Questo sito utilizza cookie per migliorare la tua esperienza di navigazione e rispetta la tua privacy in ottemperanza al Regolamento UE 2016/679 (GDPR)

                                                                                                             

Non c’è forse luogo più adatto ad accogliere il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare del Globe Theatre di Roma. La più nota delle commedie del Bardo, infatti, prende vita al confine tra la città – Atene – e il bosco, in cui il sovrannaturale incontra l’umano, dove la notte sbiadisce il confine netto tra realtà e irrealtà tanto da consentire l’apparizione di fate, folletti e delle innumerevoli creature che popolano il bosco. Gli elementi di fondo dell’opera, poi, sono già elencati nel titolo della stessa: alla notte e al sogno, si aggiunge il solstizio d’estate, il momento di passaggio dalla stagione primaverile a quella estiva, contrassegnata in varie culture e Paesi da riti e feste connesse alla fertilità. Tre, come è noto, sono i mondi – e almeno altrettanti i livelli di lettura – che caratterizzano l’opera shakespeariana: quello reale del duca di Atene Teseo e della futura sposa Ippolita, quello incantato del bosco popolato da ogni sorta di creatura, e quello degli attori popolani che, nell’amata tradizione elisabettiana del play within the play, provano nel bosco la Lamentevolissima commedia e la crudelissima morte di Piramo e Tisbe, tutta da ridere. 

Sogno 1

Il Sogno in scena al Globe è di provato successo e si ripete ormai da tredici anni. La regia di Riccardo Cavallo, oggi scomparso, accompagna ancora lo spettacolo. Grande spazio qui, forse troppo, viene dato al versante comico vero e proprio: la strampalata e inesperta compagnia di attori che prova la commedia di Piramo e Tisbe compie numerose incursioni sulla scena e il quintetto di attori dalla parlata partenopea, capitanati dal bravo Marco Simeoli, diverte e conquista il pubblico. Ad unire il mondo naturale e quello fantastico è il succo di viola del pensiero che Puck, interpretato da Fabio Grossi, stilla sulle ciglia di Lisandro attivando la serie di malintesi tra i quattro amanti ateniesi che sarà lo stesso folletto a dover risolvere, su ordine di Oberon. Lo stesso succo, poi, consente a Titania di innamorarsi di Bottom, che ha subito intanto una metamorfosi asinina. La sua passione per l’uomo-bestia è il lato più oscuro dell’eros rappresentato nel dramma. Buona la prova dei quattro amanti ateniesi, così come quella di Titania e Oberon, interpretato da Carlo Ragone che sorprende il pubblico anche cantando. La musica, infatti, gioca un ruolo fondamentale nella messinscena: la luna che osserva quieta la fuga nel bosco e segue dall’altro gli intrecci del dramma prende vita attraverso la Casta Diva di Bellini, più volte accennata con buona pace dei puristi. Sogno 2


Scarna la scenografia – come d’altra parte lo era nel teatro elisabettiano – ma d’effetto, allestita da Silvia Caringi e Omar Toni e buoni i costumi confezionati da Manola Romagnoli. In Sogno, che non prevede parti singole da protagonista, è la buona prova corale a fare la differenza. Qui è il riso, o meglio il sorriso, a vincere sul pianto e lo stesso Shakespeare sorride della sua storia nel finale tramite Bottom, che riprese le sue sembianze umane non è in grado di spiegare cosa gli sia successo e fornisce una chiave di lettura dell’opera affermando: «Ho avuto una visione incredibile…un sogno tale che nessun essere umano può dire che razza di sogno era». La stessa idea che fornisce la voce di Oberon fuori campo, quando riprendendo le parole dello spiritello Ariel della Tempesta afferma: «Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno».

Pasquale Pota 15-07-2019

CASTIGLIONCELLO – Il Castello Pasquini rimane sempre baluardo, sta imperioso sulla collina con i merli a creare ombre, a prendere il vento, con il dragone di rame sull'angolo a scandagliare il mare. La sera una grande proiezione illumina con scritte e logo il lato b della struttura finto medievale e dalla pineta la visione è estiva, festivaliera, frizzante e nostalgica insieme. Rimane nell'aria quella polvere di stelle di non-detto, ai margini di un bosco da favola dove perdersi tra rami e siepi, dove pungersi, dove diventare grandi. Il clima è sereno, e non parlo di quello meteorologico, l'atmosfera pacata: una delle più belle edizioni degli ultimi anni di “Inequilibrio” (ancora per la direzione della ditta Fumarola-Masi), più matura, con artisti consolidati, scelte curate, grande attenzione, molte proposte quotidiane, parole di senso. Le ore passano placide a Castiglioncello tra un tuffo dal cemento e una passeggiata lungo mare, tra le bancarelle di libri scontati, qualche pittore che tratteggia la sua tela, un gelato rischiaratore, le panchine che gettano l'occhio agli scogli, qualche vela che solca i riflessi al largo. C'è un'aria d'antan che non stona affatto, basta coglierla, accoglierla, respirarla nei passi attenuati, in questo andamento lento che ci spinge, assolati, qui dove tutto scorre uguale a se stesso, dove la sua ricchezza sta proprio in questo immobilismo che rassicura, che ristora, che conforta.Sarteanesi-Bosi-foto-di-Antonio-Ficai-8.jpg

Lentezza e stallo, cappa e indolenza che abbiamo riscontrato nel toccante “Bella Bestia” (prod. Officine della Cultura, sostegno di Armunia e Kilowatt) dove, fin dal titolo, si gioca ossimoricamente tra due caratteri che tentano di affossarsi a vicenda, già sprofondati nelle loro grame vicende personali senza trovare un appiglio per salvarsi, una mano alla quale aggrapparsi per tornare a boccheggiare in superficie. Due attrici (cariche, dense, riescono a toccare gli organi interni in un'altalena di up & down) che si incastrano alla perfezione, Francesca Sarteanesi, che fa della freddezza diretta uno stile che taglia a fette la scena, e Luisa Bosi, cinicamente tenace, pugnace che va dritta al punto. Donne con la d maiuscola. Dentro questo interno cupo, pare un inverno del nostro scontento, e ovattato in un cotone doloroso e dolorante, grondante miserie e recriminazioni, escluse, emarginate o autorecluse, l'ansia e il malessere la fanno da padrone autoalimentando le paure dell'una e la sfrontata verità schiaffata in faccia dell'altra.

Hanno talmente tanti timori che lì dentro, almeno lì dentro, loro sconfitta e unico recinto dove poter essere libere, possono sfogarsi per rimanere ancorate, senza possibilità di redenzione o vendetta o rilancio o reazione, alle se stesse che conoscono, nella sofferenza accertata, nel disagio conclamato, assediate da statue di dobermann (ad ogni buio aumentano, quasi fosse la sequenza di Fibonacci) che, impassibili, le guardano, non sapendo se sono lì per proteggerle oppure per non farle uscire dal loro guscio che magistralmente si sono costruite a forza di fango e silenzi, di attese e treni perduti. Da un lato un male depressivo a confronto, in contrasto con un male inequivocabile dettato da cartelle cliniche e radiografie: Sarteanesi-Bosi-foto-di-Antonio-Ficai-17-1200x800.jpgqual è il più forte, il più vero, il più compassionevole? Quale quello che realmente ha più diritto di cittadinanza e di espressione? I giochi dell'immedesimazione dell'una per esorcizzare scene e personaggi della vita dell'altra sono al tempo stesso spassosi e lancinanti. Due interpreti beckettiane (hanno abiti a fiori ma appassiti; ci ha ricordato i testi di Armando Pirozzi) con inserti reali di chat vocali esilaranti e ridicole che ci portano sul terreno di che cosa cerchiamo nelle nostre solitudini fatte di tastiere e di sesso come antidoto all'infelicità. Il comico del tragico, il dramma del sorriso inopportuno: “Io ho un tumore”, “Io invece ho una cena” si lanciano. Siamo tutti troppo tesi ad ascoltarci che non sentiamo più gli altri: “Non è una questione di tempo. E' una questione di tempo perso”. L'indifferenza disperata le ha frastornate, irrigidite, trasformate, colpite, inginocchiate; la triste e cruda verità sbattuta come uno schiaffo può essere antidoto o annientamento: la bestia, fintamente bella solo quando ti assuefai al suo morso, è sempre lì in agguato: teatro che scuote.

Se l'insoddisfazione prende alla gola come ossigeno che manca forse non è il caso di cambiare situazione o città o Stato ma proprio pianeta, anche se, nella maggior parte dei casi i guai continuano a (in)seguirci perché ce li portiamo dentro come ferite o cicatrici. ph-Francesco-Tassara-2436.jpgLa soluzione, fallace ed errata, potrebbe essere “Vieni su Marte” (prod. VQM, Gli Scarti, sostegno Officina Teatro, Kilowatt, Asini Bardasci, 20Chiavi, Mibact, Siae), un invito per cercare quel cambiamento che non è stato possibile affrontare nella nostra esistenza terrena e dove abbiamo finora fallito sul globo terracqueo forse sarà possibile centrare l'obbiettivo della conquista della felicità sopra un altro corpo celeste. L'idea, magistralmente teatralmente messa in scena dai Vico Quarto Mazzini (lontani dal non fortunato “Little Europa”), parte dal progetto reale di costruire una colonia permanente su Marte. Chi voleva poteva spedire un video di presentazione ed elencare le sue qualità, propensioni e ambizioni per essere scelti per andare a vivere e procreare sul pianeta rosso. Arrivarono oltre 200 mila candidature che intermezzano la narrazione dei VQM fatta di quadri tanto angoscianti quanto grotteschi, tanto divertenti quanto iperbolici, quadri dove Michele Altamura e Gabriele Paolocà, straordinari interpreti con grinta da vendere, dietro un velatino angosciante, si trasformano in psichiatra Vieni-su-marte-ph-Francesco-Tassara-2668-1160x773.jpgnapoletano e concreto e marziano dolcissimo, aulico e poetico “dipingendo stelle”, in due bifolchi razzisti, in un professore precario mandato ad insegnare ai figli dei muratori che stanno costruendo come forsennati case ed edifici per la colonizzazione di Marte. La voglia di fuga declinata in più sfaccettate versioni, uno spettacolo necessario per capirci meglio, per frugare la nostra paura della morte, per scovare il nostro germe che ci fa pensare al passato per migliorare il nostro futuro non riuscendo a vivere serenamente il presente con la costante spada di Damocle sul collo della fine, più o meno imminente: teatro di qualità.

E dopo la disperazione e l'insoddisfazione ecco l'incomprensione eclatante e abbagliante nel confronto genitori-figli che esplode in tutta la sua violenza nel “Padre nostro” (prod. Babilonia, Corte Ospitale, Operaestate Veneto) dei Babilonia Teatri andato in scena in mezzo agli scogli alle prime luci del giorno tra pozzanghere di lacrime create dal mare dove poter annegare, rocce appuntite Babilonia-Teatri-Inequilibrio-22-foto-di-Antonio-Ficai-15.jpgcome dialoghi incandescenti, scene tattili di corpi che si cercano, si tengono, si spingono, si scontrano senza incontro, si hanno, si mangiano, si mordono, si muovono come astronauti in punta di piedi su questo paesaggio lunare tagliente come fossero massi frastagliati lavici. Due adolescenti e un padre (anche Mario Perrotta si è soffermato sulla figura nel suo ultimo “In nome del padre”) duro, reazionario, urlante indicazioni e ordini e doveri e obblighi senza empatia, autoritario, dittatoriale, soldatesco, militaresco, manesco, contro (la madre grande assente, neanche nominata). Una visione del genitore maschio un po' datata, vecchio stampo quando oggi i padri sono dimessi, attenti al politicamente corretto, impantanati se dover dare un'educazione fatta anche di rifiuti e no decisi o dire sempre di sì. Cos'è rimasto del padre in tempi di inseminazione artificiale, di adozione da parte delle coppie dello stesso sesso, di uteri in affitto e di genitore 1 e genitore 2?

Stavolta i Babilonia, Enrico Castellani e Valeria Raimondi, non sono in scena: hanno scelto invece un padre con i suoi due figli, Maurizio, Olga e Zeno Babilonia-Teatri-Inequilibrio-22-foto-di-Antonio-Ficai-16.jpgBercini in un saliscendi di emozioni, una liturgia laica di carezze e mano pesante, di battesimo quasi ad annegare fino alla spoliazione da parte dei figli del padre che rimane come un verme sulla riva ormai depotenziato e fragile, annientato come uno straccio mentre Tom Waits gracchia e raschia. Un padre di quelli che non ce ne sono più, con sigaro, birra e fucile, una fotografia di qualche decennio e generazione fa dedito alle percosse e alle botte, condito con zero dialogo. I figli che uccidono, metaforicamente, il padre puntandogli addosso carabine giocattolo, vomitandogli addosso disprezzo e astio, vendetta e punizioni in una vera e propria esecuzione da Safari. E' un j'accuse arrabbiato, un processo, “Caro padre ti scrivo, così mi distraggo un po'”, una lettera d'addio, un funerale quando, ormai indebolito nel corpo e nella mente, gli mettono il pigiama d'ordinanza da ospizio e, forse perdonandolo nel passaggio di consegne, lo invitano a fare il grande balzo, un tuffo nel blu dipinto di blu, perché il dolore della perdita azzera il passato: teatro di forte impatto.

Infine non possiamo non citare un attore che ci ha mosso, spostato e sollecitato, Eugenio Mastrandrea, visto nelle vesti della nobildonna nella “Contessa tra i sessi” tratto da Palazzeschi in un ruolo pieno di charme e tensione in versione Conchita Wurst pasoliniana, che ci ha ricordato la lucidità e la consapevolezza di Luca Marinelli: una grande presenza scenica. Castiglioncello vale sempre, ancora, una messa.

Tommaso Chimenti 10/07/2019

Foto "Bella Bestia" e "Padre nostro": Antonio Ficai;
Foto "Vieni su Marte": Francesco Tassara

FIRENZE – “È ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria”. (Voltaire)
Che il teatro sia un viaggio è indubbio, che il teatro conduca in zone ancora non esplorate è assodato, che il teatro sia un mezzo per viaggiare con l'immaginazione, con il pensiero, con la fantasia è accertato. Ma ci sono delle occasioni nelle quali i due momenti, il teatro e il viaggio, si sommano, si danno manforte, diventano un'unica cosa. Stiamo parlando dei suggestivi e curiosi spettacoli teatrali messi in scena sui mezzi, automobili, tram, treni, pullman, autobus, furgoni, effettivamente viaggianti. Lo spettacolo stesso assume quel carattere particolare, quell'atmosfera di gita verso luoghi sconosciuti, questo andare fuori per le strade, per la conoscenza degli occhi, e questo andare dentro noi stessi, per la conoscenza della mente e della memoria: un viaggio a doppia dimensione che esplora lontano e 05-FURAMOBIL-600x405.jpgvicinissimo allo stesso tempo, che zooma la luna come l'anima, un cannocchiale con doppie lenti per ingrandire sia ciò che è distante sia quello che è troppo piccolo sotto il nostro sterno. Tanti sono gli esempi in questo senso partendo dai “Vagoni vaganti” di Andrea Kaemmerle che, all'interno di “Utopia del Buongusto”, la sua corposa e allegra rassegna estiva sul litorale tirrenico toscano, porta gli spettatori sulla funicolare di Montenero, a Livorno, facendoci credere, dopo poco diventa credibilissimo, di essere sulla mitica Transiberiana accompagnati da una guida del posto tra malinconie, nostalgie, vodka.

Pochi giorni fa abbiamo visto l'ultimo lavoro dei Cuocolo/Bosetti al Napoli Teatro Festival, “Underground” nel quale Roberta si faceva pifferaia magica e si portava dietro venti topolini-spettatori che, cuffie in testa, avevano prima camminato dai Quartieri Spagnoli per poi addentrarsi nel budello di 76-walking-thérapie-1.jpgscale mobili della metro scavata sotto la città di Pulcinella, entrando a Toledo e scendendo a Rio Alto mentre attorno gli altri, tanti, viaggiatori quotidiani della metro partenopea si chiedevano che cosa succedesse, chi eravamo e che esperimento si stesse compiendo proprio sotto i loro occhi, mentre noi, cuffie illuminate di blu alle orecchie, ci sentivamo guardati, osservati, ammirati, invidiati, e sentivamo il racconto, alternando autobiografia, la loro cifra stilistica, e fascinazioni che il luogo non-luogo emanava. Metropolitana anche per il grande burattinaio argentino Horacio Peralta che nella subway parigina, non appena arrivato nella capitale francese negli anni '80, faceva i suoi spettacoli, anche per via del tempo inclemente e del freddo della capitale francese fuori per strada, inventando e improvvisando personaggi presi dalla realtà, in quel grande calderone di umanità che passava lì sotto, bastava una tenda nera tra palo e palo e il sipario e i “camerini” prendevano forma.

Con Gli Omini invece, nel loro “Progetto T”, gli spettatori presero un treno regionale per raggiungere una località sull'Appennino pistoiese e da lì, i finestroni erano la platea, osservare le scene sulla banchina e ascoltare l'audio sparato dai megafoni, quelli che solitamente ci avvertono dei ritardi e blaterano “Ci scusiamo per il disagio” mentre sotto i tabelloni la gente bestemmia tutti i santi.Bus-Theatre-1-960x675.jpg

Lo scorso anno a “Trasparenze”, il festival modenese ideato dal Teatro dei Venti di Stefano Tè, andò in scena un vero e proprio trasbordo di clandestini nella performance “El viatge de la vergonya” dei catalani Nafrat Collectif dove i migranti percossi, spinti, prostrati, accatastati, ammassati, sballottati come merce eravamo proprio noi del pubblico che in quel momento, dietro il cassone del furgone ci siamo immediatamente resi conto, solamente per un'ora, dei patimenti, del dramma e delle sofferenze subite realmente, per giorni, per mesi, per anni, da chi compie questi viaggi della speranza, dell'illusione.

Una ventina d'anni fa invece al “VolterraTeatro” la Fura dels Baus (quando era ancora la Fura storica che non strizzava l'occhio al mainstream e non era pseudoprovocatoria e fintamente scioccante come adesso) aveva creato una serie di ingranaggi postindustriali chiamato “Furamobil”, una sorta medea-2-2-1-990x660.jpgdi scheletro di autobus a due piani con varie postazioni dove persone scelte da guardiani bondage di catene e pelle, tra il pubblico sottostante adorante e urlante, faticavano con braccia e gambe per spingere, come in una simil mega dinamo (più fai forza e più la macchina si muove), il carrozzone mentre, al contempo, sparavano sui malcapitati sotto farina, acqua, chicchi di frumento, piume di gallina, in un impasto che tutto appiccicava e sporcava: la metafora tra chi sta sopra e governa il Sistema e chi dal basso non può salire sul carro del vincitore e può solo agognare, seguire con la lingua fuori, sperare un giorno di essere chiamato per montare su e “sparare” sui deboli della quale schiera non fa più parte.

Amerika” di Kafka si presta molto a questa idea del viaggio costretto e coatto, forzato. Infatti, nel tempo, abbiamo ritrovato nella memoria ben due messinscena-deportazioni: quella di Giorgio Barberio Corsetti ad inizio anni 2000 inscenata sopra un treno in direzione Bovisa e quella, della quale fui, purtroppo e mio malgrado, partecipe e testimone, di Claudio Ascoli e dei suoi Chille de la Balanza. PD_36_File_001-copia.jpgQui, una volta terminata la prima parte teatrale indoor frontale, il pubblico, senza nessuna costrizione, veniva invitato a salire su un autobus per continuare il “viaggio” dello spettacolo mischiati tra gli attori della compagnia che continuano a vestire i panni dei ruoli della drammaturgia. Un autobus di linea della compagnia del trasporto pubblico fiorentino che sfreccia per i viali di circonvallazione della città di Dante senza alcuna fermata, senza sosta, e gira e gira e sterza e curva e continua ad andare fin quando qualcuno, dopo essere passati per svariate volte, come un Gran Premio di Formula Uno, dagli stessi punti, ed essendosi fatta un'ora un po' tarda nella notte fiorentina estiva, non comincia a protestare e a chiedere spiegazioni e il perché di questo viaggio senza fine, senza meta. Vicino all'ex tribunale, dietro Palazzo Vecchio, veniamo fatti scendere e il bus riparte a tutta velocità tornando a Campo di Marte dove ha sede l'ex manicomio che ospitò anche Dino Campana. La distanza tra Piazza della Signoria e San Salvi è pari a circa tre chilometri. E' tardi e, anche se è estate, la temperatura sta scendendo, ci sentiamo abbandonati, i taxi sono tutti affollati dalle modelle di Pitti, la Polizia che qualcuno ha provveduto a chiamare non può far niente perché il viaggio è stato volontario e non imposto. Ci sono bambini che piangono, un anziano si sente male perché gli mancano delle medicine che avrebbe dovuto prendere ad un determinato orario. Qualcuno riesce ad arrivare a San Salvi e trova Ascoli piazzato su una seggiolina in mezzo alla piazzetta pronto e preparato a ricevere gli insulti (parole sue) che gli pioveranno, giustamente, addosso come grandine. Quando si scherza sulla pelle del pubblico, quando si prende troppo sul serio il teatro che dovrebbe essere finzione.

Intenso fu il “Medea in tangenziale” (gira ancora, cercatelo) del Teatro dei Borgia con Elena Cotugno che si trasforma in una prostituta che racconta, con accento dell'Est, il suo dramma, la sua miseria, quella di essere stata condotta in Italia per prostituirsi, sfruttata da clan che minacciano la sua famiglia in patria, venduta al miglior offerente, svenduta ogni sera in strada, ai bordi (bordelli) di periferia. Pochi spettatori e lei dietro un furgone scassato, tutti insieme a sentire la strada sotto gli ammortizzatori sfondati fin quando passiamo e ci fermiamo proprio in una zona dove è attivo il mercato del sesso; lì, teatro e verità, finzione e realtà esplodono e si moltiplicano in un cortocircuito che fa male.

Ancora un tragitto in autobus con la mitica, e ancora ricordata e citata, fenomenale “Tempesta” shakespeariana ideata da Giancarlo Cauteruccio e dai suoi Krypton, era il 2001, mentre è di trent'anni fa, data famigerata del 1989, l'esperienza della rassegna Micro/Macro organizzata dal Teatro delle Briciole con tre spettacoli creati appositamente per tre linee ferroviarie, la Reggio Emilia-Guastalla, la Reggio-Ciano Progetto-T-Associazione-Teatrale-Pistoiese-Gli-Omini-2-foto-Duccio-Burberi.jpgd'Enza e la Reggio-Scandiano; gli spettacoli erano “I miracoli” proprio delle Briciole, “The last train to St. Ann” del Gsa di Fontemaggiore e “L'étrange Mr. Knight” del Theatre de la Mandragore.

Ancora il treno come scenografia in “Donne in guerra” del Teatro Cargo a Genova, per la regia e scrittura di Laura Sicignano, per ripercorrere la storia in un viaggio che riporta il pubblico indietro nella memoria: sono gli anni della seconda guerra mondiale. I binari di una ferrovia a scartamento ridotto: sul treno si ascoltano voci femminili che ricordano un’esistenza segnata da dolore, lutti, sacrifici, disperazione e fame. Spettacolo viaggiante, si chiamava una volta. La partenza dalla stazione Manin, poi verso i boschi delle valli Bisagno, Polcevera e Scrivia. Una linea di 24 chilometri che porta fino a Casella per rivivere sei racconti al femminile; sei storie di donne che incrociano le loro vite segnate in un’Italia del 1944.

A Firenze la tramvia, siamo alla seconda linea cittadina, doveva risolvere i problemi del traffico. Da una parte ha bloccato tutta la città con i lavori in corso per anni per costruirla e rimpicciolito le strade, dall'altra parte sembra sia un servizio utile per tutte quelle persone senza auto, anziani, studenti, immigrati, che prima prendevano l'autobus (i bus comunque circolano ancora). Il Teatro di Rifredi, per il secondo anno consecutivo, ha trasposto lo spettacolo “Walking Therapy” con Gregory Eve e Luca Avagliano sopra appunto la tramvia che i due direttori uomo-cammina-roma.jpgartistici, Giancarlo Mordini e Angelo Savelli, avevano visto ad Avignone itinerante in forma di passeggiata. Gli spettatori, con le cuffie d'ordinanza, 50 a sera, vedranno il paesaggio e il panorama attorno a loro cambiato e camuffato dalle descrizioni del loro Cicerone ex paziente psichiatrico guarito che però, nel corso di questa camminata ha subito una involuzione, un blackout che genera sconnessione dalla realtà e inevitabile ironia.

Una macchina per gli Ilinx con la loro “Machine” nella quale aiutanti cialtroni di Satana hanno infilato cinque persone, vive, per condurle nell'Aldilà, rapiti per essere portati nel luogo dove avverrà lo scambio, aspettando un Godot che, ovviamente, non arriverà con quel mix di leggera paura, sbigottimento, divertimento.

Altre macchine, più d'una in questo caso, per “Teduccio on the road” performance presente all'ultimo Napoli Teatro Festival e ideato dal gruppo Nest a cui fanno riferimento Adriano Pantaleo, Giuseppe Miale di Mauro e Francesco Di Leva. Un viaggio itinerante con le auto che vanno a prendere gli spettatori fino a casa per fare con loro il tragitto fino al Teatro Nest ed è proprio all'interno di questo lasso di tempo che si svolge lo spettacolo. In ogni macchina va in scena un celebre film appunto on the road con un happening finale comune nel cortile. 8 auto e un furgoncino per 27 spettatori ad ogni turno viaggiano dalle loro case fino a San Giovanni a Teduccio, ogni veicolo affronta un adattamento di un film diverso: Furore, The Big Kauna, Blues Brothers, Paura e delirio a Las Vegas tra gli altri. Lo spettacolo viene fatto tutto in auto e lungo il percorso ogni film/auto ha delle fermate in alcuni luoghi dove si svolgono delle scene per poi approdare tutti al Nest.

Ancora binari con Mimmo Borrelli che qualche anno fa ha messo in scena “S.E.P.S.A.” in partenza dalla stazione Cumana di Torregaveta che collega la Costa Flegrea a Napoli, il racconto teatrale della tragica morte di Petru Birladeandu e delle piccole Violetta e Cristina Ebrehmovich. L'acronimo significava “Spettatori all’Esequie di Passeggeri Senz’Anima”e ripercorreva due fatti tragici, messo in scena su due vagoni, per trenta spettatori alla volta. Gli “Spettatori all’Esequie di Passeggeri Senza Anima”, erano “testimoni oculari inermi e silenti che hanno scavalcato le urla imploranti d’aiuto per l’indifferenza dettata dalla paura di poter essere uccisi anche loro in un niente, per niente”.

Se il mezzo di locomozione poi non è in movimento la lista si fa ancora più lunga: per la bicicletta abbiamo scelto Emanuele Arrigazzi che in “Tempi maturi”, bellissima metafora tra la vita, i pedali e il lavoro dell'attore, pedala incessantemente sui rulli da pistard per un'ora consecutiva (se si fermasse cadrebbe), recitando e pestando come se davanti avesse il record dell'ora da abbattere, o ancora ricordiamo “Lisboa” di Pontedera Teatro che da diversi anni solca le strade con undici biciclette nere, (tutte donne al comando) omaggiando il poeta Fernando Pessoa, “creando file, schiere, girotondi e cadute che attraversano e coinvolgono gli spettatori e passanti, proiettandoli in un’epoca senza tempo”.

Se vogliamo rimanere seduti dentro una roulotte lo spettacolo culto fu sicuramente “Caravankermesse”, prodotto da Isole Comprese Teatro del compianto Alessandro Fantechi, dove, per pochi spettacoli alla volta all'interno ci narravano dell'amore tra un circense (David Batignani) e una trapezista (Natascia Curci) e fuori, sopra, tra oblò e cielo, si sentiva proprio l'acrobata compiere le sue evoluzioni fino al finale scioccante che, dopo tanti sorrisi teneri e risate dolci, spiazzava, coglieva impreparati, lasciava di stucco: un piccolo capolavoro.

Fermi dentro ad autobus abbiamo assistito ai piccoli emozionanti caroselli dei Teatri Mobili, un bus e un camion allestiti a teatri, che ospitano al loro interno spettacoli unici e senza parole per un massimo di 35 spettatori alla volta. Al loro interno si esibiscono Compagnia Girovago e Rondella e la Compagnia Dromosofista. Qui abbiamo visto “Manoviva” dove vanno in scena soltanto le mani e i due protagonisti sono Manin e Manon, mani giocoliere, musiciste, mangiafuoco, funambole. Recentemente al Napoli Teatro Festival abbiamo incrociato il “Bus Theatre”, autobus a due piani dove, accompagnati da un novello Caronte (la figura ritorna), gli spettatori (15 per replica sommati ai 5 performer un po' troppi per i 35 gradi di Napoli a giugno e due ventilatori non bastavano) assistevano a “Vita, morte e oracoli” con vari step passando da un'anziana signora scorbutica-puppet, un illusionista-prestigiatore, letture di tarocchi e suonatrici di violino.

Se poi 29661474607_548e0fa649_h.jpgsono i piedi ad essere protagonisti ci viene alla mente il bel viaggio che un gruppo misto di attori, francesi e italiani, provenienti dal Teatro Metastasio di Prato e dal Theatre Ecole d'Aquitaine, hanno intrapreso nel 2013 per un mese a cavallo di maggio e giugno tra Toscana, da Prato, percorrendo la Via Francigena, Lucca, San Miniato, Gambassi, Certaldo, San Gimignano, Colle Val d'Elsa, Monteriggioni, Siena, San Quirico, Radicofani, fino a Livorno e successivamente la Corsica e da lì in Francia nella regione della Lot-et-Garonne. Si trattava di un vero e proprio spettacolo in viaggio dove nella prima parte della giornata si camminava, recitando e provando la parte che la sera, in piazza o su un palcoscenico di un teatro, sarebbe andata in scena in una sorta di dimostrazioni pubbliche di lavoro. Simone Pacini, che si è fatto eroicamente tutto il cammino, ne ha tratto un interessantissimo libro “Il teatro sulla Francigena” con foto, testi, racconti, suggestioni di un'esperienza irripetibile.

Si può anche fare, e vedere, teatro in barca, che siano piccole imbarcazioni oppure con alberi e vele. Sotto l'Arno, e i suoi ponti, ogni estate il gruppo teatrale Zauberteatro organizza spettacoli sulle vecchie barche dei renaioli spinte non da remi ma da un palo che cerca il fondo per poi spingere il natante. Qui abbiamo visto Massimo Grigò interpretare Galileo o Carlo Monni declamare Dante ma anche, e soprattutto, il bel testo di Manuela Critelli “Come in America” con interpreti d'eccezione come Fabio Mascagni e Silvia Guidi nei panni di una coppia di neosposi travolti dalla furia dell'alluvione del '66. Altra esperienza segnante di teatro marittimo è quella della compagnia Cajka, capitanati dal regista-skipper Francesco Origo, che hanno ideato i Teatridimare con venti anni alle spalle di mare e di palco, miscelati insieme, nel Mediterraneo. La ciurma (sono tutti attori-marinai) arriva nel porto e il suo palcoscenico diventa il ponte della barca mentre gli spettatori stanno sulla banchina. Ma, e sono stato testimone, hanno recitato anche all'interno di una stiva attraccati dentro una grande nave nel porto di Fredrikstad in Norvegia. Adesso stanno veleggiando verso la Grecia.

 

Infine siamo stati protagonisti anche del teatro (più un'esperienza, una performance fatta dagli stessi spettatori con una sola mappa come indicazione) in carrozzina, in sedia a rotelle. Si è trattato di “Missione Roosevelt” dei folli Tony Clifton Circus (vista, fatta in uno “Short Theatre” di qualche anno fa) dove un manipolo di spettatori messi su due ruote, senza mai dover scendere con i piedi a terra, avrebbero dovuto toccare vari punti intorno al Teatro India, attraversare un viale, salire e scendere da marciapiedi, districarsi tra macchine parcheggiate che ostacolavano il passaggio, andare in discesa, entrare in un supermercato, per capire le difficoltà quotidiane di chi lì sopra è costretto a stare: “un’esperienza urbanistica, una performance partecipata in cui il pubblico si trasforma in un piccolo plotone, una gioiosa macchina da guerra”.

“Le radici sono importanti, nella vita di un uomo, ma noi uomini abbiamo le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove”. (Pino Cacucci)

Tommaso Chimenti 21/06/2019

MILANO – Come sta la danza contemporanea italiana? Com'è la sua salute? Per quello che abbiamo visto nella due giorni dello “ShowCase” all'interno di Dance Haus, non l'abbiamo trovata agonizzante ma nemmeno in forma splendida, con alcune esili punte, molti stereotipi da rivedere, varie ingenuità, qualche guizzo isolato, comunque distante da quello che possiamo vedere a livello europeo. C'è uno scarto visibile, palese, indubbio. Non siamo a Berlino, a Bruxelles o in Olanda questo è chiaro: il gap si sente. Quattro strutture, per il secondo anno, DanceHauspiù, Centro Nazionale di Produzione della danza, e le compagnie Fattoria Vittadini, Naturalis Labor e Déjà Donné, si sono consociate per dar vita ad un fruttuoso scambio di visioni tra scena, operatori, programmatori e giornalisti. Intanto lo spazio della Dance Haus, in via Tertulliano (chi non c'è stato ci passi gli si aprirà un mondo), è un'ex fabbrica composta da più strutture dove si dipanano sale prove, spazi polifunzionali dove convivono il teatro, la danza (hanno sede anche i Kataklò) , le scuole di formazione, l'hip hop: una cittadella dove, una volta varcato il cancello, si respira arte e libertà d'espressione, murales, freschezza e gioventù.44317999_334995137285081_2269259554807010923_n.jpg

Dopo l'uscita della sezione danza da NEXT, la vetrina del teatro e delle performance lombarde sostenuta da Cariplo, Dance Haus, quarto centro produttivo italiano dopo Virgilio Sieni, Compagnia Zappalà e Aterballetto, si è assunta l'onere e l'onore di portare avanti la mostra e la valorizzazione dei lavori della contemporanea. Quel che abbiamo notato, e che qui sottolineiamo, è che spesso il gesto e il movimento non sono a supporto di un'idea forte di base e rimangono così chiusi, enigmatici e criptici, senza riuscire a comunicare intenzioni e prospettive, tecnicismi fini a se stessi che non riescono a passare un'urgenza, a testimoniare una posizione contenutistica.

Tra i tanti pezzi visti 59915546_1252899094860531_554075498795871493_n.jpgsiamo rimasti favorevolmente colpiti da uno dei pochi spettacoli dove fosse presente una scenografia, un impianto presente e pregnante con il quale i danzatori e performer potessero dialogare e interagire, il potente “Glicemia500” (alla lettura del titolo ci è venuta subito alla mente la canzone medicalizzata “Paracetamolo” di Calcutta) del duo Nux che mette in scena il passaggio, il cambiamento in tutte le sue forme variegate e variopinte, i vari momenti dove dal possibile tracollo si passa al volo e viceversa, le catarsi, i mutamenti abissali. Una struttura granitica e megalitica (quasi un dolmen neolitico) campeggia in mezzo alla scena, sembra una tenda-parallelepipedo oblungo, quasi un vulcano giallo zolfo (o un Yellow Submarine dalla cui garitta tirar fuori la testa e scrutare il paesaggio sottostante) scivoloso e storto dove al suo interno, come Winnie nel beckettiano “Giorni Felici”, sta e spunta a più riprese una donna che è quasi un bruco nudo, un verme che ha paura ad uscire dall'ovatta, un uccellino che ha timore di lasciare il proprio caldo e sicuro nido e spiccare il primo salvifico volo. Le gambe non gli reggono, la muscolatura non è allenata, ma c'è una figura accanto a lei, un uomo nero, pare una figura cupa e intimorente della Marvel, che però si rivelerà tutt'altro che malvagio e maligno. Anzi l'aiuta, la sostiene, la tira su, le insegna, come un vero Pigmalione e Guru, i passi, le mosse, la tiene, lei che è sempre in perenne bilico tra la caduta e il librarsi.

La figura pece ha il volto scuro annerito otelliano, una tunica da derviscio rotante, un rigore monacale nei gesti biblici, la muove come un burattino. E' qui che il corso delle cose muta radicalmente e assistiamo ad un vero e proprio transfert osmotico tra la figura femminile nuda (grande controllo del corpo, forza e precisione) e questo monaco rigido: se l'uno si spoglia delle proprie vesti, e perde certezze e sicurezze, l'altra si veste dei suoi abiti (vediamo la costruzione di un nuovo personaggio assimilabile al Frankenstein), gli pulisce la faccia e lo lascia senza scudo, senza corazza, senza armi, liscio, puro e lindo da tutto quel nero che lo imbrattava e sedava. Adesso è la figura maschile che ha perso la forza (come Sansone con il taglio dei capelli) e che striscia come un millepiedi invertebrato e molle. Sembra l'ascesa della farfalla da bozzolo a crisalide e infiniti ritorni, reincarnazioni, rivoluzioni, rinascite, il baco che germoglia, fiorisce in un qualcosa di elegante, leggero, sospeso, dai colori accesi bellissimi.60675344_2389188661126929_6800784948869668659_n.jpg

Una segnalazione doverosa anche per “Lakota” di Annalì Rainoldi dove un corpo struscia imbustato nel suo vello prima che diventi la copertura di uno scheletro di tenda indiana con la danzatrice che si fa capanno, che diventa casa, che è contenuto e contenitore, significato e significante, ospite e struttura ospitante, chi è sia protetto sia la cosa ci protegge. Interessante anche “Vanitas” di Fattoria Vittadini che ruota attorno, metaforicamente e letteralmente, ad un fascio di luce dal quale proviene una voce simil Alexa o Siri, un totem fallico che si erge verso l'alto e che ci spiega la vita, il suo passaggio allo stato IS_VANITAS_Neon01-2.jpgdi morte, con tutti i particolari anatomici puntigliosi medici e gli stravolgimenti fisici che subisce il corpo umano, per poi ritornare in vita, resuscitare a nuova luce in un'armonica parabola dalla vita alla vita. I danzatori come lancette impazzite camminano e corrono attorno al palo fluorescente e parlante (sembra la macchina Kit di Supercar), defibrillano a terra, lasciano che la linfa vitale scorra, ritorni energia, si liberi, adesso sembrano aggrovigliarsi come linee di dna attorno al loro centro e perno: la morte è soltanto un aspetto della vita, per questo non ha senso averne timore.

Tommaso Chimenti 12/06/2019

CASTROVILLARI – Non è un caso se il festival “Primavera dei Teatri” termina la sua corsa ogni anno il 2 giugno, data simbolica, Festa della Repubblica, unione ideale di tutto lo Stivale tricolore, momento alto anche per l'intero movimento teatrale nostrano. A Castrovillari, in questo spicchio di Calabria che guarda la Basilicata ed è equidistante dal Mar Tirreno come dallo Ionio, dove l'odore di salmastro è lontano mentre sono molto più pregnanti e pressanti gli aromi della montagna, il Pollino che attira sempre nuvole gravide e scure, il teatro ha cambiato l'intorno, il paese che in questa settimana, a cavallo tra fine maggio e inizio giugno, si raccoglie e sgomita per seguire i tre spettacoli al giorno, le performance, i laboratori, le conferenze che il gruppo Scena Verticale ogni anno, con attenzione, mette in piedi. Venti anni. Due grandi ics campeggiano sul manifesto del 2019 con un funambolo in equilibrio a districarsi tra la caduta e la corda. La ics, la croce che ci riporta anche alle Elezioni Europee che proprio in quei giorni sono andate in scena. La pioggia è stata sicuramente una delle protagoniste meno attese e mal volute ma non ha rovinato i piani. Il Fuoco di Bacco, la pasta piccante cotta nel vino rosso, servita da Nicola e Pasquale all'Osteria della Torre Infame davanti al Castello Aragonese, anche quest'anno è stata citata, ringraziata, elogiata, 2019-0-26 PDT Contro la liberta  DIVINA MANIA foto Angelo Maggio P1510809.jpgricordata, fotografata, divenendo un simbolo stretto a doppio filo al Festival della Triade, Settimio Pisano-Dario De Luca (che debuttava a Cosenza sulle rive del fiume in un progetto speciale site specific che sarà presente anche al Napoli Italia)-Saverio La Ruina, grandi professionisti e grandi persone. Elezioni Europee che qui hanno avuto il loro riflesso nei testi, due catalani e uno tedesco, collegati al bellissimo progetto Fabulamundi che Primavera accoglie da un paio d'anni: prendere testi di autori del Vecchio Continente e farli dialogare con giovani compagnie emergenti calabresi; un interessante modo di mischiare le carte, far esplodere energie, rompere gli schemi e vedere come nuovi germi e virus riescano a crescere, espandersi, fiorire.

Ci hanno 2019-05-27 PDT semi stivalaccio teatro  foto angelo maggio DSC06142.jpgcolpito le maschere di “Semi” di Stivalaccio Teatro, i puppets della premiata “La Classe”, l'ironia grottesca dei sette quadri di “Contro la Libertà” della compagnia Divina Mania, la scena e la crudeltà de “La ragione del terrore” dei Koreja. Dopo la loro cavalcata-maratona tutta agita dentro le pieghe della Commedia dell'Arte, i veneti Stivalaccio utilizzano le maschere, uscendo dai testi della tradizione, e indagando la contemporaneità, l'ambientalismo (sarebbe certamente piaciuto anche a Greta) e l'ecologismo mischiati con quella sana follia che li caratterizza. All'interno della Banca dei Semi in Norvegia (luogo reale dove effettivamente sono conservati decine di migliaia di semi di piante) due soldati, nel classico scontro tra efficiente e stolto, ruoli che si ribaltano inevitabilmente, sono messi sotto attacco da terroristi. Il tema è alto e le finestre aperte sono molteplici come l'idea di futuro e di evoluzione della specie che semioticamente (appunto) la parola “semi” contiene: il seme che può essere quello vegetale come quello dell'uomo funzionale per la procreazione. Tra un colonnello dal sapor garibaldino, una recluta cialtrona, echi di Isis e Pussy Riot, spot alla Pulp Fiction, “Semi” è una girandola leggera e onesta di divertimento con più di un rimando alla politica sotto una coltre di risate, di baruffe chiozzotte dove spicca anche un mix tra Mara Venier e Barbara D'Urso, il vero luogo ormai dove si fanno i processi, dove si direziona il pubblico, dove si espongono teorie e dove, purtroppo, si allevano adepti istupiditi da tanta propaganda spacciata per intrattenimento. Un salto di qualità per Stivalaccio.2019-05-29 la classe iacozzilli-crampi  foto angelo maggio DSC07850.jpg

Non era affatto semplice trasformare il testo di Esteve Soler, “Contro la Libertà”, suddiviso in sette scene, una drammaturgia che si prestava più facilmente per una versione cinematografica (che l'autore catalano ha effettivamente realizzato proprio quest'anno) che per un passaggio teatrale. Invece Mauro Lamanna, Gianmarco Saurino e Elena Ferrantini (giovani, carini e molto occupati), i tre giovani attori di Divina Mania, hanno ampiamente superato le aspettative e conquistato tutti. Sette differenti quadri spostati in una società distopica non così lontana dalla nostra attuale, un testo duro, violento, cinico, crudele, drammatico e allo stesso tempo grottesco, assurdo, sarcastico, diabolico. Hanno risolto il dilemma costruendo una struttura che riuscisse a contenere tutte e sette le situazioni, irriverenti, caustiche, tremende, una gabbia sullo sfondo (di Andrea Simonetti), una costruzione pulita, fusion, minimalista e lineare supportata con tocchi di luce eleganti (Luca Annaratone) e musiche pirotecniche e decisive (Samuele Cestola). Un testo che parte da un “contro”, quindi un movimento verso qualcosa fuori di noi, che invece ci parla e vuole insistere sulle nostre debolezze, i nostri demoni, il fascismo che alberga in ognuno di noi, anche senza accorgersene. Nel primo una madre e un figlio sono alla frontiera, lei nel Primo Mondo, lui invece è un migrante e sono collegati da un grosso cordone ombelicale, nel secondo due sposi sono all'altare pronti per il fatidico sì quando alla sposa sorgono dubbi spiazzanti, nel terzo in una situazione di guerra i soldati sono più propensi alla realtà virtuale che si agita nei loro telefonini, il quarto ha dei rimandi a Fahrenheit 451, il quinto è un colpo allo stomaco e vede protagonisti una coppia e un bambino, nel sesto c'è una ditta clandestina dentro un guardaroba e nel settimo si vendono degli appartamenti con delle presenze per qualcuno inquietanti per altri, ormai, purtroppo, normali. I nostri sette peccati capitali quotidiani.

Arrivato 2019-05-29 la classe iacozzilli-crampi  foto angelo maggio DSC08169.jpgqui con un grande carico di aspettative “La Classe” ha confermato la sua bontà e qualità giocando sul doppio binario, e creando la necessaria tensione emotiva (alla fine standing ovation), da una parte dei puppets, infantili e morbidi e teneri, e dall'altra con l'inserto dei racconti, in presa diretta, interviste ai ragazzi, oggi adulti, compagni di classe alle elementari della regista Fabiana Iacozzilli. E' una storia di dolore e sopraffazione, di sadismo e prevaricazioni quella che la Iacozzilli dopo oltre trent'anni riesce catarticamente a mettere in scena togliendosi un peso, respirando. Deve essere stato un trauma enorme portarselo dietro per tutti questi anni. E' una confessione, un teatro di denuncia che ci pone davanti alla questione dei “maestri”. La tesi che ne fuoriesce è che nella vita servono anche i brutti ricordi e tutto entra nel grande calderone della crescita ma soprattutto che servono i maestri che essi siano buoni o cattivi. La suora in questione, protagonista con i suoi metodi a dir poco militareschi di punizioni corporali e sevizie psicologiche, ha in qualche modo, questo si evince dalle parole della stessa regista romana, forgiato la passione per il teatro della stessa ma non solo, ha anche instillato in lei l'amore per il perfezionismo, l'alzare sempre più l'asticella, il mai accontentarsi e, dall'altro lato, la poca propensione alla maternità. La scena, banchi che si muovono in coreografie, e una lavagna, con questi pupazzi dai grandi occhi spauriti (recentemente Premio “In-box” a Siena) è già di per sé un capolavoro, così come i movimenti che gli attori-aiutanti in nero compiono danzando attorno a cartelle mignon, a penne micro, ad occhiali minuscoli. 2019-05-29 la classe iacozzilli-crampi  foto angelo maggio DSC08267.jpgAleggia, già dal titolo, la lezione kantoriana, soprattutto quando, sul finale, la stessa regista, discende dalla platea e con qualche tocco fa scattare brividi e commozione. Il pupazzo interagisce con l'uomo cercando in lui salvezza e conforto ai colpi, alle derisioni, chiede un po' d'amore. “La classe” è, giustamente, il vero eclatante caso teatrale dell'anno.

Il testo di Michele Santeramo sembra scritto proprio pensando a Matera, alla capitale europea della cultura di quest'anno, con le sue grotte trasformate in spa, con la sua sofferenza di qualche decennio fa tramutata in ristoranti stellati e b&b di lusso. Partiamo dalla scena che è d'impatto, quasi fosse un'onda pronta a rompersi, gli attori surfer in equilibrio precario e noi impreparati ad accogliere la potenza della violenza trasmessa senza fine. Perché, ci dice l'autore pugliese (lo spettacolo è prodotto dai Koreja leccesi), esiste sempre una “Ragione del terrore” (regia di Salvatore Tramacere), un incipit, un prima dopo il quale tutto è andato a valanga, prendendo velocità impossibile da fermare. Dicevamo la scena 2019-05-28 la ragione del terrore teatro koreja michele santeramo foto angelo maggio DSC07110.jpg(di Bruno Soriano) è una casa colorata (ossimoro delle vicende cupe e buie), anzi uno spicchio di abitazione, quasi da elfi, da Puffi, un connubio tra Escher e De Chirico, dove tutto è storto, triangolare, da fiaba noir, una casa delle bambole montata senza le istruzioni dell'Ikea, dove tutto è in discesa pericolosa, obliqua, diagonale, squilibrato, scivoloso verso il basso, verso gli istinti più animali e infimi. Michele Cipriani dà voce (uno, assieme a “La Classe”, dei vincitori morali di Primavera: perché non istituire un premio collegato al festival?) a questo disgraziato punito dalla sorte, dalla Storia, dal corso degli eventi, senza rivalsa, senza rivincita, senza possibilità di cambiare il corso delle cose. E dicevamo anche di Matera, all'inizio di questo ragionamento; già perché gli appuntamenti lucani artistici di quest'anno si basavano tutti attorno alla parola “Vergogna” proprio perché Togliatti così aveva definito la condizione nella quale erano stati abbandonati, fino agli anni '60 inoltrati, gli abitanti di quella valle. Cipriani è carnale, sanguigno, è una palla infuocata lanciata a tutta velocità, ci mette tutto se stesso nel rendere e restituire la vita di quest'ultimo, che non può, fin dalla nascita, andare che male, senza redenzione, senza alcuna gioia, né amore né vittoria. Come la struttura è inquietante e cadente così il racconto che si fa livido, atroce, violento (la moglie, sempre silente, è Maria Rosaria Ponzetta nel suo mutismo gonfio, goffo, carico di sofferenza indicibile); e si sente tutta la povertà, la miseria, ricorda Hansel e Gretel, l'insoddisfazione, la rassegnazione, la rabbia, la morte, arriva in soccorso anche “Dogville”. Il Sud, ancora una volta, è la materia sviscerata, con perizia e cura, da Santeramo, quasi un'autopsia su un cadavere malconcio.

 

Foto di Angelo Maggio

Tommaso Chimenti 03/06/2019

TORINO – Alcune città, quando piove, possono risultare più tristi di altre. Del “Cielo su Torino che sembra muoversi al mio fianco” ce ne hanno già parlato a sufficienza i Subsonica ai tempi della fioritura dei Murazzi. Ma a Torino non ci si annoia mai: puoi respirare l'aroma di caffè nel Museo Lavazza, sentire i rombi in quello dell'Automobile, inalare la Storia con la maiuscola nel Museo Egizio, farti ispirare dal MAO dove in questo periodo scorre un'interessante abbinamento e rapporto tra Islam e l'acqua, commuoverti davanti alle fotografie sgranate dei campioni senza tempo del Grande Torino, proprio in questi giorni scoccavano i 70 anni dalla tragedia di Superga, oppure immergerti nei colori di Steve McCurry ed i suoi scatti da mondi lontani pieni di vita, di libri, di storie e di parole da leggere. Il Fringe di Torino arriva alla sua sesta edizione e si posiziona prima, quasi in un continuum tra la fine delle stagioni, del Festival delle Colline. I Fringe da noi non hanno attecchito come si pensava; dall'esperienza di quello di Edimburgo, che fa numeri e businness, molte città hanno voluto provarne gli effetti e l'ebbrezza: ci vengono in mente Roma, Spoleto o l'Apulia, e l'esperienza di Torino sembra essere quella che si è meglio strutturata e imposta nel panorama nazionale.

Il clima rimane off e giovane, il che è limite e ricchezza, limite perché si resta sempre nell'“emergente”, quasi emergenziale, ricchezza per l'entusiasmo che si crea attorno. Importante la scelta del Fringe torinese, diretto con sorriso e piglio da Cecilia Bozzolini, di utilizzare otto spazi non teatrali, locali, centri culturali, pub, dislocati nelle zone più diverse della città della Mole, dalla Barriera di Milano ai Magazzini sul Po, da Piazza Statuto a Piazza Castello: fermento, vita. Sui trecento progetti arrivati ne sono stati selezionati 27 che sono andati in scena nelle due settimane del festival per nove repliche complessive (una bella vetrina o un bel rodaggio). Gli spettatori avevano a disposizione tre spettacoli a sera nello stesso spazio, molto comodo e funzionale per una piccola maratona quotidiana dentro le pieghe del nostro teatro. La parola d'ordine di quest'anno è stata #fridom, il simbolo, onirico e leggermente pessimista, un dodo, bell'uccello piumoso, nostalgicamente estinto, non un bell'augurio per il teatro off. Non è mancata certamente la qualità però sono mancati i premi (miglior performance, miglior spettacolo, miglior testo), le giurie, tecnica e popolare, per poter valorizzare al meglio (anche il marketing è importante) gli spettacoli e il Fringe stesso durante l'anno. Il Fringe di Torino 2019, almeno per quanto ci riguarda, parla al maschile: già perché abbiamo riapprezzato o scoperto grandi interpreti carismatici, potenti, che sono riusciti a catalizzare l'attenzione con la forza delle loro parole, convinti, decisi, ammalianti, affascinanti animali da palcoscenico (e mai bestie di scena).Angelo Colosimo.jpg

Animali sì perché due dei quattro spettacoli che abbiamo selezionato parlavano di porci, o suini o maiali, a seconda dell'accezione che vogliamo dare al sostantivo che può essere declinato adesso in termini culinari-gastronomici, ora igienici, o ancora moralistici. Tra il reale e il metaforico sta la narrazione intensa di Angelo Colosimo (si mangia la scena) che ci porta tra le pieghe della sua martoriata Calabria con “Simu e Puarcu” (che chiude la trilogia con “Bestie rare” e “L'Agnello di Dio”) dove la lingua tagliente dello stivale della Magna Grecia è appuntito come un coltello per smembrare, tagliare, incidere, scuoiare. Colosimo governa questa lingua musicale e rude insieme, tra filastrocche in rima dalle quali farsi coccolare e cullare e l'arrogante e ispida sensazione di Far West dove vince la legge del più forte. Il macellaio ci racconta come sgozza i maiali, ai quali comunque vuole bene, il lavoro sporco, ma fatto con passione e dedizione quasi una missione, ma è tutto (nei cliché del meridionale simpaticamente esondante, ciarliero, di catene spesse al collo con la croce da baciare, i santi da reclamare e venerare, gli occhiali a specchio, la camicia colorata che fa subito spiaggia e calura) un rimando a sparizioni, a corpi nascosti e sezionati, ad un altro tipo di macellazione, certamente con meno amore e cura rispetto a quella animale.

Un racconto (ci ha ricordato le fiabe per niente consolatorie dei Fratelli Grimm) intriso di sangue che ci porta ad una storia vera, quella di Santino Panzanella scomparso e dissolto dalla ndrangheta e i cui presunti assassini sono stati prima arrestati e poi rilasciati per insufficienza di prove: una storia tutta italiana, una storia sbagliata. Colosimo (una recitazione carica e viscerale che ci ha portato con la memoria a “Roccu u Stortu” del conterraneo Fulvio Cauteruccio o “Acido fenico” dei leccesi Koreja o ancora “Kitsch Hamlet” oppure “U Tingutu” entrambi di Scena Verticale di Castrovillari) ha grande energia nel passare dalla dimensione (con un buon contributo di luci e sonoro) dello scannatoio a quella delinquenziale mantenendo un equilibrio sottile ora ironico adesso freddo ma sempre neutrale e naturale seguendo la logica mafiosa del segno della croce e dei barili d'acido, del santo da portare in processione e della brutalità nell'eliminare, o dissolvere ancora peggio, un nemico: quando il teatro serve per andare in direzione ostinata e contraria.

Ancora maiali Martorelli.jpgnella digressione di Fabrizio Martorelli, attore di razza, che, con “Peppa Pig prende coscienza di essere un suino” di Davide Carnevali, ci porta dentro ad un dialogo che oscilla tra il filosofico e l'economico con la figlia ancora piccola e sullo sfondo il mondo dei cartoni animati ed il marketing e le simbologie che queste instillano e inculcano nei bambini, potenziali consumatori. La narrazione ha molti step e varie fasi; si passa appunto dal neoliberismo e dalla lotta di classe al porcello dei cartoon che professa, contraddicendo la realtà, il “migliore dei mondi possibili”, passando per la CIA, Guantanamo, fino alla trita rivendicazione del teatro sul sistema teatrale e le lamentazioni contro i grandi Stabili che gestiscono il potere, per poi arrivare, dopo molti piani e molte, troppe, storie affastellate, dopo un po' se ne perde la cognizione divenendo complesso, ad una critica al mondo mercimonio dell'arte contemporanea. Il tema è molto interessante e l'incipit deflagrante, Martorelli ha lucidità ed è un trascinatore allo stato puro, adrenalinico, un'asciugatura di rimandi e salti e prospettive gioverebbe a tutto l'impianto che, comunque, nel suo complesso risulta godibile, anche se perdendo di leggerezza si fa serioso e non più pungente ma solo grave, ma potrebbe diventare esplosivo.

E' una contraddizione in termini la piece “Un'ora di niente” di Paolo Faroni che, all'opposto, sono sessanta minuti scanditi da verità allarmanti, cinismo urticante, grande umanità, racconti autobiografici privati il tutto miscelato da un sarcasmo pungente, esilarante, ficcante, urticante. Da solo sul palco, tiene le redini, affossa il pubblico in un corpo a corpo dove sempre esce vincitore con una dialettica intelligente e una costruzione drammaturgica che tocca i rapporti interpersonali e sentimentali ma anche l'autostima, il teatro, il sesso, in un tourbillon vorticoso, in uno Zibaldone dove si miscelano Natura e Anima con battute al vetriolo, “Il teatro è come un cane, il calore di qualcuno senza lo sbattimento di dover stare ad ascoltarlo”, con stilettate velenose: “Esiste una sola religione: l'erotismo. Tutte le altre infatti tentano di combatterlo”: deliziosamente spassoso, talmente insensibile da nascondere il bisogno di un abbraccio, quello del pubblico.Paolo Faroni.jpg

Importante l'indagine, durata quattro anni, di Gianni Spezzano (lo abbiamo visto in nella serie Gomorra) e Adriano Pantaleo (anima del Nest di San Giovanni a Teduccio a Napoli) sul mondo degli ultrà di calcio. “Non plus ultras” è un viaggio dentro le dinamiche, le strategie, le tecniche, le psicologie, le famiglie e tutto il non detto, e il non conosciuto, dentro quel terreno fatto di fratellanza, violenza, rapporti, intrighi, intrecci borderline a cavallo tra legalità e illecito, fede, odio, vicinanza. In una scena costruita con file di seggiolini da curva e manichini con maglie colorate ai lati e una croce in alto a santificare le feste e a benedire il campo, Pantaleo è un abile trasformista che presta corpo e voce a varie figure che aleggiano, sostano, gravitano attorno a quell'universo così romanzato da chi c'è dentro, così avversato da chi ne sta fuori. C'è ironia e freschezza, così come amarezza nel percorso evidenziato di teatro.it-Adriano-Pantaleo.jpgCiro che diventa ultrà per amore. Quasi come fosse una dipendenza, una malattia, un virus che si attacca e si appiccica addosso e non ti lascia più attanagliandoti perché ti dà una scansione della settimana, qualcosa per cui combattere, credere, forse anche morire, un'identità forte in un oggi labile e incerto, mellifluo e liquido. Pantaleo sale e scende dalla struttura, si lancia, si scapicolla, suona, canta, urla, intona i cori da stadio: ora è nei panni di Ciro poi diventa lo zio Salvatore filosofo, l'agognata fidanzata Susanna infine Biagio il Mohicano, il capo dei capi. Ma ci racconta una cerchia di figure, dai soprannomi coloriti: Chardonnay, Megabyte, Lupin, che ci fanno sorridere (a tratti è irresistibile) e ci aprono una finestra (suonando tanti campanelli da reception, gong come sul ring, piccoli tonfi come battiti del cuore) su un terreno troppo spesso, semplicisticamente, bollato soltanto come aggressivo e rude: certo ci sono le risse, le trasferte, l'adrenalina, la ferocia atavica contro le forze dell'ordine ma anche la trasmissione di valori, l'orgoglio, il rispetto di una città. Non dà giudizi, solo punti di vista, da vedere: ogni maledetta domenica.

Da segnalare assolutamente “Sul divano” della Compagnia PerNoi, in un interno degradato da Cinico Tv, claustrofobico e spiegazzato, due fratelli (sono venuti in mente anche Scimone e Sframeli, anche se qui manca ancora quello stato di grazia e sospensione ma il climax è quello) bevono birra e giocano a calcio con una palla di carta. Si sono rinchiusi, rifugiati dopo un grave lutto, quasi hikikomori, e non vogliono più uscire perché lì dentro si sentono al sicuro, perché lì dentro tutto è rimasto uguale e non può far male. Divano e birra, birra e divano e tante bottiglie vuote come cadaveri delle possibilità che non hanno scelto, Sul divano.jpgcome le teste dell'Isola di Pasqua per guardare orizzonti lontani che hanno deciso di non percorrere chiudendosi dentro il guscio di un salotto spoglio d'affetti. Il tema della perdita e della difficile gestione del lutto striscia anche se l'atmosfera pazientemente costruita viene fatta virare, poteva essere giocata meglio, sull'ironia lasciando un po' d'amaro in bocca per quello che poteva essere. Il tempo, però, è dalla loro parte.

Favolosi e funambolici i Three Dots Company (i tre puntini, quelli di sospensione, quelli del non detto, quelli che lasciano sempre uno spazio per l'immaginazione e la fantasia...) che con “Mimes” ci hanno regalato divertimento puro legato però alla riflessione, mai banale o scontata, sul teatro nel suo continuo dialogo tra realtà e finzione, come sulla vita, sul prendesi sul serio, sul gioco dell'esistenza. Se due dei tre mimi usano in scena tutte le tecniche ci ci si aspetta da un mimo con i guanti e la faccia bianchi, lo specchio e appunto il mimare gesti, azioni e oggetti che effettivamente Mimes.jpgnon sono presenti, il terzo, cinico e spietato, mette in luce le falle del loro piccolo mondo, scopre le carte delle loro convinzioni. Ecco che una banana, reale e non solamente fatta immaginare, o una scala, diventano oggetti-grimaldello, feticci-piedi di porco (ritorna magistralmente il suino-refrain) per comprendere il reale, scatenando un'ironia incontenibile, una stimolazione intellettiva delicata, semplice ed esplosiva al tempo stesso: una fenomenale allegoria.

Tommaso Chimenti 19/05/2019

Una schiera di spose, disposte su un lato della sala e rigorosamente vestite di bianco, accolgono il pubblico del teatro Marconi di Roma per la prima di "Tu non mi farai del male", spettacolo scritto da Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi e dedicato a Pippa Bacca, la giovane artista performativa tragicamente scomparsa il 31 marzo 2008.

Tra le braccia le spose stringono dei cartelli con sopra riportati una serie di valori – fratellanza, condivisione, solidarietà – che esprimono il senso di quel progetto, Spose in viaggio, intrapreso insieme a una compagna l’8 marzo 2008, giornata internazionale della donna, e mai portato a termine. La performance prevedeva un tragitto interamente in autostop da Milano a Gerusalemme attraverso undici paesi toccati dalla guerra, undici come i veli degli abiti nuziali indossati per tutto il tempo dalle due; lo scopo fondamentale del viaggio doveva essere quello di lanciare un messaggio universale di pace e fiducia nell’umanità con la scelta simbolica di affidarsi a degli sconosciuti per i vari spostamenti. Ma purtroppo, dopo essersi separata dall’amica a Istanbul con l’obiettivo di ricongiungersi poi a Beirut, Pippa fu violentata e uccisa da un uomo che le aveva dato un passaggio nei pressi della cittadina di Gebze.Pippa Bacca 02
Lo spettacolo ha inizio proprio dall’ultima stazione, in «una strada deserta dove tutto sembra surreale», e rievoca a ritroso le tappe e le ragioni profonde di questo cammino, oltre a mettere in luce gli aspetti, a volte sorprendenti e altre volte contraddittori, della straordinaria personalità di Pippa. In uno scenario quasi beckettiano, seduta ai margini di una strada su un ceppo rovesciato, la protagonista – un’intensa Caterina Gramaglia – attende il suo Godot, un’utopica conciliazione tra arte e vita che sappia redimere l’umanità. Nel corso di questa attesa entrano ed escono di scena una serie di figure sospese tra passato e presente e tra l’innato idealismo di Pippa e la cruda realtà del mondo circostante: il confronto che ne scaturisce lascia emergere al massimo grado la natura eterea e naïf della protagonista, proiettata con un candido e coraggioso ottimismo verso un altrove che trascenda la malvagità dell’uomo. Una delle componenti più efficaci della drammaturgia risulta essere proprio il contrasto della ragazza con quelle presenze che faticano a intendere il senso del suo viaggio e che cercano di riportarla coi piedi su una terra per lei sin troppo arida: presenze come la cinica e pragmatica “fata” vestita di verde o come l’unica figura maschile dell’intero spettacolo, un viaggiatore che si mostra gentile, disponibile e interessato alle sorti di Pippa ma che appare incapace di condividerne fino in fondo il destino. Tutta giocata sui flashback è poi la peculiare dialettica tra la protagonista e la sua partner, il cui rapporto ondeggia ambiguamente tra complicità affettiva e conflittualità artistica e che rispecchia in parte le sensazioni contrastanti dello spettatore di fronte alla radicalità del disegno etico ed estetico di Pippa.Pippa Bacca 03
La regia di Tiziana Sensi si mantiene in perfetto equilibrio tra l’oggettività della cronaca e le astrazioni soggettive operate dalla fantasia e dalla memoria della protagonista. In quest’ottica risulta estremamente funzionale il pregevole lavoro di mescolanza tra luci fredde e calde e, ancora di più, l’uso poetico di un separé trasparente come elemento scenico per restituire la simultaneità dei differenti piani temporali. Infine, in questa congerie di simbolismi, appare centrale il colore verde, segno cromatico ricorrente e delicata metafora della creatività della performer.
Lo spettacolo si rivela come un sincero, toccante e coinvolto omaggio all’arte e alla persona di Pippa, solo a tratti indebolito dal didascalismo di alcune battute, presenti in particolare nei dialoghi con la sopracitata figura maschile. Tali sbavature sono comunque irrilevanti dinnanzi all’efficacia con cui vengono risolti i momenti di maggior tensione drammatica: su tutti spicca il tragico epilogo dove viene scelto di non dare un volto all’assassino, trasformandolo in un’autentica allegoria del Male, e di non rappresentare in scena il martirio della protagonista, evitando così qualsiasi facile sensazionalismo.
Opera di forte impegno civile, Tu non mi farai del male può essere riassunta nel suo senso più profondo e nella sua urgenza poetica e politica con una delle frasi più emblematiche pronunciate da Pippa: «L’arte per me, per gli altri, è un modo per diventare persone migliori».

Piero Baiamonte
Francesco Biselli
Emanuele Bucci
Maria Vittoria Guaraldi

10/05/2019

Dal 2 al 5 maggio è andato in scena in prima nazionale, al Teatro Spazio 18b di Roma, “Signorotte”, la tragicommedia scritta e diretta da Massimo Odierna, e intepretata da Viviana Altieri, Elisabetta Mandalari e Sara Putignano della compagnia Bluteatro. Terzo episodio di Disalogy - la trilogia del disagio, quella di “Signorotte” è una drammaturgia pop, accessibile tanto agli addetti ai lavori come a chi non frequenta abitualmente i teatri: tre amiche ultracinquantenni si incontrano dopo anni in occasione del funerale del marito di una di loro.
Ci siamo fatti una chiacchierata con Massimo Odierna sul disagio della nostra generazione, sull'importanza di sapere chi siamo per capire dove andiamo e sulle contraddizioni che danno motore alla vita e alle sue storie.

Signorotte è uno spettacolo tragico ma anche molto divertente. È un po' la tua marca stilistica raccontare la crisi in maniera grottesca.

Fin dalle mie prime operazioni drammaturgiche ho sempre cercato di restituire qualcosa di estremamente ironico ma mai comico fine a sé stesso. La tristezza e la paura possono tradursi in ironia e cinismo, fino all'eccesso. Cerco di raccontare due facce della stessa medaglia allo stesso tempo. Quando l'operazione riesce è gratificante, vuol dire che la strada è quella giusta.

Signorotte fa parte della Trilogia del Disagio. Qual è la tua definizione di disagio?

Per me il disagio è la contraddizione, tutto ciò che ha a che fare con l'imprevedibilità della vita (certe cose estremamente poetiche possono nascondere il marcio, altre estremamente basse possono celare qualcosa di poetico, alto, o spensierato) e il non risolto della psicologia umana (tutto ciò che presenta crepe: le ossessioni, le nevrosi, le nostre paure). Oltre a questo, è anche un modo per raccontare una cifra stilistica e drammaturgica: all'interno delle mie storie inserisco tutto ciò che ha a che fare col disagio dei giorni nostri, le contraddizioni dei nostri tempi, senza mai però cadere nel teatro sociale. Non mi piace parlare del problema sociale fine a sé stesso. Nel disagio c'è la vera benzina per raccontare qualcosa: quando tutto è lineare, risolto c'è poco da raccontare. Non ho la pretesa di dare risposte né punti di vista definitivi, le mie storie non hanno moralismi né interpretazioni univoche. Mi piace mettere insieme degli elementi contraddittori e vedere l'effetto che fa.

In effetti abbiamo tanto da raccontare oggi. Anche se ogni epoca è contraddittoria a suo modo, forse la nostra è particolarmente contraddittoria, come è proprio di tutte le epoche di transizione.

È vero che ogni epoca non è mai risolta, mai serena. Noi siamo bravissimi a dire che oggi è sempre peggio di ieri. In realtà il peggio c'è sempre stato, e per fortuna anche il meglio. Ovviamente noi viviamo questo tempo e rispondiamo ai problemi di questo periodo storico, di questa generazione. I tempi che stiamo vivendo sono molto spaesanti al punto che non riusciamo a vedere cosa c'è al di là del nostro presente. Il presente oggi non è più soltanto una filosofia di vita – “vivi il momento, perché oggi siamo vivi e domani chissà”, ma è diventato una condanna. Il futuro lo possiamo immaginare, costruire, però non è così facile proiettarsi in un futuro. Prima, in qualche modo, il futuro poteva darti una certa “tutela”.

Il disagio della nostra generazione sta nel non avere la certezza che, dopo anni di fatica, quell'accumulo di impegno in qualche modo verrà ripagato.

Esatto, oggi investiamo tante energie nel nostro lavoro ma non sempre ogni mattoncino ti aiuterà a costruire il prossimo. Oggi più che mai dobbiamo avere tanta forza di volontà e tanta fiducia in noi stessi: dobbiamo accettare questo presente caotico, prendere il bello che questo caos ci offre e cercare di trasformarlo, senza proiettarci troppo nel futuro né farci mangiare dai fantasmi del passato. Dobbiamo giungere a un compromesso con questo disagio.

SignorotteIn che modo le tre Signorotte incarnano questo bisogno/difficoltà di trovare un posto nel mondo? Perché la scelta di tre personaggi femminili?

È la prima volta che ho scritto un testo pensando da subito a chi lo avrebbe interpretato. Per Posso lasciare il mio spazzolino da te?, Toy Boy [gli altri due spettacoli della stessa Trilogia] e per altri testi sono partito da un'idea, ho cominciato a scrivere e poi ho pensato agli interpreti. Stavolta invece ho dedicato Signorotte a tre amiche e colleghe attrici che stimo tanto e conosco da anni, cucendogli addosso la drammaturgia. Viviana (Ida), Elisabetta (Beta) e Sara (Ada) sono amiche da anni anche nella vita, dunque il tema del ritrovo tra amiche era perfetto per loro. In più sentivo l'esigenza di raccontare il mondo femminile con dietro l'ombra del maschile. Stavo attraversando un periodo di “mal d'amore”, di “disagio amoroso”, appunto, in seguito alla fine di una storia importante. Avevo capito di aver sottovalutato questa relazione, di averla data per scontato. Mi sono dunque ritrovato a gettare su questo testo, inconsciamente, una sorta di espiazione di colpa, finendo a parlare del femminile, sì, ma dal punto di vista di una persona ferita, ovviamente traslandolo in chiave creativa. Così è nata questa tragicommedia, in cui le protagoniste sono donne ma dietro di loro c'è la mano maschile, l'ombra del maschio.

Cosa intendi per “ombra del maschio”?

Intendo “i danni” che l'uomo commette nei confronti della donna. Ho preso tutto il bagaglio emotivo che stavo vivendo in quel momento, trasformando la mia esperienza in una storia il più possibile oggettiva, universale – non credo sia interessante portare in scena le storie personali così come sono.

Come autore, non hai la pretesa di insegnare nulla. Racconti le tue storie e spetterà poi allo spettatore scegliere se identificarsi nei tuoi personaggi, emozionarsi o ridere di loro. Ciononostante, la messa in scena richiede responsabilità.

Quando crei un mondo, una storia e dirigi degli attori, quello che dicono dipende da te, il che è molto adrenalinico, mi diverte. Quando il pubblico assiste a qualcosa che tu hai creato, per me è commovente, è un grandissimo atto d'amore. Al tempo stesso comporta anche una grandissima responsabilità. Mai pensare che il pubblico si beva tutto o che voglia semplicemente staccare il cervello per due ore: il pubblico è fondamentale, per questo pretendo molto dal mio lavoro e da quello dei miei attori. Devi lavorare in maniera onesta, essere sempre rigoroso, attento e professionale anche nelle cose più piccole. La necessità di comunicare è importantissima, non puoi cercare di vendere “fuffa”. In ogni caso sono ancora alla ricerca. Per chi ha visto più di un mio spettacolo, il mio stile è già chiaramente riconoscibile, ma io non so ancora cosa sia in realtà. Diventare troppo padrone della mia creatività forse sarebbe anche noioso. Mi piace invece quando le storie iniziano a prendere il sopravvento, quando i dialoghi prendono vie tutte loro. È una specie di piccolo dono che io devo ascoltare, e non mi devo imporre su quello che devo fare, mi devo lasciar sorprendere.

Qual è secondo te il compito dell'artista oggi? Cos'ha da dire al pubblico?

Io non mi definisco un artista. Sono un attore che scrive delle cose, le mette insieme e cerca di renderle il più possibile comunicative. Posso reputarmi un giovane drammaturgo che dà vita a delle scritture di scena. Non so qual è il compito dell'artista. Sicuramente se qualcuno ha qualcosa da dire è giusto che si esponga. Se non hai nulla da dire, diventa pura vanità, narcisismo, che pure ci può stare, la vanità è interessante come motore. Se hai un'urgenza, una necessità, un impulso, un daimon che ti guida e ti induce a fare delle cose, vai. Ma se non si ha nulla da dire è giusto che ci si raccolga nel silenzio. A me piace anche starmene in silenzio. Quando non avrò più nulla da dire non dirò nulla.

RonconiCosa ne pensi dell'ambiente teatrale romano? Quali difficoltà hai incontrato e quanto bisogna scendere a compromessi per starci dentro?

Si deve sempre scendere a compromessi, la vita stessa è un compromesso. Questo settore ti mette di fronte a tante possibilità, che puoi scegliere in base alla tua indole. Ci sono attori che puntano alla notorietà, e se hanno questa urgenza va bene, è giusto. Ci sono quelli a cui non importa immischiarsi nella vita mondana dello spettacolo, intrattenendo relazioni e cercando ingaggi lavorativi, ma preferiscono mandare avanti una ricerca individuale, a discapito della stabilità economica o del successo. Io sono a Roma da diversi anni, ho studiato all'Accademia Silvio d'Amico, ho lavorato con Ronconi... ho fatto un certo tipo di teatro abbastanza “alto”, che mi ha dato tanto. Essendo un ragazzo di periferia di Napoli, senza velleità artistiche di un certo livello, mi sono ritrovato invece all'interno di un ambiente istituzionale riconosciuto. Poi la mia natura mi porta a stare anche nei sottoscala, a contatto con l'”artigianato quotidiano”. La comunità romana è molto contaminata e frammentaria: c'è di tutto e devi saperti confrontare con tutto. Sto per dire una frase alla Osho [ride], ma se sai chi sei, cosa vuoi fare e cosa vuoi dare come attore, regista, performer, autore, puoi aiutarti a orientarti all'interno di un panorama molto vasto e variegato. Se sei centrato, radicato, se hai un minimo di “struttura” e sai cosa ti piace fare, cosa puoi dare e che direzione vuoi seguire, se conosci il tuo “richiamo” puoi evitare di perderti, in un mondo in cui puoi facilmente andare a finire dove ti sbattono gli altri in base a quello che cercano in quel momento.

Hai già in serbo qualche nuovo progetto cui dedicarti dopo il debutto di Signorotte?

Ho intenzione di programmare altre date per i tre spettacoli di Disalogy, sia come trilogia completa che singolarmente. Continuerò a collaborare con la Scuola del Teatro dell'Orologio, in veste di docente di improvvisazione e scrittura creativa e dirigo anche un corso serale di recitazione presso il teatro Agorà e sto lavorando al saggio finale.  Con la compagnia Bluteatro, composta dai miei amici della d'Amico, ci occuperemodurante l'estate del corso propedeutico ai provini delle Accademie. Come attore, quest'anno ho partecipato a diversi spettacoli – Il Colore del Sole, tratto dall'opera di Andrea Camilleri e diretto da Cristian Taraborrelli, e Fram(m)enti, frutto di un progetto su Kurtág per l'opera kafka-fragmente, diretto anche questo da Taraborrelli – che mi piacerebbe riportare in scena. Cercherò poi di dedicarmi a nuove scritture, a nuove storie.

Sara Marrone, 08/05/2019

SESTO FIORENTINO – La forza e la potenza del nuovo circo, o circo contemporaneo, sta nel creare un doppio binario di ascolto; se da una parte emergono i “numeri” e le evoluzioni artistiche ed acrobatiche degli interpreti, classiche del circo (senza animali), dall'altra, di fondo, si sviluppa una storia, un plot, una drammaturgia sulla quale si agganciano le varie performance dei protagonisti. Quindi non più soltanto una scena dopo l'altra ma un continuum di flash circensi legati alla narrazione. Due binari per soddisfare anche due tipi di pubblico presenti: i bambini, più propensi a godere, a bocca aperta e naso all'insù, del gesto, e gli adulti accompagnatori che, oltre al momento fisico, riescono ad apprezzare anche quello contenutistico e di senso. E i MadgaClan, giovane gruppo ma già esperto, sono tra i migliori in questo tipo di nuova filosofia e concezione circense che dà molto spazio alla scrittura e al teatro. E' il caso del nuovo “Emisfero” che ha “abitato” un parco cittadino di Sesto Fiorentino per tre settimane; abitato proprio in senso letterale con lo chapiteau blu ad incorniciare le nuvole scure di questo maggio e le roulotte della compagnia che ha fatto suo il parco, lo ha vissuto creando un'atmosfera magica (nonostante il tempo novembrino moltissime le presenze delle famiglie ad affollare il tendone) di lucine da varietà e pop corn, i colori pastello sfocati, l'aria vintage nostalgica che fa tornare tutti indietro nel tempo come fosse una fotografia seppiata e ingiallita.02-MagdaClan-Circo-Emisfero-Nicola-Zolin__web.jpg

“Emisfero” ha due accezioni: è una parte del globo terrestre come esiste quello cerebrale. Siamo di fronte ad un mondo che mischia la realtà e il sogno, sogno che a tratti diviene incubo, per poi trasformare nuovamente la vita reale dei protagonisti. Un Re (perché c'è sempre un Re nelle storie d'avventura) e la sua corte, un Sire (il cervello stesso) sempre annoiato e distratto, un Signore dittatoriale che ha tutto e non si rende conto della fortuna che ha e che dà tutto per scontato, considerando i suoi giullari (sinapsi e neuroni) come arredamento o oggettistica da utilizzare invece che vederli come validi collaboratori. Una favola anche sul cambiamento, sul ravvedersi, sul mutare opinione, sul tornare sui propri passi e capire che avevamo sbagliato in precedenza, chiedendo scusa non tanto a parole quanto nei fatti. Il Re, che si muove in hoverboard tra gimkane e zigzagate ardimentose, ci ha fatto venire in mente quello cantato da Dario Fo come la Regina scontrosa di Alice nel Paese delle Meraviglie, Gargamella con i Puffi (lotta e dipendenza reciproca) o, per salire di livello, Riccardo III o Macbeth, per finire con il patafisico Ubu Re.

Addirittura, raffinato tocco che apre e chiude la piece, escono da sotto un tavolo le mani dell'autore, ignoto e nascosto, che battono a macchina le parole che andranno a comporre la storia, il drammaturgo che fa vivere e aziona, attraverso la sua creatività e fantasia, i personaggi nati dalla sua immaginazione, finti in quanto pensati, reali proprio perché portati alla luce dal suo inchiostro. E' anche uno spettacolo sul liberarsi, dalle forme, dai preconcetti, sul rompere le catene dei ruoli e delle regole prefissate da altri, con questo Re che, dopo essere caduto nella ragnatela del sogno, ridestandosi, cambia atteggiamento verso le “persone” che lo circondano sentendosi finalmente sollevato, amato, capito e più felice perché ha attorno amici e non sudditi, fidati assistenti e non schiavi. Una costruzione ricca e profonda, di fatica fisica ed equilibrismi complicati, che è riuscita a ben coniugare corpo, muscoli e, appunto, cervello.

03-MagdaClan-Circo-Emisfero-Nicola-Zolin__web.jpg“Emisfero”
Regia : MagdaClan Circo
Interpreti e co-autori: Giulio Lanfranco, Davide De Bardi, Sorisi Daniele, Tiphaine Rochais, Lucas Elias, Elena Bosco, Achille Zoni, Antonio Petitto, Veronica Maria Canale.
Equipe tecnica: Giorgio Benotto, François Neveu, Meron Celentano; occhio esterno: Petr Forman, Roberto Olivan, Alessandro Maida; cura: Annalisa Bonvicini; disegno luci: Giorgio Benotto

Visione scenografica e proiezioni: Andrea Avoledo e Giovanni Iafrate; Costumi: Giorgia Russo; Allestimento: Andrea Avoledo e Elisabetta Maniga; Produzione: MagdaClan Circo, con il sostegno di: MiBAC, Ministero dei Beni e Attività Culturali, CIRQUEON Praga, Bunker Torino, Blukippe ginnastica – Padova. Coproduzione: FLIC Scuola di Circo, Dinamico Festival, La Corte Ospitale – Teatro Herberia residenze 2018.
Visto a Sesto Fiorentino, il 5 maggio 2018

Tommaso Chimenti 06/05/2018

Foto di Nicola Zolin

Dal 2 al 5 maggio, in prima nazionale assoluta allo Spazio 18b, debutta “Signorotte”, spettacolo scritto e diretto da Massimo Odierna e interpretato da Viviana Altieri, Elisabetta Mandalari e Sara Putignano. Una tragicommedia che affronta il disagio e la miseria, la ricerca di un posto nel mondo, le nevrosi ed i vizi umani, focalizzando l'attenzione sulle contraddizioni moderne e sulla brutalità dell'uomo. Il giorno dopo la prima abbiamo incontrato Viviana Altieri:

Viviana, puoi raccontarci le emozioni della prima?

"Prima di debuttare, nonostante tu sia preparato e cerchi di fare del training per rilassarti, sei sempre molto teso. Appena entri in scena e le luci si spengono, lo vivi come un momento di blackout. Io, Sara ed Elisabetta eravamo molto emozionate, ma anche felici di fare questo gioco insieme, come se dovessimo fare bungee jumping".

Avete studiato tutte e tre all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico".

"Sì, eravamo compagne di classe, anche con Massimo (Odierna). Dopo il diploma abbiamo iniziato un percorso di collaborazione lavorativa, fondando la compagnia BluTeatro, che è stata il perno che ci ha tenuti insieme".

“Signorotte” è l'ultimo capitolo della cosiddetta trilogia del disagio: cosa pensi delle due opere precedenti e dei parallelismi che le legano a “Signorotte”? viviana altieri 19 copia e1539708057120

"Le tre opere sono accomunate dalla discesa agli inferi dei personaggi. Per la drammaturgia di Massimo sono necessari gli attori: lui scrive per loro, infatti il testo di “Signorotte” è scritto apposta per me, Betta e Sara. Tutti i protagonisti della trilogia sono dei perdenti, hanno difficoltà a stare al mondo, sono degli antieroi che vivono situazioni grottesche. “Signorotte” però si differenzia dagli altri due spettacoli per una diversa visione della donna, di più ampio respiro".

Che tipo di lavoro hai fatto sul tuo personaggio?

"Abbiamo fatto un lavoro di gruppo perché i personaggi a sé stanti non hanno ragione d'essere, non funzionano. È nella dialettica tra di loro che assumono un ruolo: intorno a Ida, il mio personaggio e la leader del gruppo, si sviluppano gli eventi della storia. Ho cercato di capire cosa Massimo avesse visto di me in nel personaggio e credo che dal mio carattere abbia preso la tendenza a trovare delle soluzioni in qualunque momento, nel tentativo, a volte vano, di far stare tutti a proprio agio".

Se dovessi paragonare “Signorotte” ad un'altra opera, anche non teatrale, quale sceglieresti?

"Le tre sorelle di Cechov perché in quei personaggi che abbiamo interpretato all'accademia, ognuna di noi (io, Betta e Sara) si era identificata in determinati tratti caratteriali. Le tre sorelle ambiscono a dei sogni che non realizzeranno mai, dovranno accettare compromessi e rinunce e nuoteranno in un lago di tristezza e disperazione".

Massimo Odierna ha detto che “esiste per tutti un momento di crisi e di disagio nel quale l'individuo si confronta con se stesso. Il disagio è dunque una condizione umana che racchiude in sé malinconia e tristezza, preoccupazione e agitazione”. Cosa ne pensi?

"Ci pensavo in questi giorni. I momenti di crisi e disagio li viviamo male, faremmo di tutto per uscirne, eppure è proprio passandoci attraverso, immaginando questo dolore come un varco, che riusciamo ad andare dall'altra parte. Metterti di fronte a te stesso implica un momento di conoscenza, impari qualcosa di te e del mondo che prima non sapevi. Il dolore è un'opportunità: grazie alla caduta ti elevi perché ogni ferita comporta un'evoluzione".

Le tre protagoniste di “Signorotte” affrontano il dolore e ne escono sconfitte?

"Per tutta la vita si sono trovate in situazioni di disagio che hanno cercato di affrontare. Sono allo stesso tempo vittime e carnefici, vincenti e perdenti. Questa risposta, se siano sconfitte o meno, dipende da ciascuno spettatore. Ieri abbiamo avuto i primi feedback del pubblico: qualcuno ci ha visto una vittoria delle donne, per altri invece è stato un momento di riflessione profonda intorno al fallimento".

Alessandro Ottaviani 5/05/2019

Pagina 1 di 18

Libro della settimana

Facebook

Formazione

Recensito su Twitter

Digital COM