Il viaggio del protagonista si propone come una sorta di odissea “mancata” e i riferimenti all’omonimo poema di Omero non tardano a farsi notare: la materia narrativa appare però sempre fresca e originale grazie a un attento processo di rimescolamento con la tradizione favolistica siciliana. E così, ad affiancare il protagonista nelle sue disavventure, si alternano personaggi come il simpatico servo furbo, l’inquietante guardiano del faro e la seducente regina di carte, figure la cui sopravvivenza sino ai giorni nostri è stata possibile tramite il prezioso lavoro di recupero e conservazione svolto dallo scrittore e antropologo Giuseppe Pitrè nella seconda metà dell’Ottocento. La felice intuizione di fondere la mitologia di Omero con questo variopinto patrimonio folcloristico permette all’opera di innalzarsi su un piano universale, trasmettendo allo spettatore una serie di suggestioni di fortissima efficacia e di immediata ricezione, in grado di sedimentare e crescere poi dopo il termine della visione.
Babbaluci 3Il lavoro di contaminazione non si manifesta solo sul livello dei contenuti ma anche su quello formale. È sufficiente entrare in sala e osservare la scena per capire subito come l’autore abbia voluto far interagire tra loro il teatro e il cinema: il grande telo bianco sullo sfondo diventa, di volta in volta, uno schermo che va ad arricchire la dimensione narrativa e ad aggiungere uno sguardo da un differente e inatteso punto di vista. Inoltre, la presenza evidente, addirittura davanti al palco, di quelli che sono i mezzi scenici utilizzati per creare certe sequenze esplica la volontà di addentrarsi in una sperimentazione metateatrale molto interessante, a suo modo riuscita, che se da un lato provoca un vago senso di straniamento nel pubblico, dall’altro contribuisce ad amplificare il potere immaginifico della storia.
Presentato come saggio di diploma di regia dell’autore, La ballata dei babbaluci è un lavoro che ne mette in mostra tutte le qualità, dalla padronanza delle fonti di riferimento alla capacità di giocare con i codici espressivi con il giusto grado di consapevolezza e di autocontrollo; e, cosa ancor più importante, costituisce un piacevole, divertente e affascinante viaggio, a cavallo tra sogno e realtà, a cui ognuno di noi dovrebbe sentirsi invitato a partecipare.

Francesco Biselli  02/02/2019

(Foto di scena: Manuela Giusto)

MILANO – “Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.” (Hannah Arendt).
Il fumo del sigaro produce spesse e compatte volute nebbiose dove perdersi, dove nascondersi. Nel fumo si possono celare le reali intenzioni, il passato non così esplicito e lampante, le convinzioni vacillanti. E' una partita a scacchi quella che si gioca, furiosamente e dialetticamente, all'interno di questo negozio (ricorda quelli descritti da Philip Roth per rimanere in tema ebraico) tra “Il venditore di sigari” (produzione Manifatture Teatrali Milanesi) e un compratore, il cliente abituale e abitudinario. Potrebbero essere le due figure losche tratteggiate da Koltes in “Nella solitudine dei campi di cotone” anche se qui manca la pericolosità e l'erotismo ma vive e pulsa la macchinazione e l'artificio come la menzogna. Siamo nel '47 e se nella prima parte sembra di stare di fronte ad un tedesco e teatro.it-il-venditore-di-sigari.jpgad un ebreo con l'avanzare delle battute, secche e dure quelle dell'ebreo vittima, accondiscendenti quelle del “teutonico” che ha riconosciuto le sue colpe, si capisce di essere davanti a due differenti modi di intendere l'ebraismo, maniere diverse di affrontare e sopportare il peso della propria stirpe e del proprio pesante passato recente. Siamo di fronte, in una battaglia all'ultima battuta, in uno scontro all'ennesima spiegazione, ad un ebreo che durante le deportazioni era fuggito ed aveva riparato negli Stati Uniti e che è pronto l'indomani per lasciare la Germania e trasferirsi definitivamente in Terra Santa, e ad un ebreo tedesco che durante la Seconda Guerra Mondiale era arruolato con l'esercito di Hitler perpetrando atrocità anche sui propri simili.

La miccia del cerino, e l'odore sulfureo mefistofelico che si spande nell'aria, si infiamma come le accuse e le condanne che i due (Gaetano Callegaro e Francesco Paolo Cosenza, attori esperti e di peso, voci profonde radiofoniche e presenze solide) si scambiano in questo ping pong forsennato di lunghi colpi e di quadri ad effetto che ribaltano le nozioni precedentemente acquisite. Come in un duello da Far West fioccano le critiche e le incriminazioni: ognuno dei due non vede nell'altro il miglior modo di essere ebreo. Carnefice e vittima, boia e vessato si interscambiano, a specchio si frappongono, si sfidano nell'eterna lotta tra oppresso e oppressore. Il testo di Amos Kamil (in Italia messo in scena dal 2010 dal capace regista Alberto Oliva, le efficaci alberto-oliva.jpgscene di cassetti e scheletri nell'armadio a scomparsa sono di Francesca Pedrotti) non ci mette tanto davanti alla questione ebraica nel senso classico dell'Olocausto ma pone più che altro l'interrogativo sull'identità e sul chi siamo e se quello che ci accade attorno muti e trasformi la percezione che noi stessi abbiamo, ovvero se l'identità sia un dato immutabile per nascita e crescita o può crescere e modificarsi, essere cangiante e non precostituita e scolpita e tatuata. L'identità è il dna o il percorso che scegliamo o che siamo riusciti, consapevolmente o meno, a portare a termine?

Ognuno ha la sua storia” si ripetono l'un l'altro non tanto a giustificarsi a vicenda quanto a sottolineare che la verità e la ragione non abita da una sola parte e che la Storia con la esse maiuscola altro non è che l'insieme di piccole, infinitesimali, minime storie personali con la minuscola. Si provocano e si stanano, si annusano, si maledicono e si rispettano odiandosi. Forse sono soltanto colpevoli entrambi, l'uno ha fatto finta di niente ed è stato a guardare senza prendere posizione, senza morire per la causa, l'altro ha salvato solo se stesso fuggendo dalle barbarie. Nessuno dei due, in fondo, ha vissuto come un vero ebreo. Oppure, questo il secondo quesito che ci pone sotto la sua lente d'ingrandimento l'autore Kamil, è l'esterno che connota l'interno, ovvero, in questo caso, sono state le leggi razziali prima e i campi fb724689fdf591b9982252b66ec91f1d_L.jpgdi concentramento poi a determinare l'essere ebreo. Certamente il nazismo ha paradossalmente rafforzato l'ebraismo, l'odio crea sempre una compattezza d'intenti e moltiplica le energie e gli sforzi, e sicuramente ha accelerato il processo di creazione dello Stato Ebraico, chiamato Israele. I due, divisi dalla fiammella, che ricorda le vittime, e separati dalla coltre di fumo che ingloba le loro coscienze, sono due facce della stessa medaglia, racchiusi in questo sogno-incubo, in questa gabbia mentale che non li lascia sereni e non li abbandona nemmeno adesso che la Guerra è finita. Ma la guerra, dentro di loro, infuria più forte di prima, perché i sensi di colpa galoppano, perché, a differenza dei loro conoscenti e familiari, si sono salvati.

Tommaso Chimenti 28/01/2019

Lo scrittore e giornalista Giorgio Manganelli, nella prefazione al libro del 1986 L'altra verità. Diario di una diversa di Alda Merini, affermava che esso, più che un documento o una testimonianza sul periodo di internamento in manicomio della poetessa, rappresentasse “...uno spazio in cui, venendo meno ogni consuetudine e accortezza quotidiana, irrompe il naturale inferno e il naturale numinoso dell'essere umano”. Dal 18 al 20 gennaio, questo “spazio” pieno di sguardi, sussurri, disvelamenti, parole, urla, ricordi è stato ospitato nella sala dell’Altrove Teatro Studio di Roma, grazie all’intimo e commovente monologo di Fabio Appetito: in Ci chiamarono tutti Alda la protagonista non è solo la Merini, ma tutti coloro, in special modo le donne, che soffrono perché maltrattati, abusati, inascoltati, emarginati. A dare una voce e un volto a questo coro, tra ironia e dolore, è stata la giovane e intensa Giulia Santilli: Recensito l’ha incontrata per saperne di più su questo spettacolo.

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Oltre che attrice, sei anche doppiatrice: che cosa hai provato a prestare voce e corpo alla poetessa Alda Merini?
La mia idea di messa in scena si è incentrata sul rendere il palcoscenico, attraverso la scenografia e il disegno luci, una "bolla", un non-luogo, dentro il quale una voce ed un corpo si muovono seguendo i ricordi del manicomio vissuto da Alda. Un'anima che segue la luce, come la nostra mente che, di notte, quando tutto si ferma, viaggia senza soluzione di continuità, senza logica, senza timore di giudizi esterni o preoccupazioni quotidiane. Quindi ho cercato di svuotarmi di tutto il superfluo, mi sono messa a servizio del testo e ho lasciato che ogni singola parola mi accendesse, mi emozionasse, seguendo poi il percorso che si dipingeva davanti a me, frase dopo frase. Una sorta di meditazione.

Interpreti Alda nello spettacolo, ma il titolo è al plurale: a quali altre "Alda" hai voluto dar voce?
Il titolo è al plurale perché possa arrivare al pubblico che questa voce parla per tutti. Alda, io, ognuno di noi è padrone di questo grido d'amore e di speranza. Farsi chiamare tutti con lo stesso nome è un tentativo di spezzare il confine tra palcoscenico e platea, tra arte e pubblico. Tutti siamo testimoni e portatori di emozioni, come tali abbiamo il diritto e il dovere di esprimerle.

Quanto di Giulia c'era in Alda? E cosa ti ha lasciato questo ruolo?
Io sono un filtro, cosa che sempre dovrebbe essere un attore, del testo. Di Giulia c'è il corpo, la voce e il cuore. Ma volevo che fosse Alda Merini ad arrivare al pubblico. Un personaggio così puro e diretto che non ha bisogno di troppi fronzoli o stratagemmi teatrali per arrivare alle persone. Sono molto felice di aver avuto l'opportunità di conoscere Alda così nel profondo. Non conosciamo mai abbastanza un artista o un personaggio fin quando non mettiamo in bocca le sue parole e le rendiamo tridimensionali. Di Alda porterò sempre con me la sua forza e la sua sorridente consapevolezza e noncuranza di essere scomoda.

La tua poesia preferita della Merini?
Non saprei dare solo un titolo. Ogni poesia di Alda è necessaria e incandescente.

Ma ce n'è una che ti dedicheresti? E, se sì, perchè?
Dedicarsi una poesia è difficile. Ogni essere umano cambia, si evolve da un giorno ad un altro, o anche all'interno di una singola giornata. Quindi descrivere se stessi è quasi impossibile, secondo me. Ma vorrei dedicarne una ad ogni creatore di arte, qualunque arte essa sia. Perché nessun artista smetta mai di credere che ci sia una via, una possibilità, una vittoria, insieme. Il titolo è Poeti.

Il XXI secolo e la società odierna hanno bisogno dei poeti? E chi sono, secondo te, i poeti oggi?
Avremo sempre bisogno di poeti. Quelle creature notturne e solitarie che hanno la capacità di partorire sogni. Oggi i poeti sono tutti quelli che hanno il coraggio di tirare fuori, con umiltà e passione, l'inferno e il paradiso che hanno dentro. Conosco diversi poeti contemporanei, anche molto giovani, che spero trovino presto il loro spazio in questo mondo meraviglioso. Ma invito tutti a scrivere, anche a caso, senza logica, sugli scontrini dei bar, sulle scrivanie degli uffici, sulle loro stesse mani. Non nascondete mai lo straordinario che vi abita, sarebbe un vero peccato.

Che potere ha la parola, per te? E il silenzio?
Ogni parola è un mondo. Mondi meravigliosi che formano frasi, dialoghi, creano distruzione, guerre, dolore e, al tempo stesso, gioia, commozione, risate e amore. Nulla è più potente di una parola, nel bene e nel male. Le persone dovrebbero avere cura di questo dono e prestare molta attenzione nell'utilizzarlo.
Il silenzio, invece, è alla base del mio lavoro. Nel silenzio tutto trova la sua creazione: i pensieri, le idee, i progetti, le lacrime, un sorriso. Il silenzio è come il bianco, contiene tutti i colori. Quando c'è silenzio, tutto è possibile.

Ci chiamarono tutti Alda 800x533Allo spettacolo è legato anche un progetto fotografico: a quale immagine sei più affezionata? E perché?
Fu così che ti vidi è il progetto fotografico di Emanuele Bencivenga, che nasce dallo spettacolo e l'ha accompagnato in questo ultimo allestimento. Con Emanuele abbiamo lavorato per due giornate, cercando di raccontare il manicomio di Alda e di trasmettere le emozioni che lui per primo aveva vissuto vedendo lo spettacolo. Credo abbia fatto un lavoro straordinario. La foto a cui sono più legata raffigura le mie mani che scrivono su uno specchio impolverato Amatemi perché sono una donna. Un grido di aiuto silenzioso.

Chi vorresti che ascoltasse e/o vedesse questo spettacolo?
Sarei felice che lo vedessero le persone che abitualmente non vanno a teatro. Vorrei che arrivasse ovunque l'idea, la mia grande speranza, che il teatro è una forma di dialogo con il pubblico, di scambio e condivisione e non un luogo dove si subiscono storie e deliri d'onnipotenza. Il teatro è un arte fatta da persone per le persone. Noi lavoriamo per la gente che si siede in sala ad ascoltarci, non per noi stessi. Testo, Attore, Pubblico: senza quest'ultimo, il teatro non esisterebbe.

Progetti futuri?
Vorrei far conoscere Alda Merini lungo l'Italia, ovunque sia possibile andare. Credo sia importante far sapere a tutti che, anche nel vuoto, ci sono delle forme di appiglio: non si deve mai smettere di credere e sperare. Non abbiamo ancora date, ma ci stiamo muovendo perché si definiscano presto. Non dico di più, sono pur sempre un'attrice, la scaramanzia è di casa!

Chiara Ragosta, 27/01/2019

ROMA - Non c’è probabilmente pena più amara per un artista che cadere nell’oblio insieme alle sue opere ed essere così dimenticato dai posteri. A questo triste destino ha rischiato di andare incontro Osip Mandel’štam, oggi considerato niente meno che il maggiore poeta russo di tutto il Novecento ma ferocemente osteggiato e perseguitato nel corso degli anni Trenta durante le Grandi purghe di Stalin fino a trovare la morte in un gulag alla fine del 1938. La sua produzione letteraria sarebbe dovuta sparire insieme a lui ma la fedele moglie Nadežda ne imparò a memoria i versi e li custodì in segreto per più di vent’anni, prima di poter avviare il processo di riabilitazione del marito e del suo lavoro. Questa straordinaria storia di amore, morte, sacrificio, resistenza e riscatto è al centro dello spettacolo La cena, scritto e interpretato da Giovanni Greco, diretto da Massimo Roberto Beato e portato in scena dalla Compagnia dei Masnadieri dal 24 al 27 gennaio allo Spazio 18b.
Cena 2È una gelida notte di dicembre del 1968 quella in cui l’anziana Nadežda, nella sua angusta casa, si trova a celebrare il macabro anniversario della perdita del caro Osja in una apparente solitudine. Apparente perché sono molti i fantasmi del passato che vengono a far visita a Nadežda e che si uniscono a quel “banchetto in tempo di peste” ed è difficile dire se siano solo voci nella sua testa o entità reali; ciò che è certo è che tra di essi c’è pure lo stesso Osip e, complice l’insonnia della donna, l’interminabile attesa dell’alba diventa un’occasione perfetta per ripercorrere quel tempo lontano, forse perduto, ma non dimenticato.
Nel doppio ruolo di Nadežda e di Osip – la cui presenza in scena è espressa unicamente da una voce fuori campo – Giovanni Greco mette in piedi uno spettacolo di indiscusso fascino, evoca efficaci suggestioni e conduce il pubblico in un viaggio a ritroso che rende omaggio sia al poeta e alla bellezza intrinseca dei suoi componimenti sia alla moglie, la cui sfaccettata figura genera un interesse particolare per il compito svolto come prezioso tramite tra passato, presente e futuro e per il suo ammirevole spirito di abnegazione, frutto di un legame sentimentale con il marito così radicato da manifestare, a tratti, un carattere quasi ossessivo. Lo spiccato umanesimo di fondo incarnato da Nadežda, per quanto edificato su una vicenda carica di malinconia, assume il ruolo di perfetto contraltare alla fredda e spietata persecuzione del regime – orchestrata da colui che di volta in volta è definito con sarcastico disprezzo come «il montanaro del Cremlino» e «l’istanza suprema» –, esplicitando dunque al meglio l’eterna dialettica tra legge e desiderio che sta alla base di ogni storia.
Cena 3Un ulteriore valore aggiunto dello spettacolo è dato poi dal diretto coinvolgimento del pubblico: le dimensioni ridotte della sala dello Spazio 18b contribuiscono a creare una sensazione di piacevole intimità, lo spettatore viene invitato ad accomodarsi vicino alla scena e a interagire in più occasioni con Nadežda, suscitando l’inevitabile dubbio che i veri fantasmi siano coloro che, seduti nell’ombra, ascoltano in silenzio il monologo della protagonista.
Giunto proprio a ridosso dell’ottantesimo anniversario della scomparsa di Mandel’štam, La cena è uno spettacolo di grande spessore, tutto da assaporare, che si interroga sulla funzione e sull’importanza della memoria – individuale prima ancora che collettiva – e che può inoltre rappresentare un ottimo punto di partenza per scoprire la poesia di un autore che merita certamente di essere ricordato.

Francesco Biselli  27/01/2019

(Foto di scena: Luca Tizzano)

MILANO – E' recente la notizia di una rivalutazione e rivisitazione delle fino a poco tempo fa obsolete cassette musicali. Dopo la riesumazione dello scomparso vinile adesso è l'ora di cassette, da girare con un lapis o una penna quando il nastro fuoriusciva, e dei mangianastri. La cassetta, con i suoi tasti play o rev, è l'oggetto feticcio (come nel beckettiano “L'ultimo nastro di Krapp”), lo spartiacque e l'apriscatole di “Letizia Forever” (prod. ACTI – Teatri Indipendenti Torino, Teatrino Controverso e T22; visto al Teatro Libero di Milano all'interno della rassegna Palco Off – Storie di Sicilia, diretta da Francesca Vitale), da quattro anni in giro e oltre 120 repliche in tutta Italia (longevità sintomo di qualità, durata che significa potenza della scrittura quanto dell'interpretazione), testo a forte componente siciliana ma ampliabile ad un universo di frustrazione e disperazione comune a qualsiasi latitudine. Questa Letizia, nel suo abitino misero a pois che fanno rima con i pallini della luce stroboscopica che le zampillano intorno, parla la lingua sporca e sgrammaticata messa a punto da Rosario Palazzolo, regista, attore di teatro e al cinema (sarà nella prossima pellicola di Marco Bellocchio), scrittore di prosa, drammaturgo palermitano che ha affondato le mani e affinato questa terminologia che ha nell'onomatopeico come nell'erroneo, nel grossolano come nella sintassi sconclusionata quel che di tenerezza e ingenuità fanciullesca che accolgono, avvicinano, abbracciano.whatsapp-image-2018-03-08-at-18-33-02-1-600x336.jpeg

Dicevamo le cassette, anzi questa playlist di “genere d'amore italiano”, che fa da sottofondo ma ha anche una forte valenza drammaturgica perché accompagna e sottolinea i vari momenti di questa “intervista” che intervista poi non è. Il personaggio Letizia è un Giano bifronte, interpretato non semplicemente en travestì ma da un uomo corpulento ma anche con una grande, lunga e profonda barba. Di uomini che a teatro hanno impersonato donne ne sono pieni i palcoscenici, da Franco Scaldati a Emma Dante, da Saverio La Ruina alle Nina's Drag Queens, da Paolo Poli o Filippo Timi fino ad Annibale Ruccello ma in questo caso la vista e l'estetica cozzano e confliggono talmente tanto con il significato intrinseco di cui è portatore che, paradossalmente, Salvatore Nocera (frontman del gruppo musicale di Caltanissetta Pupi di Sùrfaro) risulta altamente credibile per la forza compressa espressa nel suo phisique du role da rugbista, per questa leggerezza mista a rassegnazione, per questa dolcezza mischiata alla speranza marcita, per quei piccoli docili gesti che ne tratteggiano l'interiorità violata e la carne percossa di privazioni.

Sulla sua sedia, che è divenuta il suo trono fragile, ogni giorno Letizia è costretta a ritornare sui passi che l'hanno condotta lì, è forzata nel ricordare i dettagli delle sue azioni, a spiegare nuovamente ciò che ha già detto (quel “forever” del titolo che magicamente ci riporta a “Mary per sempre” per assonanze linguistiche regionali e ambientali), a tirare fuori gli scheletri dall'armadio. Tutto questo le fa un male cane, le procura lacerazioni indicibili che possono essere alleviate soltanto con la musica, la colonna sonora dei “fabulosi anni '80”,Salvatore-Nocera-in-Letizia-Forever-di-Rosario-Palazzolo.jpg decade spensierata che finisce con l'ingresso nell'età adulta, prima la fuitina a Milano, poi la vita coniugale, monotona, ripetitiva, senza amore, senza passione, senza gioia, senza alcun gesto di vicinanza, indulgenza, solidarietà, costellata di silenzi, di assenze, di vuoti. E il testo è anche infarcito di piccoli segnali per una sorta di “caccia al tesoro” con il pubblico, con il quale Letizia dialoga nel suo monologo in cerca di comprensione: il suo nome è proprio il contrario di ciò che ha vissuto, l'evento scatenante che connota la sua situazione attuale è avvenuto il 9 marzo, appunto il giorno dopo l'abusata Festa della Donna, il marito si chiama Salvatore, di nome ma non di fatto visto che non è riuscito né a salvare se stesso né tanto meno Letizia dalla miseria, dalla povertà, dall'aridità di prospettive, dalla tristezza infinita che li ha assaliti e divorati, così come la strada dove hanno abitato, “via dell'ortica”, che ci ricorda fastidiosi e pungenti pruriti.

La musica è l'unica cosa che allevia le sofferenze di questa donna che mai è stata libera, passando dalle frustrazioni di una famiglia tradizionale siciliana alle castrazioni di un marito anaffettivo, la musica è il grimaldello e piede di porco che alzano la botola del dolore e scoperchiano l'abisso, aprono il Vaso di Pandora di una memoria volontariamente messa a tacere e sepolta sotto il tappeto del tempo che non può tornare indietro. Come per magia però Viola Valentino e Pupo, Gianni Togni e Franco Simone, Giuni Russo e Nada così come Alberto Camerini e Alan Sorrenti riescono a riportarla ai rari momenti di spensieratezza, quando aveva davanti tutta la vita, quando era ragazza. Il trauma ha LETIZIA-FOREVER-FOTO-PER-RECENSIONE.jpgfermato il tempo, bloccandolo e congelandolo e Letizia è rimasta sospesa, attaccata con le unghie a quelle rime facili, a quelle strofe demodé, a quegli amori impossibili, a quei sentimenti totalizzanti e strazianti. Non si può non volerle bene, non si può non restare avvinghiati a questa donna piccola davanti alle “purcherie” di un mondo a matrice maschilista che non ha saputo mantenere le attese prospettate di “Sorrisi e Canzoni” (la sua bibbia) e le promesse patinate di “Grand Hotel” (il suo romanzo di formazione).

Letizia 44516086_10218298675124528_4281776669749936128_n.jpgè la vittima di questo sistema che l'ha usata e trattata come uno straccio insignificante, che l'ha resa marginale e abbandonata, che non le ha regalato niente di bello ma solo indifferenza. Anche adesso in questi istanti dove, come cavia da laboratorio, viene fatta confessare ogni giorno (ricorda il mito di Prometeo e l'aquila che gli mangia il fegato quotidianamente), istigata e obbligata da altri maschi oppressori che la deridono, la puniscono con un'inutile rievocazione del già ammesso. Palazzolo, come Scimone e Sframeli, come Ciprì e Maresco, come Moscato, riesce a ricreare scenicamente atmosfere di spazi angusti soffocanti nei quali esplodono l'asfissia degli affetti, l'anoressia dei sentimenti, l'afasia dei rapporti umani, il soffocamento della felicità, la claustrofobia dell'essere umano ormai annientato senza futuro. Un pungo al cuore e uno allo stomaco. Senza carezze.

Tommaso Chimenti 26/01/2019

Le Sorelle Prosciutti è la storia di una famiglia di Langhirano che per cinquant’anni “ha fatto i prosciutti più buoni del mondo” nel prosciuttificio più famoso della provincia parmense, fondato dal partigiano Leonildo Fassoni. Lo spettacolo, in scena al Roma Fringe Festival dal 24 al 26 gennaio alla sala B dell’Ex Mattatoio-La Pelanda, prende forma dalla storia familiare di Francesca Grisenti, autrice del testo teatrale con Eva Martucci (entrambe protagoniste) e Massimo Donati, quest’ultimo anche in veste di regista. Tutto ciò che occorre alle due interpreti sulla scena è una sedia e la propria voce, per accompagnare il pubblico in un piacevole viaggio attraverso mezzo secolo di storia italiana.Le Sorelle Prosciutti Dal secondo dopoguerra agli anni duemila, il prosciuttificio di famiglia è stato “prima povero, poi ricco e poi vuoto”, vittima dei tempi che cambiano, della tecnologia che avanza e della globalizzazione, che hanno stravolto il lavoro, un tempo artigianale, per renderlo prima industriale e poi precario.

Francesca – interrotta di continuo dal suo irriverente alter ego – condivide ricordi dolci e ricordi amari, racconti della mamma e aneddoti di famiglia, con la voce velata di malinconia per quei tempi andati e quel buon profumo di prosciutto. Lo scambio verbale tra i due personaggi, giocoso e divertente, sfrutta sapientemente la sintonia tra le due interpreti, regalandoci momenti di genuina emozione e ben più di un sorriso, con la messinscena di simpatici stacchetti sulle musiche iconiche degli anni ’80 e ’90. La vicenda del prosciuttificio Fassoni traccia quindi un excursus di circa cinquant’anni di storia: dagli anni del boom economico, quando “per pudore non si ostentava ricchezza”, agli anni novanta, quando “tutto sembrava possibile”, fino ai primi anni duemila, quando la concorrenza spietata ha costretto l’azienda familiare a chiudere.

Le Sorelle Prosciutti non è una critica alla modernità, ma semplicemente una riflessione sull’impatto che il progresso ha avuto sul mercato del lavoro nel nostro paese. Il testo di Grisenti, Martucci e Donati si colloca perfettamente nel progetto di teatro civile della compagnia Teatri Reagenti che, con sensibilità, ha rielaborato il vissuto di tre generazioni di prosciuttai per trattare il tema del lavoro, di come questi sia mutato dalla seconda metà del novecento ad oggi (sfruttando anche gli avvenimenti interni all’azienda per accennare ad un confronto tra i due modelli femminili della donna operaia e della casalinga). Le Sorelle Prosciutti sebbene sia il racconto del dignitoso fallimento di un’azienda nostrana, si presenta soprattutto come la celebrazione del successo di una famiglia che ha affrontato le trasformazioni del nostro paese e, sebbene ferita, ha saputo cavarsela, puntando lo sguardo, speranzoso, al futuro della nuova generazione: tra loro c’è chi ha cambiato strada e chi sogna un nuovo prosciuttificio, ma non Francesca, lei il prosciutto non lo sa fare, però doveva raccontarlo, perché dopotutto “a chi non piace il prosciutto?”.

Silvia Piccoli 25/01/2019

MILANO – “L'uomo e la donna sono le persone meno adatte a stare insieme” (Massimo Troisi).

Il periodo è buio. Sta tornando il Medioevo e l'Oscurantismo? Soprattutto la Caccia alle Streghe. Il caso Weinstein, sollevato per prima da Asia Argento, quello di Kevin Spacey, quello che ha riguardato, effetto boomerang, la stessa figlia del regista horror, quello che ha toccato Cristiano Ronaldo a Las Vegas, quello che ha investito il regista Fausto Brizzi (proprio suo il film dal titolo “Maschi contro femmine”) poi scagionato, quello che ha toccato Giuseppe Tornatore (accusato da Miriana Trevisan). Negli Stati Uniti già da anni gli uomini non entrano in un'ascensore dove è presente una donna sola per timore di poter essere accusati di comportamenti inappropriati. Al netto del #metoo (nessuno critica il movimento in sé quanto le modalità da pubblica gogna) non sempre e non per forza il lupo cattivo deve essere l'uomo e Cappuccetto Rosso la donna, ed è pur vero che può accadere che le accuse siano prive di fondamento per mettere in difficoltà o alla berlina la persona in questione, per motivi di interesse, di screditamento professionale, per competere nella carriera, per invidia, per farsi pubblicità, per vendetta, per avere puntati addosso i riflettori. Il punto è che i processi la prova© Laila Pozzo-2.jpgdiventano mediatici molto prima che giuridici, sono i media a decretare la sparizione di un personaggio, se conosciuto, il suo accantonamento (per il film “Tutti i soldi del mondo” il regista Ridley Scott ha sostituito Spacey, a riprese ultimate, con Christopher Plummer rifacendogli rigirare tutte le scene dove era presente il protagonista de “I soliti sospetti”; al Premio Oscar è stata anche cancellata la partecipazione nella pellicola “Gore”), l'emarginazione sociale e il marchio a fuoco come appestato, se comune mortale. E' di queste ore la notizia che Lady Gaga abbia autocensurato il suo duetto con il rapper R. Kelly per le accuse nei confronti del cantante da parte di diverse donne.

La la prova© Laila Pozzo-30.jpgcondanna però non può avvenire attraverso la voce del volgo né talk show o interviste televisive. Bisognerebbe che realmente, e non solo sulla carta, esistesse l'innocenza fino a prova contraria. Ecco le parole esemplificative post bufera di Tornatore: “Una mattina ti svegli, apri il giornale o il computer e scopri di essere un mostro, un molestatore, un violentatore. Poi siccome si fa un uso abbastanza sciolto delle parole, diventi uno stupratore. E scopri tutto questo grazie a certi metodi di certi organi di stampa, non tutti fortunatamente, che non seguono delle regole ortodosse. Perché scrivono che sei un assassino senza ricorrere al contraddittorio, poi tu ti difenderai, se vorrai come vorrai, ma intanto il danno è fatto. Questo è un sistema veramente mostruoso ed è inaccettabile”. Alcune accuse infamanti distruggono delle vite e il risarcimento, nei rari casi in cui avviene, non riporta mai indietro il tempo, le energie e la reputazione perdute.
Proprio su queste basi, perché i Filodrammatici milanesi sono sempre sul pezzo dell'attualità e del contemporaneo e non hanno paura a sporcarsi le mani, nasce il nuovo testo di Bruno Fornasari, “La Prova” che tenta di scardinare le modalità, di far emergere e di portare alla luce le crepe e le criticità del nostro mondo che improvvisamente si è risvegliato impaurito delle relazioni umane, bloccato, timoroso, pieno di dubbi e punti interrogativi verso l'altro o altra. Se, come nel caso dello spettacolo in questione, ci sono un uomo e una donna soli in una stanza, può accadere che la parola di lei, che abbia ragione o meno, possa vere più peso di quella dell'uomo. La soluzione non è quella di cercare il colpevole tra le fila degli uomini, in quanto maschi, etero, (se caucasici, meglio) proprio per la loro carica interiore storicizzata di predominio, violenza, sottomissione, colonizzazione, aggressione. E' da combattere la generalizzazione che ci dice che i buoni stanno da una sola parte e i cattivi, necessariamente, dall'altra. E' più facile l'idea dell'orco che una riflessione della nostra società più ampia.la prova© Laila Pozzo-3.jpg

Fornasari ribalta la faccenda, facendo diventare la pièce un thriller, un'indagine psicologica; sulla scena non siamo in presenza di nessun giudice o avvocato ma una donna, una collaboratrice di questa agenzia pubblicitaria, accusa il capo che la sera precedente ha avuto un comportamento non consono, una “microviolenza”, nello specifico una mano su una spalla, nuda per via della scollatura dell'abito da sera. Se da una parte le rimostranze della donna sembrano eccessive, o pretestuose è l'uomo messo alle strette e schiacciato alle corde, dal socio come dalla nuova compagna che vacillano nel credergli, ed è lui a dover mettere sul tavolo la “Prova”, che ovviamente, la sua parola contro quella della donna, non può produrre né fornire. La donna si trincera dietro al velo “che motivo ho io di mentire” accusandolo senza sconti di misoginia e sessismo. Ma è il ricorso, come in una vera e propria inchiesta d'investigazione della quale la platea diventa “persona informata sui fatti”, all'uso del flash back che ci portano ad altre situazioni e quadri precedenti temporalmente dove sono implicati i quattro personaggi a mostrarci non certo la soluzione ma un altro modo di riflettere sull'accaduto. Il filo tra verità e diffamazione è sottile: “Sentirsi offesi non vuol dire aver ragione”, dice l'accusato.

Se la prova© Laila Pozzo-32.jpgne viene fuori, come pubblico, frastornati perché il tema tocca potenzialmente tutti, al netto di bigottismi e moralismi, se ne esce con più domande di quando siamo entrati. Perché il tema è scottante ed è semplicistico accusare l'uomo in quanto portatore sano di generi violenti e muscolari, machisti e virili. In questo caso il genere conta, le pari opportunità si fanno da parte: “Cerchiamo sempre la conferma da quello che vogliamo sentirci dire”. L'ironia e l'intelligenza di Fornasari, alla scrittura e in regia, coadiuvato dai determinati, energici e affiatati, esplosivi e graffianti Tommaso Amadio, Emanuele Arrigazzi, Orsetta Borghero ed Eleonora Giovanardi (artistica, illuminante ed estetizzante la scena dello yogurt; che nessuno si offenda se i nomi degli attori sono stati scritti prima di quelli delle attrici, è soltanto il rigoroso elenco alfabetico) sta proprio nel riuscire a creare un percorso di pensiero che ci conduce a posizioni e convinzioni opposte, lontanissime, per poi farcene pentire e azzerare tutto, sconvolgere tesi appena costruire, mandare al tappeto certezze e opinioni sui diversi personaggi-topos. Fornasari mischia le carte in tavola senza trovare (non li cerca neppure) colpevoli mostrando quanto sia facile cadere in trappola, quanto sia semplice essere non solo accusati ma anche condannati moralmente e socialmente senza possibilità di difendersi.la prova© Laila Pozzo-9.jpg
Purtroppo la violenza sulle donne non si combatte, come auspicava qualcuno qualche tempo fa in Parlamento, cambiando il genere delle parole che si usano; chiamare una donna ingegnera o assessora non farà calare il numero devastante del fenomeno femminicidio. E nemmeno le “quote rosa” hanno azzerato le differenze, e neanche la dicitura “Genitore 1” e “Genitore 2” ci salverà. Sarà che forse il problema non sta lì?

Tommaso Chimenti 15/01/2018

Foto: Laila Pozzo

Che Toni Servillo fosse un esperto conoscitore del teatro era cosa nota, che sapesse anche parlarne per oltre 70 minuti catturando l’attenzione del pubblico, meno. “Elvira”, infatti, è una vera e propria lezione sul mestiere dell’attore e su cosa significhi realmente fare teatro. Lo spettacolo è basato sulle sette lezioni che Louis Jouvet – tra i più importanti esponenti del teatro francese del Novecento – tenne al Conservatoire National d’Art Dramatique, presso cui insegnava, alla sua allieva prediletta Claudia sul personaggio di Elvira nel quarto atto del “Don Giovanni” di Molière. Le lezioni furono stenografate dalla sua assistente Charlotte Delbo – poi deportata e sopravvissuta ad Auschwitz – tra il febbraio e il settembre del 1940, mentre Parigi veniva occupata dai nazisti. Le sette lezioni divennero uno spettacolo di grande successo già nel 1986, “Elvire Jouvet 40” di Brigitte Jaques-Wajeman, ripreso da Servillo nell’autunno del 2016 al Piccolo Teatro Grassi di Milano, che lasciò dopo un grande successo – 80 repliche – per approdare a Napoli e poi partire per una lunga tournée internazionale: tra le tappe anche quella parigina al Théâtre de l’Athénée, il teatro di Jouvet oggi a lui intitolato. Il ritorno dello spettacolo al Teatro Bellini di Napoli vede la traduzione del testo di Giuseppe Montesano ed un cast formato dallo stesso Servillo nel ruolo di Jouvet, affiancato da Petra Valentini nei panni di Claudia, e dai giovani Davide Cirri e Francesco Marino. Elvira Toni Servillo 3

Servillo si trova alle prese con uno spettacolo di successo, di cui firma anche la regia, portato in scena da Strehler già nel 1986, in quella che lui stesso definisce «un’esperienza che spinge il teatro ai confini della spiritualità». Le prove che la giovane attrice Claudia svolge per entrare nel personaggio di Elvira diventano dunque il pretesto per mostrare quella che è la creazione del personaggio e la stessa concezione di Jouvet del teatro, del quale è nota la distinzione tra acteur, il quale abita il personaggio con la sua personalità, e comédien, abitato da una infinità di personaggi da cui si lascia assorbire. «Per me il teatro è questo» scrisse Jouvet nel 1943 «una cosa dello spirito, un culto dello spirito. O degli spiriti». Le estenuanti ripetizioni del monologo di Elvira da parte dell’attrice Claudia non sono dunque volte alla ricerca di una perfezione, quanto piuttosto alla ricerca del «sentimento nelle parole», del senso profondo di ciò che si sta per mettere in scena. Se l’attore è «qualcuno che viene a consegnare un messaggio suo malgrado», come indicato da Servillo/Jouvet in scena, allora Claudia deve trovare Elvira dentro di sé, effettuare il procedimento inverso rispetto a quello che Servillo indica come tipico delle attrici di oggi, che non recitano più le parti di Ofelia o di Giulietta, ma se stesse in quelle parti. Elvira Toni Servillo 2

In “Elvira”, allora, il teatro si fa metateatro, racconto del teatro stesso, e dunque di per sé affascinante. Lo spazio del palcoscenico, quasi del tutto spoglio, si estende fino alle prime file della platea, da cui Servillo-Jouvet assiste alle prove di Claudia, interrompendo e consigliando. È lui stesso ad indicare le difficoltà di un testo del genere, spoglio di scenografie e musiche, in cui è solo la bravura e il sentimento dell’attrice ad essere centrale. L’atmosfera parigina degli anni Quaranta è rievocata dai costumi e dalle acconciature dei protagonisti e da una leggera musica che accompagna l’inizio e la fine della rappresentazione. Nel finale, poi, la musica lascia il posto all’annuncio radiofonico dell’occupazione nazista di Parigi, che pose fine alle lezioni di Jouvet e pone fine ora allo spettacolo.

Pasquale Pota 15-01-2019

Quando un nome noto del teatro come quello di Emma Dante viene accostato a un classico senza tempo come "Le Baccanti", l’incontro promette scintille. E scintille sono, recapitate da un team di attori dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, in scena al Teatro India di Roma nel periodo festivo a cavallo tra il 2018 e il 2019.
Sin dal principio, la regista traccia la sua linea, tesa e vibrante come una corda di violino, tra l’inquietudine e la sacralità. Due aspetti spesso, se non sempre, contrapposti nella tragedia greca, che esplodono sotto la direzione di Emma Dante, il cui occhio stravolgente si sposa alla perfezione con l’impeto caotico già copioso in Euripide.
Coreografie tra la danza e l’inseguimento, luci intermittenti e giochi d’ombra, sono alcuni degli ingredienti che rendono l’opera, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, apprezzabile su più livelli: quello letterale o razionale (apollineo) e quello istintivo, quasi subliminale (dionisiaco). Paradossalmente le parti corali, cantate e armonizzate dagli attori, numerosi ma sempre in equilibrio sulla scena, risultano le più canoniche.49616292_218497349081115_7963060359684685824_n.jpg
Anche la scenografia, di Carmine Maringola, riflette una duplicità insidiosa, le pareti rosa sembrano imprigionare, più che proteggere, ma non sono impenetrabili. Oltre alle uscite adibite, una per lato, capita di vedere personaggi invadere la scena strisciando sotto i suoi confini, o scuoterli dall’esterno con urla e strepiti. Avvolgente, ma non sicuro, il locus di questo studio flirta con l’uterino.
Vi sono poi le innumerevoli interpretazioni, innumerevoli davvero. Come per sedimentazione, "Le Baccanti" hanno acquisito nei secoli altrettante stratificazioni. C’è il conflitto tra sacro e profano, tra erotismo e castità, tra uomini e donne. C’è il conflitto generazionale tra vecchi e nuovi regnanti, quello tra madre e figlio. C’è Pènteo che, più che ateo, sembra figlio di una religiosità infertile e invidiosa. Di contro, un Dioniso doppio, nel ruolo e nel genere sessuale, assume i tratti di un anticristo ante litteram, un pifferaio magico dedito ai piaceri irresistibili della carne: pur nella sua onnipotenza, fa delle baccanti il proprio unico e solo strumento, perché di tutti il più invincibile.
Inevitabilmente a loro, alle Baccanti, l’ultima nota di quest’analisi. Prede di un’euforia senza confini ben distinti, devono mostrare al contempo la follia di un alter ego e le spaventose profondità del proprio vero io (in vino veritas). Un ruolo potente quanto complesso sotto la guida esperta e esigente della regista, che esalta però, singolarmente e in gruppo, l’interpretazione di tutte le attrici, scandite con ritmo musicale come canne di un organo di desideri inconfessabili.

Andrea Giovalè
5/01/2019

Foto di Tommaso Le Pera

BOLOGNA - “Per la ragione degli altri” fin dal titolo sembra posizionarsi e schierarsi e portarci sulla strada della morale accertata sociale che fa da muro e spartiacque verso gli atteggiamenti e le scelte personali. E ci fuorvia, ci manda fuori rotta. Perché, nella rivisitazione pirandelliana di Michele Di Giacomo e Riccardo Spagnulo, non si parla di rottura tra l'individuo e la società alla quale appartiene né, tanto meno, di famiglia, deriva e forzatura tra gli anacronismi del Nobel siciliano (ne è passata d'acqua sotto i ponti da quel 1895, anno di pubblicazione del testo) e i contemporanismi abbastanza discutibili. La trasposizione dei due autori (prod. Alchemico Tre e ATER, con il sostegno di ERT, visto in anteprima al Teatro delle Moline bolognese) ricrea un interno con tre televisori e altrettanti personaggi, asciugando il dramma familiare in un triangolo composto dal Marito (lo stesso Di Giacomo, sempre convincente, qui un filo remissivo) la Moglie e l'Amante.Per la ragioni degli altri foto 5.jpg

Molte infelicità messe sul piatto della bilancia, il Marito in grigio, la Moglie in bianco, l'Amante in rosso, rispettivamente l'appiattimento banale, la candidezza, il peccato. Tutto un po' stereotipato. Un matrimonio ormai finito o al limite fortemente compromesso per il tradimento dell'uomo, una Moglie sterile, il Marito che ha avuto, per debolezza più che per passione, per pietà più che per lussuria e appetiti sessuali, una figlia con una donna, l'Amante, che non ha mai amato. Il poveretto (lo salviamo, è travolto dagli eventi senza soluzione al rebus inestricabile) vorrebbe fare il romanziere ma la nascita della figlia, che sente più come una zavorra che come amore, lo costringe a riciclarsi come giornalista per un piccolo giornale di provincia. L'atmosfera è cupa e dannatamente pesante. Servono soldi per pagare casa e vitto all'Amante e alla figlia, la situazione con la Moglie è ai minimi storici.

PER LA RAGIONE DEGLI ALTRI.jpgPiù che altro è il dramma personale dell'Uomo contemporaneo, schiacciato, compresso tra più pulsioni e non in grado di soddisfare, soprattutto, le aspettative delle donne al suo fianco, non tanto per flebilità di polso e carattere, quanto per le condizioni che, al netto di insoddisfazione personale, precariato e post adolescenza diffusa e perpetrata, gli remano contro e lo naufragheggiano. Chiedersi, dopo questo spettacolo, che cos'è la famiglia, è fuori luogo. Non è la domanda giusta. Come portano su terreni impervi e scoscesi, soprattutto politicamente, le interviste (sembrano quelle pasoliniane sull'Amore) che ruotano attorno al concetto di Famiglia che sembrano essere state messe per confermare o consolidare la tesi conclusiva della piece (la deviazione Genitore 1 e Genitore 2?).

Se il testo ultracentenario pirandelliano non poteva, per i tempi nel quale è stato dato alla luce, tener conto della legge sull'aborto (alla quale poteva affidarsi l'Amante in altri momenti storici), sulla legge sul divorzio (della quale poteva approfittare la Moglie), dell'inseminazione artificiale (sempre la Moglie), dell'adozione (sempre la Moglie), del femminismo post anni '70 con un'altra consapevolezza e indipendenza, soprattutto economico-lavorativa, trovarcelo oggi come un emblema e un baluardo a favore delle coppie di fatto, delle unioni civili, dei matrimoni tra esponenti dello stesso sesso sembra quantomeno, come anticipato poc'anzi, forzato e tirato per i capelli. Non si avverte oggi tutto questo giudizio sociale “degli altri” in queste nostre attuali metropoli d'asfalto e indifferenza dove la morale, a volte purtroppo altre per fortuna, è una parola svuotata dai suoi significati. Qui forse, oltre al dramma del maschio contemporaneo, si sottolinea il potere, ovvero la possibilità di poter arrivare a soddisfare i propri bisogni attraverso il mercimonio: la Moglie infatti alla fine “comprerà” la bambina (che qui tutti trattano come una cosa da spostare e un oggetto sul quale far leva) che il marito ha avuto con l'Amante per ricreare quella Famiglia che non avevano potuto avere, causa la Natura matrigna.

Tutti e tre i personaggi sono perdonabili, sembrano con le spalle al muro, senza una reale scelta se non quella che alla fine prenderanno, senza vincitori né vinti. L'errore, la bambina, la pietra delloPer la ragione degli altri foto 1.jpg scandalo che non si può più nascondere, è l'ingranaggio che fa inceppare tutto il meccanismo borghese, il sistema di convenzioni (quale è inevitabilmente la Famiglia) ed è lo squilibrio che, paradossalmente, riaccende la miccia dell'unione, rinsaldando la Vera famiglia, i coniugi, e allontanando la scheggia impazzita, l'Amante, che aveva solo portato scompiglio e sconquasso nel loro menage. Interessante, ma non reale, Per la ragione degli altri foto 2.jpginvece la scelta registica di affidare il ruolo dell'Amante all'attrice meno avvenente e più matura delle due, uscendo così dallo stereotipo (ma confortato dalla pratica dell'oggi) dell'Amante che va a rimpiazzare la moglie anziana. Qui invece la Moglie sembra avere tutte le caratteristiche positive, bellezza, giovinezza, innamorata e soldi, mentre all'Amante non rimane che la miseria. Nello scontro-confronto il vincitore salta agli occhi dalla fase primordiale nell'impari lotta. Manca qualcosa, un gusto, un sapore, una ventata, una spolverata di realtà.

Tommaso Chimenti 27/12/2018

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