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GENOVA – “Quando guardi a lungo nell'abisso, l'abisso ti guarda dentro” (Friedrich Nietzsche).

C'è un filo conduttore, neanche troppo sotterraneo ma eloquente e lampante, nei quattro lavori, colorati, esplosivi, pieni, ricchi, nei quali hanno intrecciato i loro saperi il regista Emanuele Conte e la coreografa Michela Lucenti per questa unione artistica che dona sempre nuovi frutti succosi densi di polpa da scarnificare, da scandagliare, da mordere. Questo fil rouge infuoca e scalda, riempie di segni, è frizzante come un serpente sottoterra, fa tremare e friggere. Partiamo da “Orfeo Rave”, magica notte colma e abbagliante, passando per il diabolico “Inferno#5”, continuando con il luciferino “IlAXTO 2018_artisti-in-piazza_pennabilli-festival_ph_stefano-scheda_15 (1).jpg Maestro e Margherita” e arrivando a questo nuovo “Axto” (che apre la stagione '18-'19 della Tosse, in scena fino al 30 settembre) due sembrano essere i capisaldi e i pilastri delle scelte che stanno alla base delle evoluzioni sceniche: l'amore e la morte: “Di che cosa dovrebbe parlare l'uomo?”, confessa Conte davanti alla sua “prescinseua”, il caglio acido a metà tra yogurt e ricotta. In effetti le grandi domande dell'uomo, da quello di Neanderthal a quello tecnologico che andrà su Marte, erano, sono e saranno sempre le stesse, il lottare sapendo della sconfitta imminente, il fallimento contro il Tempo invincibile, il cercare delle soluzioni, degli antidoti, delle medicine alla paura della fine, dell'ignoto, dell'oblio, del buio perenne.

AXTO 2018_artisti-in-piazza_pennabilli-festival_ph_stefano-scheda_15 (2).jpgAmore e morte, eros e thanatos, indissolubilmente legati, l'uno che insegue l'altro, l'uno come lenitivo e cura battiatesca al secondo. La malinconia e la nostalgia pervadono la scena cupa, ora rancorosa adesso rassegnata, sublime come uno schiaffo, leggera come un soffio sul collo, pesante come doccia di cumuli di sabbia. Le creazioni della ditta Conte/Lucenti sono esperienze visive, olfattive, tattili, immersioni in apnea che trascendono l'essere spettatore passivo e inerme e inerte; siamo dentro l'esistenza, la nostra vita e dobbiamo aprire gli occhi, annusare l'aria, cogliere ogni particolare, aspirare, sentire, odorare, prendere, carpire, accogliere, essere spugne pronte, farsi colpire retine, stomaco, cuore, cervello.

Il tutto è cosparso di dannunziano e impregnato da una religiosità laica e musicale che non dà soluzioni ma cerca ambiti, crea mondi, apreAXTO - foto Donato Aquaro generale-FFA_4501.jpg riflessioni. E' il caso di questo “Axto” (Durrenmatt ci viene in soccorso) che all'inizio ci ingoia e ci fagocita, prima di sputarci e vomitarci sul palco, in un labirinto-pertugio di stanze e cunicoli, di passaggi e feritoie ferenti dove passare, soffermarsi in una sorta di zoo-safari nel voyeurismo-ricerca del diverso per accorgerci delle estreme somiglianze e similitudini e assonanze con le nostre misere e borghesi esistenze. Una macchina complessa e mastodontica quella messa in moto e in atto (la firma è sempre quella immaginifica di Conte) che, tra accatastamenti e moltitudini, riesce, nel tanto nel molto nel troppo, a creare quella patina di universo rarefatto, di sogni distorto psichedelico dove lo spettatore cade a capofitto (l'esempio più calzante è sempre l'Alice di Carroll) perdendosi. In questa via crucis terrena e malata si incontra un transessuale brechtiano, un hikikomori, i ragazzi che hanno deciso di rimanere chiusi nella loro stanza connessi con il mondo soltanto virtualmente, letti sfatti, occhi senza più ricerca né felicità: solitudini, isole abbandonate alla deriva dei continenti.

AXTO foto Donato Aquaro generale-FFA_4339.jpgE questa prima sfera introduttiva, che liscia ruvidamente e scartavetra come lingua impastata d'asfalto, è il preludio, l'ouverture che apre e irrompe nella performance teatrale vera e propria in questo ring dove è regina la terra e il sudore, dove la tragedia del Minotauro si diffonde e dipana, in questa operetta rock di suoni cupi vibranti e canti gutturali pastosi e arcigni. L'arena socchiude l'idea del torero e della fiera ma soprattutto quella del rodeo dove cavalcare un'idea, il destino, il futuro, essere disarcionati dalla morte. L'inferno di cui si parla qui non è nell'Aldilà ma è tangibile e terreno e soprattutto terrestre. E ci accomuna tutti. E' l'indifferenza, la diversità o il sentirsi tali, l'emarginazione, l'allontanamento. Ed è in questa battaglia di corpi e sabbia che si alza in volute come colonne di fumo, di fruste e ghigni animaleschi, tra ritmi ancestrali e primitivi (pare un didgeridoo australiano-aborigeno) di bassi che riverberano budella e anima, che esplode la guerra, da una parte per l'abbattimento del mostro, dall'altra per la liberazione dello stesso. Tutto è metafora, tutto è interiorizzato. Ha ragione Haruki Murakami quando sostiene che “ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un’esperienza pericolosa”.

La danza contemporanea di scalciate e rincorse, di passi grotteschi e pastori giotteschi, di questa terra mangiata e fecondata, di questaAXTO foto Donato Aquaro generale-FFA_4557.jpg atmosfera texano-mandriana e buttera, riesce a toccare corde intime di bellezza e carne, di viscere e splendore estetico-visivo. Il cordone ombelicale (che per Freud era il filo di Arianna) di decine di metri attorciglia e divide e segmenta l'agorà e ingabbia e recinge il mostro nel Labirinto di Cnosso seppellendolo. Furia e furore, scontri decisi e combattimenti scagliati, muscoli vigorosi e salti violenti in questo Campo di Marte che sprizza lava e non fa prigionieri. Ognuno è colpevole, dalla madre Pasifae al costruttore Dedalo, hanno fii da scontare, pene da richiedere per la purificazione. E tutti hanno bisogno di un capro espiatorio. La tensione è palpabile, come l'elastico del cordone che soggioga e separa, tensione tra la vita e la morte, tra le catene e la liberazione, in equilibrio tra uccidere o vivere. Non è possibile fare chiarore con una fiammella negli abissi bui dell'animo umano. Chi è l'eroe, Teseo o il Minotauro?

“L'uomo è nello stesso tempo il labirinto e il viandante che si perde” (Grégoire Lacroix).

Tommaso Chimenti 27/09/2018

Foto: Donato Aquaro

NOTO – Il recente matrimonio dei Ferragnez ha oscurato la bellezza del barocco a Noto. I più ottimisti dicono che l'ha esaltata, i pessimisti, dal loro canto, sostengono che l'ha surclassata. La scalinata e la cattedrale (l'interno non è minimamente paragonabile alla facciata) sono stracolmi di ragazzi a scattarsi fotografie con i cellulari emulando, chiamandosi, facendo pose, ricordando le nozze del rapper e della influencer. Per qualche anno Noto sarà la città dove due famosi personaggi dello showbiz si sposarono. Potere e delirio dei tempi. Qui tutto è placido e lentissimo. Troppo. Uno struscio continuo sul Corso. Noto ha venticinquemila abitanti e sembra che, ogni sera, si riversino per la via principale costellata da bar e ristoranti, souvenir e gelaterie. Un turismo mordi e fuggi che assaggia la mandorla, lecca il gelato al pistacchio. In questo stesso periodo, metà settembre (14-16), tre diversi festival si assommano e si intrecciano insistendo sullo stesso territorio e bacino d'utenza, ma niente è più potente della piazza, della scalinata davanti alla quale si esibiscono artisti di strada portando a sé centinaia di sguardi.41939007_10209572718913203_856207193656000512_n.jpg

Poi c'è anche “Codex”, il festival diretto da Salvatore Tringali che, con difficoltà, ha tentato di portare spettatori a seguire teatro, pellicole e musica. Dopo sei edizioni però una rassegna dovrebbe essersi strutturata maggiormente: la performance tra video e musica è parsa troppo per addetti ai lavori, al concerto degli Uzeda poche persone presenti, il bel video di dieci minuti (di Alessandra Pescetta, tratto dall'esperienza della piece “Horcynus Orca” di Claudio Collovà) ripetuto per due sere, il teatro che ha visto in cartellone spettacoli già “collaudati” come “Due passi sono” di Carullo/Minasi e “Fa'afafine” di Giuliano Scarpinato (figlio del giudice antimafia Roberto) e l'esito della residenza artistica che ha prodotto “Le Baccanti”. Un po' poco; il festival dovrebbe crescere come proposte, come organizzazione, cercare nuovi spazi, nuovi talenti sul territorio, votarsi al contemporaneo, trovare altre vie per riuscire ad intercettare e portare a teatro i ragazzi, inventarsi nuove formule. Il Codex, con tutta la buona volontà e l'impegno degli organizzatori, ci è sembrato un corpo estraneo alla città, distante, non integrato, è su questo che deve essere effettuato il maggior sforzo Carullo-Minasi-8.jpgsul campo, osare maggiormente e tentare altre strade componendo un cartellone che scelga in quale direzione andare e battere quella opzione, altrimenti si rischia di disperdere energie e risorse per un programma non omogeneo che sembra non abbia un'anima e una sua precisa vocazione. Creare una sezione di giovani artisti siciliani poteva essere un'idea, far scoprire, con un lavoro e un'opera di scouting, qualche attore nuovo, qualche voce che non riesce, per svariati motivi, a passare lo Stretto.

Saltando l'ingenuo e lento “Due passi sono” che all'epoca riscosse tanti consensi e riconoscimenti (Ustica, In-box), troppo datato nel tempo per formularne adesso un pensiero e un giudizio, ci siamo concentrati sul provocatorio “Fa'afafine” (premio Eolo, Scenario Infanzia) che ha scatenato ire e prese di posizione barricadere e pasionarie sia dalla parte progressista come da quella conservatrice. Se state leggendo questo pezzo sapete di che cosa si tratta visto il boato scatenato. Campione di polemiche e baruffe da web con genitori accapigliatisi per poter permettere ai loro figli la visione e quelli che invece la volevano proibire e vietare (il bambino in questione, Alex, è uno di quei rari casi di gender fluid, ovvero ragazzi che in età preadolescenziale, non si sentono di appartenere né al sesso maschile né a quello femminile) cosa che ha spinto e pubblicizzato lo spettacolo, senza tutto quel clamore e polverone innescato la piece non avrebbe avuto la stessa visibilità, è invece diventato nodo del contendere, al di là del lato artistico e meramente teatrale, facendone scudo di battaglie, generatore di conflitto, paladino di istanze che qualcuno ha fomentato. E' quello che qualcuno voleva.Faafafine-8.jpg

Ecco le barricate per la libertà d'espressione, contro tutti i fascismi: cose già viste, già sentite. Qualcuno si fa passare per vittima accusando gli altri di essere carnefici. Insomma, le chiacchiere, che nel tempo si sono fatte aggressive (“Ci sono due tipi di fascisti: i fascisti e gli antifascisti”, diceva Ennio Flaiano), hanno trainato una pièce con molte lacune drammaturgiche e punti deboli teatrali, attoriali e scenici ma che improvvisamente si è trovata difensore di aspirazioni. La domanda di fondo era, ed è, se è giusto o meno far vedere ai ragazzi la storia di un bambino, in età da scuola primaria, che un giorno si sente maschio e quello dopo femmina, vestendosi e comportandosi di conseguenza. Forse la libertà sta nel lasciar liberi i genitori di poter giudicare autonomamente e decidere dell'educazione dei propri figli senza gridare alle limitazioni di libertà. Detto della cornice, approfondiamo il quadro che subito ci si è mostrato debole e fragile con questo ragazzino, molto consapevole della sua situazione e condizione (l'attore Michele Degirolamo troppo sopra le righe, fa parodia più che interpretare), ci appare, al di là delle tendenze o gusti o scelte sessuali, problematico e bipolare, portatore di patologie psichiche più che di identità di genere, affetto da disturbi della personalità. La scena ci ha ricordato, omaggio dichiarato o plagio affettuoso, la copertina del libro di Margaret Mazzantini “Venuto al mondo” con letto, cameretta e pesci svolazzanti che qui arriveranno grazie alle proiezioni, immerso in una stanza verde malato.

Faafafine3 kxXF U43280474918858FlD 1224x916Corriere Web SezioniQuesto nostro Alex i giorni pari è femmina mentre i dispari è maschio. Cosa c'è di che scandalizzarsi? E in questo suo vizio e capriccio, in questa sua particolare presa di posizione, i genitori, nella finzione teatrale s'intende, avallando queste stranezze, non fanno il bene del figlio anzi anche loro si travestono come fosse Carnevale. I genitori sono due cartoni animati senza carattere né nerbo, chiusi fuori dalla stanza del figlio che non apre e che si rifiuta di andare a scuola. Il figlio sembra il padre, i due genitori i figli che non sanno cosa fare, incerti e indecisi. Genitori, la rovina di molti figli, che non accettano nemmeno il confronto con la scuola né con altri genitori che si lamentano dei comportamenti del ragazzo, genitori ansiosi, titubanti, balbuzienti, timidi, senza polso, che si inginocchiano e genuflettono alle bizzarrie del ragazzino non mostrando alcuna autorità né autorevolezza, schiacciati da questo “alieno”, che non hanno minimamente il controllo della situazione. Genitori ostaggio e bullizzati dal loro piccolo cucciolo d'uomo.

Ma la storia si incentra, ovviamente, sul ragazzo e sulla sua famiglia mentre esiste un'altra vittima della vicenda, scientificamente estromessa dalla comprensione e dall'empatia: Elliott, un compagno di classe, che non è nemmeno amico di Alex ma del quale quest'ultimo si è innamorato ed al quale riserva molte, troppe attenzioni morbose fino a stalkerarlo e molestarlo continuamente. Del ragazzino “non problematico”, che comunque non vuole più andare a scuola perché preso di mira dagli attestati insistenti d'amore e d'affetto non richiesti da parte di Alex, non se ne parla perché non fa notizia, la sua storia non è strappalacrime, non crea pathos. Il maschio bianco, etero, cattolico, di qualsiasi età, è la minaccia, il campo di battaglia, il capro espiatorio, il totem da abbattere, lui deve essere comprensivo verso tutte le minoranze senza renderci conto che, di fatto, sta diventando esso stesso una minoranza da tutelare, un essere vivente in via d'estinzione. Se l'intento era raccontare il cosiddetto “gender fluid” la cosa non è riuscita. Dopo aver sentito e letto di tante polemiche strumentalizzate e parziali, settarie e partigiane, aver visto lo spettacolo ha sgonfiato il palloncino delle attese. Quanto fanno male i premi dati per partito preso e faziosità.

Tommaso Chimenti 18/09/2018

SOLOMEO – “Se il diavolo non esiste ma l'ha creato l'uomo, credo che egli l'abbia creato a propria immagine e somiglianza” (Fedor Dostoevskij).

La sfida, vinta, era riuscire a condensare le oltre trecento corpose pagine di Bulgakov e soprattutto i tre piani narrativi spazio temporali de “Il Maestro e Margherita” concentrando in un'unica struttura, tanto solida e stabile e granitica quanto flessibile e comoda, le storie intrecciate, le vicende aggrovigliate, le trame intessute. La squadra messa al servizio del regista Andrea Baracco (grande cura dei dettagli eSessione senza titolo19172 copia kJJI U3010631572488CH 1224x916Corriere Web Sezioni 593x443 precisione puntigliosa come un metronomo) da parte del Teatro Stabile dell'Umbria (la produzione ha avuto base al Teatro Cucinelli di Solomeo, così come il debutto e la prima parte di repliche), con la fuoriclasse Letizia Russo alla drammaturgia (per un testo divenuto una miscela perfetta di classico e contemporaneo, fruibile, scorrevole, godibile all'ascolto), funziona eccome.

39510025_260547874578014_8282781891317202944_n.jpgMa ecco, la struttura sulla quale poggia a perno e ruota tutto l'ensemble (undici attori ben amalgamati e coesi attorno alla star Michele Riondino, recentemente passato dal Festival del Cinema di Venezia in qualità di “padrino” e reduce dalla polemica social con Salvini) nella sua semplicità di passaggi e porte e botole, di comparse e scomparse, di andate e ritorni, ha reso possibile i continui cambi di scenario, di quadri, di status, di climax rendendo il tutto agile e fluido, ben oliato. Tre pareti che chiudevano claustrofobicamente e manicomialmente i personaggi dentro le loro parentesi esistenziali, in questa arena-agorà, all'interno dei loro mondi senza futuro e senza speranza, compartimenti stagni impenetrabili, tre mura adornate di abbozzi e messaggi (alla mente è sovvenuto il “Moby Dick” di Latella come la versione italiana del “Copenhagen” di Frayn) che sembrano inespugnabili, carceri, fisiche e mentali, ad ingabbiare sogni e prospettive, tre pannelli solcati di segni e geroglifici, di disegni primordiali come di scritte ed incisioni dal sapore preistorico tanto da ricordare le caverne dei primi uomini sulla Terra, a rammentarci il Tempo passato e l'Eterno a venire, il complesso circuito della clessidra che tutti ci coglie, ci carezza, e alla fine ci prende.

Dicevamo tre piani letterari: l'amore tra il drammaturgo (Francesco Bonomo sempre rigoroso e di grande affidamento, anche nelle vesti di un Ponzio Pilato molto umano e dubbioso) e la giovane fanciulla (Federica Rosellini arguta e acuta), l'apparizione e la discesa (o risalita nel mondo dei vivi) del Diavolo tra i mortali, e il processo a Gesù, tre livelli a superarsi, ad incastrarsi, a sommarsi e questo grande armadio che ingloba e sputa i contendenti, che fagocita e inghiotte e li vomita nuovamente nel flusso (in questo senso il pensiero è andato alla pellicola “Essere John02_180831_guido_mencari_solomeo_il_maestro_e_margherita-190_PRESSB-770x470.jpg Malkovich”). L'affascinante Riondino è Woland, un Lucifero (molto meglio che diavolo) mefistofelico e zolfino molto Joker, faccia di cerone e labbra rossissime, claudicante come Jack lo Squartatore, portatore di luce e conoscenza, quasi un clown satanico e malvagio dalla risata isterica a sottolineare le verità che gli uomini hanno timore ad ammettere a se stessi.

La regia infarcisce le scene (non è assolutamente un difetto, anzi) di segni e rimandi tra inquietudine ed atmosfere fuligginose londinesi, fumi vulcanici misteriosi, passione e violenza: il telo rosso che ondivago racchiude il calvario del Golgota, una corda melliflua che fluttua ad indicare il mare, l'altalena che è un volo spiccato. Se Riondino è magnetico e Bonomo (tiene testa al primattore) è preparato ed esperto e la Rosellini fresca, sono da citare anche, nell'alto livello complessivo della compagnia, Alessandro Pezzali, compunto, elegante, misurato ed eccessivo allo stesso tempo, aiutante di Satana, e l'attore polacco Oskar Winiarski, icona perfetta di Jeshua. Il Dio degli uomini è il Diavolo, che rivendica: “E' anche mio il mondo”. Come dargli torto.

01_180831_guido_mencari_solomeo_il_maestro_e_margherita-826_pressb2.jpg“Il Diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini” (Karl Kraus).

“Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, riscrittura Letizia Russo, regia Andrea Baracco, con Michele Riondino nel ruolo di Woland, e Francesco Bonomo (Maestro/Ponzio Pilato), Federica Rosellini (Margherita) e con Giordano Agrusta, Carolina Balucani, Caterina Fiocchetti, Michele Nani, Alessandro Pezzali, Francesco Bolo Rossini, Diego Sepe, Oskar Winiarski, scene e costumi Marta Crisolini Malatesta, luci Simone De Angelis, musiche originali Giacomo Vezzani, fotografie Guido Mencari. Produzione Teatro Stabile dell'Umbria con il contributo speciale della Brunello Cucinelli Spa in occasione dei 40 anni di attività dell’impresa. Visto al Teatro Cucinelli, Solomeo, Perugia, il 9 settembre 2018.

Tommaso Chimenti 12/09/2018

SAN CASCIANO – “Intanto sul monte del Calvario smontavano le Croci, e ci nasceva un centro commerciale e due fiori che gridavano feroci” (Mannarino, “L'ultimo giorno dell'umanità”).

Adriano Miliani non ha scelto un giorno casuale per mettere in scena il suo nuovo esperimento “La Giostra dell'Umanità”. L'11 settembre si porta dietro sentimenti e sensazioni ormai radicate in noi miliani4.jpgoccidentali, pensieri, rabbia, sconforto, paura certamente. Homo homini lupus. L'uomo è l'unica razza animale sul pianeta Terra in grado di autodistruggersi, di disintegrarsi, nessun altra specie avrebbe questo ardire, questa voglia e volontà. Lo sosteneva anche Albert Einstein: “L'uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi”.

E questa “Giostra” itinerante è una Via crucis, non a caso ha dieci stazioni di penitenza, passione e riflessione, per un viaggio intimo dentro i budelli del teatro e dentro noi stessi, per dieci spettatori alla volta. La parola giostra richiama la fiera, il luna park, i colori, i suoni della festa, le luci che abbagliano i sorrisi dei bambini, quella girandola di grida e schiamazzi alla ricerca di un nuovo gioco da provare. Qui è l'ossimoro della deriva dell'uomo, è il veleno, è il contrasto, la frizione, la rottura, quello che avrebbe potuto essere e che invece l'uomo ha intossicato, sporcato, fatto marcire.

milliani1.jpgEra Bukowski a dire che “La gente è il grande spettacolo del mondo. E non si paga neanche il biglietto”. A volte è uno show comico, altre tragico, molto spesso tragicomico. Ed è in questo solco che Miliani persegue la sua poetica, colorata e frizzante, sciogliendoti con un sorriso e raggelandoti subito dopo, in una continua altalena, un otto volante di emozioni, ora il caldo, il rassicurante, il familiare e immediatamente dopo il freddo della morte, dell'indifferenza, della mancanza di empatia. L'umanità che non ha umanità. Gli uomini non più umani ma calcolatori, aguzzini, boia, assassini per un pezzo di pane. La compagnia Jack and Joe mette sul piatto tutta la fragilità dell'essere umano, i suoi vizi, le sue contraddizioni, le sue debolezze, la sua ricerca di salvezza in un sistema che non ha vie d'uscita; è questa sua condizione di sconfitto che ne fa un potenziale killer del suo simile.

Il buio del Teatro Niccolini ci affascina e ci accoglie, come utero materno ci ingloba, ci fa spazio dentro di sé in quest'inquietudine diffusa, in questo brivido che corre leggero. Dieci piccoli indiani alla scoperta, vagando nel buio dell'animo umano pece. Un interno familiare, lui che fa le bolle di sapone, lei che lo ama, i due si baciano, lui che la rassicura: “Andrà tutto bene”, poi si allontanano e nel buio lo sparo del femminicidio. L'insoddisfazione, la frustrazione, la depressione. Dalle carezze al colpo allo stomaco, e ti senti stordito dalla gentilezza prima, da tutto quel gelo che ti cola addosso poi e ti impantana. Ci consegnano delle bambole zuppe, infradiciate, gocciolanti (di lacrime), ci fanno muovere in fila indiana e dopo, nel buio, ci dicono di farle cadere. Quando una flebile luce si accende, in una piccola pozzanghera tanti bambolotti galleggiano ricordandoci Aylan, il bambino siriano con la maglietta rossa annegato sulla spiaggia di Bodrum. Ti senti carnefice, in prima linea, chiamato in causa, accusato, forse, additato. Ma siamo tutti colpevoli perché, come diceva Freud “l'umanità ha sempre barattato un po' di felicità per un po' di sicurezza”?miliani3.jpg

Ecco che appare la giostra che dà il titolo alla piece: sopra vi ruotano dei manichini, piccoli fantocci con un abito bianco. Non fatichiamo a capire che sono spose bambine (come avviene tutt'oggi dalla Turchia a tutto il Medio Oriente quotidianamente) in attesa del marito-padrone che letteralmente le compra tra abusi, pedofilia, violenze d'ogni tipo, umiliazioni d'ogni grado. Ci sentiamo sporchi, complici di un sistema che, giocoforza, anche resistendo o ribellandoci, avalliamo e foraggiamo, alimentiamo. Un obeso (del Primo Mondo) che continua a ingozzarsi (teatralmente la scena più cool tra luci e chiaroscuri con questo sacco che si gonfia a dismisura) e accanto, girato l'angolo, un uomo che, per pochi spiccioli, spaccherà, fino alla sua morte, pietre (sono salite alla mente le fotografie di Salgado sulla Sierra Pelada) ed al quale l'istruzione è stata negata. Il calvario prosegue, leggero da una parte, accogliente e lisciante con violinista e un presentatore sorridente, fustigante dall'altro. Adesso siamo noi i viandanti del mare, i migranti, tra schizzi d'acqua e vento in faccia, bonaccia e onde; seduti al buio, immersi nei suoni dello sciabordio della schiuma, appena una luce rischiara la nostra miliani2.jpgnotte, davanti a noi uno specchio ondeggia e ci rimanda le nostre facce stupite: siamo noi i migranti, i possibili futuri immigrati. Fino alla lettura finale della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, praticamente in decine di Paesi carta straccia e lettera morta scritta a tavolino, utopia aleatoria, interrotta bruscamente dalla realtà che entra a piedi uniti, urlando, spegnendo la recita, facendo calare il sipario, ammutolendo e zittendo l'uomo che voleva parlare dei diritti inalienabili dei suoi simili. E' l'Umanità, bellezza.

“A volte penso che Dio, nel creare l'umanità, abbia leggermente sopravvalutato le proprie capacità” (Oscar Wilde).

“La Giostra dell'Umanità”, ideazione e regia Adriano Miliani, con Adriano Miliani, Marco Borgheresi, Samuel Osman, Sergio Licatalosi e Mirella Lampertico, e l'amichevole partecipazione del clown di Sandro Picchianti, il violino di Roberto Cecchetti e l’oste Gianni Traversini. Visto al Teatro Niccolini, San Casciano, l'11 settembre 2018.

Tommaso Chimenti 12/09/2018

BORGOTARO - “Che preferisci rimanere qua nella provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita”, cantava qualche anno fa in “Coccodrilli” il Bersani cantante. Qui invece siamo a dodici chilometri dalla civiltà, da Borgotaro, immersi nel bosco, tra La Spezia e Parma, in quel cuneo che fa intersezione tra Toscana, Emilia e Liguria. Lassù sorge Granara o meglio il Villaggio Ecologico, un pugno di case in pietra e legno rimesse a posto da un gruppo di pionieri, per lo più milanesi, che cercavano all'inizio degli anni '90 un terreno vergine all'aria aperta, in campagna, in una zona incontaminata per vivere, abitare per lunghi periodi, staccare dalla città, dalla metropoli d'asfalto, smog e cemento. Qui, a fianco delle numerose attività che costellano l'esperienza di Granara (tutti fannogranara1.jpg tutto, tutti si prestano, fanno volontariato, aiutano, collaborano), è nato sedici anni fa anche un festival di teatro con laboratori annessi. Non è la classica rassegna estiva mordi e fuggi, qui si sposa l'idea di fondo, la condivisione, l'unione, la vicinanza a certe idee. Spuntano le prime trecce rasta, il falò a chiudere le serate, la colazione, il pranzo e la cena tutti insieme, i tanti bambini che giocano scalzi e polverosi e fuligginosi e dickensiani ma felici e sorridenti. Non può mancare il campo da calcio, le tende posizionate nel grande pratone pasoliniano, il tendone da circo bianco e rosso e l'insegna che la notte s'illumina.

Il villaggio è autosufficiente, c'è addirittura un biolago, una sorta di piscina, più a valle il Taro forma delle conche, delle grandi pozze dove potersi rinfrescare. Infinite farfalle bianche a perdita d'occhio svolazzano. Ad una prima occhiata potremmo definire gli strani abitanti di questa comunità “figli dei fiori” o hippie. Le cicale nel pomeriggio ammazzano qualsiasi forma dialettica umana. L'inquinamento luminoso qui non ha cittadinanza. Senza scarpe comode (meglio se hai le Birkenstock) e una torcia sei un uomo perduto, e soprattutto perso. Le querce segnano la via, il cibo è strettamente vegetariano, mentre l'acqua gassata è stata bandita. Luoghi da elfi e streghe, da lupi e fate. Dopo svariati tornanti sullo sterrato, da lasciarci la coppa dell'olio, si arriva ad un dosso dal quale si ha la panoramica del campo verde (dove nascono speranze) con lo chapiteau sul fondale di questa fotografia che riempie le retine. Granara è un'utopia che si è fatta realtà, un manipolo di persone che è cresciuto numericamente e che adesso è consolidato.

granara2.jpgIl titolo di quest'anno (dal 30 luglio al 5 agosto) è “Esposti”. Interessanti, per differenti motivi, le due pièce che siamo riusciti ad intercettare. Da una parte “Todi is a small town in the centre of Italy” di Liv Ferracchiati, lavoro ospitato anche nella scorsa Biennale Teatro, che discute e ragiona, con l'abusato metodo delle interviste a comuni cittadini per sostenere la tesi fondante del pezzo, sulla provincia, sulla grettezza del provincialismo, sul borghesume delle nostre città d'arte. Si parte dalla tesi, è palpabile, concreta, tangibile, che Todi, ma potremmo sostituire la cittadina umbra con un altro splendido paese del Belpaese, sia chiusa, bigotta, curiosa, morbosa, intellettualmente arida, culturalmente bassa, rimasta ancorata alle sue bellezze del territorio senza essersi evoluta. Esterofilia pura che, con l'andare avanti dello spettacolo, mira a picconare alla base la tradizione in nome di un'imprecisata libertà di costumi. I quattro performer, su un fondale bianco come fossero gli inquisiti de I Soliti Sospetti, raccontano la loro normalità noiosa, squallida e monotona mentre in video passano interviste a passanti che si dichiarano soddisfatti, che non abiterebbero mai da nessun'altra parte del mondo, che Todi sia unica, insostituibile, affascinante, a misura d'uomo, perfetta per le loro scarpe. E invece che cosa si vuole dimostrare? Che questa sia la patina, la carta velina mentre sotto cova il dissenso o almeno si vuol far credere che gli abitanti della città (ma è termine di paragone e metafora per l'Italia intera), a proposito si chiamano “tuderti”, siano vagamente ignoranti, che non riescano a vedere oltre la punta del proprio naso, che soprattutto si accontentino. E' il classico gioco al massacro, il vedere l'erba del vicino sempre più verde, abbattendo qualsiasi patriottismo e campanilismo, volendo che sia la globalizzazione a pareggiare le differenze e uniformare le città e i suoi abitanti. Il fatto che “tutti si conoscono” è qui visto come un punto sfavorevole e deleterio mentre viene lodatagranara3.jpg l'indifferenza delle grandi metropoli dove il silenzio e la solitudine inglobano tutto e tutti. Todi, ma ripeto l'Italia cattolica e tradizionalista, viene tacciata di pesantezza e arretratezza chiosando con “Se fosse disabitata sarebbe un Paradiso”. Un brutto affresco italico.

Originale lo spunto che è scaturito dalla penna di Emanuele Aldrovandi, che si è solidificato nella regia di Serena Sinigaglia e ha trovato la carne di Maria Pilar Perez Aspa, del quale già vedemmo un soddisfacente estratto in occasione del “Next” del novembre scorso. Un flusso di coscienza joyciano senza filtri, senza limiti, di quest'attrice, “Isabel Green” che dà il titolo alla drammaturgia, che finalmente riesce nel sogno massimo di ogni attore: vincere l'ambito Oscar, la statuetta magica dorata che ti impone nell'Olimpo delle star. E' un doppio filo, un doppio binario, da una parte la realtà, con i ringraziamenti, dall'altra i pensieri, i dubbi, le amnesie, le titubanze non più dell'attrice ma della donna, della granara4.jpgpersona Isabel. Escono fuori le debolezze, le apparenze perfette che nascondono crepe, i rapporti non idilliaci con il figlio, le dipendenze da pillole per essere sempre perfetta e sorridente, diva irraggiungibile tra un impegno e l'altro, macchina da soldi senza tempo libero, senza interessi, senza sapere in definitiva chi è veramente. Proprio il momento che dovrebbe essere di massima felicità ed emozione è quel crack che rompe gli argini, è la goccia che fa venir giù la diga eretti in anni di duro addestramento al successo, quel successo che ti mangia, che si divora la persona in nome del personaggio pubblico. Ha le visioni e le allucinazioni e vede la se stessa piccola che sognava quella carriera, quel finale. Adesso lì sopra a quel palco è sola con le proprie paure, asserragliata e assediata su quest'isoletta deserta, immobilizzata, paralizzata dalla consapevolezza che tutto quello che aveva inseguito era finto, falso, un cartonato, una parvenza da dare in pasto ai fotografi, ai fan. La Perez Aspa dosa e calibra l'ironia con il dramma feroce, la simpatia depressa con una tristezza esistenziale profonda e atroce senza commiserazione, senza facili miserie fino al soliloquio finale, tutto interiore, confessione fatale contro gli obbiettivi da raggiungere, gli standard da rispettare, le etichette da soddisfare, i tempi assassini imposti dal tritacarne del produci, consuma, crepa, contro il consumismo del tempo, contro la ricerca del successo sociale ad ogni costo barattando la felicità con il denaro o il potere: “Siate sazi, non siate folli” ci urla, ci tocca: “Come ho fatto ad odiare così tanto la cosa che amavo di più?”. Un monito, un insegnamento a misura di Granara. Si viene qua perché i piccoli sogni diventino veri, reali, ecosostenibili, soprattutto non materiali. I sogni materiali si sciupano e non ne resta che l'amaro.

Tommaso Chimenti

ALBENGA – “Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare, il silenzio dei boschi prima che sorga il vento di primavera. Il silenzio di un grande amore, il silenzio di una profonda pace dell’anima, Il silenzio tra padre e figlio e il silenzio dei vecchi carichi di saggezza”. (Edgar Lee Masters)

Il simbolo del festival di Albenga di quest'anno è un carciofo infuocato. L'umidità delle serre è rimasta invariata. La salvia, la menta, il rosmarino sono ancora lì a inondare di profumi di vita questi cacciola2.jpegcapannoni a vetri dai quali si guarda il cielo e nei quali si ascoltano storie millenarie come la terra, parole che fecondano questi “Terreni Creativi”, fertilizzando i campi, le zolle ma anche le persone, le menti, gli sguardi. I Kronoteatro, dopo l'affascinante puntata veneziana alla Biennale, ritornano nei loro luoghi forse con il loro cartellone più ambizioso, tutto votato al teatro di parola, all'attore: Cuocolo/Bosetti, Quotidiana.com, Babilonia Teatri e ancora Marco Cacciola, Caroline Baglioni e Michelangelo Bellani, Gli Omini. L'amore per la terra (come per il teatro) può dare solo buoni frutti. Dicevamo teatro di parola, certo. Un teatro dove al centro c'è l'attore, questa figura mitologica che riesce a farsi vivere altre vite, a farti ridere e subito dopo piangere, a farti immedesimare come a riflettere: un dono esserlo, un regalo starlo ad ascoltare.

“La parola è una chiave, ma il silenzio è un grimaldello”. (Gesualdo Bufalino)

cacciola3.jpgMarco Cacciola (lo avevamo visto in situazione d'ensemble con l'Elfo o Latella, recentemente nella “Masseria delle Allodole” di Michele Sinisi ma mai in forma monologante come in questo suo “Farsi silenzio”: una bella sorpresa) fa parte a pieno titolo di questa categoria: potente, vigoroso ma anche commovente, Cicerone e Caronte. Ci vogliono tante parole per poter descrivere il silenzio, quell'attesa, quel sospeso inespresso dove dentro c'è già tutto, quell'ammasso solido che si liquefà ogni volta che apriamo bocca. “Chi sa tacere è vicino a Dio” (Catone). Marco Cacciola è un fiume in piena, di parole ovviamente; ci porta, ci guida, ci conduce in questo suo mondo che alterna l'ovattatura morbida al torrente che fluisce dai pensieri senza argini né diga. E' un viaggio il suo, un personale pellegrinaggio, un viaggio di zaino e borraccia, taccuino e suole consumate per scoprire, grazie ai luoghi e agli incontri, una parte di sé, una rinascita, un nuovo ascolto, un rifiorire. Tutto si gioca sul vero e sul falso, sul probabile e sul plausibile, su ciò che è realmente accaduto (come se avesse importanza ai fini del racconto) e quello che avrebbe potuto concretizzarsi. L'uomo moderno, troppo attaccato alla materialità delle cose ha bisogno delle parole per essere certo e della veridicità (non controllabile né verificabile) per sentirsi di stare nel giusto. Se la parola dà torto o dà ragione, il silenzio è incontrollabile, ti lascia in quel limbo dove tutto può essere e accadere, un magma lattiginoso e paludoso dove puoi sprofondare se non sai coglierne i germogli.cacciola1.jpg

“L’uomo in silenzio è più bello da ascoltare”. (Proverbio giapponese)

E' “una storia di fallimenti”, lo argomenta così Cacciola il suo pellegrinaggio (scritto insieme a Tindaro Granata), il suo viandare, il suo cammino da Torino a Roma con un'unica gigantesca domanda da soddisfare: Che cos'è il sacro? Il pubblico ha le cuffie, non tanto per sentire le sue parole quanto per ammirare e gustare fino in fondo tutti i rumori di fondo che ha registrato nei suoi passi, la minuzie dei piccoli scricchiolii, le ruote delle auto che battono l'asfalto, una corsa di un cane, un cigolio di un'altalena mossa dai pochi chili di un bambino. Ma il silenzio esiste realmente? E' alla ricerca di qualcosa. Cammina fuori di sé per scovare il pertugio, il sentiero segreto, il cunicolo, il passaggio remoto dentro non tanto le sue carni quanto dentro i ricordi, la memoria, il cuore. “La vera musica è il silenzio. Tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio” (Miles Davis). Ci si guarda, tutti con queste grandi orecchie in testa, chi scettico, chi imbarazzato, si osserva, ci si aspetta da un momento all'altro una voce. Invece ci appaiono tutti quei rumori di fondo, quel tappeto sonoro si direbbe in teatro, che diamo per scontato, le chiacchiere troppo lontane per decifrarle, le tacchine in un bar che si scontrano con il piattino, una risata abbozzata poco più in là, le lacrime, la tangenziale, il ritmo di un passo avanti all'altro.

cacciola4.jpg“Il silenzio è una fonte di grande forza”. (Lao Tzu)

E poi ci sono gli incontri: il drammaturgo e poeta Antonio Tarantino, i genitori, un libraio, due anziane arzille che parlano in dialetto (bellissima la risposta della signora Alcea: “Per me il sacro è l'arcobaleno”), il cantastorie Isaac. Ormai siamo un tutt'uno, avremmo voluto essere con lui, avremmo voluto essere lui, le sue spalle, le sue scarpe, il suo taccuino, la sua curiosità, la sua pazienza nel cercare ciò che non sai né come cercarlo né dove trovarlo né che sembianze possa avere. Bisogna avere grande forza d'animo e interiore nel riuscire a ritrovarsi, in solitudine e in silenzio. Poi usciamo a riveder le stelle, saliamo sputati dal cemento, tutti insieme sembriamo un quadro, guardiamo i campi, questo cielo velato di tramonto e in lontananza un'autostrada, il sibilo degli pneumatici che si aggrappano alla lingua nera di catrame. Quello è stato IL silenzio, quella è stata la materializzazione di Dio.

“Il silenzio è la gentilezza dell’universo”. (Abdelmajid Benjelloun)

“Rapinarti del silenzio, non è già un crimine?” (Guido Ceronetti)

Tommaso Chimenti 

SAN MINIATO - “Mi hanno sepolto, ma quello che non sapevano, è che io sono un seme” (Wangari Maathai).
Il silenzio degli innocenti. E' passato un secolo, cent'anni di solitudine, e ancora il cosiddetto “Primo Mondo” non si è messo d'accordo per certificare le atroci barbarie commesse su un popolo, gli Armeni.Come se mettere nero su bianco e sottoscrivere un termine, da più parti negato, “genocidio”, possa o meno alleviare sofferenze, sminuire morti e diaspora, far tornare indietro il ticchettio del tempo. Da37395417_1898062387160435_8487930256886333440_o.jpg una parte l'Impero Ottomano, di religione musulmana, dall'altra gli armeni, cristiani. Un milione e mezzo di decessi, di assassinii, se non è genocidio questo, se questo è un uomo. Cento anni e ancora la questione scotta e brucia (il recente scontro proprio sul tema tra Erdogan, padrone della Turchia, e Papa Bergoglio) e alla quale la scrittrice Antonia Arslan ha tentato di dare il suo contributo, dall'interno, raccontandoci “La masseria delle allodole”, una sorta di notte dei cristalli che andava a scardinare e frantumare la convivenza dei popoli e delle culture nella Turchia dell'inizio del secolo scorso. E dopo il trattamento cinematografico dei Fratelli Taviani adesso è il regista Michele Sinisi a dare voce alla scena grazie al Dramma Popolare in quel solco consolidato di classico e contemporaneo.

Già nel recente passato, in teatro, siamo stati testimoni di altre documentazioni artistiche sul genocidio armeno, dal “7th sense” coreografia di Angela Torriani Evangelisti per Versiliadanza a “La bastarda di Istanbul” di Elif Şafak con Serra Yilmaz produzione Pupi e Fresedde o ancora il vibrante “Armine, sisters” dei polacchi Teatr Zar, visto all'interno di “Fabbrica Europa” alla Stazione Leopolda fiorentina. Sinisi, partito agli esordi dal minimalismo del Teatro Minimo di Andria quando faceva coppia con Michele Santeramo, nelle ultime stagioni ha infilato una serie (sempre 37398826_1898064330493574_3604489240890572800_o.jpgsostenuto da Elsinor Centro di Produzione teatrale) di grandi regie, produttivamente impegnative, corpose, piene (stavolta quattordici attori in scena). L'impianto attoriale è quello collaudato e che ha ben funzionato in “Miseria e Nobiltà” e che ha retto l'urto ne “I Promessi Sposi”. La sfida con “La masseria delle allodole” era notevole, partire dal romanzo senza riproporlo, soppesare la pellicola tradendola con un linguaggio a più piani, sfaccettato, come un caleidoscopio che declina sentimenti, passaggi, atmosfere, miscelando temporalità, zoomando ora su un quadro, adesso potenziando una scena.

Che poi “masseria” è molto simile come assonanza (non etimologicamente) a “massacro” e queste due anime, così lontane e qui così vicine, hanno stessa cittadinanza sul grande palco in Piazza del Duomo; in un andamento armonico e altalenante, anche disturbante, che tiene sulla corda e frigge, ci accompagna in una scena casalinga, un interno di festa familiare di stampo bucolico, con scherzi e screzi, rincorse e progetti per il futuro buttate su un tavolo da Ultima Cena leonardiana (le scene sono di Federico Biancalani, colorate e barocche, nell'accezione positiva del termine, spunta un barbecue e una scultura ad albero di vassoi e abiti che sembrano impiccati) ora predisposto per il banchetto adesso ripiano da obitorio, autopsia o sudario di morte. Per contrasto e frattura dalla serenità all'angoscia, dentro una violenza acida, arida, nera, buia37412568_1898063997160274_4339443451876605952_o.jpg come la cieca foga discriminante, annientante, distruttiva del Potere nei confronti delle minoranze. Sinisi (coadiuvato nella drammaturgia dalla fidata penna di Francesco Asselta) ha le redini del play e usa e sfrutta e dirige (sempre in scena kantorianamente, silente s'aggira) e ha in pugno saldamente la situazione piena di rimandi, di segni contemporanei, di affreschi, citazioni e tocchi, destabilizzanti e divertenti: i video, le foto tra i protagonisti, i microfoni, la presa diretta con la “giraffa” come se stessero girando un reality, la voce roca e sensuale di Roberto Latini, Aznavour, Antony and the Johnsons, corsi di cucina come se fossero a Masterchef o La prova del cuoco, Romeo e Giulietta miscelato con Lady Gaga in un frullatore spietato che pungola, tiene lo spettatore attivo e partecipativo e non può lasciare indifferenti.

La festa della domenica schiamazzante dove i sorrisi si sprecano (l'esperienza di Stefano Braschi emerge) mentre dall'altra il nero cupo pece del generale che impartisce ordini duri e senza empatia (buona prova, statica ma vigorosa, dell'infortunato, ingessato al piede, Ciro Masella tra Crudelia Demon e l'istruttore di “Full metal jacket”) al colonnello (Marco Cacciola energico e febbrile; ci sono venute in mente le ballate “La guerra di Piero” di De Andrè e “Il mio nemico” di Daniele Silvestri), l'unico che ha ripensamenti, dubbi, sensi di colpa, domande laceranti. Da sottolineare la voce di Adele Tirante con l'aria “Lascia ch'io pianga” da palpiti mentre dall'altra parte i militari (con caschi da celerini, la mente va inevitabilmente al tristemente celebre G8 genovese ma anche a pellicole cult come “I Guerrieri della notte”, “Funny Games” o “Arancia 37575253_1898060237160650_5956649787309686784_o.jpgmeccanica”) narrano la ferocia bruta, le torture e le brutture perpetrate in un contrasto che fa fremere e tremare tra una Pietà michelangiolesca e l'immagine-foto simbolo di Aylan, il bimbo siriano trovato annegato su una spiaggia. Lascia il segno anche Gianni D'Addario nel suo monologo sgrammaticato, dislessico, gramelot intenso e drammatico, sentito e vivo, grondante e toccante (ci ha riportato alla mente l'emigrante Ametrano in “Bianco, Rosso e Verdone” nel suo sfogo quando torna al paese per votare). Lo specchietto per le allodole è una trappola dalla quale il povero uccello, che canta, che fa poesia e che dona bellezza, non riesce a scappare.

“La masseria delle allodole” dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan. Produzione: Elsinor Centro Produzione teatrale, Arca Azzurra Teatro, Fondazione Istituto Dramma Popolare; elaborazione drammaturgica Francesco M. Asselta e Michele Sinisi; scene Federico Biancalani; costumi Elisa Zammarchi; luci Federcio Biancalani e Michele Sinisi; aiuto regia Nicolò Valandro; regia Michele Sinisi; con: Stefano Braschi, Marco Cacciola, Gianni d'Addario, Marisa Grimaldo, Giulia Eugeni, Arsen Khachatryan, Ciro Masella, Stefania Medri, Giuditta Mingucci, Donato Paternoster, Roberta Rosignoli, Michele Sinisi, Adele Tirante.
Visto a San Miniato il 25 luglio 2018.

Tommaso Chimenti 26/07/2018

LISBONA – Trentacinque anni di festival, quarant'anni della compagnia che lo organizza. Numeri tondi e importanti per il Festival de Almada, quello spicchio di terra collegato a Lisbona dal grande ponte in ferro rosso. Il Ponte e la statua del Cristo Redentore, i simboli di questa parte che s'affaccia sulla foce del Tejo e guarda l'oceano, grande e misterioso, lì ad un passo. Portogallo è il bacalau, è il pasteis de nata, è, inevitabilmente, Cristiano Ronaldo. Ma anche le maioliche azul che rivestono, dentro e fuori, le chiese, è la Chiesa del convento do Charmo che ha perso il tetto nel terremoto di36866233_10209226287372631_6506777403631599616_n.jpg metà '700 (ricorda San Galgano, l'abbazia vicino alla spada nella roccia), è indiscutibilmente il fado, i tram che s'inerpicano sulle vie in salita. Fascino e tradizione. Lisbona è Belem con la sua fortezza sull'acqua, con il monumento ai Padri delle Scoperte che si protende nel mare alla ricerca di nuove terre. E Almada sembra tuffarsi nel cuore di Lisbona. Non chiamatela periferia. Qui la Companhia de Teatro de Almada, diretta dal regista Rodrigo Francisco, mette in piedi, ogni anno dal 4 al 18 luglio, una rassegna internazionale con i grandi nomi del teatro; quest'anno, solo per citarne alcuni, Pippo Delbono, la Needcompany di Jan Lauwers, la Familie Floz, Spregelburd e Paolo Magelli. Gruppi provenienti dal Belgio come dalla Francia, dalla Croazia e dal Messico, Italia e Spagna, Slovenia e Germania, un'atmosfera multiculturale piena, vivace, frizzante.

28mar13-459.jpgHa una patina da Fratelli Coen l'“Arizona” dei messicani Teatro de Babel, testo smaccatamente anti-Trump, polemico con l'arma dell'ironia (facile), pungolo alle politiche migratori e anti-immigrazione che stanno sconvolgendo l'attualità, dal muro ai confini con il Messico ai barconi verso l'Italia, ai respingimenti in Ungheria. Ormai la politica interna degli Stati più sviluppati è la politica estera. Qui tutto è ipercolorato, acceso come un fumetto, volutamente, forzatamente spinto verso la tesi che gli statunitensi sia tutti dei bifolchi gringo con la camicia a scacchi e il fucile pronto a sparare mentre i messicani (o chi proviene dal Sud del mondo) sia buono, bravo, pacifico e non solo voglia venire in un altro Paese ma, arrogantemente, non chiede permesso ma pretende il libero passaggio, forse anche una casa e un'occupazione. La critica sociale verso le politiche di frontiera del governo Trump (il muro non lo ha fatto, quello che già c'è è dell'epoca di Clinton) avrebbe avuto senso e sostanza se fosse stata fatta dall'interno, ovvero dal una compagnia statunitense non certo da una messicana. Ma torniamo al teatro. Gli Stati Uniti sono un posto xenofobo, abitato da trogloditi che a male pena connettono concetti e parole. Semplificazioni. Tutto è parodia, sullo sfondo un confine che è metà fisico e altrettanto metaforico. In video le centinaia di persone che ogni notte scavalcano le recinzioni e in audio l'inno a stelle e strisce: la platea si scalda, tutti contro gli “invasori” americani, tutti con i jeans e cenando al MacDonald's. Altra facile speculazione l'uomo (ricorda il personaggio di Crozza Napalm51) è un bovaro ignorante mentre la moglie (le donne, si sa, sono sempre un passo avanti agli energumeni maschili), pur nei suoi dubbi e nelle sue incertezze, è più sensibile e aperta, progressista e possibilista. Il pic nic sulla frontiera è assurdo. Si sentono i profumi del “Grande Lebowsky” come gli afrori da “Breaking Bad”. I messicani del Teatro de Babel ci dicono che gli americani guardano con il binocolo un nemico che non esiste (infatti i due coniugi non scovano nemmeno un erede dei Maya intendo a passare il confine clandestinamente) ma è dentro di loro, alberga nelle loro coscienze sporche. C'è un sibilo che ci porta all'“Aspettando Godot”, ad un qualcosa che deve accadere ma che proprio nel momento giusto ritarda, tentenna, si stoppa, un coitus interruptus. Marito e moglie scrutano la platea, siamo noi i nemici, i messicani in un mix da musical campagnolo tracoloniapenal_04.png “La casa nella prateria” e il nostro Mulino Bianco, l'immancabile Bibbia e nel naso quel senso da Far West. Nel finale, pulp e splatter, la ridicolizzazione degli U.S.A. raggiunge il suo acme. Peccato che esistano ancora i confini, gli Stati, i passaporti, le leggi, i governi.

Da una frontiera da eludere ad una reale impossibile da oltrepassare una volta varcato il cancello: la prigione. I portoghesi del Teatro do Bairro hanno ricreato quel velo di angoscia claustrofobica del quale è impregnata “Colonia penal” di Genet riuscendo a rendere e restituire tutto il peso chiuso, tutto quello strato di impossibilità e rapporti deviati che scaturiscono dietro le sbarre, tutti i poteri e le subalternità da subire, le scale gerarchiche alle quali essere sottomesso. Ricorda le performance dei Living Theatre. Gli aguzzini hanno cappelli da Pinocchi, la ghigliottina sta in primo piano a ricordare la fine, la conclusione mentre le pareti semoventi si aprono o si richiudono, diventano un angolo ottuso o acuto come ventagli, come un incubo sotto il quale essere schiacciato senza via d'uscita in questa penombra, reale e dell'anima, che tutto ammanta come una lingua di catrame, in questo lager dalle sintonie fragili, in questo campo di concentramento allucinato senza scampo.

zapiranje_ljubezni-01-v.jpgInfine il “Final do amor” di Pascal Rambert a cura degli sloveni Mini Teater, un Lui e una Lei che si fronteggiano in monologhi lunghissimi, scagliandosi, scannandosi, insultandosi, tentando di amarsi odiandosi. In una scena vuota, svuotata e arida come il loro rapporto giunto al capolinea, si urlano in faccia come gatti randagi, vorrebbero andarsene ma ritornano perché hanno bisogno del nemico di una vita. Tanto sono immobili, fissi, statici, verticali nella loro postura, tanto i loro gargarismi vocali e il loro profluvio di parole azzanna l'altra, lo travolge, lo inonda, lo spazza come cascata, come valanga, come alluvione di rancore e di tutto quel non detto che adesso esonda, travalica, non riesce a rimanere negli argini. Sembrano Marina Abramovich e l'ex marito Ulay nella celebre performance “The Artist is Present”. Vanno a folate, attacchi e rinculi, reprimende e scuse, singhiozzi tremanti e accuse solide, una guerra, meglio una guerriglia dove avvicinarsi e ritirarsi a fisarmonica in un flusso di parole da apnea, una sfida, una mitragliatrice che spara critiche e denunce, mancanze e insoddisfazioni da “C'eravamo tanto amati”, una danza di morte, un ballo per rinascere.

Tommaso Chimenti 16/07/2018

Per gli spettatori dell’epoca elisabettiana che affollavano il Globe Theatre, il Rose o il Curtain ciò che contava nella rappresentazione teatrale – e nei drammi storici in particolare – era la riuscita della messinscena e la forza con cui gli attori riuscivano a rendere i personaggi, indipendentemente da rivisitazioni più o meno fantasiose che Shakespeare e i drammaturghi elisabettiani talvolta operavano. Questa necessità è viva ancora oggi che gli eventi della storia inglese narrati dal Bardo sono secoli alle spalle degli spettatori: ciò che conta ritrovarvi, dunque, è quella esplorazione di tutte le pieghe dell’animo umano, quella capacità di Shakespeare – e di Dante prima di lui – di analizzare e raccontare i vizi e le virtù degli uomini, ovvero di indagare quello che il poeta fiorentino aveva definito «il gran mare dell’essere» nel primo canto del ParadisoRiccardo II 1


La precisazione appare necessaria alla luce del progetto “Who is the king” di Lino Musella, Andrea Baracco e Paolo Mazzarelli, in anteprima per due serate al Teatro Galleria Toledo nell’ambito del Napoli Teatro Festival, poi al Teatro Franco Parenti di Milano dal 9 ottobre. Il progetto prevede quattro spettacoli che mettano in scena gli otto drammi storici di Shakespeare nel corso di due triennalità, facendo dei primi due episodi l’inizio di un lungo viaggio nelle histories shakespeariane. L’idea di Musella e Mazzarelli – responsabili di regia e drammaturgia, oltre ad essere in scena – nasce dalla considerazione che gli otto drammi storici – esclusi il Re Giovanni e l’Enrico VIII che aprono e chiudono il ciclo – formano un racconto in serie della storia d’Inghilterra dal 1370 al 1490, una vera e propria saga del potere e della smisurata ambizione umana. Shakespeare, insomma, aveva anticipato quel meccanismo oggi esplorato in tutte le sue forme dalla serialità televisiva: il pubblico veniva accompagnato episodio dopo episodio alla scoperta delle grandi storie. I personaggi vengono seguiti nella loro parabola – quasi sempre – discendente: l’acquisizione del potere, la corruzione che questo genera in chi lo detiene, le lotte per mantenerlo fino al passaggio di testimone al protagonista successivo. E così, Enrico IV, il Bolingbroke raccontato nel Riccardo II, viene rappresentato da Shakespeare nell’Enrico IV parte prima, come affatto dissimile dal Riccardo a cui ha usurpato il trono: scosso nell’animo e pentito, costretto a rimandare un viaggio in Terrasanta per chiedere perdono dei suoi peccati. Riccardo II 2


La messinscena pensata da Musella e Mazzarelli, a fronte di buone prove attoriali da parte dello stesso Mazzarelli nei panni di Riccardo II e di Massimo Foschi (Gaunt in Riccardo II e sovrano nell’Enrico IV), manca talvolta di quello spessore che caratterizza l’opera shakespeariana. Ciò che fa di Riccardo II un personaggio notevole è la compresenza in lui di istinti nobili e bassi, il suo essere un letterato e squisito conoscitore delle arti e al contempo tanto ignobile da invocare la morte dello zio Gaunt e da esiliare ingiustamente Mowbray e Bolingbroke, confiscando le terre di quest’ultimo. Il personaggio shakespeariano, la cui vicenda ricorda assai da vicino quella dell’Edoardo II di Marlowe, subisce in scena una vera e propria torsione alla notizia dello sbarco di Bolingbroke sulle coste inglesi, mostrando quella stessa fragilità e quella stanchezza di vivere che sarà propria di Amleto e di gran parte del Novecento. Alla gestione del regno e della crisi politica in atto, Riccardo preferisce l’autocommiserazione e le meditazioni sulla vita e sulla morte: l’incapacità di arrestare gli eventi in corso lo porta ad invocare unicamente l’infallibilità che gli deriverebbe dall’essere un re legittimo, l’Unto del Signore. Se la scelta registica di racchiudere l’intero Riccardo II in poco più di un’ora di spettacolo può essere apprezzabile, assai meno lo è quella di eliminare alcuni passaggi fondamentali dell’opera: la scena della rottura dello specchio dell’atto quarto – che secondo molti costituisce il punto più drammatico della storia – e quella della ritrovata virilità di Riccardo nell’uccidere tre guardie per poi essere ucciso: ne soffre in maniera considerevole la complessità e grandezza del protagonista. E se nella prima parte della rappresentazione il vero senso del dramma shakespeariano sembra latitare, nella seconda parte – quella dell’Enrico IV parte prima – questo è totalmente assente: non convince, infatti, la scelta di operare un cambio repentino di ambientazione – improvvisamente contemporanea – e di toni, laddove all’eloquio prevalentemente lirico di Riccardo si sostituisce un linguaggio eccessivamente basso e volgare. A ciò si aggiunga una regia a tratti imprecisa nel gestire la grande quantità di personaggi presenti: sfugge talvolta il motivo dell’ingresso e uscita di alcuni, così come l’improvvisa ritirata di chi è in secondo piano prima che la scena sia conclusa. Tutto ciò che accade sul palco dovrebbe avere un senso, e in particolare nel teatro di Shakespeare, che nulla lascia al caso o all’incuria.

Pasquale Pota 11/07/2018

Ramona vive in un piccolo paesino georgiano, Rioni. Sogna di vivere felicemente insieme al marito Ermon, lontano da casa per lavoro. Per lunghi anni rimangono distanti l’una dall’altro. Un giorno, alcuni rappresentanti di un circo itinerante arrivano a Rioni e chiedono aiuto a Ramona per raggiungere una città termale dove gli artisti devono esibirsi inderogabilmente. Qui, Ramona rivedrà il suo Ermon, purtroppo durante una tragica circostanza… Questa è la trama dello spettacolo “Ramona” del Gabriadze Theatre, andato in scena dal 05 all’08 luglio al Teatro San Simone, nell’ambito del 61° Festival di Spoleto. Un semplice e drammatica storia d’amore, come tante ne sono solitamente proposte in ambito cinematografico e teatrale, se non fosse che a rendere tutto più magico e affascinante è il fatto che gli attori sono delle marionette e la protagonista non è una fanciulla, ma una tenera locomotiva a vapore.553678005072018124124

Per chi non lo conoscesse, il Gabriadze Theatre è una delle istituzioni culturali più importanti e amate della Georgia. Riconosciuto come uno dei migliori teatri di figura al mondo da pubblico e critica internazionali, il Gabriadze ha sede a Tbilisi ed è stato fondato nel 1981 da Rezo Gabriadze, eclettico artista georgiano, il quale forgia personalmente ogni singola marionetta in legno della sua straordinaria compagnia. Regista, drammaturgo, scrittore, pittore, scultore: Rezo ha scelto di rivolgere tutta la sua abilità creativa e il suo cuore a un teatro che gli ha permesso di poter evadere dall’asfissiante chiusura intellettuale vigente circa 40 anni fa in Unione Sovietica.

553678005072018124041Muovendo fili e animando suggestivi personaggi, Gabriadze ha conquistato, con passione e fantasia, platee di ogni età e lingua, immaginando storie ricche di umorismo e velate di malinconia, legate anche al suo vissuto e alla memoria georgiana, lasciando superare i confini, geografici e culturali, del suo Paese ad un modo di narrare favole diverso da quello tradizionalmente occidentale, dove anche la morte o la tragedia amorosa sono affrontante o si concludono con poesia e dolcezza. Racconti che, proprio per la loro commovente sensibilità, hanno attraversato la mente e l’animo di tutti gli spettatori che hanno assistito, almeno una volta, ad uno spettacolo del Gabriadze Theatre, al di là di apparenti limiti linguistici, ogni volta facilmente superati da appositi sopratitoli.
Non ha fatto eccezione neanche il pubblico del San Simone, tanto che molti adulti e bambini presenti ad ogni replica, hanno applaudito, divertiti e emozionati, la soave e delicata favola di “Ramona”, in cui nostalgia, ironia e tenerezza si amalgamo in un perfetto gioco di immagini, ombre e musiche, fino a svanire lentamente, come in un sogno, in una nuvola di fumo bianco. Neanche ci si rende conto che legno, colla e stoffa hanno preso il posto di carne, ossa e pelle: le marionette di Gabriadze sono così “umanamente vive”, che persino le voci registrate degli attori sembrano nascere da quei pupazzi. Plauso necessario, dunque, alla maestria dei marionettisti, reali cuori e anime dei personaggi di “Ramona”.

Chiara Ragosta, 08/07/2018

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