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BOLOGNA – Arrivi alle Ariette, dopo Monteveglio in questo spicchio tra Bologna e Modena, passeggi nel bosco, scruti le nuvole, tocchi l'erba, noti il verde e ti sembra impossibile associare la quarantena, o lockdown per i più esterofili, ad un tale stato di grazia, ad una tale apertura, ad un tale respiro. Qui dove tutto è ampio, lontano a perdita d'occhio e non riesci a contenere tutto il panorama con lo sguardo. Nessun senso di chiusura, di costrizione, di clausura, di recinto. Qui la quarantena, in Valsamoggia, la volontaria reclusione rispetto ad altri nostri stessi simili, è una condizione normale, consueta per il contadino che si sveglia all'alba e va a letto al tramonto e che ne ha di cose da fare, consueta per l'attore che prova e scrive e annota pensieri e parole che diventeranno il prossimo spettacolo. Appunto, attori e contadini, le due anime paritarie delle Ariette, gruppo che prende il nome dall'appezzamento, dalla terra sulla quale poggiano le mura del deposito degli attrezzi, trasformato in teatro, della loro abitazione, dei loro piedi e di quelli dei loro animali. Già, gli animali, la parte più vera e onesta, incapaci di fare il male per80191300_3097519597036384_8408984730230381835_o-890x500.jpg il male, più puri e ingenui, gli animali che sono i grandi protagonisti in questa inquieta fiaba noir, ultimo loro progetto che pare proprio scritto dalle loro sapienti mani e che invece arriva dalla penna della scrittrice francese Catherine Zambon, il testo-riflessione “E riapparvero gli animali” letto in uno dei tanti incontri zoom. Una volta letto se ne sono innamorati perché parlava di loro, a loro, e sembrava proprio essere uscito dalle loro dinamiche, dal loro stare in mezzo al mondo grazie al teatro, in mezzo alla natura e alla solitudine grazie all'amore per la natura e tutti gli esseri viventi.

Prima che si accendano le lucine, tra sagra di paese e Festa de L'Unità, a rischiarare la notte e il racconto, si cammina per i campi, per queste dolci colline, una passeggiata che è sempre salutare alla scoperta della fatica del coltivare, dell'impegno e dell'amore che ci vuole, quotidianamente e costantemente, senza pause, per far crescere verdura e frutta, curare e prendersi cura e finalmente essere ricompensati con la fioritura, la germinazione, i frutti. E' tutto un gioco di tensione tra il lavoro dell'uomo e la forza delle cose naturali, le intemperie e tutto quello che l'uomo non può controllare. Passiamo vicini ai pomodori come alle patate, alle zucche e zucchine ma sentire raccontare da Stefano Pasquini, nelle vesti di Cicerone, di coltivazione e arature rende tutto più concreto, tattile e allo stesso tempo poetico e sognante. C'è la fatica ma anche la soddisfazione,download.jpg c'è la gioia ma anche la durezza del lavoro manuale. E ancora un campo di asparagi e un pergolato di nocciole. E ci narra di cinghiali e ghiri, istrici e caprioli che apprezzano (come gli spettatori quando alla fine delle loro piece ci rifocillano sempre con preziose pietanze preparate, cucinate e coltivate dalle e con le loro mani) i loro campi e coltivazioni in un continuo equilibrio, sempre da rimodellare, tra l'uomo e la natura che non è sempre bella bucolica da cartolina ma a tratti è selvaggia e ruspante e rustica e ruvida.

Un inciso doveroso sulla compagnia Teatro delle Ariette: pare scandaloso che nei loro 25 anni di storia (hanno preso il podere nell'89, si sono formati come gruppo teatrale nel '96) non abbiano mai ricevuto o conseguito un premio, né l'Ubu, nemmeno quello “Speciale” (negli ultimi anni lo vincono in cinque ogni edizione), né l'ANCT, né Hystrio, né Rete Critica, né Le Maschere né l'Enriquez, un vero sacrilegio da colmare. Ritornano gli animali negli spettacoli delle Ariette da quel “Bestie” del 2006 visto a Volterra. Attorniati da un tramonto arcaico di nuvole rosa, l'odore forte d'erba medica, un barbagianni impagliato così come una volpe e uno struzzo recuperati in una scuola molti anni fa a fare da contorno.

La riflessione (in scena Paola Berselli) che nasce dalle parole della Zambon è tosta: in un futuro prossimo distopico, altre infezioni e virus si sono propagati soprattutto dagli animali che da allora sono considerati contagiosi, da denunciarne la presenza, fino all'eliminazione. In una sorta di Chernobyl, prima si è distrutta quasi completamente la fauna per poi riorganizzarla con le regole settarie ed asettiche dell'uomo che eliminando gli animali ha perso la sua componente vitale, il suo guizzo, la sua verve. Gli animali concepiti solo come carne da macello. Le persone che avevano abbandonato le città e che vivevano distanziate e lontane le une dalle altre in campagna. Una vita non vita. I randagi tutti abbattuti, sterminati. Non si potevano prendere aerei, né passare da una regione all'altra, né abbracciarsi, bisognava sempre essere rintracciabili e tracciabili. Insomma, il lockdown che abbiamo vissuto ma ancora più estremo e spalmato nel tempo. Questa pulizia radicale (ricorda la “soluzione finale” dei nazisti nei confronti degli ebrei) fa sì che la vita diventi sinonimo di paura, non più gioiosa, nell'abbattimento di qualsiasi forma vivente per timore che possa infettarci, passarci virus.

Quindi da una parte la quarantena, simbolo dei nostri giorni, dall'altra si apre invece il dibattito sulla presa di coscienza personale, al di là di quella civile e collettiva, su che cosa come individuo sia giusto fare, se rispettare alla lettera qualsiasi regola impostaci dall'alto oppure se pensare con la propria testa.E riapparvero gli animali.jpg La protagonista infatti parlando di sé ci dice che lei era silenziosa, stava nella massa silente, accettava senza prendere parte, senza protestare o alzare la voce, cittadina non attiva che si nascondeva dietro e dentro le regole. E qui viene in mente la poesia di Brecht “Prima vennero a prendere gli zingari...”. In questo mondo del futuro gli uomini erano contro le bestie, gli uomini contro gli uomini che volevano salvare gli animali, e infine le bestie si stavano ribellando contro gli umani. L'odio produce sempre frutti avvelenati. Un regime totalitario che vuole vietare, come pretesto la salute pubblica, assemblee, comitati, convegni, cortei, manifestazioni. Una favola metaforica che ci mette con le spalle al muro chiedendoci: “Tu da che parte stai?” e che cosa fai per affermare la tua idea. Un finale terribile e ancora più nero (da Fratelli Grimm) nel quale si evince che gli animali non sono fuori di noi ma sono una componente essenziale della Terra, insieme al mondo vegetale, e che gli uomini sono solo una parte del tutto e nemmeno la più importante.

Quell'uunnamed (2).jpgomo che si prende la briga di decidere (crede di essere Dio), regolamentare le altre forme viventi ad uso e consumo proprio. Gli animali sono la nostra parte più irrazionale e fresca, quella rimasta del fanciullo, della bellezza, del gioco, della vita per la vita e non del cemento e degli appuntamenti, dell'asfalto e delle macchine, dei telefoni e della tv, tutte cose inventate dall'uomo essenzialmente per ritenersi immortale. “E riapparvero gli animali” (tutti i mercoledì di luglio, replica speciale aggiuntiva giovedì 30) apre la discussione sul nostro futuro, sulla paura che ci divide, sulla militanza, sugli animali che sono la gioia vitale senza tutte le sovrastrutture che ci affaticano quotidianamente. L'animale non perde tutto il tempo che lascia per strada l'uomo moderno a preoccuparsi delle inutilità, delle futilità (è l'uomo che ha inventato non a caso l'orologio, per avere l'illusione di poterlo soggiogare dentro quadranti, lancette e agende e calendari) disperdendo il tempo nelle briciole. L'animale vive, mangia e tenta di scappare dai predatori, sentendo dentro di sé ogni attimo che gli scorre sotto pelle, non dando per scontata la vita perché sa che è dura e feroce. E' per questo che, mediamente, vivono meno degli umani, perché ogni secondo è pieno, non annacquato. Se, e quando, l'uomo si autodistruggerà, gli animali certamente torneranno, faranno tranquillamente a meno di noi.

Tommaso Chimenti 13/07/2020

NAPOLI – Il mare ti dà sempre una possibilità, un'opportunità di apertura, di cambiamento. Napoli ha una finestra sul mare e sullo sfondo c'è disegnato un vulcano. La cartolina perfetta, quella che disegnerebbe un bambino delle elementari. Napoli però non è una cartolina, che sarebbe noioso, è molto di più, è tutte quelle ombre che fanno sì che la luce sia abbagliante, deflagrante, punga gli occhi e riempia lo sterno. Napoli è totalizzante, è empatica, è sotterranea, o meglio sottocutanea, se ti entra sotto pelle non se ne va più, non ti abbandona più. Il Mal di Napoli al posto del Mal d'Africa. Quella euforia dell'arrivo, quella Saudade alla partenza. Gli scogli scintillano, il sudore è di quello buono perché finalmente possiamo respirare purificandoci dai 106597660_10213335565462015_7298196058042351379_o.jpglunghi mesi infami che ci siamo lasciati alle spalle. Il lungomare fino a Mergellina è una fortuna che se ci sei nato non consideri mai fino in fondo, la dai per scontata, ma è bellezza allo stato puro, tocca l'estasi, sfiora lo stadio del Nirvana. Decine di barchette, attaccate l'una all'altra, attraccate e agganciate, formano una sorta di isolotto di canotti e materassini e piccoli natanti. Qua i chioschetti di bibite e gelati, di birre e panini con le sedie bianche di plastica all'esterno, li chiamano “Chalet” e già ti immagini le piste da sci e la neve: cortocircuito. Ecco Napoli è un cortocircuito e non una contraddizione come da molte parti viene descritta. Cortocircuito perché ti inchioda, ti mette con le spalle al muro e ti fa pensare. La vita pullula, tutto è tanto, e santo, sovrabbondante, eccessivo.

Napoli che, dice l'uomo della strada, è un teatro a cielo aperto e infatti in questo stesso periodo, oltre al Napoli Teatro Festival, in concomitanza affiorano anche l'“AltoFest” dei TeatriInGestAzione e l'interessante rassegna “Racconti per ricominciare”, curata da Giulio Baffi e Claudio Di Palma, con percorsi di teatro dal vivo sparsi negli spazi verdi lontano dal capoluogo campano: Benevento, Casamarciano, Castellammare, Ercolano, Portici, Sorrento, Torre del Greco. Come numerosi e carichi, soprattutto numericamente, sono gli eventi di questa edizione del “Napoli Teatro Festival”, a luglio tutta italiana mentre a settembre con la sua coda internazionale: oltre 130 appuntamenti con la maggior parte delle piece con una data secca o al massimo due. Tanta quantità non sempre fa di qualità. Abbiamo lasciato Napoli e i suoi luoghi magici dove il festival è spalmato (soprattutto Palazzo Reale e la Reggia di Capodimonte) con i nostri appunti e il bilancio è stato un'attesa confermata e un'altra disillusa a fare da giusto contraltare.

Molte ANDREA-DE-ROSA.jpgaspettative erano riversate, sulla carta, da “Nella solitudine dei campi di cotone” di Koltes, testo che sprizza materia e letteratura, sentimenti e crudezza nell'ascolto, per la regia di Andrea De Rosa. Nel testo si fa riferimento a due uomini che si incontrano ad un orario imprecisato della notte in un luogo-non luogo tra il periferico e il metaforico. E le messe in scena che in questi trentacinque anni (è del 1986) presentavano sempre due attori uomini sul palco (abbiamo ricordato più volte sulle nostre pagine del memorabile cult con Fulvio Cauteruccio e Michele Di Mauro) a dividersi i bocconi sanguinosi delle parole del drammaturgo francese. La novità stavolta era che i due protagonisti, le due facce della stessa medaglia, erano una attrice, Federica Rosellini, e un attore, Lino Musella. Sulla bravura e sul valore dei due, visti i curriculum e avendoli apprezzati più volte dalla platea, non aggiungiamo niente dandoli, giustamente, per scontati. Qui, però, purtroppo, entrambi fuori parte non aiutati da una regia che li ha lasciati, abbandonati e naufraghi e travolti dall'ammasso potente e pesante del testo.

Perché mettere un'attrice nel ruolo di un uomo senza modificare leggermente il testo che in più parti continua a suonare: “Due uomini”? Perché il costume dell'attrice è un vestito ampio con gonna gonfia “ottocentesca”? Se la regia ci è sembrata poco curata e al limite dello sciatto (sicuramente anche per colpa della pandemia che certamente non ha aiutato le prove), è proprio questa scelta iniziale, peraltro curiosa, che a catena e a valanga, si è portata dietro altri punti dolenti. In primo luogo l'ascolto del testo che trasuda carne e sangue e che qui è divenuto esercizio edulcorato, testo che è tensione continua, coitus interruptus tra ciò che vorrei e quello che non posso o non mi permetto o concedo di fare, testo che è guerra e guerriglia di denti e unghie, che è aggressione e morsi, che è viscere, cNella solitudine.pnghe è marcio e sporco, lurido, fangoso e che invece è risultato spompato e arido, senza vena, senza verve, svuotato, prosciugato. Il senso, e l'immaginario, cambia radicalmente se nel bosco ci sono due uomini, un Compratore e un Venditore, oppure se vediamo una donna e un uomo. Un testo che è violenza, che è strappi e predominanza, che è foga, possesso e ansia, che è asma e fame, voglia e distruzione, desiderio lancinante e tortura interiore, smembramento senza pace alcuna, paure indicibili, timori inconfessabili. Diventa invece un bell'esercizio, una “operazione” troppo candida, si perde l'arroganza e tutto il gioco, sublime e devastante, della soddisfazione e dell'insoddisfazione che si cercano, si rincorrono e tentano di afferrarsi, si sfa, si liquefà, diventa acqua di montagna e non fiele velenoso, è balsamo e non bile. Anche la provocazione fa un passo indietro così come l'eccitazione proprio perché manca l'acido, il contraddittorio, la frattura, il fremito, il bruciore, il fuoco dell'illecito e del proibito che si scontrano con il pungolo e lo stimolo della morale consentita e condivisa. Non si percepisce la febbre né l'istigazione, l'ansimo di perdersi in un territorio sconosciuto, la vergogna. Il testo più che passione è pelle e polpastrelli ed è riduttivo parlarne a riguardo soltanto in termini di seduzione o sensualità. Ma qui risulta formale, preciso, oseremo dire borghese senza che emerga la disperazione e la putrefazione delle quali è intrisa ogni virgola. E', dovrebbe essere, avrebbe dovuto essere, uno sprofondare continuo in sabbie mobili sporche, un annegare in un limbo dove le regole non hanno più un reale senso. Un testo che disarma, violenta, azzera e scarnifica. Le tenebre e l'oscurità che emergono dalle parole concatenate di Koltes s'impigliano in una parentesi nella quale non si percepisce la ferita né la sofferenza. Manca la polpa e la crudeltà, l'impotenza della colpevolezza, i pugni alternati alle carezze ma soprattutto non abbiamo riscontrato quell'invisibile filo sottile che cuce piacere e dolore, sadismo e masochismo, l'usare e l'abusare.

E' il piacere, l'edonismo fuso con il voyeurismo, il fil rouge che ci porta all'icona Moana Pozzi, pornostar che ha travalicato il suo settore diventando oggetto di studio, fenomeno d'analisi socio-politico e non meramente corpo da giornaletti appiccicati e pellicole d'ansimi. Ci siamo fidati della regista Nadia Baldi che abbiamo conosciuto artisticamente con “Ferdinando” e che non ci ha certo delusi. Il testo, del direttore del festival Ruggero Cappuccio, si muove sul doppio binario della realtà, ma anche terrenità e ancora materialità, e quello onirico, filosofico, trasognante. Siamo in uno spazio a metà strada tra uno studio televisivo, un talk show (Moana era spesso ospite di Maurizio Costanzo e non certo per parlare di kamasutra), e il Paradiso, una confessione o un'intervista. E gli intervistatori siamo noi pubblico aspSettimo 2.pngiranti guardoni dal buco della serratura delle vite degli altri per compensare le mancanze frustranti nelle nostre. “Settimo Senso”, oltre il sesto senso e puntando al settimo cielo, ci mostra una Moana in rosso (come la Signora del celebre film) e ci ha fatto apprezzare la sofisticata e partecipe Euridice Axen (tante fiction e serie tv nel suo curriculum, da “Centovetrine” a “Vivere”, da “Carabinieri” a “Coliandro” fino a “The Young Pope”) vera forza catalizzatrice, ago della bilancia che attira a sé tutta la potenza delle parole della drammaturgia per trasformarle e, imbevendole di charme e cinismo e crudeltà o soltanto semplici verità mai patinate, rilanciarle con ancora più fragore. Axen-Moana è imprendibile, fagocita come buco nero tutto l'intorno, ti costringe a non staccarle gli occhi di dosso: “Se ero più morta da viva o più viva da morta?”.

Ogni frase è una stilettata e la risata successiva, suadente ed erotica, sarcastica ed autoironica, senza farci sconti, non fa altro che aumentare l'imbarazzo del pudore del senso comune, quella morale che da una parte la condannava e nel chiuso delle case la osannava inneggiandola. Non si può scindere la figura di Moana da quella di Marylin e qui le due star a tratti si assomigliano, si sovrappongono, Settimo senso.jpgentrambe incomprese, a volte volontariamente: “Recitare la parte della cretina paga bene”, ci dice. Oscilla tra bambolina di carillon e consapevole presa di coscienza che mette a nudo i nostri desideri e pulsioni: “Che cos'è osceno?”, ci chiede, “Che cos'è realmente pornografico?”. Stella tra le stelle e i luccichini che si animano e si agitano sul fondale dove a volte sembra abbandonata, sola in questo auto-necrologio, una bambina nel suo eremo a protezione, come a dirci: “Se in me vedete solamente il corpo è un vostro problema di miopia”. C'è quella desolazione che ci lascia senza punti di riferimento. Ma Moana non chiede né perdono né scusa, non ne ha bisogno, la sua è più una lotta contro il perbenismo, crociata contro l'ipocrisia dilagante e la Axen è equilibrata nel non farne un'agiografia ma neanche un'imitazione o una parodia, la sua versione è personalissima e carica e riuscita. Ne esce fuori una seduta spiritica dove Moana a tratti si trasforma in una Sarah Kane, prima di richiudersi a bozzolo dopo essere stata farfalla per tutta la vita: “Noi siamo solo ciò che ci manca”, ci congeda, quasi con una carezza.

Anche con i vari distanziamenti il Teatro non perde la sua magia che rimane intatta, inalterata appena si spengono le luci della platea. Se uno scoglio non può fermare il mare non vedo perché un virus possa fermare il Teatro.

Tommaso Chimenti 09/07/2020

Domenica, 05 Luglio 2020 06:57

Campsirago: alla ricerca del vero noi

CAMPSIRAGO – Brianza felix? Il dubbio sorge spontaneo tra la pulizia delle strade che fa molto Svizzera (siamo ad un passo) e quel provincialismo che invece evoca la fabbrichetta di un tempo dorato ormai lontano. Il verde esonda dai lati delle strade e sembra volerselo fagocitare l'asfalto che in mezzo taglia questo colore potente, quasi aggressivo che si gonfia e travolge. Fioccano le zanzare tra i boschi rigogliosi che incutono rispetto. Zone di trekking, di ville e villette, di cancelli che si chiudono e cani abbaianti, di giardini curati ma vuote, di dondoli immobili, di altalene spostate impercettibilmente solo da aliti di vento. Per arrivare a Campsirago si passa da Arcore ed è sempre un colpo straniante vedere un luogo anonimo ma simbolo degli ultimi trent'anni della politica, della storia italiana. I cartelli che più si notano passeggiando per queste strade sono “Proprietà privata”, “Divieto di accesso”, “Attenti al cane”. Siamo in zona “Capitale umano”. C'è uno strano incastro tra l'opera dell'uomo, asfalto e cemento, e questa Natura selvaggia, che implode, prorompente, che gorgoglia e s'aggroviglia. Appena ti inerpichi un po' ci sono cascatelle e piccoli fiumi ma l'atmosfera non è bucolica, c'è un qualcosa di sottofondo che sfugge, una linea che non si riesce bene a tratteggiare, qualcosa che è lì ma non riesci completamente ad afferrare, a decodificare. E' la “Brianza velenosa” della quale parlava Lucio Battisti.

I grilli fanno da accompagnamento mentre senza Autan sei un uomo morto. Il grigio del bitume e questo verde abbondante che invade e assale, in perenne lotta con l'uomo. Siamo in zona di bresaola. Siamo in zona, purtroppo, di Covid, in un possibile triangolo tra Milano, Bergamo e appunto questo “ramo del Lago di Como”. Sopra i boschi, che sono cupi e neri e gonfi e folti e pesanti come scarponi nel fango, c'è un cielo che ha l'umore di femmina, repentino nel suo mutare tra sole battente e scrosci improvvisi. Quassù, da sedici anni, c'è una comunità che cammina, che va, che non si ferma, una tribù che si muove al ritmo lento della natura, che si inerpica per sentire e raccontare storie, per ascoltare e donare tempo, esperienze, momenti. Il simbolo dell'edizione di quest'anno de “Il Giardino delle Esperidi” (dal 27 giugno al 5 luglio) è, non a caso, una volpe con gli occhi spauriti e, allo stesso tempo, curiosi. L'ambiente, il territorio e l'ecologia qui vanno di pari passo, insieme, a braccetto, con la sperimentazione artistica, con il teatro, con il palcoscenico: inscindibili esigenze che a queste latitudini trovano la loro sponda, la loro ragion d'essere. Non ci può essere arte e bellezza senza il rispetto della Natura e degli altri esseri viventi.omini2-scaled.jpg

Dopotutto nella mitologia greca le Esperidi erano le custodi del giardino dei pomi d'oro di Era. I valori che qui regnano sono il silenzio, il rispetto di tutte le forme di vita, l'ascolto reciproco, le piccole cose, i piccoli numeri. La parola, abusata, “resilienza” a Campsirago (borgo in pietra del 1600 di trentasei anime a venti minuti di curve in salita dal primo centro abitato, dal quale, se non c'è foschia, si vede il Pirellone di Milano) non solo è doverosa ma anche centra in pieno l'obbiettivo. Tra “discese ardite e risalite” abbiamo potuto assaporare e assaggiare la linea contemporanea e quella intimista espressa dalla direzione attenta (alle persone, all'accoglienza, al contatto umano, al sentire) del direttore Michele Losi, la prima contenuta nella carica fervida, pungente e che sconquassa degli Omini, la seconda con due piccoli, e per pochissime persone, “attimi” estrapolati come un morso alla fretta del nostro tempo: prima “Hamlet Private” delle Scarlattine, uno a uno con il pretesto del Principe di Elsinor ma con l'intento di scavare nel proprio intimo, la seconda con la camminata-spettacolo “Alberi Maestri”, toccante, semplice, profonda, totale.

Gli Omini tornano ad uno dei loro spettacoli di successo, cavallo di battaglia del recente passato con una versione 2.0 della loro “Asta del santo” di una decina d'anni fa diventa, anche causa distanziamento sociale e pandemia, “La coppa del santo” dove l'interazione del pubblico non è più tattile, con le carte tipo Mercante in Fiera o con i soldi tipo Monopoli, ma è una partecipazione, sentita, rumorosa, di voce e pancia, di urla e canti, una gran bella festa per celebrare in allegria il ritorno al teatro, il ritorno in una sala teatrale. Le trentadue carte dei santi, tutti disegnati sulle fattezze di pesci apostolici, si sfidano fino a nominare la carta del Santo campione, ed ogni sera il vincitore è diverso perché è il pubblico che decide con la democrazia dei decibel che riesce a proiettare sul palco. Mentre Giulia Zacchini sta alla consolle (la compagnia adesso è di tre elementi), il sacerdote, Luca Zacchini, è un imbonitore, un presentatore che tenta di magnificare la mercanzia, mentre il sacrestano, Francesco Rotelli, canta, mette la musica, balla sul cubo ed è una spalla perfetta nell'innescare questo prete-battitore libero. Come un campionato del mondo dei beati, ci sono le fasi eliminatorie, Martiri contro Crocifissi o Santi di Strada contro Santi d'Aria, ed ogni spiegazione trova nelle pieghe del reale o del raccontato dalle Scritture quel germe di grottesco, d'assurdo che porta intelligenza felice e sarcasmo mai fine a se stesso. Di fondo la critica, nemmeno così velata, all'istituzione Chiesa e alle parabole comprese nei Vangeli, su Gesù oppure è scatenata nei confronti di Padre Pio, emerge pungente e acida. Nel mezzo può partire un brano di Marcella Bella come un ritmo sexy che il diacono balla sfrenato rimanendo in boxer, o Battisti, Tenco e Mia Martini per sottolineare San Remo. La Coppa finale è il Sacro Graal. Divertimento assicurato: lunga vita agli Omini.

Se è il pubblico, Hamlet.jpgla folla la forza della performance del gruppo pistoiese, in “Hamlet Private” si riscopre il calore di una conversazione a bassa voce, uno scoprirsi lentamente assieme alle carte, quasi un farsi fare le carte, quasi un solitario, quasi tarocchi. Un tavolino, che pare quello iconografico delle sedute spiritiche, in un incontro uno ad uno (uno spettatore e un performer), per evocare gli spiriti di Amleto (il padre) e i tanti che vivono, circolano, abitano dentro di noi e che mettiamo a tacere nella fretta delle cose da fare nelle nostre agende piene zeppe di eventi che sembrano inderogabili e irrinunciabili. C'è la colonna del nostro essere e quella del desiderio e nel mezzo tra le due quella del ponte per raggiungere da una l'altra. E' un gioco a pescare dentro di sé ricordi e traumi e, se uno ha voglia di raccontarsi, riuscire a tirare fuori, con un perfetto sconosciuto (in questo caso la sensibile ed empatica, accogliente, riflessiva ascoltatrice Giulietta De Bernardi), cose mai dette ad essere vivente. Una nenia in sottofondo ci tiene sospesi in un anfratto, parentesi del mondo reale; qui adesso viviamo nel sogno ma anche nel teatro e siamo noi gli attori, viviamo in Amleto ma non siamo certamente lui, viviamo i nostri ricordi, i nostri errori, ci analizziamo senza più scusanti, senza un pubblico al quale dare ragione o torto, senza alcun giudizio, senza salvezza né condanna eterna. Siamo uomini, siamo deboli e fragili, miseri e fallaci, sbagliati e terreni. Il nostro Caronte-croupier gira le carte, la fortuna e la sorte ci vengono incontro, ogni carta ha i suoi lati solari come quelli ombrosi e cupi, e la palla passa a noi se ci vogliamo confrontare su una materia ostina e complicata come noi stessi, tema nebuloso e doloroso. C'è chi esce dall'incontro cambiato, chi stravolto, chi ha pianto, chi si è commosso, certamente non se ne rimane neutrali, smuove, scuote, sposta, è un respiro che ci aiuta, che ci fa riflettere e pensare, è utile e necessario. “Hamlet Private” è il tarlo nel tavolo, sono le domande ricorrenti, sono le porte socchiuse che abbiamo paura di riaprire, sono le scelte non affrontate, è il timore di sbagliare, ma è anche la consapevolezza di chi siamo e di chi, con impegno siamo voluti diventare, è un cammino senza fine perché non conta la meta se non ti godi il viaggio.

Viaggio è anche quello, effettivo ed interiore, connesso agli “Alberi Maestri” (testi confortevoli ma non confortanti di Sofia Bolognini) esperienza commovente hamlet-private.jpge toccante che porta lo spettatore a sentire parti nascoste, a pensarsi in relazione alla Natura circostante, non più individualista ma parte di un tutto gigantesco, infinito come la vita sulla Terra. In questo mondo mercenario e mellifluo che ci vuol far credere che siamo unici e insostituibili “Alberi Maestri” ci riconduce, anche attraverso la fatica del cammino in salita, al nostro essere piccoli, microscopici pezzi di un puzzle miracoloso che ha sulle spalle milioni e milioni di anni e che noi rischiamo di compromettere, distruggere, annientare perché miopi che non riescono a guardare oltre la punta del loro naso. Un piccolo manipolo di persone seguono un Cicerone nel bosco, ognuno ha delle cuffie (come “The Walk” dei Cuocolo/Bosetti o “Walking Therapie” del Teatro di Rifredi) nelle quali va on air un racconto che ci parla di vita e di morte ma senza tanti fronzoli poetici, ci racconta della vita degli alberi, ci fa sentire soltanto il rumore dei nostri passi e il battito del nostro cuore che si mischia al ruscello, all'uccello, alle foglie secche, agli insetti che fanno il loro giro e se ne fregano del domani vivendo il loro presente. Evidentemente l'uomo si è perso qualcosa per strada, ha pensato di essere il più furbo dell'Universo, ha pensato di poter soggiogare tutto, controllare tutto. Gli alberi sono i custodi del bosco, e il bosco è ossigeno, e l'ossigeno è la vita, la nostra dipende dagli alberi ma continuiamo ad abbatterli. La guida (Michele Losi stesso con affabilità silente e mai invadente) ci fa guardare, per molti di noi è la prima volta, da vicino un albero, ci fa sentire la corteccia, toccare le sue rughe profonde. Non siamo ai livelli hippie di abbracciare i fusti e i rami. La narrazione che si spande è sul doppio binario tra il camminare, il muoversi e lo stare immobili, ovvero quello che noi crediamo che facciano gli alberi. Anche se essi si muovono eccome, in alto, orizzontalmente si espandono, crescono, affondano con le radici. Ma noi ciechi non ce ne accorgiamo: “Fa molto Alberi.jpgpiù rumore un albero che cade che mille che crescono”.

“Alberi Maestri” ci dice di prestare attenzione a tutto ciò che ci circonda, a non dare per scontato niente, a non essere arroganti con gli altri umani così come con le altre forme di vita che ci circondano, ti mette in relazione con l'intorno, ti fa sentire una parte del tutto, essere razionale in mezzo a tanti altri esseri razionali che meritano il tuo stesso rispetto. E' un ritorno alla semplicità, alle origini senza però rinnegare il nostro tempo e le sue conquiste, il progresso; non si tratta qui di abiurare la modernità. E' un piccolo pellegrinaggio che ti mette in contatto con te stesso, col chi sei, col chi c'è sotto la scorza di sovrastrutture e retaggi, sotto nozioni e futilità. Nel bosco, tra felci e ortiche, perdi il tuo status, il cognome, la professione, l'età: sei soltanto uno che cammina, che fa fatica per raggiungere un punto fuori da sé e anche, finalmente, raggiungersi, trovarsi. Il bosco è una soglia dalle apparizioni continue, dalle scoperte, dove un passo non è mai uguale all'altro, dove devi sempre essere vigile e attento, dove tutto scorre, si muove: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre ma nell'avere occhi nuovi”, diceva saggiamente Marcel Proust. Al mondo vegetale dedichiamo sempre troppo poco del nostro tempo. E non consideriamo le radici che si “parlano” e si accarezzano sotto terra, non consideriamo che gli alberi hanno quindici sensi e non cinque come noi poveri mortali, che gli alberi vivono centinaia o anche migliaia di anni, che possono rigenerarsi. Gli alberi non hanno fretta, non fanno corse, non sono in competizione, sono lenti ma tenaci: “Mi hanno sepolto, ma quello che non sapevano, è che io sono un seme”. Dovremmo imparare dagli alberi, a non avere gerarchie, a vivere in una democrazia orizzontale. E mentre cammini, affaticato e sudato, immerso in tutta questa vita, non controlli l'orologio, non ti chiedi “Ma quanto manca?!” ma finalmente vivi, senti, ti riconnetti alle tue particelle più profonde. Campsirago è un tocco all'anima, contro ogni ego, votato al noi rifuggendo l'io.

Tommaso Chimenti 05/07/2020

L’esagerazione clownesca può dare frutti maturi e buoni perché la buona riuscita di uno spettacolo non è appannaggio esclusivamente di una lettura seria e drammatica. L’"Amleto al quadrato" di Filippo Timi, protagonista della pièce e direttore di se stesso, è un piccolo carnevale pop travestito da fiera della vanità al suo crepuscolo (degli uomini, non degli dèi). Chiuso in una gabbia che rappresenta la sua condizione di prigioniero del fato e delle trame di corte incastrato tra la volontà – chissà quanto sentita – di azione e la staticità prodotta dalla ruminazione del pensiero, l’Amleto di Timi è l’ultima disperata risata godereccia sul bordo della morte. Il principe di Danimarca si rivela per quello che è, un povero burattino infantile pieno di vuoto interiore e vittima delle circostanze che vive nell’ambiguità delle età della vita – ora figlio, ora uomo – e dell’identità, principe per diritto ereditario a cui non importa nulla della corona e omosessuale neppure troppo mascherato, col volto sbaffato di rossetto cremisi e l’ampia gonna da regina madre, che a Ofelia preferisce il fratello Laerte. Ma quest’ Amleto non è un grumo di nevrosi che gli danno le convulsioni sull’orlo del collasso, è anzi vita pura e insieme sedotta dal vizio e dall’invincibile impotenza degli uomini di fronte all’esistenza che sull’orlo di questo collasso sceglie di giocare con la corruzione e con l’innocenza.

La performance dell’attore e regista perugino è un alternarsi sincopato di movimenti veloci e altri lenti e solenni, di tecnica canora ora virtuosa ora dissacrante, che ne esalta le doti espressive, fisiche e vocali, in un salto continuo tra il ruolo del serio, addolorato nichilista vinto dal marcio in Danimarca e il bambino-folletto-dio Pan che si fa beffe della vita, della morte e del senso ultimo di tutte le cose facendo volteggiare ancora il lume della follia che è l’ultima scintilla di vita. E la musica stessa dello spettacolo segue questo ritmo spezzato e schizofrenico, tra canzonette leggere degli anni Settanta e dei solenni, funerei, movimenti di classica. L’Amleto alla seconda di Timi segue una costruzione drammaturgica che trova nell’attore e regista perugino il proprio fulcro, piuttosto che essere un rifacimento fedele, o ispirato, del testo scespiriano. L’Amleto principe danese non è altro che un trampolino di lancio per mettere a nudo, in tutti i sensi, l’io del Timi reale: i suoi pensieri, il suo orientamento sessuale, le sue parole, alcune volte profonde e in altri casi molto inclini alla risata facile e volatili. Così come quei palloncini neri che spiccano accanto al trono della follia e riempiono il palco, con il nastro della polizia che funge da cordicella: un elemento scenico che impregna la scena di una dimensione funerea.

Nel festival delle citazioni pop, il momento in cui Amleto/Timi gioca con il palloncino sembra riportarci alla memoria la scena madre de “il grande dittatore” di Charlie Chaplin, nel quale la follia nazista di Hitler si rovesciava nella parodia di un uomo matto e buffo che gioca con un pallone mappamondo. Solo in poche occasioni i costumi ci forniscono una dimensione temporale legata all’ “Amleto” originario, ma tutto ciò ha poca importanza ai fini di una messa in scena che tende al gioco, tra attori e pubblico e tra gli attori stessi, e che si trasforma in metateatro puro. La dimensione ludica si nota anche nella scena finale, con l’attore che esce fuori da una tenda e una porta tipicamente circensi. “Resta solo il silenzio” pronuncia una Marina Rocco/Marylin Monroe comicamente tragica in chiusura, ma questo, il silenzio, arriva dopo un’ora e mezza di spettacolo di risate e spunti di riflessione offerte al pubblico da un Filippo Timi mascherato da Amleto.

“Amleto al quadrato” di Filippo Timi è disponibile sul sito di RayPlay

Giuseppe Cambria
Lorenzo Cipolla

 

 

A cavallo di un unicorno, smaliziata, provocatoria: ecco Elena (Barbara Chichiarelli) impegnata nel suo prologo acceso come le fiamme che stanno finendo di bruciare su Troia, in un’atmosfera ruvida e punk come le note di apertura dei Nomatars nella loro personale versione di Yellow Submarine”dei ben più famosi The Beatles. «Io sono quella per cui è iniziato tutto», è la premessa quasi autocelebrativa, che comincia a segnare il distacco dell’opera di Antonio Latella rispetto a quella euripidea. Il cavallo di legno, parto dell’astuto Ulisse, ha compiuto il suo dovere, e la vendetta di Menelao (Ludovico Fededegni) si è abbattuta sugli abitanti di Ilio.  

Il secondo movimento di Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia alza il sipario (seppure virtuale, in scena il 24 maggio 2020) al suo pubblico, mettendolo di fronte all’invettiva lanciata nei confronti della donna attraverso i tormenti e la rabbia di Ecuba (Giuliana Vigogna), moglie dell’ormai defunto re Priamo. «Quale sarà il destino delle donne troiane? Essere schiave del nemico?», si domanda la vecchia regina, mentre invoca le Erinni e maledice i Greci con voce straziante. Nessuna speranza da demandare alla progenie di Ettore, che in cerca del benestare della nonna si atteggia ad eroe pronto a vendicare il sangue paterno, come un bambino incapace del pensiero stesso della guerra. Il palcoscenico scelto da Latella è un vero e proprio salotto familiare minimalista, dove si consumano i risvolti tragicomici dell’inganno concepito dalla dèa Era, ovvero quello di aver creato “un fantasma dotato di respiro, un vuoto miraggio” in tutto simile a Elena. Esiste davvero la donna che insinuò Paride e divenne, banalmente, il pretesto di una guerra, di cui altro non restano che lutti e sofferenze?

Il coro delle donne si riunisce in un’unica grande dichiarazione: «Tutto questo mi fa paura. Mai avuto paura! Odio il mio nome! La storia che voi conoscete è tutta inventata, è stata la mia ombra. Smettetela di dire che sono una tr…!». Ecco la vera Elena, quella di Euripide, colei che mai venne meno ai propri voti nuziali e fu nascosta da Ermes in Egitto, presso il re Proteo. Mentre il bandolo della matassa sordida degli dèi viene sciolta in un susseguirsi esagitato di domande, risposte, beffe e timori, un lamentoso e incredulo Menelao - sopravvissuto alle peripezie del mare - naufraga proprio sulle terre ora governate da Teoclimeno. «Mia moglie, sì, è tutta colpa sua!», mentre le “mille voci” di Elena si interrogano sul futuro, progettando la morte pur di non cedere alle trame del re d’Egitto che la vorrebbe in sposa. L’inganno finale si compie: Menelao riesce a fuggire insieme alla sua fedele moglie, la vera Elena.

Ma cosa resta veramente di tanto sangue e strazio? E’ forse libera o ancora succube degli uomini, la donna la cui identità sembra non distaccarsi da quella di colei che soffiò sulle braci di Troia? Quale libero arbitrio esiste, se persino la concezione stessa dell’amore, come della guerra, non è niente di più che un misero pretesto escogitato dagli dèi per manovrare a loro piacimento la vita degli uomini?

L’Elena di Latella è una finestra aperta sul senso della libertà, della sua esistenza, che persino in questa rivisitazione moderna del classico euripideo lascia gli spettatori tra dubbi e incertezze: “scoperti” come i corpi degli attori/attrici cui la tragicommedia è stata affidata. E l’unica cosa che resta da fare, in un ultimo, desolante gesto da moglie annoiata della Elena/Chichiarelli, è arrendersi all’inevitabile.

 

Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia è nato nel 2016 dal Corso di Alta Formazione che Antonio Latella ha condotto per Emilia Romagna Teatro Fondazione dirigendo sedici attori e sette drammaturghi, ed è divenuto un vero e proprio caso teatrale. Dal 23 maggio, ogni giorno alle ore 18.00 sarà online un nuovo capitolo fino a domenica 31 maggio, data in cui sarà possibile assistere agli otto spettacoli in forma di maratona dalle ore 15.00. I video, a cura di Lucio Fiorentino, rimarranno disponibili nella pagina ERTonAIR fino al 30 giugno.

Jacopo Ventura  26/05/2020

Se la cultura e l’arte hanno un compito, questo è di agire sull’uomo per cambiare il suo rapporto con la realtà. Un’esperienza di mutamento che passa prima dai sensi, la visto e l’udito, poi dall’emozione, gioia o disgusto, e infine si tramuta in consapevolezza. Da alcuni anni Enzo Cosimi, coreografo romano classe 1958, illumina zone d’ombra dove il nostro occhio solitamente non cade, per disattenzione o vigliaccheria o persino semplice abitudine ed assuefazione, con un discorso sperimentale che ci afferra per il nostro bavero interiore e scuote l’animo. Una commozione a cui fa seguito una presa di coscienza di una realtà fragile, dolorosa, intima rimasta oscurata e che ora, dopo esser venuta alla luce e quindi rinata, può cominciare a camminare con noi, dentro di noi. Il pubblico del Teatro Biblioteca del Quarticciolo, quartiere di Roma est, ha visto sfumare l’occasione, per via delle misure di contrasto al Covid-19, di vedere sul palcoscenico della sala una di quelle opere che certo rinnovano il nostro punto di vista sul mondo. Ovvero La bellezza vi stupirà. Spettacolo che parla di ed è interpretato da donne e uomini senza fissa dimora e primo quadro della trilogia Ode alla bellezza, dedicata alla scavo nelle vite relegate ai margini o nascoste al (pre)giudizio degli altri, iniziata nel 2015 con questa pièce e seguita da Corpus Hominis (2016), storia di un amore omosessuale tra una persona anziana e un uomo più giovane, e I love my sister (2018), racconto transessuale del passaggio da donna a uomo, è diventato il tema del primo appuntamento dell’iniziativa Ritratti d’attualità, l’intervista-dialogo tra la giornalista e critica della danza Marinella Guatterini e Cosimi trasmesso in diretta sulla pagina Facebook del teatro. Il coreografo contemporaneo, spiega la giornalista descrivendo il pensiero e l’opera dell’artista, lo è in quanto è capace di guardare dentro ogni aspetto e ogni anfratto della realtà che lo circonda, si apre agli stimoli provenienti da altri ambienti e al lavoro dei suoi colleghi. Soprattutto è in grado di mutare il suo linguaggio. Quella di Cosimi è una sfida e un’esplorazione costante che scopre temi scomodi e coinvolge spesso performer non professionisti, elemento innovativo che fu tutt’altro che ben accolto da una certa critica culturale agli inizi della sua carriera negli anni Ottanta. Poi Guatterini porge la prima domanda sulla genesi di quest’opera e, per esteso, da quale bisogno è scaturita l’intera trilogia.

Le tre produzioni nascono da un’indagine su vite invisibili, relegate ai margini della nostra considerazione perché in qualche modo avvertite ancora come irregolari, degli scarti dalla norma, che per quanto diverse sono accomunate dal dolore che si prova ad essere giudicati. Nell’alternanza tra domande, spunti, guizzi e risposte Cosimi affronta aspetti tecnici, umani, di metodo, senza dimenticare la finalità di questa produzione dell’intera trilogia: “Voglio dare un nuovo sguardo su queste persone. Sono tre lavori di cui vado fiero e penso che negli anni possano essere visti con maggior oggettività e maggior empatia”. Il coreografo ha ripreso l’idea de La stanza del principe, una revisitazione del secondo atto del balletto Il lago dei cigni in cui il personaggio del principe perde tutti i suoi connotati regali, messa in scena con persone senza fissa dimora. Questo “racconto fiabesco”, illustra Cosimi, prende vita grazia alla collaborazione delle associazioni che si occupano di chi finisce in strada e li trasforma, almeno per il tempo della rappresentazione, “in re e regine”. Una seconda occasione, seppur breve e momentanea, per chi ha visto l’esistenza scivolargli via dalle dite senza riuscire ad più aggrapparvisi per non naufragare. Cosimi spiega anche come negli ultimi anni il profilo del senzatetto sia cambiato a causa anche delle crisi che colpiscono la nostra società. “Prima l’homeless era una figura borderline, oggi chi lo diventa chi perde lavoro, la casa chi non vede più i figli. Ci sono ex avvocati, oltre a persone con difficoltà di salute e varie esperienze di vita”. Stimolato dalle domande e dalle osservazioni di Guatterini, Cosimi scende più nel dettaglio. Abituato da anni a lavorare con dei non professionisti, in una settimana – racconta il coreografo – riesce a instaurare un rapporto con i suoi attori vincendo le loro insicurezze e a portarli sul palco, concentrandosi sulla loro presenza scenica, sul ritmo e la musicalità. “Una sfilata visionaria, un cortocircuito tra l’effimero, il glamour e i loro sguardi. Voglio mettergli intorno un’aura di bellezza”, descrive Cosimi la rappresentazione. Un lavoro forte e diretto alla coscienza che, al di là del lato più istrionico, mostra la convivenza degli individui col proprio dolore. Ancora il regista: “È un dolore che contiene perdono, gioia, rabbia e sofferenza. Il dolore è un atto di sottomissione e insieme di resistenza alla fragilità umana. Ti reinventi il quotidiano attraverso le ferite che ti porti dietro. Ma ci siamo tanto abituati a consumare il dolore che non siamo in grado di prendercene cura”. La bellezza vi stupirà è un appello a commuoverci e provare empatia per le vittime del disinteresse e della paura del diverso, guardandolo con occhi nuovi e l’animo pronto ad accogliere. La curiosità della giornalista poi si spinge a sondare i piani futuri del coreografo. "La rappresentazione non terminerà qui, spero di riuscire a portarla al Quarticciolo”, assicura Cosimi che prosegue, “intanto mi dedicherò a questa dance media performance che ho chiamato Coefore Rock & Roll, la seconda parte della trilogia sull’Orestea, preprata per Romaeuropea Festival 2020. Ho anche intenzione di tornare in scena con la performance di 15 minuti “I need more”.

La conversazione tra i due è stata introdotta da estratti di alcune videointerviste a persone senza fissa dimora registrate da Cosimi in varie città d’Italia ed è seguita dalla visione di un promo di due minuti, risalente alla messa in scena di La bellezza vi stupirà all’edizione del 2015 del festival capitolino Teatri di Vetro. Se la missione della danza e del teatro è quella di far sedere lo spettatore non su un comodo cuscino ma su un cumulo di carboni ardenti che impediscono il puro intrattenimento e disturbano l’imperturbabilità, portandoci chissà dove, Cosimi è sicuramente su quella traiettoria. Con Ode alla bellezza ha mostrato vite (auto)recluse, con la precedente trilogia Passioni dell’anima ha strappato dal di dentro e gettato al di fuori di noi le nostre paure più inibenti, la nostra brama tanto più repressa quanto deflagrante più di piacere fisico – con un ricorso al sesso e alla sessualità non più come (legittimi) strumenti di rottura e di scandalo ma come chiavi di lettura della società e dei suoi cambiamenti – e la sofferenza che alza una cortina di separazione tra noi e lo scorrere dell’esistenza, rinchiudendoci in un ovattato vuoto dove l’assenza di senso si fa schiacciante, che il mondo contemporaneo per paradosso alimenta nella sua convinzione che la vita sia solo materialità e raziocinio. Con la prossima trilogia, ispirata all'Orestea di Eschilo, iniziata dalla del rapporto tra sesso e potere in chiave sadomasochistica di Glitter in my Tears e in attesa di proseguire col secondo capitolo Coefore Rock & Roll, la destinazione è ancora incognita.

Lorenzo Cipolla

Nella quantità esorbitante di streaming, di dirette facebook, di drammatizzazioni dal divano di casa in pigiama o vestaglia con le luci al neon che in quest'ultimo periodo fioccavano e proliferavano, abbiamo scelto quella di Sergio Aguirre per la potenza del linguaggio, la miscelazione dei testi, l'impronta urgente, la presa diretta tra le parole e il suono, tra il senso e il significato, tra la carne che si andava toccando e l'intimità che veniva scossa, morsa, strattonata. Sono tra quelli che “il teatro non si fa online” e che “il pubblico deve essere vero, reale, tangibile” altrimenti non si può chiamare “spettacolo dal vivo”. Certo, tutto vero. D'accordo. Ma alcuni tentativi, come questo, travalicano il mezzo e arrivano comunque con una verità di spada sventrando l'oggi nella sua contemporaneità scavallando secoli e mettendo in scena sostanza viva, pulsante. E' una messa in discussione sul momento che stiamo vivendo, formale e temporale, una clausura che genera mostri asmatici e asfittici, anemici e ansiosi ma è sempre una presa di posizione forte, dura, a petto in fuori, una dimostrazione che la pandemia non schiaccia, non assorbe, non vanifica, non appiattisce tutte le energie, tutta la voglia, tutto lo sprizzare e il bisogno d'arte, di farla e di riceverla.38841186_1971056892954376_7227950159781429248_n.jpg

Voglio la Luna – Kaligola 1” (primo studio) è un lupo che geme al satellite senza luce propria di crateri butterati, è un urlo al destino, è un gorilla che si batte i pugni sul petto nella foresta ma è anche un grido, una richiesta, una mancanza, un SOS lanciato in mare aperto e un invito ad entrare nel suo mondo, ora accogliente adesso pressante infine corrosivo e corrucciato, è un lamento increspato di risa amare e tragiche ma anche una dichiarazione d'intenti, è una tromba squillante e un rullo di tamburi, è un armiamoci e partiamo, è un respiro nell'orecchio come una scrosciante pioggia torrenziale di fine agosto, carezza che ferisce e sconquasso, clangore di catene e velluto, è un'immersione in apnea dentro il limbo, è un affacciarsi sul baratro e vedersi specchiati nel fondo del bicchiere. Da Camus, “Caligola”, “Lo Straniero” e “Il Mito di Sisifo”, aggiungendoci sprazzi di “Macbeth” e tocchi dell'“Aspettando Godot”. Camus, Shakespeare, Beckett, lo spleen, la tragedia e la sospensione dell'attesa. Il tutto realizzato in solitudine dal 26 al 30 aprile in piena quarantena Covid-19.

Non solo teatroIMG-20200511-WA0028.jpg ma a tratti una vera e propria pellicola: giacca di pelle in stile Matrix e una fuga nei garage come incipit che trabocca e frigge, sbrana, addenta, s'addentra. Una performance da vedere ma anche da ascoltare. Atmosfere cupe pece da Mad Max. Un Caligola che è prigioniero, che vorrebbe rompere le catene che lo tengono legato a quel luogo, a quella condizione-situazione, a quella costrizione; ti parla, ti guarda e ti guarda dentro, in questo tunnel fisico e corporeo ma anche metaforico ed etereo, ti scava fino in fondo, è magnetico e calamitico, dai respiri pastosi e violenti, spessi e densi. “Ho sete d'impossibile” ci dice e tutto vibra, tocca corde profonde ime. Il suo microfono e il registratore (così come la banana) ci ricordano quello beckettiano dell'“Ultimo nastro di Krapp”.

Voglio far diminuire il dolore” ti strazia. Lo senti vicino nei suoi silenzi così pesanti, catacombe e chiavi, lucchetti e sferragliamenti da Caronte. Aguirre-Caligola ti scruta fino in fondo, dittatoriale senza far prigionieri, non è consolatorio, va dritto al punto, non chiede permesso. Dentro il cunicolo dell'esistenza, nel buco del travaglio, nel gorgo del tempo che ci sradica gaddiano e materico, sudato e partecipato, si affaccia dal suo vulcano distopico, dalle cavità del suo ego, dalla fenditura dell'anima sfibrata, dalla fessura della sua latitanza, dall'orifizio del suo disincanto, un 47332_106378926088858_2450893_n.jpgmessaggio cinico squisitamente politico, nel suo senso più alto, ed incastonato in questi tempi di repressione fisica e di contrazione economica, privata e personale. Trasognante e trasformista esce dalla finestra del suo mondo per affacciarsi al nostro così simili in questo momento; è un viaggio nel buio, un percorso frastagliato ad ostacoli, una matassa aggrovigliata di nodi, un incubo da sciogliere con l'alba, se mai arriverà. E' come un diario di bordo. Ci parla di solitudine, “Non posso accontentarmi di ricordi” sibila come un missile, è 15349782_1315228191870586_5883530472902519084_n.jpguna protesta, una ribellione soffocata: ti chiede da che parte stai, senza scorciatoie. Ci parla di vita e della condizione umana sempre compressa e contratta, parcheggiata. E' un vuoto incolmabile l'esistenza. “L'errore di tutti gli uomini è di non credere abbastanza nel teatro” ci ammonisce severo. Come non dargli ragione. L'unico rimedio è fuggire da noi stessi anche se fuori, facendoci capolino, fa paura. Sperando di vederlo dal vivo, su un palcoscenico con il pubblico in platea ad agognare nuove parole, ad immaginare ombre vive, a nutrirsi in un'altra dimensione.

Tommaso Chimenti

FIRENZE - Era tanto che non lo facevo. Tre mesi. Tre lunghi mesi d'astinenza. Anche se questo piccolo contatto mi ha lasciato ancora più fame di prima, ancora più voglia di prima. Novanta giorni senza uno spettacolo teatrale, senza un teatro, senza una recensione. Da starci male. Ieri l'ho fatto ed è stato come, mera illusione, tornare non tanto alla normalità quanto a respirare quell'aria familiare dell'altro che, con parole e formule e gesti e parole sue, scandaglia il tuo animo lì pronto, aperto ad accogliere il diverso. Ho visto teatro, oltre che nell'edificio-teatro, in infinite modalità, dalla strada ai castelli, le torri, le piazze, nei parchi, gli scantinati, sui fiumi, le case private ma non sono riuscito, in questi due mesi, ad abituarmi alle riprese video, agli streaming, alle letture casalinghe, alle drammatizzazioni in salotto. Il teatro senza la magia del teatro, senza il buio, senza il patto tra platea e palco, quel silenzioso e tacito accordo per il quale ognuno conosce il proprio ruolo e il proprio spazio e si dedica all'altro, recitando o ascoltando, se al teatro togli quella polvere, quel non detto, tutto quello che sta tra le righe, rimane forse il mestiere, la voce, poco più. La tecnologia poi non aiuta quell'artigianalità intrinseca nel fare e nel fruire lo spettacolo dal vivo. La distanza e la non-fisicità del momento dilata il significato e lo fa diventare uno dei tanti contenuti che passano, che affollano senza sfamare, che riempiono senza incuriosire.Bosetti.jpg

Ma, come dicevo, sono tornato a teatro, o meglio a respirare, in minima parte, quell'atmosfera: l'attesa, il mistero, la scoperta di un insospettabile sipario. Chi meglio dei Cuocolo/Bosetti, che hanno fatto spettacoli in case private come nella loro, in metro, camminando per le vie, insomma in ogni luogo possibile tranne che su un palco e in teatro, poteva meglio incarnare il teatro in queste settimane magre (e lo saranno anche i mesi a venire; il teatro purtroppo, come il cinema, per gli ambienti chiusi, sarà uno degli ultimi comparti a poter ripartire; salterà anche la stagione prossima visto che ci hanno già preannunciato che ci sarà sicuramente una seconda ondata del virus nel prossimo autunno?), in questo periodo dove gli attori arrancano imbrigliati nei loro domicili senza poter lavorare e il pubblico, gli appassionati, sentono di aver perso una fetta considerevole della loro vita senza il rito della visione del palcoscenico. Avevo già assistito ad una performance simile, sempre a cura del gruppo piemontese, una decina d'anni fa al Teatro Magnolfi a Prato: “Theatre on a line” (prod. Teatro di Dioniso, stavolta organizzato dal Teatro della Tosse di Genova).

Il titolo è rimasto lo stesso ma le condizioni ambientali sono estremamente mutate dando a questa pièce contorni reali, contingenti, pressanti. La reclusione, la solitudine, la lontananza ha fatto sì che per molti di noi i pochi contatti con l'esterno fossero tv e computer mentre per quanto riguarda l'interazione sociale l'unico mezzo, per sentire e confrontarsi con parenti e amici, fosse appunto il telefono, la voce, non gli occhi ma soltanto il tono, le parole nel mezzo il filtro della “cornetta” dello smartphone. Una pièce scritta e concepita proprio per toccare le profondità dello spettatore che in quel caso abbandonava il senso della vista (non c'era niente da vedere se non una stanza all'interno di uno spazio) per affinarne altri: la memoria, il ricordo, la nostalgia e tutto quello che semplici oggetti lì a portata di mano potevano suscitare. In questo caso, visto che la scrivania non poteva essere la stessa per tutti, il canovaccio è cambiato e anche radicalmente. Roberta Bosetti.jpgE' rimasta l'attesa, l'orario preciso al quale dover comporre un numero sconosciuto, la fibrillazione del non sapere che cosa aspettarsi, il confronto uno a uno (come spesso capita negli spettacoli di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti) che può solleticare come paralizzare, può eccitare come bloccare. Perché qui lo spettacolo si fa in due proprio se l'interazione procede, se all'azione segue una reazione, se c'è un reale, effettivo scambio di idee, se la partecipazione è sentita.

Ho composto il numero, dall'altra parte la voce di Roberta, sempre indimenticabile e presente, che è calda ed emozionante, che è erotismo ma anche confessore, che è amica e amante in un distacco che non c'è di barriere azzerate, di frontiere aperte, che riesce con pochissime parole a convincerti ad entrare nella sua modalità, in una comfort zone, in un alveolo, in una parentesi dove ogni scambio resterà, dove ogni racconto cadrà, in una intimità che come sarà creata dai due protagonisti (attrice e spettatore) morirà appena la conversazione finirà. Puoi sfruttare il tuo tempo, hai a disposizione un ascolto nuovo, dall'altra parte una figura non giudicante, puoi aprirti finalmente, puoi dire. Come si fa con gli sconosciuti anche se qui, paradossalmente, si è ancora più liberi proprio perché non esiste la dimensione visiva a guardare, scrutare. Solo una voce lontana che ci porta nel mondo dei C/B fatto di sogni che presto si trasformano in incubi, il buio, le carezze oscure, il bosco, il perdersi. E il testo prende pieghe reali, collegate al momento che stiamo vivendo, all'oggi fatto soltanto di distanziamento sociale, di mancanza di contatti, di abbracci, di possibilità di spostamenti. C'è quell'imbarazzo, quella dolce, tediosa sospensione.

Mi dice: “Chiudi gli occhi” e sembra di mettere l'orecchio su una conchiglia e sentire il mare che gorgoglia lontano ma che sembra di poterlo afferrare, tenere, prendere. Anche il silenzio risuona impressionante quando la parola si esaurisce e rimani in ascolto di un niente denso. La sua voce scivola su questo tappeto di nulla che sono state queste otto settimane da gettare nel dimenticatoio, la sua voce è uno squillo pacato, un richiamo fermo ma morbido, una chiamata, un risveglio. Sono stato a teatro, non ero proprio a teatro, ma che cos'è teatro e cosa non lo è? Per mezz'ora mi è sembrato di chiudere le palpebre e avere davanti una voce che rapiva la mia concentrazione e la mia attenzione per condurmi in altre stanze della mente, in altri palazzi della fantasia, in altri corridoi dell'esistenza. Non sono stato a teatro ma è stato comunque un assaggio, un tornare a provare a camminare, un mettere il piede nell'acqua del mare per sentire se è troppo fredda, un tastare il terreno per vedere se è possibile ancora correre, un tentativo per capire quanto ti è mancato, quanto ne vorresti ancora, di quante parole ti sei inaridito, di quante storie sei mancante, Foto spettacolo 2.jpgdi quanto ti è stato sottratto, della voglia che non si placa, dell'inutilità dello scorrere del tempo senza l'arte (e gli artisti) che ci possono accompagnare nella nostra ricerca, senza coloro che toccano la materia e la traducono in ascolto, senza quelli che oggi chiamano i lavoratori dello spettacolo.

E' incalcolabile e inquantificabile la perdita di ognuno di noi per ogni teatro chiuso, per ogni spettacolo saltato e per tutti quelli che salteranno, sarà una sconfitta ogni attore e attrice che dopo questo periodo non potrà più fare il suo lavoro (stare su un palco non è soltanto un lavoro), sarà una sciagura ogni compagnia che dovrà sparire. In gioco c'è la consapevolezza dell'essere cittadino, della polis, la formazione, l'informazione, l'abbeverarsi senza sentirsi mai sazi. Il teatro manca a tutti anche a coloro che ancora non sanno che gli sta mancando. Se ne accorgeranno.

Tommaso Chimenti 05/05/2020

In superficie tutto sembra tranquillo, gli italiani chiusi in casa dal 9 marzo per contenere la diffusione del coronavirus non mostrano particolari segni di insofferenza alla quarantena chiesta dal governo tra conferenze stampa e decreti presidenziali, mentre si discute se riaprire o meno cosa quando e come. Solo l’eco mediatica delle inchieste sulle morti di diversi anziani in alcune case di riposo del Nord Italia scuote una generale calma che è frutto di rassegnazione o di buona volontà in attesa di un domani nuovamente normale. Ma solo il pelo dell’epidermide, tra i nervi, i tessuti muscolari, nel cuore e nella mente, si agitano stati d’animo e sensazioni di un animale ingabbiato o di chi prova una gran pena per un futuro – incombente – stravolto e leggermente distopico. Sui giornali, alla radio e o al notiziario quotidianamente c’è sempre qualche esperto che scrive o ripete che niente sarà più come prima e dovremo adattarci a stare al mondo con la mascherina, distanziati, pronti a rinchiuderci nei rifugi a causa delle prossime pandemie, mentre il mondo del lavoro andrà sempre di più verso l’isolamento e la contrazione. L’angosciante sospensione e le profezie spaventano, ma non sembrano insegnare a non i ripetere i vecchi errori. L’attore teatrale, regista e drammaturgo napoletano Mimmo Borrelli con il suo componimento poetico inedito “Covido” estrae da sottopelle, con spietata severità e fermo impegno civile, quello che vi scorre. Apprensione, rabbia, sfiducia, insofferenza, paura ed egoismo. Lo fa nella clip caricata giovedì 16 aprile sul sito e sul canale Youtube del Teatro Stabile di Napoli, nell’ambito dell’iniziativa “Diario della quarantena”. Una serie di contributi video settimanali di attori e registi che va a unirsi a quelli di “Reclusi”, realizzati dagli allievi della Scuola di Teatro partenopea, e alla selezione di spettacoli delle precedenti stagioni – tra cui “Le sorelle Macaluso” diretto da Emma Dante e “Mal’Essere” di Davide Iodice – in “Memorie d’archivio”. Un’idea per addolcire la clausura agli appassionati e mantenere vivo il senso di comunità grazie alla comunione culturale. Tra chi ha già aderito ci sono Roberto Andò, Carlo Cerciello, Cristina Donadio, Imma Villa e Marino Niola.Mimmo Borrelli

Sostenuto dal tappeto sonoro creato dal polistrumentista e compositore Antonio Della Ragione, in virtù di un legame artistico nato oltre un decennio fa, Borrelli recita in uno stretto e viscerale pastiche di dialetti della sua regione, sottotitolato per garantire la comprensione delle parole. La malattia infettiva muta in un mare d’ossigeno che è “farabutto” perché non si agita con onde e cavalloni ma uccide rapido, a differenza del mare d’acqua dove resta una residua speranza di salvarsi a nuoto. Curate e montate sempre da Dalla Ragione, scorrono immagini in negativo (l’inversione di colori chiari e scuri in un contrasto fluorescente quasi accecante). Ambulanze, operatori sanitari in tute di protezione lunari, mezzi militari che trasportano le bare, bocche e nasi in debito d’ossigeno, file di persone passate ai raggi infrarossi, caschi Cpap per la respirazione, il pianeta Terra che galleggia nell’universo passano e si ripetono mentre il suono delle parole di Borrelli si fa non più lettura né recitazione ma canto ritmato che resta parola senza mutare in onomatopea. Quasi fosse un rapper in una competizione freestyle, l’attore sprona le sue rime di rivelazione a briglia sciolta, insufflandole di collera e disgusto, salvo poi placarle e dilatarle come un battito cardiaco morente.

Diversi registri s’inseguono e si sostituiscono l’un l’altro nello stesso verso. La narrazione e la descrizione per metafore del contagio – il mare, la guerra – sono ieratiche e venate di sofferenza. Il ritmo sale, una singola voce dà corpo a tante altre, assumendo l’arroganza di chi pensa “me ne frego” o il minaccioso avvertimento all’umana specie di rispettare la Terra sua madre. Borrelli ci attacca frontalmente, ci svela cosa temiamo e pensiamo al di sotto della maschera da animali sociali, con parole che bruciano caustiche e irate. Il sibilato sospetto verso l’altro, potenziale untore. Il volgare disinteresse, carico di sollievo, per gli ultimi della terra abbandonati alla morte. Lo sputo ingrassato di disgusto per la scoperta che la lotta per la sopravvivenza è diventata lotta di classe generazionale. Non meno corrosiva e bagnata di disprezzo è l’accusa lanciata al cinico ed entusiasta appetito degli operatori dell’informazione a caccia della notizia tragica che si e nascondono dietro il diritto di cronaca. L’esatto opposto di quei soldati che, come tanti giovani Caronte - infero psicagogo sulle sponde dello Stige - in divisa, portano via i cadaveri dei morti in solitudine. Morti, caduti in questa guerra, separati da ogni affetto e calore, isolati e intubati, che respiravano soli “ogni parola omessa, con ogni idea dimessa”. Borrelli ci maledice per il nostro egoismo, la nostra miopia e la nostra paranoia. Impulsi e comportamenti che ci hanno portato ad accumulare e consumare, a inquinare senza freni e a delegittimare la competenza e il sapere salutando come un nuovo culto il qualunquismo. A intervalli, (simulate) crisi respiratorie segnano pausa cariche d’angoscia e presentimento. “L’uomo s’è fatto vecchio, decrepito e demente […]: ‘nu rimani senza corona, né trono discendente”.
Non c’è ermetismo in questo testo, quello che pensiamo di non capire è ciò che in realtà conosciamo – perché lo viviamo – ma a cui non sappiamo dare nome. Erede di Albert Camus e di José Saramago nel racconto di una microbica sciagura, Borrelli, come uno Zaratustra nicciano furente, ci inchioda alle nostre azioni che sono virtuose solo di facciata, alle nostre contraddizioni fatali. Uno scuotimento appassionato che ci desta da un torpore nervoso.

Lorenzo Cipolla

Accadeva che 90 anni fa, il 14 aprile 1930, moriva uno dei padri di quel teatro immediato, diretto ed efficace che era l’Agit-Prop: il poeta e drammaturgo russo Vladimir Majakovskij. Ma è accaduto anche che, 43 anni dopo la prima messa in scena de La Gaia Scienza, ha ripreso vita “La rivolta degli oggetti”, ora guidata dagli stessi protagonisti del 1976.
I testi e la regia di Giorgio Barberio Corsetti, Marco Solari e Alessandra Vanzi ripercorrono proprio la tragedia in versi di Majakovskij, attraverso una selezione di parole che affronta metaforicamente le questioni umane più varie.
Lo spettacolo è attualmente disponibile sulla piattaforma di RaiPlay, un’occasione per rivivere una messa in scena storica tornata coraggiosamente dopo tanto tempo. La rivolta degli oggettiTre giovani interpreti, Carolina Ellero, Dario Caccuri, Antonino Cicero Santalena, basici ed essenziali nell’aspetto, viaggiano sulla scena disseminata di oggetti con cui entrano in vivace sintonia, per una dialettica dell’incontro-scontro pronta a tradurre e rivelare la loro presenza anche come performer. 
Impossibile prescindere dal terreno natio dello spettacolo originario, figlio della Compagnia orientata alla sperimentazione, che guardava con interesse le nuove forme artistiche. La messa in scena ha inizio con i richiami alla Contact Improvisation di Paxton: i protagonisti si muovono in un campo di eventualità, versatile e provvisto della tensione che solo l’impatto casuale con un oggetto può dare. La carta, gettata a terra come un sentiero da seguire, si corrompe e permette la creazione di nuove figure tra gli interpreti.
Come un quadro surrealista, dove gli oggetti sono posizionati -apparentemente- in modo casuale, seguiamo le corse, gli spostamenti affannosi e sincopati dei protagonisti. 
La mutevolezza della scena si fonde a quella della vita reale, dove l’accidentale può intaccare l’ecosistema presente. L’acqua, lentamente, modifica il volto e le vesti dell’attore come le parole che gli fuoriescono dalla bocca, anch’essa preda dell’acqua.
Gli attori appaiono progetti sempre nuovi per una contaminazione delle forme di espressione e, conseguentemente, del loro approccio emotivo.
Un contesto drammaturgico saldo dove il fine ultimo è riuscire a trasmettere la tangibilità del rapporto con la scena, tramutandolo in parole e concetti universali.
Ma qual è il contenuto che abita le molteplici forme?
“La rivolta degli oggetti” appare oggi un esperimento meno evanescente ed onirico, per un pubblico ormai alfabetizzato al racconto teatrale atto a destrutturare gli spazi e i ruoli, abituato alla privazione di una consistente forma narrativa.
Un terreno aperto alle infinite possibilità sceniche e sensoriali, declinate attraverso arti differenti con la compenetrazione della cultura russa, da cui il testo nasce.
Il linguaggio a primo impatto frastagliato, concede al dispositivo teatrale di coinvolgere e attivare il pensiero del pubblico, con il compito di dover concludere le riflessioni sull’umano, nate dalle molteplici stimolazioni prodotte e consegnate dagli artisti.
Si compie il senso di un'elaborazione poetica continua e caotica, che si agita e si srotola con vigore riconnettendoci verso nuove suggestioni; testimoniando la plasticità di un testo consapevolmente rimaneggiato e ancora vivo dopo decenni, confermando l’efficacia delle parole di Majakovskij: azioni teatrali viventi e possibilmente mutevoli, sempre contemporanee e tese, senza fatica, alla possibilità di nuovi contesti storici e sociali.

Arianna Sacchinelli
16-04-2020

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