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Venti titoli distribuiti in sette mesi dal 25 ottobre 2019 al 10 maggio 2020 per un totale di 23 repliche, oltre a due eventi straordinari. Questi i numeri principali della terza edizione di TeatrExma, la stagione teatrale organizzata dal Teatro dallarmadio con la direzione artistica di Fabio Marceddu anima, con Antonello Murgia, della compagnia cagliaritana. Un cartellone ricco e articolato, prodotto in collaborazione con il Consorzio Camù che presenta una prima nazionale e cinque prime regionali, confermandosi un punto di riferimento nel panorama del teatro italiano. Una rassegna che, anche in questa edizione, vedrà sul palco generi diversi che vanno dal comico al tragico, passando per spettacoli musicali e di danza. Tutti gli spettacoli saranno ospitati all’EXMA di Cagliari in via San Lucifero 71.

Una novità di questa terza edizione è rappresentata da due eventi speciali.Conferenza Stampa TeatrExma 1


Sabato 4 gennaio alle 18.00, Peppino Mazzotta, in compagnia del Teatro dallarmadio presenta per la prima volta in Sardegna il libro Muori cornuto scritto con il giornalista Arcangelo Badolato, in cui si racconta, in forma letteraria e teatrale, la storia di Giuseppe Zangara, il calabrese che tentò di uccidere il presidente degli Stati Uniti Franklyn Delano Roosevelt e ferì mortalmente il sindaco di Chicago Anton Cermak. La sua vicenda è ricostruita in questo volume sulla base del diario che il condannato scrisse nei giorni di detenzione. L’intento della pubblicazione è di far conoscere la figura di questo “ribelle” che interpreta il disagio profondo di milioni di persone che, nel secolo scorso, hanno subito soprusi e ingiustizie sociali.


Sabato 8 febbraio alle 10,30 sarà la volta di L'arte che verrà un dialogo fra operatori e artisti organizzato dal Consorzio Camù e dal Teatro dallarmadio in collaborazione con Sardegna Film Commission.
È il primo passo verso un dialogo costante e necessario fra artisti e operatori che vuol essere, in un futuro imminente, una sorta di Stati generali dell'arte.Operatori e artisti che si muovono nel territorio regionale introdurranno le linee guide secondo le regole dello speed date. Il tema è la relazione dell'arte e degli artisti con altri operatori, verso il futuro: 5 minuti per raccontare ciò che saremo e come ci piacerebbe operare. Il resto secondo lo stesso schema: un microfono aperto per il pubblico di operatori e un moderatore, con un timer, per dialogare, confrontarsi, e mettere nuove energie per scambi di idee alla ricerca di nuove relazioni e contaminazioni. L’incontro, moderato da Fabio Marceddu, vede la partecipazione di Simona Campus, direttrice artistica di EXMA, Nevina Satta direttrice generale di Sardegna Film Commission, Linda Di Pietro manager culturale di Sa Manifattura, Monica Scanu direttrice IED Cagliari, Pamela La Dogana professoressa associata di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Cagliari, Antonello Murgia presidente del Teatro dallarmadio; Giampaolo Marras, responsabile marketing territoriale di Sardex, Moreno Solinas coreografo e Iuri Piroddi cofondatore della compagnia Rossolevante.

IL PROGRAMMA completo della stagione è disponibile qui http://www.exmacagliari.com/rassegna-teatrexma-stagione-2019-2020/

Per partecipare agli spettacoli è necessario prenotare ai numeri 3397102534 - 3405332685 o via mail scrivendo a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Le prenotazioni, gestite direttamente dal Teatro dallarmadio sono aperte a partire da 15 giorni prima rispetto alla data dello spettacolo e solo nei seguenti orari: dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00. I biglietti prenotati potranno essere ritirati solo il giorno dello spettacolo, mezz'ora prima dell'evento, presso il foyer della Sala Conferenze dell’EXMA.

U.s. 25/10/2019

 

Il Pierrot Festival di Stara Zagora, in Bulgaria (l’undicesima edizione è stata in scena dal 24 al 29 settembre) è stato una scoperta e una conferma al tempo stesso. Una scoperta perché in questa cittadina, la sesta in Bulgaria per numero di abitanti, in cui le tracce dell’Impero Romano sono fulcro e attrazione (splendidi i resti dell’anfiteatro e della antica strada), la celebre rassegna di teatro di figura per adulti, organizzata e prodotta dallo State Puppet Theatre, è un motore trainante per lo sviluppo della cultura bulgara dentro e fuori il paese: oltre venti spettacoli (di cui dieci in concorso), tre teatri coinvolti, altrettanti spazi usati nel centro della città, performance interattive, concerti, mostre, presentazioni di libri e studi, sale sempre piene, anche di domenica mattina, e animate soprattutto dai giovani. Tanti giovani, tantissimi, fuori e dentro dal teatro, che si occupano di teatro a 360°, giovani attori, giovani autori, giovani registi, giovani critici. Il teatro, in questa parte dell’Europa, fa parte di una genetica che si tramanda di generazione in generazione con ferrea volontà e disciplina.IMGP8292.jpg
Una conferma, invece, per quanto riguarda il teatro di figura tout court, genere che si dimostra un terreno fertile e di incontro per un pubblico adulto, un terreno creativo, composto da tanti tasselli diversi che attingono alle varie forme teatrali. Teatro di puppets, certo, ma che non si limita solo alla gestualità della marionetta o del burattino, alla manualità dell’attore o al sapiente uso della maschera ma anche, e soprattutto, teatro di parola, teatro di narrazione, documentaristico, drammatico, distopico.
Il Pierrot Festival ha offerto una visione a 360° del teatro di figura e non solo con produzioni bulgare e internazionali (italiane, statunitensi, giapponesi, polacche, serbe) che ci hanno colpito per la differenziazione delle pièce e per l’alto livello qualitativo che abbiamo riscontrato in tutta la settimana di programmazione.
Nel nostro personale percorso all’interno della rassegna (dove eravamo anche coinvolti nella giuria internazionale che ha assegnato i vari premi previsti, sei in totale sui sette, dal momento che quello per la “Sperimentazione e nuove forme” non è stato conferito) vi segnaliamo cinque spettacoli che hanno catturato la nostra attenzione per profondità, precisione dell’esecuzione e originalità della narrazione.

Iniziamo connose.jpg il parlare dei due spettacoli che si sono divisi i premi: “Nose”, della compagnia Teatro 199 Valentin Stoychev di Sofia, e “On the wolf’s trail” dei serbi dello Youth Theater, entrambi adattamenti di due testi celebri come il “Naso” di Gogol e “Il richiamo della foresta” di Jack London.
La compagnia bulgara – premiati i due attori Polina Hristova e Georgi Spasov rispettivamente come miglior attrice e miglior attore – diretta da Veselka Kuncheva si è misurata con il testo del drammaturgo russo in modo potente e di grande impatto scenico, andando a esaltare tutti i lati ironici e assurdi propri della narrazione attraverso una prova attoriale importante, fatta anche di grande fisicità e l’ottima trasposizione in maschera degli aspetti cardine del Naso: l’identità e la perdita della stessa, i rapporti e le gerarchie sociali, l’opinione comune, l’omologazione.
Sono proprio le maschere su cui si reggono i nasi, di varie dimensioni, alcuni enormi, che fortificano la scelta registica di porre l’attenzione sulla dimensione dell’assurdo, grottesco e surreale del racconto; il tutto viene rafforzato da una costruzione della scena pulita e efficace, nose2.jpgcon un blocco unico che diventa banco degli imputati, ambiente domestico, teatro, sogno, ufficio amministrativo, archivio di nasi e dalla prova superlativa dei due attori (hanno ritmo e grande interplay) che scelgono di riportare la vicenda del funzionario Kovalev con una recitazione volutamente “sopra le righe”, con inserti comici e, allo stesso tempo, di seria riflessione: il protagonista (encomiabile Polina Hristova) è alla disperata ricerca del naso perduto, una disperazione che viene trasformata in scena in rabbia “deforme” e forte solitudine.
Ne esce uno spettacolo perfettamente costruito, efficace, brillante, intelligente e profondo, simbolo di un teatro di figura immaginifico e di grande resa scenica grazie ai grandi nasi e alle maschere ben fatte che ci restituiscono il senso di omologazione e di assenza di identità propria della società descritta da Gogol.

On the wolf’s trail”, nell’adattamento della compagnia di Novi Sad (ha vinto il Gran Premio, il premio per la miglior scenografia e per la miglior regia), è stato un vero e proprio wolf.jpgviaggio nel testo di Jack London. Uno spettacolo che si è distinto per la grande complessità della macchina scenica e per l’abilità degli attori nella manipolazione dei pupazzi, veri e propri protagonisti, con una grande cura per i dettagli tanto da farci immergere nella narrazione in completa empatia con essi; la bravura degli attori è stata, infatti, anche quella di farci percepire il cane Buck come punto focale del racconto e non come semplice marionetta, che, in questo caso, ha perso la mera connotazione di semplice oggetto facendosi corpo, respiro, sguardo.
La pièce si è sviluppata su diversi piani spazio-temporali anche grazie a una scenografia efficace (meritato il premio) che ha trasformato il palco del Teatro dell’Opera di Stara Zagora in un mondo di fantasia tra Oceano e grandi foreste del Nord America e alla costruzione del tappeto sonoro in diretta: la presenza del batterista-narratore onnisciente ha dato ritmo e collante mentre la compagnia ha lavorato con un equilibrio quasi magico, sincronizzando perfettamente suono e movimento ad ogni passaggio; elementi che sono risultati essenziali anche per la trasformazione e il passaggio tra interni ed esterni della narrazione, vere e proprie zoomate cinematografiche che hanno ampliato il nostro immaginario. Tutto ci è sembrato reale: il rumore degli attrezzi, gli alberi, la scoperta dell’oro, il viaggio nella nave così come il dolore, la perdita, l’assenza, il richiamo. wolf2.jpg
Un dramma magistralmente costruito con delicatezza e precisione, adatto quindi a un pubblico anche di bambini, ricco di elementi tecnici e con una profonda attenzione al testo originale, sapientemente riadattato e riscritto.

Tra gli altri spettacoli in concorso che a nostro avviso avrebbero meritato un riconoscimento ricordiamo “Collateral Damage”, progetto bulgaro di Class 5x5 e Azaryan Theater, e “Hamlet” del polacco Adam Walny.

Collateral Damage” è un progetto finanziato dal Fondo Nazionale per la Cultura della Bulgaria attraverso il programma “Debuts” realizzato con il supporto delle compagnie sopracitate e del Fondo bulgaro per le donne.
In questo fulgido esempio di teatro storico infatti le donne sono il fulcro di tutto, della drammaturgia e della scena: la storia è basata sulla vera vicenda di alcune collateral.JPGgiovanissime donne russe che hanno preso parte alla Seconda Guerra Mondiale abbandonando i lavori domestici per raggiungere i soldati al fronte ed è tratta dal romanzo del premio Nobel Svetlana Alexievich, “La guerra non ha un volto di donna”.
Dopo l’invasione dell’Unione Sovietica da parte di Hitler, avvenuta con un colossale impiego di uomini e mezzi, l’esercito sovietico non si arrende e dopo un iniziale sbandamento riesce a riorganizzarsi, dando vita ad un’accanita resistenza. È in questo momento che intervengono le donne, centinaia di migliaia di diciottenni che sacrificano la propria giovinezza e gli studi per soccorrere la patria e i propri compagni. Infermiere, radiotelegrafiste, cuoche, lavandaie, soldati di fanteria, addette alla contraerea, carriste, sminatrici, aviatrici, tiratrici scelte, tutte vestite come uomini, tutte a contatto con il sangue, tutte pronte a rinunciare alla propria femminilità e a mettere a rischio consapevolmente la propria vita.
Svetlana Aleksievic ha raccolto le testimonianze di queste donne dopo 40 anni e Makasima Boeva,collateral2.JPG regista dello spettacolo, ha tratto dal romanzo gli elementi più essenziali di questo dramma russo decidendo di restituirlo al pubblico attraverso sei giovanissime attrici. Il teatro di figura qui è un escamotage per rendere grande un testo sconosciuto ai più, le due grandi marionette usate (il generale e il funzionario) sono funzionali alla narrazione ma non essenziali. L’essenza di questo spettacolo è data, infatti, dalle giovani interpreti che con passione, tecnica impeccabile, fisicità e piena consapevolezza del testo ci portano indietro di oltre 70 anni facendoci percepire tutti i dolori di una guerra che non abbiamo vissuto, se non attraverso la Storia e i racconti. La violenza delle memorie e delle parole si trasforma, nel nostro immaginario, in sangue, perdita, polvere da sparo, mancanze, vite straziate e perdute per sempre perché, anche se alcune di loro sono sopravvissute, una volta tornate a casa sono state ripudiate e non accettate dalle stesse donne che erano rimaste. Uno spettacolo potente e toccante.

L’Amleto s3.pngdi Adam Walny invece ci immerge in una dimensione completamente nuova. E immergere è la parola chiave del nostro ragionamento. L’attore e drammaturgo polacco infatti lavora con le marionette nell’acqua (soluzione originale e mai vista nelle nostre latitudini) e immerge (appunto) i suoi personaggi in grosse e pensati teche trasparenti mosse da un sistema di carrucole con cui viene allestita la scena. Sei personaggi (Polonio, Claudio e Gertrude in un’unica bacheca, Laerte, Ofelia e Rosencrantz) in cinque vetrine, sommersi, boccheggianti, annegati eppure ancora vivi che Walny muove con dinamismo e piccole raffinatezze estetiche che hanno colpito la nostra attenzione (come le bolle che escono dalla bocca delle grandi marionette nell’acqua).
L’unico soggetto al di fuori di questa bagnata realtà è proprio Amleto che in questa rappresentazione ci appare ancora più dannato a trascendente. L’attore, in panni vittoriani, lo manovra e lo fa suo, amplificando le sue ossessioni, le sue paure, spesso sovrapponendosi ad esso in uno scambio continuo tra sogno e realtà, tra visioni e sentimenti, giocando sempre al limite di un filo sottilissimo che spesso ci induce a pensare che i personaggi “annegati” siano tutti frutto dei ricordi di Amleto, della sua follia, messi in vetrina come spettri, a ricordargli per sempre la sua ossessione. La separazione tra il protagonista e gli s4.pngaltri pupi è spiazzante e le due dimensioni in cui si muovono, quella subacquea e quella terrena, sembrano voler sottolineare tutte le imperfezioni del Principe di Danimarca, perso tra i riverberi dello Spirito del Padre, alla ricerca costante di esso e di se stesso ma sempre più solo e isolato, come un pesce fuori dall’acqua.
Uno spettacolo originale, potente, capace di entrare sotto la nostra pelle, dentro la nostra comprensione più profonda nonostante l’handicap della lingua (in polacco senza sottotitoli) che qui, però, non abbiamo minimamente percepito, come solo il grande teatro riesce a fare.

Chiudiamo il nostro resoconto con la messinscena (fuori competizione) che ha suscitato maggior stupore e meraviglia: “The last man”, tratto da “1984” di George Orwell, una delle due produzioni presentate al Pierrot della compagnia organizzatrice, lo State Puppet Theatre di Stara Zagora.
Un’ora e mezzo di teatro distopico, sfolgorante, creativo estremamente contemporaneo e visionario che mette in luce un futuro annichilente e un’umanità ridotta allo stremo con uomini che diventano numeri, perdendo qualsiasi capacità di ragionamento autonomo (pena l’elettroshock) e di coscienza.
Comandati dalla voce del Grande Fratello20190731-AT902137.jpg – un’attrice e soprano che campeggia la scena senza mai scendere tra i comuni mortali, esplosiva e corroborante – i sette personaggi (gli attori sono una squadra perfetta ed estremamente dinamica) diventano meri esecutori di una vita che non hanno scelto, esempio del genere umano lobotomizzato dai mezzi di comunicazione di massa (esemplificativa infatti la scena del grande quiz), dai meri bisogni materiali comandati dall’alto, privato di sentimenti, privato di scelte e quindi privato della capacità di essere unici. L’individualismo cede il passo, in questo mondo furibondo e infernale, alla globalizzazione delle mente, alla depersonalizzazione, ai gesti meccanici ripetuti in serie fino a distorcere la realtà dei fatti. Il tutto attraversato da un mantra, una sorta di nuovo comandamento moderno dettato dal deus-ex-machina invisibile che i protagonisti sono obbligati a ripetere.
La ripetizione dei gesti e delle parole dà il suono e il ritmo allo spettacolo, una struttura circolare (inizia e finisce, infatti, nello stesso modo) come fosse un rosario laico composto da sudore, paure, violenze, fughe, ritorni, uccisioni, che ci trascina sulla scena senza lasciarci scampo.
Gli elementi scenici - la grande impalcatura nel fondale, le scatole che diventano gabbie – gli effetti sonori stranianti, le voci distorte, il tappeto musicale perfettamente equilibrato e l’uso delle luci sapientemente integrato ai fini della comprensione della narrazione rendono questa grande macchina un organismo teatrale perfetto capace di moltiplicare le visioni, le strade della sperimentazione, aprendone di nuove e impreviste. “The last man” è un fermento drammaturgico che difficilmente incontriamo nelle nostre esperienze teatrali, uno 20190728-AT900229.jpgspettacolo essenziale che meriterebbe i palchi di tutto il mondo.

Il Pierrot, nella sua settimana di programmazione e grazie alla sensibilità della direzione artistica, si è dimostrato un festival ampio, ben organizzato, che ha ricevuto plausi unanimi da parte di addetti ai lavori provenienti da tutta Europa (e non solo) e dal pubblico sempre nutrito, e a cui riconosciamo, soprattutto, la capacità di aver posto grande attenzione alle drammaturgie e ai linguaggi contemporanei applicati al teatro di figura, andandosi così a ritagliare certamente un posto sul podio delle migliori rassegne europee sul genere.

Giulia Focardi

VENEZIA – “Arlecchino è il rifiuto di tutti i perbenismi, i luoghi comuni, le ipocrisie” (Dario Fo).

Scordatevi l'Arlecchino burlone, saltimbanco e colorato. Quello che il regista Marco Zoppello (anima degli Stivalaccio Teatro) e il Teatro Stabile Veneto (due spettacoli su altrettanti canovacci goldoniani poco rappresentati, 70 repliche sul palco del Teatro Goldoni veneziano, con due cast di sei giovani attori per produzione provenienti dalle scuole venete affiancati ad un Arlecchino esperto) hanno deciso di mettere in scena, anche per questa seconda trance “Arlecchino e l'Anello magico” (l'anello ci riporta sempre alle atmosfere misteriche del “Signore degli Anelli” marco-zoppello.jpgo “Harry Potter”), ha un che di malinconico e lugubre, una seriosità, sotto la forma cialtrona e spumeggiante, che si fa scura, si incupisce la frizzantezza, si rabbuia lo spirito allegro. Ogni costume infatti ha note di scuro e bruno e un piccolo tocco nero (idea illuminata dell'ingegnosa costumista Lauretta Salvagnin) che fa da fil rouge e tiene uniti tutti i caratteri e le figure sul piccolo palco montato sul grande palco del teatro lagunare. Stare sulla piccola gradinata, a pochi passi dagli attori, e avere la doppia visuale della recitazione così fresca e vicina e, alzando gli occhi, sui palchetti accesi da piccole luci, con le ombre della scenografia di alberi che ci rimbalzano, è uno scarto emozionante che fa sentire nel cuore dell'arte, della creazione, della produzione, al centro di un grande progetto.

Dicevamo67602765_10219748058039959_1692225648724017152_o.jpg i costumi: già perché tutti e sette sono stati costruiti e cuciti con cenci e stracci, quelli per pulire la casa per intenderci, raccordati tra loro, anche questa una piccola grande ricercatezza, fervida intuizione di maestranze esperte che sanno lavorare, bene, con le mani e soprattutto con la testa. Forse è questo uno dei motivi dominanti della riuscita dell'operazione (inizio alle 19, sovratitoli in francese e inglese, tanti i turisti, sold out tutte le recite, la convivialità del prosecco distribuito a fine replica) che lancia la nuova stagione che sta per cominciare: la grande sintonia di più comparti, registico, attoriale, tecnico, dirigenziale (il direttore Massimo Ongaro soddisfattissimo del risultato e sempre presente) uniti, concentrati e affiatati; si sente, si intravede, si tocca, si percepisce tra le pieghe dei non detti tangibili.

Costumi più contriti e anche la maschera del nostro (anti)eroe (Stefano Rota, unico perno non intercambiabile tra le due piece, “Il figlio” e “L'anello”, attorno al quale ruotano sei giovani attori per volta) che si fa cagnesca ma, oseremmo dire, suina o ancora, forzando la mano, cinghialesca, in una sorta di ritorno alle origini animalesche (vaghi rimandi alle maschere giapponesi guerresche o a quelle tribali rituali africane). C'è da dire che i due canovacci (appunto, non testi) di Carlo Goldoni erano poco più di qualche appunto e schizzo, 67638025_3082772498429873_7308939185556029440_n.jpgpoche pagine che Zoppello (reduce da un Avignone con i fiocchi e con il botto che gli ha portato in dono le repliche parigine di novembre al Petit Palais) ha reintegrato, adattato, infarcito, espanso, raccordato. Tutto è a vista, compresi i rumori prodotti accanto alla scena dagli stessi attori che ne fanno quasi una striscia di fumetto; altro tocco di artigianalità. A livello linguistico vengono utilizzati più che i dialetti, le calate regionalistiche: il veneto, ovviamente (ad esempio “desmentegarme” al posto di dimenticare), il laziale, il napoletano, con irriverenti e ilari strafalcioni ed errori grammaticali.

La melancolia pensierosa e lo spleen di fondo, che scorre e ogni tanto fa capolino con piccoli tocchi leggeri ma pungenti, se nel primo episodio del dittico riguardava la violenza sulle donne e il machismo diffuso antifemminista, in questo secondo step si rivolge e guarda un altro problema del nostro tempo, una patologia che colpisce moltissime famiglie: l'alzheimer o la demenza senile. Infatti Arlecchino, che si vuole suicidare (altra piaga sociale del nostro mondo progressista, evoluto e benestante), fa un patto con una sorta di mago mefistofelico (strano che somigli ad una figura papesca) che gli dona un anello con il quale dimenticherà il suo passato. E sono tenere e dolcissime le scene nelle quali Arlecchino (dai tratti interiori del Joker di Joaquin Phoenix) non riconosce sua moglie Argentina (spicca Eleonora Marchiori, brava anche negli stornelli; struggente il primo “S'è fatta mezzanotte e io non so perché”) ma le chiede la mano perché, anche se non la ricorda, la vorrebbe sposare nuovamente. 68475937_3082766461763810_7811090848950517760_n.jpgQuesto il dato più esistenziale, sentimentale e familiare, se vogliamo, al quale si aggiunge una velata critica sociale che però fa comunque rumore: Arlecchino, che appunto ha perso la memoria, non conosce più il valore dei soldi e, come un bambino ingenuo e puro, si chiede come sia possibile che chi non ha denaro non possa cibarsi, sfamarsi e alimentarsi, “E' una bestemmia questa libertà”; e anche qui apre un'ampia finestra di riflessioni sul nostro Primo Mondo che produce, consuma e fa crepare.

Tutto il cast comunque è up: il Signor Gendarme, alquanto carabiniere pinocchiesco, è Davide Falbo che ha fisico, news-arlecchino-estiva.jpgprestanza ed ironia, Amelia, la madre di Rosaura è Meredith Airò Farulla, il suo ruolo ha un che di dantesco, Celio è Marlon Zighi Orbi che ci ricordato Orlando Bloom, Lorenza Lombardi è Fernanda l'ostessa manesca, il suo romanesco è da Rugantino o Marchese del Grillo, e Pierdomenico Simone è Trappola il gobbo, “falso invalido”, molto “Pirati dei Caraibi”, un picchio punk, Puk rock. Uno, cento, mille Arlecchini.

“Arlecchino è savio o matto? È intelligente o balordo? Sono domande impossibili, perché la maschera si muove su un piano diverso. Anzi ciò che turba è la doppiezza o polivalenza della maschera” (Giorgio Strehler).

Tommaso Chimenti 17/10/2019

FIRENZE – Sublime. La perfezione. La precisione. La Pulizia. La Grande Bellezza. Il Teatro della Pergola, che apre col botto la nuova stagione, e Firenze di rimando in un gioco di specchi, torna ad essere al centro del discorso teatrale europeo con una coproduzione che esalta la scena, l'arte attoriale come quella registica. Una grande attrice, Isabelle Huppert, che da sempre alterna cinema d'autore e palcoscenico, un immenso regista, scenografo e datore luci, Bob Wilson, uno splendido compositore, Ludovico Einaudi ed un testo, allo stesso tempo ostico, poetico, raffinato, alto e pungente, “Mary said what she said” di Darryl Pinckney, grande autore americano vivente.bob_e_isabel-780x405.jpg

E' la storia di Maria Stuarda post mortem, i suoi ricordi, la Scozia, la Francia, le quattro ancelle di nome Mary come lei, soprattutto il figlio, la prigionia. Una sola donna in scena, la magnifica Huppert che si muove come danzatrice di carillon con un controllo del corpo sopraffino, delicato, eccezionale, che dialoga con questi grandi chiaroscuri e questi abbagli di luce che fulminano. Sembra la Regina degli Scacchi, dama di porcellana dai movimenti lentissimi a danzare, roteare, spostarsi come geisha che fruscia e scorre come su un tapis roulant. La luce adesso è un'alba, una lama che taglia il fondale (orientaleggiante) orizzontalmente, quasi un tramonto post atomica, una luce biancastra, malata e queste risate di bambino che inquietano l'inizio e decantano il finale commovente.

Una Huppert-Wilson1.jpgmegaproduzione che, oltre alla Pergola, ha visto tra i finanziatori il Theatre de la Ville di Parigi, il principale, la Wiener Festwochen di Vienna, l'Internationaal Theater di Amsterdam, il Thalia Theater di Amburgo tra i coproduttori. Tutta Europa ai piedi della Huppert. La scena è vuota, lugubre, uno spazio dove non ci sono più appigli né oggetti materiali, solo il suo abito scuro e nero che fronteggia questa luce che non dà calore. E' un manichino, è una bocca beckettiana che avanza piano, con una forza da togliere il fiato Mary si riprende il campo che le hanno sottratto, il terreno che le hanno tolto da sotto i piedi. Si confronta e si scaglia, duella, dribbla e fronteggia la sua stessa voce in loop registrato. La luce dietro, alle sue spalle, da tramonto macilento si fa adesso elettroencefalogramma piatto, una linea costante ad indicare che le funzioni vitali hanno abbandonato quel corpo che però ancora inveisce eMARY-SAID-WHAT-SHE-SAID__LUCIE_JANSCH-2-700x477.gif s'impunta, indica ostinato e azzanna nella sua impotenza coloro che l'hanno arrestata, giustiziata, dimenticata.

Maria disse quel che disse: siamo davanti ad una confessione, è un togliersi i sassi dalle scarpe, è un grido, è una liberazione, finalmente, è rivoluzione, è giustizia. Come fotogrammi immobili si sposta millimetricamente, una scarpa in mano come Cenerentola e questa luce che si fa buio accompagnata dal suono macabro e metallico di una ghigliottina che seziona, separa, divide irrimediabilmente. Luci, corpo e voce, che altro. Sul grande palco della Pergola la Huppert sola non sparisce, tutt'altro, lo conquista, lo cavalca, lo domina, lo riempie con la sua figura esile, con la sua voce corposa che zittisce l'aria, che ammutolisce. La luce adesso si fa verticale come un richiamo a Dio, una scala, un ponte verso l'Alto, a cercare quella croce che salva dalle nebbie pannose e cotonate che invadono la teca dove appare marysaid_1.jpgreclusa sul fondale. Nelle ripetizioni catartiche delle frasi, come una marionetta interrotta, Isabelle/Mary infine lascia andare l'ascia di guerra e si scioglie (e noi con lei) ricordando il figlio che non ha visto crescere. Lì la voce s'incrina, il tono si rompe e la regina torna donna, torna madre, torna umana e terrena. L'Arte può risarcire la Storia.

Tommaso Chimenti 14/10/2019

Inizia con una produzione inedita la Stagione di prosa 2019/2020 dell’Altrove Teatro Studio. Venerdì 25 e sabato 26 alle 20 e domenica 27 ottobre alle 17, si inaugura il terzo anno di attività di un luogo che, negli anni, è diventato un polo culturale di riferimento per il quartiere Prati e per la città di Roma.

In scena Le Sorellastre di e con Ottavia Bianchi, accompagnata sul palco da Patrizia Ciabatta, Flaminia Cuzzoli e Giulia Santilli per la regia di Giorgio Latini. La dinamiche familiari sono al centro dello spettacolo, con un intreccio che affronta temi - spesso irrisolti - comuni a tanti nuclei affettivi, che disperdono nel “non detto” l’amore filiare e fraterno.1

Il lutto unisce o divide? Quattro sorelle, Emma (Ottavia Bianchi), Ughetta (Patrizia Ciabatta), Elvira (Flamiania Cuzzoli) ed Emilia (Giulia Santilli), ormai adulte e lontane da molti anni, si ritrovano bloccate nella stessa stanza per 24 ore. In ballo c’è un’eredità che diventa l’innesco di un vero e proprio gioco al massacro fatto di rappresaglie, antichi rancori e desideri di vendetta mai sopiti.

La menzogna è il ring su cui i quattro personaggi combattono l’ultima battaglia rimasta in sospeso dall’infanzia. Il falso è così insito nelle loro esistenze che non riescono più a distinguere chi sono veramente, né a scindere l’immagine che offrono di sè agli altri. Ma cosa accade se poi il castello di carte crolla improvvisamente?

NOTE DI REGIA

Le quattro protagoniste del testo hanno perso lo status di sorelle e sono ora divise da un muro invisibile fatto di silenzi, non detto, imbarazzi. I genitori, solitamente perno fondante dell’unione familiare, sono invece diventati motivo di zizzania e discordia. La forzatura del doversi ritrovare per 24 ore nella stessa stanza senza poter mentire o barare, pena la perdita della possibilità di avere un futuro, innesca un meccanismo per cui temi come la morte e la menzogna vengono trattati con l’ironia feroce con cui solo la vita sa colpirci. Inevitabilmente anche l’occhio dello spettatore, voyeur dei drammi talvolta ridicoli delle quattro “Sorellastre” non può fare a meno di immedesimarsi e commuoversi per poi realizzare che può solo riderci sopra.

Giorgio Latini

NOTE BIOGRAFICHE

OTTAVIA BIANCHI 

Dopo gli studi presso la facoltà di Lettere Moderne dell’università “La Sapienza”, si forma come attrice all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico. Ha studiato, tra gli altri, con Mario Ferrero, Lorenzo Salveti, Franceco Manetti, Armando Pugliese, Luca Ronconi. Si è perfezionata nel canto con Agustì Humet Climent. Ha lavorato, tra gli altri, con: Massimo Popolizio, Paola Gassman, Mariano Rigillo, Pietro Bontempo, Massimiliano Farau, Ennio Coltorti, Andrea Camilleri, Rocco Mortelliti. Dal 2012, porta in tournée l’unico spettacolo autorizzato sulla vita di Monica Vitti, di cui è coautrice. Accanto all’attività di attrice, pratica anche quella di cantautrice e vocalist sia per varie formazioni che in spettacoli musicali. È autrice della raccolta del 2010 “Se piovesse su di noi”. Fonda con Giorgio Latini nel 2012 “I Pensieri dell’Altrove”, e insieme a lui assume nel 2017 il ruolo di Direttore Artistico dell’Altrove Teatro Studio.

PATRIZIA CIABATTA 

Nasce a Roma e si diploma all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, si è formata anche presso la Scuola Europea dell’attore “Prima del Teatro” e la Scuola Internazionale di Teatro “Auroville”. Ha frequentato stage con Luca Ronconi, Mario Ferrero, Lorenzo Salveti, Nikolaj Karpov, Stefan Gabor, Lucia Poli, Paolo Giuranna, Tullio Solenghi, Giuliana De Sio, Massimo Dapporto e Fioretta Mari. È stata diretta Armando Pugliese, Terry Paternoster, Luigi Saravo, Massimiliano Farau, Claudio Capecelatro, Giuseppe Bevilacqua, Gianluca Enria, Carlo Lizzani, Marco Maltauro. Attualmente fa parte del collettivo Internoenki. Ha fatto esperienze di teatro per ragazzi, canto, danza, acrobatica, acrobatica aerea, scherma e combattimento scenico. È attiva anche come insegnante di teatro ragazzi.

FLAMINIA CUZZOLI

Diplomata in Recitazione presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”.

Si forma tra gli altri con Lorenzo Salveti, Giuseppe Rocca,Francesco Manetti, Michele Monetta, Luciano Colavero, Massimiliano Civica e Antonio Latella. Lavora successivamente con Gabriele Lavia in “Medea” di Euripide ed “Elettra” di Sofocle. Ha lavorato inoltre con Vincenzo Manna in “Inverno”di Jon Fosse, Monica Conti ne “Il Misantropo” di Molière. Nel 2017 partecipa al festival dei Due Mondi di Spoleto con “Le Lacrime amare di Petra Von Kant per la regia di Federico Gagliardi. La sua formazione atletica inizia prestissimo con la ginnastica ritmica dall’età di 3 anni arrivando a sostenere gare nazionali. In seguito pratica danza contemporanea e hip-hop,acrobatica e acrobatica aerea. Nel 2014 partecipa al laboratorio “touché” all’interno di Biennale College condotto da Francesco Manetti e Antonio Latella sul combattimento scenico.

GIULIA SANTILLI

È un’attrice e doppiatrice italiana, nata a Roma il 30 giugno 1988. Si è diplomata nel 2009, a soli 21 anni, all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, sostenendo il ruolo di Titania ne “Il Sogno d’una notte d’estate” di Shakespeare, per la regia di Carlo Cecchi. Ha lavorato nella The Kitchen Company per quattro anni, interpretando vari ruoli in diverse commedie inglesi e francesi, in tour lungo tutta l’Italia, per poi tornare stabile a Roma e cominciare un percorso di lavoro con Matteo Tarasco, regista e drammaturgo. Insieme portano in scena: “Gli abiti del male” e “Iliade”. Da tre anni è entrata nel mondo del doppiaggio, senza però mai lasciare il teatro. In questo periodo è impegnata su tre progetti teatrali: “Ci chiamarono tutti Alda”, scritto da Fabio Appetito, spettacolo da cui è stato fatto un progetto fotografico da Emanuele Bencivenga; “Frida Kahlo”, diretto da Alessandro Prete; “Anna”, testo inedito, ancora da completare.

GIORGIO LATINI

Si forma all’Accademia Internazionale d’Arte Drammatica Teatro Quirino Vittorio Gassman, dedicandosi nel frattempo anche al doppiaggio. Negli anni viene diretto, tra gli altri, da Gabriele Lavia, Gigi Proietti, Carlo Boso, Alvaro Piccardi, Massimo Cinque, Giancarlo Sammartano, Francesco Sala, Sergio Basile, Francis Pardeilhan. È anche autore, adattatore e regista di testi di vari autori fra i quali: Michael Frayne, Yasmina Reza, Stephen Adly Guirgis, Claude Magnier, Tennessee Williams, Kenneth Branagh. Fonda con Ottavia Bianchi nel 2012 “I Pensieri dell’Altrove”, e nel 2017 inaugura l’Altrove Teatro Studio e ricopre il ruolo di Co-direttore Artistico.

Per tutte le informazioni riguardanti la Stagione 2019/2020 dell’Altrove Teatro Studio è possibile visitare il sito www.altroveteatrostudio.it, scrivere all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o contattare telefonicamente il 351/8700413.

 

U.s.

14/10/2019

GENOVA – Cos'è un uomo senza i suoi ricordi? Il duo degli Instabili Vaganti da Bologna si è spostato nel mondo in questi ultimi quindici anni e qui, vagando appunto come il loro nome ci suggerisce, hanno trovato una casa, un luogo, più luoghi disparati sul mappamondo, dove risiedere, creare, fare residenze, progettare lavori. Si sono creati il loro status, il loro passaporto artistico passando frontiere e riportando le loro esperienze nei loro laboratori, prima, e nelle loro performance, poi. Lo scrissi al tempo della visione de “Il Rito” dove pareva che, dopo tanto peregrinare e tanto materiale accumulato nelle retine, sulle ossa, tra gli appunti, dovessero ancora pienamente metterlo a fuoco, selezionare, digerire le esperienze per farne “teatro”, e non per mettere in scena i loro viaggi. I loro viaggi artistici di una vita, che li hanno formati e li hanno portati ad essere ciò che adesso sono, che hanno creato quell'humus, quell'habitat dove stazionano, ed è da lì, in questo luogo immaginifico e metaforico, inesistente e immateriale, che devono tentare di far passare, di comunicare il loro mondo interiore.global_city_1.jpg

Anche questo “Global City” soffre delle stesse sbavature, seppur nel complesso si noti un deciso miglioramento e una maggiore accuratezza, video, coreografie e scene (la produzione del Teatro Nazionale di Genova, insieme al Festival uruguaiano FIDAE, nonché del Bando Siae “Per chi crea”, a sostegno del coro di sette giovani, si sente), con quadri dove ci raccontano il loro viaggio come una serie di diapositive e sezioni e racconti in giro per il globo. Sono ricordi estrapolati (come in “Minority Report” o in “Atto di forza”, “Se mi lasci ti cancello” e “The Bourne identity”) come in un laboratorio da esperimenti e cavie per toccare con mano il loro diario di bordo tra Messico, India, Uruguay, Corea del Sud. Malmo_600x400.jpgRimaniamo in superficie: ci raccontano quello che già sappiamo, ovvero che hanno fatto migliaia di chilometri per lavoro. Ne siamo entusiasti, li ammiriamo per questo, per ciò che sono riusciti a ritagliarsi. Ma poi? E quindi? Il viaggio dovrebbe essere un mezzo per raggiungere altre parti di sé non il fine ultimo come appare qui, viaggiare per raccontare di aver viaggiato.

Dovrebbero lasciarsi alle spalle questa loro poetica ed usarla e farla fruttare mettendola a servizio del teatro, non raccontarci che cosa hanno visto e fatto ai quattro angoli del pianeta ma, attraverso questa grande esperienza e fortuna che sono riusciti a crearsi e guadagnarsi sul campo, riuscire a metterla in un'opera senza cartina (altrimenti si scade nell'autocompiacimento), senza mappe e freccette (altrimenti è tripadvisor o booking.com), senza geografie tangibili (altrimenti si è blogger di viaggio o reporter, che è un altro mestiere rispetto all'attore o al performer). Manca il giusto distacco e la distanza necessaria per accantonare le proprie biografie, un lasciarsi in un angolo, divenire personaggio, quindi universale e trasversale, e abbandonare se stessi in camerino. Che il viaggio serva a formare, umanamente, esistenzialmente e professionalmente, ma che non sia lo scopo conclusivo e definitivo del racconto, il fine ultimo dello stare sul palco: “Queste sono le mie città, città reali nelle quali megalopolis_tampico-ph_TFM.jpgho vissuto e nelle quali mi sono sentita viva”, dice Anna Dora Dorno (deve lavorare sulla parte canora), “Questo è il mio teatro, questa è la mia arte e mi batterò per difenderla”, proclama Nicola Pianzola (bene, soprattutto nella parte coreografica e atletica). Un teatro che parla degli autori che fanno teatro, in un circolo claustrofobico a senso unico che fa il giro e che poi torna al punto di partenza.

Gli Instabili sono anche cresciuti come estetica, come impianto, più articolato, come struttura complessiva, più composita, come assemblaggio attorno ad instabili-vaganti.jpgun'idea. Dall'altra parte, in vari passaggi e fasi, si ha la sensazione di svariati riverberi che ci hanno ricordato troppo Pippo Delbono, echi della sua enfasi, rimandi al suo pathos. In mezzo a tante scene dove si susseguivano racconti e record delle varie fasi estere e in terra straniera del duo, questo il fil rouge di fondo, alcuni quadri invece ci hanno lasciato perplessi: estemporanee le maschere di Trump e Kim Jong-un, il wrestler messicano, un rap molto jovanottiano sulle città incontrate nel loro cammino, il tutto mischiato in un melting pot, english & espanol, senza essere riusciti a capire l'idea che gli Instabili hanno del teatro, sul teatro. Ci rimangono i chilometri che hanno percorso, ci è mancata la tridimensionalità. Un teatro di viaggio e non il viaggio del teatro.

Tommaso Chimenti 11/10/2019

TORINO – E con questa sono ventisei le edizioni del “Festival Incanti” (3-10 ottobre) dislocato tra Torino, Grugliasco e Rivoli con la centralità della Casa del Teatro ma anche, sempre nel capoluogo piemontese, il magnifico Circolo dei Lettori, il Teatro Astra e il Cinema Massimo. Il direttore Alberto Jona ha stilato un cartellone (supportato e sostenuto da Compagnia di San Paolo) con ospitalità da Perù, Canada, Spagna, Svizzera, Francia e Italia per un giro del mondo attorno e dentro al teatro di figura, piccole e grandi scoperte capaci di meravigliare, far sobbalzare o semplicemente sognare: non è poco.

Grande colpo per “Incanti” quest'anno è stato quello di essere riusciti a portare a Torino il memorabile gruppo svizzero dei Mummenschanz, storica compagnia mummen.jpg(riconosciuta a livello globale al pari di Cirque du Soleil, Stomp o Momix) da cinquant'anni in giro per il mondo con le loro creazioni, compreso Broadway. In un Teatro Astra gremito e traboccante (la rassegna si è aperta nel teatro del TPE diretto da Valter Malosti) si è sciolta e diffusa la loro ingenua e colorata vitalità con “You & Me”, vero inno fanciullesco, leggero e trasognante. Quasi due ore, ma godibilissime e scorrevoli, pur senza una parola né una musica, per un impianto gigantesco dalle mani bianche del mimo, su uno sfondo nero perfetto, che fanno il “muro”, si danno il cinque, si stringono in segno di saluto, indicano il pubblico, vagamente e gentilmente minacciose. Nascono, crescono e proliferano creature curiose e fuori dall'ordinario in questo universo che ribolle sul palco: grandi vermi verdi con la faccia da pesce e pavoni, farfalle e fantasmi, spermatozoi e murene, esseri marini stranissimi e meduse che lottano, giocando, tra cromatismi sfavillanti e spumeggianti. Una gioia per gli occhi. Un habitat primordiale, un terreno sommerso, forse primitivo e ancestrale, prima, molto prima della comparsa dell'uomo e di qualsiasi genere animale che conosciamo oggi. Orecchie blu Mummenschanz.jpggiganti, anemoni di mare e cavallucci marini tenerissimi e trasparenti, perfetti nella loro dolcezza e vulnerabilità, o pesci luminosi che vivono nelle profondità degli abissi o nella Fossa delle Marianne. Ma sono le meduse le vere attrici principali, sinuose, melliflue, seducenti come sirene, volanti, caracollanti in questa loro danza continua di tentacoli come braccia della Dea Kali. E ancora uova e rane e umanoidi stilizzati e segmentati che ci hanno ricordato la mascotte del campionato del mondo di calcio di Italia '90. Teste che diventano violini, volti di gong o di triangolo, che si trasformano in formiche o nell'urlo di Munch, tubi che sono lombrichi, mostri gonfiabili e bocche che ingoiano rifiuti. L'unica regola è che non ci sono regole, non cercare spiegazioni, segui soltanto il fluire, lasciati trasportare nella corrente.

Mettere i sacchi di sabbia vicino alla finestra come diceva Lucio Dalla ne “L'Anno che verrà” non servirà. Il gruppo pisano rimane travolgente, sempre elettrico ed eclettico, riesce sempre a stupire, coerenti all'interno di una loro poetica riconoscibile e congrua ma sempre spiazzanti, proseguendo nel loro percorso brillante, alto e popolare, insistendo sull'altra loro vena artistica, quella del disegno, del fumetto, del segnoMoschettieri 3.jpg sulla carta. I loro “I quattro moschettieri in America” è un inno al cartoon, alle storie lette da ragazzi, che poi sono quelle che costruiscono un immaginario e ci fanno sognare, alle figure con le quali giocavamo, non supereroi ma terreni, fallimentari, umani. I Sacchi di Sabbia miscelano i moschettieri di Dumas con la New York in bianco e nero del cinema del dopoguerra, cappa e spada e pistole, fioretto e le magnum dei mafiosi d'Oltreoceano con cognomi italiani. E l'incrocio e l'incontro sono fertili perché le risate e i colpi di scena appaiono come pop up (meravigliose opere d'arte) che si aprono dai libroni posti su un tavolino centrale. C'è il canto in rima, altra peculiarità e scelta del leader Giovanni Guerrieri, moschettieri in america-2.jpgc'è un'emigrazione al contrario, dall'Europa negli Stati Uniti, c'è la disoccupazione e la disperazione con la conseguente presa di posizione di farla finita decorosamente: “Spesso ci scambiano con i Fratelli Karamazov”. Personaggi involontariamente invincibili. Appare anche una battuta tratta da “Chi ha incastrato Roger Rabbit”, altro caposaldo che mischiava attori in carne ed ossa e cartoni animati: “Hai una pistola lì sotto o sei soltanto contento di vedermi?”. Un road movie pieno di inseguimenti, di disegni mirabolanti (bel tratto di Guido Bartoli), di fumetti eccitanti, una graphic novel di fuggiaschi e gangster senza scrupoli, dove per una volta vincono i più scalcinati e cialtroneschi: per bambini di tutte le età.

Sia nel 2017 che questa estate siamo stati invitati e abbiamo seguito il Festival Biennale della Marionetta di Saguenay, il Fiams in Canada, su un fiordo in Quebec. Proprio nell'ultima edizione abbiamo avuto la fortuna di assistere, della compagnia La tortue noire che organizza l'impegnativa rassegna nel Canada francofono, al monumentale “Ogre”. Se l'Orco del titolo era un pupazzone di quattro metri e la scena aveva grandoeuvre-adam.jpgnecessità di spazio per aprirsi ed esprimersi, questo “Le grand Oeuvre” si presenta in tutta la sua ristrettezza e piccolezza. Uno spettacolo per pochi spettatori, tutti a contatto con questa struttura magica, affatto semplice, dove tutto si trasforma, prende vita, si anima. Un teatro da camera che ci porta dentro gli esperimenti e le alchimie di un monaco incappucciato che già ci conduce all'interno dei misteri, delle penombre e dei chiaroscuri del “Nome della Rosa”. Una postazione dove il frate (Martin Gagnon, somiglia a Kevin Spacey) mischia, sposta, confabula, aggiunge pozioni e intrugli, crea, cupo e fosco e losco, in una serie di rituali esoterici e fumi e nebbie. Due sono i “palchi” a disposizione dentro questa minuta cabina: lo spazio sul tavolo davanti al religioso e il mondo dei suoi pensieri che si manifestano e solidificano e diventano reali e tangibili e prendono vita Le grand ouevre.jpgsulla sua testa calva, rasata come il Mondo, sferica come la Terra, rotonda come il nostro Pianeta. Lì le idee prendono corpo. L'alchimista è governato da due mini droni, il Bene e il Male che si scontrano e cozzano infondendo le loro volontà e verità alle azioni dell'ecclesiastico. Nascono tanti piccoli oggetti (il manovratore invisibile alle sue spalle è il regista Dany Lefrancois, un lavoro millimetrico e precisissimo il suo), quasi una creazione del mondo in sette giorni. L'alchimista è Dio che gioca sia con gli uomini che a dadi, sul suo tavolo da esperimenti e prove: ecco gli alberi, ecco una coppia, presumibilmente una sorta di Adamo ed Eva, e poi ancora alambicchi e bilancini, centrifughe e spume, ricette e ingredienti segreti e fatati e fatali, incantati e prodigiosi. Sulla sua testa spuntano missili e lampi di guerra fino ad una croce e ad un inquietante umanoide: la storia, complessa e articolata, di Dio e dell'uomo in mezz'ora, vitale ed esplosiva, colma di effetti artigianali e pirotecnici: magico.

Tommaso Chimenti 07/10/2019

Venerdì, 27 Settembre 2019 09:15

Humana Vergogna irrompe a Skopje al MOT Festival

SKOPJE – Contraddizioni e Balcani. Separazioni. Chiusure. Skopje si trova nel mezzo al quadrilatero formato da Pristina, in Kosovo, Sofia, in Bulgaria, Salonicco, in Grecia, Tirana, in Albania. Dove ti volti sono frontiere, confini, passaporti e visti e timbri. Siamo in Macedonia del Nord. La bandiera è un sole giallo su sfondo rosso, un Sol dell'Avvenire che ricorda quella giapponese. Il terremoto del '63 aveva raso al suolo la vecchia Skopje e la ricostruzione (costata 600 milioni di euro) ha creato una creatura ibrida e multiforme per appassionati architetti o per fotografi dai tanti spunti. Un accatastamento, un affastellamento, una somma continua di misure e strutture. Se appena usciti dal centro i marciapiedi sono divelti, le case distrutte ed occupate, famiglie dormono sotto i ponti, molti cercano cibo dentro ai cassonetti e ci sono cani randagi in quantità industriale, il centro è una scintillante Las Vegas dove edifici in onore a Madre Teresa di Calcutta (c'è anche la sua casa) si spintonano con gigantesche colonne neoclassiche e templi, banche dalle vetrate riflettenti e statue comuniste con figli che partono alla guerra e bandiere che sventolano, casinò per turisti e l'Old Stone Bridge, anch'esso ricostruito, della metà del '400. Costruzioni indiscriminate senza un preciso disegno complessivo. Nel fiume, basso e melmoso, pescano ancora ma quello che maggiormente salta agli occhi e che spunta grossolano e invadente sono i galeoni immensi, addirittura tre, che sembrano usciti dai Pirati dei Caraibi, dove al loro interno spumeggiano ristoranti vip e hotel top. A_Tri-sestri-3.jpgE poi fontane (dentro le quali non annegano nemmeno uno spicciolo: il benessere si vede anche da queste cose) e giochi d'acqua si inseguono con i marmi bianchi, i lampioni e il gusto per le statue ha un po' preso la mano: guerrieri, leoni, spade, cavalli in un incrocio kitsch e mastodontico del quale non se ne capisce bene il senso. Stucchi e santi mentre sotto vendono pannocchie, cantieri aperti e cumuli di macerie, teatri (qui convivono quello macedone, quello albanese e quello turco) e l'Opera con una predilezione per il cemento. Tutto è sovradimensionato rispetto alla popolazione. Addirittura si erge un Arco di Trionfo e la copia del toro di Wall Street. Eros Ramazzotti sarà qui in concerto il 30 settembre. Tanti turisti giapponesi, i tour operator stanno lavorando bene. Donne completamente velate in nero con la sola fessura degli occhi ad immaginare il mondo e auto truccate che sgommano sui viali, gli autobus cittadini a due piani rossi come quelli londinesi, i lucchetti attaccati sui ponti (simili a quelli di Lubiana) ricordano amori certamente già finiti. Se alzi lo sguardo da una parte una croce, che la notte si illumina, a proteggerci (quasi, senza voler essere blasfemi, un Cristo del Corcovado) mentre dall'altra ciminiere che sbuffano e sputano senza sosta. Appena si lascia il centro a misura di turista, ci accolgono giardini incolti e una generalizzata incuria, aria di disfacimento, di perdita, di caduta, di arrugginito, di lasciato a se stesso: Skopje “è 'na carta sporca e nisciuno se ne 'mporta e ognuno aspetta 'a ciorta”. I macedoni la definiscono “barocca” ma forse non conoscono bene il significato della parola. Cenci e cianfrusaglie, scartoffie e scatole, desolazione, aria di dismissione lontano dalle palme in stile Cannes piantate sul lungo fiume. E poi moschee e minareti e la grande fortezza fanno da spartiacque con la parte più colorata e viva della città, sicuramente più autentica: l'Old Bazaar, città dentro la città, fatto di stradine in pietra, di venditori di limonate e banchi dove vendono paprika e burek, pasta sfoglia con verdure e carne.

Ed eccoci al A_Tri-sestri-4.jpgMot Festival, alla sua quarantaquattresima edizione, oggi diretto da Ruse Arsov, che si svolge principalmente nel centro culturale MKC e che in queste quattro decadi ha ospitato da Grotowski a Barba, Ostermeier, Korsunovas e Jan Fabre. Altri festival macedoni sono quelli di Bitola, shakespeariano, Ohrid, Prilep ma ce ne sono una ventina sparsi. Lo stipendio medio di un attore sotto contratto con un teatro nazionale si aggira, al cambio, sui 400 euro. Il Mot (budget 100.000 euro) si inserisce in quella lista di grandi festival balcanici che va dal Mladi Levi di Lubiana passando per il Mess di Sarajevo, fino al Bitef di Belgrado. Una grande produzione l'anno, quest'anno dedicata allo sloveno Tomi Janezic, la maratona di 10 ore “No title yet”. C'è anche un attore italiano, per ora primo ed unico, ad essersi diplomato in queste zone: Luca Cortina. Per quanto riguarda i gruppi italiani, sono passati a queste latitudini, il Teatro dei Pupi di Palermo e i Koreja di Lecce, i Motus di Rimini ed Eugenio Allegri e in quest'ultima edizione (13-21 settembre) i ReteTeatro41 con la produzione “Humana Vergogna” che ha debuttato a Matera a marzo, ecco la recensione: https://www.recensito.net/teatro/humana-vergogna-matera-capitale-gribaudi.html

Altri due spettacoli hanno attirato le nostre attenzioni, un “Tre sorelle” (regista Vasil Hristov, Teatro Turco di Skopje) a dir poco catartico e pungente, acido e grezzo, che tra pianti disperati, dolorosi scontri e abbracci tragici ci ha straziato, aprendoci dentro. Una trasposizione contemporanea cechoviana che ha lasciato inalterate le universalità contenute nel sottotesto, la disgregazione familiare come l'attaccamento, il sangue e la colla del nucleo primigenio, la difficoltà di lasciare il nido come l'estrema complessità nel tornarvi, le divisioni, le differenze, le impossibili A_Moonlight-2.jpgconciliazioni, il tempo che passa e tutti ferisce, allontana. In turco con i sottotitoli in macedone ma è riuscito lo stesso a colpire con una strana carica emotiva poderosa che arrivava sottopelle tra i microfoni sul boccascena dove amplificare la portata delle proprie frustrazioni, questo Padre che sul suo trono, stanco e rassegnato, vede i suoi eredi lacerarsi, un batterista che pestava duro e scandiva i bassi di queste vite frantumate, il plexiglas obliquo che avvolgeva cassa e rullante e che rifletteva, sporcandone i contorni e rendendoli opacizzati, dei protagonisti sempre in scena tra le sedie sul fondale o l'essere protagonisti. Quasi un concerto con le musiche calde, da Bob Dylan a Nick Cave a creare una patina epica che ha sovrastato e permeato ogni gesto, corposo, pieno, decisivo, infinito. Molto urlato, molto sudato, molto sentito, molto. Eterno. Disarmante.

Inoltre il curioso “Moonlight” (compagnia Lokomotiva, Skopje) dove, all'interno del Kino, il vecchio cinema della città, ci accolgono i due danzatori-performer completamente nudi. I due ragazzi omaggiano Marina Abramovich schierandosi molto vicini costruendo una nuova porta, dopo l'ingresso, di carne umana, dovendo il pubblico scrusciarvisi contro per poter accedere alla sala. Ci regalano frutta e dolcetti in perfetto stile panem et circenses: mele, uva, banana, lecca lecca, tutto ha un richiamo vagamente erotico. E' una performance estremamente fisica dove aggiungono movimenti a movimenti in serie precise. Sembrano atleti delle Olimpiadi greche classiche (gareggiavano nudi) ballando senza toccarsi, adesso con le proprie ombre, ora come carillon. Sembrano pugili sudati alla fine di ogni round ed i loro gesti e saltelli concentrici e insistiti creano una trance sensoriale e un mantra che in loop regala misticismo. E, continuando sul filone atletico, sembra che diano di scherma o di boxe, che tirino con l'arco o che giochino a tennis. Senza esclusione di colpi né di corpi. Nella prima parte muovono A_Moonlight1.jpgle gambe, nella seconda invece i piedi sono fissi e immobili mentre nella terza, finalmente, la danza si fa a due divenendo un tango silenzioso e muto e, adesso senza musiche, si sentono soltanto il rumore delle assi che scricchiolano come dei due cuori in sussulto in questo liscio atono, in questo valzer sfiatato. Ipnotizzanti.

E' proprio vero che il luogo dove viene portato uno spettacolo, soprattutto per le performance interattive, è come un abito che cambia connotati a seconda del contesto. E' quello che (mi) è successo durante la visione di “Humana Vergogna”, creato da Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti per Matera Capitale della Cultura Europea (progetto coordinato Franco Ungaro) e adesso portata a Skopje dove aveva avuto tre settimane di gestazione nel dicembre scorso. Il rapporto con il pubblico è fondamentale nel cercare di analizzare, anche giocando, i retroscena del senso di colpa, i perché reconditi che cambiano a seconda del luogo nel quale siamo cresciuti. La colpa, e la conseguente vergogna, sono culturali e sono sedimentati nei dna dei popoli, stratificati in gesti, comportamenti dati per scontati. La platea, molto corposa, è risultata più fredda, più titubante e “impaurita”: si parlava di qualcosa che li poteva toccare da vicino, c'era da sporcarsi le mani, bisognava riflettere non sull'oggetto teatro ma era il teatro che parlava al loro vissuto, al loro interno, al loro essere profondo. Parlare, ad esempio, di “Nazione” nei Balcani sfugge sempre, è un concetto ora labile, adesso forte e saldo, impermeabile, che genera anche contrasti, mai sopiti, e chiusure. Cinque performer: una macedone, una giapponese, tre italiani, quattro donne e un uomo, in calzini, mutande e pellicce. Vergogna qui si scrive CPAM. Corpi non perfetti e la loro accettazione, ognuno con la propria corona che può essere di spine come da Re o Regina, ossimoro della loro sconfitta.foto25.jpg

Ogni spettatore ha ricevuto all'entrata un foglio bianco sul quale scrivere la propria più intima vergogna: alla fine, come riscatto catartico e liberazione, verranno lanciati come biglie scagliate, ognuno contro il proprio passato, sul palco. Sono raccolte e impilate: si spera in una pubblicazione. In territori martoriati come quelli balcanici ogni senso è amplificato. “Posso piangere?” ci chiedono, e qui ne hanno avuti motivi per farlo e forse, proprio per questo, adesso è più complicato farlo oppure mostrarlo quel dolore sotterraneo e soffuso. La ricerca di consensi e false amicizie passa inevitabilmente anche dai social network: ci sentiamo più amati e desiderati a seconda se i like, i pollicioni verso l'alto sono in grande quantità. Ma questa è una droga che non ha né dà soddisfazione; ogni volta servono più like, e la posta si alza sull'inventiva e sull'estremo a cui tendere, per sopperire e colmare vuoti reali d'affetto, di vicinanza, di sensibilità. Chi siamo ormai passa soprattutto, purtroppo, da come gli altri ci vedono, ci sentono, ci percepiscono. La parte del “Touch me” mette in contatto la platea con i propri vicini ed anche questo piccolo gesto eucaristico da rito cristiano diventa motivo scardinante delle loro piccole fortezze. “My memory” è sempre lo step che più tocca nel profondo, che riesce come un amo sul fondo a grattare via il fango, a farci sentire tutti un po' meno sbagliati, errati e imperfetti ma non per questo punibili. Le autobiografie dei performer (non è importante né ci è dato sapere se realmente sono le loro, ma non è assolutamente vincolante e fondamentale, il teatro è il terreno della finzione e del verosimile) aprono spazi di rappresentatività, di interconnessione profonda, tutti Humanavergogna_fascia.jpgci siamo sentiti un pezzetto di quello che ci stavano raccontando. In quel momento è come se fosse scesa quella carezza che non ti hanno dato, la pacca sulla spalla mancante al momento opportuno, quell'abbraccio che ancora è pressante nella sua assenza che fa vuoto, che dà gelo e fa sentire maledettamente soli. Chi ballava e ce la metteva tutta e la madre invece le trovava tutti i difetti possibili, la prima volta che abbiamo fatto sesso e le cose non sono andate come nei film romantici, chi non aveva abbastanza soldi, chi ha baciato una persona del suo stesso sesso e si è sentita giudicata ed è stata bollata con un “mi fai schifo”. Ed è al grido di battaglia, prima sommesso e che poi cresce, di “questa non è la mia storia, questa è la tua storia”, che il ghiaccio pare sciogliersi. E' la chiamata alle armi dello Zio Sam che parla proprio a te, alla tua piccola esistenza. Uno spettacolo con una patina di leggerezza colorata che porta con sé la rottura di schemi e barriere, un articolato pensiero su chi siamo, e soprattutto su chi non vogliamo più essere. Più che uno spettacolo un esame compresso di sociologia e antropologia, un breve decalogo esposto da questi corpi che esprimono erotismo, una grande carica fisica, animalesca, primitiva, eccitante. Corpi che danno la forza di accettare il proprio, di sentirsi in pace con l'intorno, corpi che ci dicono che non sono gli altri il metro di giudizio della nostra felicità. Via le paure, viva la bellezza dell'empatia.

Tommaso Chimenti

Sabato, 21 Settembre 2019 17:14

Milano Off: il Fringe che mancava

MILANO – Ultimamente, negli ultimi anni, c'è stata un'ondata di Fringe italiani inseguendo quello leggendario di Edimburgo. Torino, Roma, Milano. Per fortuna però, soprattutto per gli artisti, la situazione italiana è più comprensiva e solidale con chi fa e produce arte. Ad Edimburgo si paga la venue, il tecnico, i possibili ritardi di montaggio e smontaggio, è complicato, e soprattutto autonomo e indipendente, il chiamare sia il pubblico che paghi un biglietto (il marketing e la promozione della piece è tutto a carico delle compagnie che spesso ingaggiano giovani aiutanti e di bella presenza per spargere volantini spesso in pattini per raggiungere più agevolmente più zone della città scozzese) che la critica che poi recensirà lo spettacolo. Se Edimburgo è una giungla, da sconsigliare, a meno che non si abbia un prodotto valido sul quale puntare, conoscere bene le regole d'ingaggio e perfettamente l'inglese, non si fanno sconti sull'accento latino, (vedi ad esempio l'ottimo Ceresoli con “La Merda”), una bolgia dove i più vengono tritati e triturati sull'altare del marketing camuffato da arte, i nostri sono più vivibili ed a misura d'uomo, più vicini, terreni.tea ceremony 2.jpg

Quello di Milano (terza edizione, dal 17 al 22 settembre, nella stessa settimana a Milano c'erano la Fashion Week, il Derby meneghino del pallone, Tramedautore al Piccolo, il concertone finale di Jova Beach Party), per la direzione di Renato Lombardo e Francesca Vitale, ha scelto di dislocarsi in varie parti della città; la Fabbrica del Vapore, con due stage, il Teatro Libero, il Teatro della Cooperativa e IsolaCasaTeatro; forse un maggior accentramento alla Fabbrica del Vapore avrebbe permesso una più forte identificazione di uno spazio con la rassegna. La FdV è un luogo magico di vetrate e mattoni, con il suo stile unico post industriale che ben si coordina con il teatro contemporaneo e la nuova drammaturgia. Sulle centinaia di proposte arrivate ne sono state scelte, in gara (c'è una giuria tecnica e una popolare con votazioni e schede), venti pièce mentre altri sei spettacoli erano ospiti (tra i quali Moni Ovadia, Raul Cremona, Jango Edwards, Fabrizio Martorelli, Mario Incudine). Tra i premi, una partecipazione ad Avignone Off, una replica al Clan Off di Messina, una a Catania all'interno di Palco Off, una a Milano al Libero, una al Torino Fringe e una masterclass a Barcellona di Nouveau Clown. Un gran bel pacchetto.

Le nostre preferenze (come giurato) sono andate certamente nella direzione del “Tea Ceremony” con in scena lo strepitoso e misurato artista cipriota Ioannou che si trasforma, perfetto nelle movenze, nel ritmo cadenzato e nelle pause silenziose, nella dama di compagnia per eccellenza del Sol Levante, la geisha. Già nel titolo è compreso quello che vedremo e quello che andrà a fare la signora (bellissimo il kimono, trucco perfetto, non una parodia ma un vero e proprio trasformismo) ma è un'illusione che ci distrae, mentre la donna giapponese, con i suoi modi delicati e gentili, lentamente ci porta in altri terreni, su altri piani e dimensioni. La performance, tutta in inglese, è un inno all'enjoy the silence, alla lentezza, al calibrare le nostre azioni, al pensare prima di agire, al pensare alle conseguenze del nostro stare al mondo. E c'è una formula che si ripete come mantra quasi ad ogni inizio capitolo che rilancia e ritorna: se in italiano la parola “ospite” identifica sia chi ospita che chi è ospitato, in inglese invece il primo è host mentre il secondo è guest. E se la formula magica nella prima parte è “I am your host and you are my guests” nella seconda il messaggio di entrare in punta di piedi in una nuova stanza e rispettare le altre persone diviene ambientalista ed ecologista. E' la terra che diventa chi ci ospita, the Earth, mentre noi non siamo i suoi padroni ma i suoi ospiti, tea ceremony 3.jpgospiti che devono lasciarla più intatta possibile nel loro passaggio misero e minuto. E le mani, come i piedi, si muovono lenti, così come il ventaglio e il raso che fruscia. Al suo fianco un vaso con un fiore dentro caduto a terra, simbolico, tragico, epilogo caustico. Questa strana geisha credibilissima ci racconta di una bellezza da rispettare, quella bellezza che attorno a lei non si vede tra un ventilatore a terra, varie cianfrusaglie che non apportano magia, alcuni attrezzi per fare il tè ma, come dice lei stessa, per fare il tè ci vuole il tè e noi non lo abbiamo. Somiglia a Sean Penn nel sorrentiniano “This must be the place” con quell'impasse, quella stessa flemma quasi letargica, compunta e soffice e tenera. Appaiono delle fotografie da appendere e qui il gioco si fa interattivo (per la verità lo è fin dall'inizio) chiedendoci che cosa stiamo vedendo con più opzioni bislacche e consumistiche per camuffare l'amara verità: ecco le mondine che coltivano appunto le foglie di tè, schiena curva e fatica, donne che vanno a prendere l'acqua compiendo decine di chilometri al giorno in Africa, ultima una città distrutta, che sia guerra o terremoto. Il suo è un canto doloroso, un urlo muto e piccolo, un piccolo grido microscopico in mezzo al rumore lancinante. Lasciandoci con la massima, banale se vogliamo ma alla quale non diamo troppo peso nelle facezie inutili delle quali infarciamo le nostre giornate: “Il tempo è la maggior ricchezza che abbiamo a disposizione”. Purtroppo ce ne scordiamo spesso, per sopravvivere.

Di tutt'altro tenore, anche se anche qui si parla della condizione della donna (e vagamente il parallelismo con la geisha non è campato in aria), ma sempre da sottolineare, è la nostra “Super Casalinga” un'eroina (più anti) che grembiule e cencio in testa, come la Mami di Via col Vento, beve Red Bull per caricarsi e per cominciare la giornata di olio di gomito, di lena a pulire, spolverare, lucidare. Con musiche sottolineanti leggere si muove con le pattine su un'impiantito brillante dopo aver chiuso con mille mandate e chiavistelli la porta della propria abitazione. Il mondo sta chiuso là fuori, il suo mondo è soltanto questo, fatto di oggetti, di proprietà privata, di silenzi. Già perché la geisha nostrana Supercasalinga.jpg(Roberta Paolini frizzante) è sola al mondo: il marito è defunto, ma lei ci parla attraverso la sua fotografia (si scoprirà che è un famoso personaggio simbolo di prodotti per la casa), anche la madre è morta ma le parla attraverso un suo grande ritratto impartendole lezioni di vita su come essere una casalinga perfetta. La sua droga è l'odore del sapone liquido, il suo doping è sniffare l'aroma dei detersivi alla candeggina, il suo sballo è l'ammorbidente mischiato all'amuchina. Carezzandosi con cenci nuovi per pulire prova quasi un orgasmo e gira con una gigantesca lente d'ingrandimento per scongiurare le macchie più ostili e soprattutto per scovare anche quelle più nascoste e tignose. Anche quando balla il twist con il fondoschiena pulisce mobili e sedie dalla polvere, fino a quando non intrattiene un corpo a corpo con l'aspirapolvere, un aggrovigliamento con punte d'erotico mentre il tubo si fa fallico attaccandosi ai suoi seni, al pube, di lotta di Tarzan nella foresta, pare un anaconda che la vuole strozzare, un boa constrinctor che la vuole soffocare nel bacio della morte. Ora danza scatenata come Freddy Mercury in “I want to break free” (anche lui nel video era vestito da casalinga disperata) oppure saltellando come gli AC/DC. La guerriglia finale è con una macchia di umidità e muffa che sembra cosa viva e pare indistruttibile, indistruttibile. 

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E' il Far West de “Il buono, il brutto e il cattivo” con un duello all'ultimo straccio dove scende in campo un'attrezzatura in stile Chernobyl. Come una strega mischia polveri, detersivi, saponi, intrugli e pastiglie e odorandolo balla il moonwalk e muove la testa come Totò. Nella vittoria finale con la macchia (c'è un che di psicologico e metaforico) c'è tutta la sua liberazione, nei confronti della madre e del marito che anche da defunti le davano ordini e indicazioni e la facevano sentire inferiore e sempre in difetto e in debito. Una liberazione che però non porta i frutti sperati perché la donna non rinnega la sua precedente esistenza rinchiusa nelle sue quattro mura linde uscendo finalmente e godendosi il tempo che finora ha buttato pulendo ma si mette un grembiule glitterato continuando comunque a lucidare ma indossando un abito da lavoro più luccicante e fashion. La casa è pulita ma la tristezza è che non c'è nessuno accanto a lei a “sporcarla” vivendola.

Al contrario siamo rimasti sconcertati da “Skua 1940”, una storia di guerra, la Seconda Mondiale tra inglesi e nazisti, affrontata da giovani attori (la compagnia La Ribalta di Novara) con sufficienza, pressappochismo, e quella frivolezza che trattando alcuni argomenti non puoi proprio permetterti. Siamo in Norvegia e in un cascinale abbandonato nella neve si rifugiano tre soldati tedeschi Skua 3.jpge due aviatori inglesi. Da subito il battutismo e il gusto della comica forzata ha preso il sopravvento ricordandoci tutti i b-movie in stile militaresco nostrano anni '60 dove celebri cantanti dell'epoca (ad es. Morandi) recitavano nella parte di se stessi alle prese con la naia tra battute scontate e fastidiosi ammiccamenti. Innanzitutto i cinque si parlano e subito si capiscono, in che lingua parlano non ci è dato saperlo. Ci dicono che in Norvegia ci sono i pinguini quando questi animali vivono al Polo Sud, per non parlare della musica che parte da un grammofono (siamo in pieno tempo di guerra e nella capanna sono presenti stufa, cibo, alcool, strumenti musicali e dischi) che è chiaramente di stampo irlandese-celtica. Il tutto si fa poco credibile tra una rincorsa, facce e toni parodistici, e un'aria bonaria di fondo da commediola che li fa diventare cinque boy scout che si sono persi nella neve o una squadra di calcetto negli spogliatoi tra confessioni e amicizie. C'è una sola pistola ma le due fazioni se la scordano o la passanoSkua.jpg (in)volontariamente agli altri ribaltando le posizioni di forza, la lasciano sul tavolo in un clima cameratesco da gita scolastica e da volemosebbene. Non si sente la sostanza, la possibilità di scivolare tra la vita e la morte. E poi malintesi e qui pro quo che appesantiscono il claudicante racconto. Il gioco con le tazzine e i piattini è terribilmente e scadentemente copiato spudoratamente (peggio, molto peggio) dal cult “Thanks for vaselina” di Carrozzeria Orfeo. Quando suonano fisarmonica e chitarra ci troviamo immediatamente in uno stanzone da Oktober Fest. Vorrebbero arrivare all'assurdo di “Catch 22” o alle iperboli tarantiniane in “Bastardi senza gloria” ma la pasta è di tutt'altra forma. Insopportabile anche l'occhieggiamento ruffiano dicendo la battuta verso il pubblico con fare sornione da varietà, con quei gigioneggiamenti caricaturali che il tema non doveva prevedere. Buoni sentimenti stucchevoli con finale che si risolve con un epilogo prevedibilmente imprevedibile oltre alla mielosa “Over the rainbow”, sciorinata in varie salse, che inneggia all'amore, alla fratellanza e alla solidarietà. Restiamo umani va bene, ma non così.

Tommaso Chimenti

VERONA – C'è chi sta sette anni in Tibet e chi due giorni in Veneto. Verona e Venezia, stessa iniziale, stesa regione. Se la città degli innamorati è ancora legata, troppo, a Romeo e Giulietta e all'Arena, la città sull'acqua per eccellenza fa rima con la Biennale e Goldoni. In Veneto è molto apprezzato un certo tipo di teatro dialettale ed amatoriale al netto di compagnie (Babilonia, Ippogrifo, Teatro Scientifico) di nuova drammaturgia che negli anni hanno tentato di creare un altro tipo di discorso attorno al teatro. Proprio lo Scientifico, che quest'anno ha spento le cinquanta candeline, si inserisce in un terreno di qualità, innovazione e teatro d'attore solido che deve “combattere” contro l'insormontabile Teatro nel Chiostro di Santa Eufemia, il Chiostro Santa Maria in Organo e l'Arsenale dove, tra giugno e settembre, le repliche totali sono oltre 200: un sovraffollamento tra leggerezza, risate, frivolezze brillanti. La loro novità “Il serpente”, da Luigi Malerba, infilato nell'Estate Teatrale Veronese e spostata 20150412-Teatro-Laboratorio-Verona-Isabella-Giovanna-Luca-Caserta-dismappa-.jpgda luglio all'aperto a settembre al chiuso (non favorevoli i giorni di riapertura delle scuole e il debutto infrasettimanale) è la prima trasposizione teatrale del romanzo degli anni '60: ne esce fuori un piccolo gioiellino tra note attoriali (Francesco Laruffa tiene saldo le redini, Isabella Caserta emana lampi di luce), video in bianco e nero proiettati sul velatino (sempre bellissimo e funzionale il Teatro Camploy) di quell'epoca di grandi trasformazioni e cambiamenti (le 600, una anche in scena, le lambrette), la musica degli anni '60 che riempie il cuore, scioglie la nostalgia, ci culla in quella patina di sospensione.

Tutto è giocato sul filo del vero e del falso. Il nostro antieroe, ha tratti dello scrivano Bartleby di Melville, è un uomo medio, grigio, avvilito, soprattutto solo pur non volendo esserlo. Si trova nella condizione di una solitudine amara e permanente e quindi, da commerciante di francobolli stantii, è costretto ad immaginarsi, inventarsi di sana pianta, una vita alternativa. Oggi la chiameremmo second life, con incontri, avventure, non tutte positive, ma piene di sale e pepe, di quella verve esperienziale che la sua indolenza e apatia, frutto più della paura di perdere che dal rischio di vivere, non gli ha fatto provare, privandolo delle gioie della vita. Ci racconta, quasi in una confessione aperta, lo scopriremo alla fine, in una sorta di interrogatorio, ma felice finalmente per la prima volta forse, di essere ascoltato, di avere un suo uditorio a disposizione al quale mostrarsi, tirando fuori la sua vera anima che mai si è Il-serpente-6241-2.jpgallineata con l'immagine sociale che si era ritagliato: rigattiere, topo da biblioteca. Un uomo compresso in ciò che è diventato per abitudine e svogliatezza, che non preso in mano la propria vita e adesso si trova ad immaginarsene una piena di eventi e accadimenti. Ma mentre ci racconta del corso di canto, della moglie, dell'amante, delle gite in spiaggia, noi non sappiamo che sta cercando un'esistenza migliore della sua. Più racconti le bugie e più diventano vere. Ogni affermazione viene scardinata nella fase successiva, screditandola, negandola. Cosa è vero e che cosa è falso? Tutto si confonde nel pantano fangoso dove è difficile, se non impossibile, riconoscere chiaramente i contorni del reale e quelli della fantasia.

Un uomo pieno di contraddizioni (un bellissimo personaggio dai tanti spigoli e dalle infinite ombre, una scrittura a tratti gaddiana), silenzioso collezionista abituato alle scartoffie da impilare e archiviare più che ai rapporti interpersonali, che ha desiderio e ambizione di cantare ma lo vuole fare “interiormente” senza emettere un suono, mentalmente, geloso retroattivamente della sua amante (la Caserta ci ha ricordato Monica Vitti), fino a perderla, che è quello che gli riesce meglio: risultare sconfitto, farsi schiacciare dalla vita, lui che chiacchiera in maniera logorroica ma al quale, parole sue, non piace parlare con gli altri. E' titubante e ossessivo, ossessionato e ossessionante, ha incubi e allucinazioni. Vende il-serpente.jpgfrancobolli ma li odia, tradisce la moglie ma accusa l'amante di tradirlo, ha un amico che però gli è antipatico. Si inventa un'altra realtà fino a sconfessarla, a distruggerla, a cancellarla con un colpo di spugna pezzo dopo pezzo fino alla scissione tra il protagonista, che perde i contorni della figura realistica e che torna ad essere letteraria, e lo scrittore che manipola e distrugge, con la forza dell'immaginazione e della pagina bianca da riempire, la sua creatura riportandola alla sua condizione bidimensionale, rimettendola in naftalina, costringendola in quella bolla di sapone, la carta e l'inchiostro, dove tutto è possibile proprio perché pensato, il che non significa che sia irreale o non plausibile. Un mitomane come forse lo sono tutti gli scrittori che descrivono mondi, delineano personaggi, raccontano sogni. Un volume da rileggere, teatro da respirare.

La Venezia arlecchino-anello-sito.jpgmalata di goldonite invece piazza un piccolo e onesto adattamento goldoniano di Marco Zoppello (attore e regista degli Stivalaccio Teatro) per un grande progetto che prevede, tra Padova e la città di San Marco, una settantina di repliche suddivise tra “Il figlio di Arlecchino perduto e ritrovato” e “Arlecchino e l'anello magico” (che seguiremo ad ottobre), operazione in equilibrio tra turismo (l'orario delle 19 e i sovratitoli sia in inglese che in francese, ottima trovata), prosecco (aperitivo finale), e la magia di assistere ad uno spettacolo sul palcoscenico. Luci sul pubblico (settanta persone a replica la capienza sulle tribunette montate sul palco) e grande interattività, attori pronti a dialogare e a sentire la platea, i suoi umori, dove spingere, quando puntare, quando accelerare. Ne viene fuori, tra continui colpi di scena e scambi di persona (di bambino in questo caso) un divertimento per tutte le età, con segreti che vengono a galla e gelosie. C'è la francese e la siciliana a vivacizzare. Nello stesso momento nel quale Arlecchino e la sua Camilla mettono al mondo un pargolo, Maddalena (con le attrici che a turno a lato del palcoscenico emettono gridolini, gemiti, pianti e mugugni infantili), anche la figlia di Pantalone, Rosaura, ha avuto un figlio, Checchina, ma, non essendo sposata con Florindo, non può confessarlo al padre-padrone rigido ma ingenuo.

Su tutti Pantalone, Emanuele Cerra degli Evoè Teatro di Rovereto, la serva intelligente e furba Marionette, Emilia Piz (giocoso l'escamotage di storpiarle sempre il nome; diventa infatti: sauvignon, merlot, fois gras, vinaigrette, baguette, baionette fino a cabernet, cordon bleu e ratatouille) che danno spumeggianti toni e briose sfumature. Ma tutta la compagnia è ben collaudata in un ritmo incessante di brillantezza e colore. Potremmo dire una commedia dell'arte fresca e frizzante che, seppur con le tinte leggere proprie, non disdegna, di sottofondo, una neanche così velata critica all'uomo, al maschio, dipinto e disegnato come incapace di ascolto, furioso e talmente geloso da sfiorare la tragedia appiccando un incendio casalingo morso dalla rabbia (in anni di femminicidio e di sensibilità sul tema), mentre dall'altra parte le donne hanno una marcia in più, sono più sveglie, più pronte non certo all'inganno quanto alla risoluzione pacifica dei conflitti e delle incomprensioni con garbo, gentilezza e delicatezza (non è un caso se i due neonati siano due bambine: il futuro è femmina).figlio-ve-fg9.jpg

Vedere lo scintillio del Teatro Goldoni (mentre viene recitato Goldoni) da questa angolazione, con le luci di sala a rischiarare tenui come fosse un'alba violacea, è un privilegio, Arlecchino (Stefano Rota, anche formatore) è una maschera universale, esplosiva e stupida, goffa e geniale, istrionica e terrena che rivedersi in lui è naturale e catartico. Una buona operazione che miscela territorio e saperi teatrali, vivacità (tanti giovani attori) e vitalità imprenditoriale con l'artigianato scenico: esperimento curioso e soprattutto riuscito anche per i costumi (di Lauretta Salvagnin) che esaltano musica e parole, dando luce al tutto.

Tommaso Chimenti

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