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La sesta edizione del festival "Dominio Pubblico_la città agli under 25" è già iniziata, di fatto, alla conferenza stampa di presentazione tenutasi lunedì 10 giugno al Teatro Valle di Roma: in mezzo al foyer, gli artisti della Scuola di Circo BigUp, tra gli ospiti di quest’anno, hanno coinvolto a sorpresa il neodirettore del Teatro di Roma Giorgio Barberio Corsetti in una performance da giocoliere, con tre palle da far roteare in equilibrio sopra di sé. Un avvio di conferenza allegramente anarchico e irrituale che anticipa le parole chiave del nuovo festival (dal 14 al 23 giugno al Teatro India), “ribellarsi” e “sollevarsi”. E sono proprio ribelli che si sollevano nel panorama culturale romano i giovani organizzatori del progetto: "Dominio Pubblico" punta infatti a offrire spazio e visibilità agli artisti di teatro, danza, musica, cinema, circo e arti visive sotto i venticinque anni, in una città che, come ricorda il direttore artistico Tiziano Panici, troppo spesso «nasconde e tende a dimenticare». Panici ha ricordato la genesi del progetto, nato cinque anni fa «da due fucine culturali» della Capitale, il Teatro Argot Studio e il Teatro dell’Orologio. Malgrado la chiusura di quest’ultimo nel 2017, "Dominio Pubblico" ha potuto contare sull’ospitalità del Teatro India, che anche quest’anno sarà per il festival una casa «da abitare, da ripensare e, in qualche modo, da ampliare».

Restano amarezza e non poca polemica per il mancato inserimento (a differenza degli scorsi anni) del festival tra gli eventi dell’Estate Romana, come traspare dagli interventi di Fabio Morgan (direttore generale di Dominio Pubblico) e Luca Ricci (ideatore del progetto). Un «fulmine a ciel sereno», ha dichiarato quest’ultimo, che tuttavia non ha pregiudicato (anche grazie al sostegno economico della Regione Lazio) «un lavoro reale» che valorizza la messa in rete dei soggetti (in particolare giovani) per rimettere il teatro «al centro di un processo di appartenenza tra cittadini». L’incontro di lunedì è dunque proseguito con la presentazione degli oltre cinquanta eventi previsti nel calendario della nuova edizione. Per le sezioni di Teatro e Danza hanno preso la parola Sabrina Sciarrino e Mariaenrica Recchia della (rigorosamente under 25) Direzione Artistica di Dominio Pubblico. Tra gli spettacoli teatrali selezionati abbiamo Intimità (14 giugno) di Amor Vacui, Socialmente (15 giugno), di e con la Premio Ubu Claudia Marsicano, Amore (15 giugno) di Tristezza Ensemble, Pulcinella morto e risorto, scritto, diretto e interpretato Alessandro Paschitto (22 giugno), La Sposa Prigioniera (23 giugno) della Compagnia dei Giovanio’nest. Tra i lavori di danza selezionati ci saranno invece Granelli di cosmo, di e con Camilla Grandolfo, After, di e con Giovanni Careccia (entrambi in scena il 15 giugno) e Variazione: S. Velato (22 giugno) di Lorenzo De Simone.

La Sezione Musica si avvale quest’anno della partnership con LAZIOSound, progetto regionale teso a valorizzare i talenti musicali Under 35 attraverso un concorso i cui finalisti si esibiranno proprio nella cornice del festival: tra gli artisti selezionati, un riconoscimento speciale da parte di Dominio Pubblico andrà a Micol Touadi, voce del trio nu-soul Whitey Brownie, che si esibirà in occasione della serata di apertura il 14 giugno. Nuovo cinema under 25 sarà la sezione dedicata a cortometraggi e documentari, in collaborazione con diverse realtà del territorio tra cui Sapienza Short Film Festival e Zalib. Tra le molte altre partnership ricordate in chiusura di conferenza ci sono quella con il giornale Scomodo, che darà vita agli incontri del Roma Social Forum per confrontarsi sui problemi della Capitale, e quella con la Middlesex University of London per la masterclass Bordless, evento emblematico della vocazione anche internazionale del festival. Riassume perfettamente lo spirito della sesta edizione di Dominio Pubblico l’intervento di Alessandra Carloni, illustratrice, street-artist e autrice dell’immagine di quest’anno, raffigurante un supereroe-fanciullo che si solleva su una mongolfiera luminosa dal buio della città: «Rispetto al resto dei personaggi che rimangono indietro, perché ancora non sono pronti a svegliarsi, lui decide di prendere posizione e di sollevarsi. Un invito, per le nuove generazioni, a prendere coscienza, far sentire la propria voce e mettere in campo la propria creatività».

Emanuele Bucci 11-6-2019

Esagitata, inquieta, muta, d’un tratto logorroica; Silvia teme ogni esame. Se per lei lo studio è un mostro motore di angoscia, la sua messa in atto è il persistente cavillo che l’attanaglia.
S’inchioda alla sedia, ricorre a speciali cuffie antirumore; vano è ogni tentativo di concentrazione.
In scena al Teatro India di Roma lo scorso 18 e 19 Maggio, “Amo i paragrafi corti: lezioni introduttive sulla solitudine” di Mariasilvia Greco è parte integrante del progetto “Scritture” di Lucia Calamaro.
“Io so studiare!” – assidua e irruenta la ragazza si esorta, insofferente eppure bisognosa delle silenziose premure di due genitori remissivi e spaventati. La sua è la storia di un’insolita solitudine.
Una madre intenta a difficili parole crociate, un padre che si improvvisa in creativi progetti culinari; sono tutte distrazioni di fronte d una figlia che sembra soffrire d’un disturbo senza rimedio.
Si avvicinano quando lei si allontana, si allontanano quando lei si avvicina; è forse una comunicazione distorta che si fa meccanismo per un disagio reciproco che ci illude a voler rimanere da soli.
Laddove i genitori cercano in tutti i modi di giungere alle cause di un’esasperazione che appare immotivata, Silvia si chiude nella sua stanza dove tra una lettura e l’altra si improvvisa a dialogare con un gigantesco poster di Sandro Pertini.
“Sandro! Sandro!” - E’ inibita dalla scadenza, si sente “surgelata”, alterna spasmi furenti ad un’immobilità letargica e immobilizzante.
Sarà solo dopo l’allontanamento meramente fisico dalla casa paterna che quel malessere, una volta estremizzato, troverà forma.
Un sentimento nostalgico, un bisogno impellente travolgerà la protagonista che in bilico tra la rassicurazione infantile e la spinta all’indipendenza si scoprirà essere ancora attaccata ad una culla cui pensava di voler fuggire.
Con Mariagiulia Colace, Francesco Aiello e Emilia Brandi, un filo invisibile attraversa questa storia tragicomica, un filo che, se riconosciuto si fa rimedio e consapevolezza di fronte al dilagare di un crescente spaesamento.

Giorgia Leuratti

Forse sono dodici i colpi sordi e tremendi che fanno sobbalzare lo spettatore dalla poltrona quando ancora non c’è alcuna luce sul palco. Dodici come i baci sulla bocca che promette il titolo dell’opera scritta da Mario Gelardi e diretta da Giuseppe Miale di Mauro, secondo spettacolo del Dittico Nest – Napoli Est Teatro, in scena al Teatro India fino al 17 Febbraio.

Dodici colpi inferti al pubblico stesso dalla compagnia Nest, fondata dall’attore Francesco Di Leva nella realtà più scomoda di Napoli e d’Italia, con lo scopo di mettere in scena proprio quella realtà, cruda e brutale, per smuovere lo spettatore ad un’immedesimazione priva di catarsi. Un teatro che rinuncia alla finzione per concentrare la sua forza espressiva nella trasformazione della realtà sociale, colpendo lo spettatore tanto forte da costringerlo a reagire.

Dodici colpi che aprono e chiudono lo spettacolo contenendo nella loro atroce freddezza una storia lontana, ambientata nella Napoli degli anni ’70, eppure capace di percuoterci come accadesse in diretta, davanti ai nostri occhi. Occhi impotenti, che fin dal principio vedono il destino scritto e non possono intervenire. Allo stesso modo in cui tre monoliti, disposti a triangolo sul palcoscenico a rappresentare ognuno dei tre personaggi, hanno una superficie riflettente nella quale, però, lo spettatore non riesce a vedere il proprio riflesso, restando illuso.  

L’ordine geometrico dei tre monoliti traccia le dinamiche stesse tra Antonio (Ivan Castiglione), proprietario di un ristorante mafioso e vicino all’estrema destra, suo fratello Massimo (Andrea Vellotti), prossimo al matrimonio con l’unica donna che abbia mai avuto, ed Emilio (Francesco Di Leva), lavapiatti segretamente omosessuale con il sogno di trasferirsi lontano. Un triangolo alla cui punta sta Emilio, capace di intaccare la base della costruzione geometrica, il rapporto tra i due fratelli, facendo innamorare Massimo e costringendo Antonio a recitare un ruolo che non sembra appartenergli veramente.

La musica, popolare e intensa, riempie le loro traiettorie umane, così come riempie i vuoti presenti nei dialoghi. Per questo, l’incontro tra Massimo ed Emilio riesce ad avere la fisicità di uno scontro solo grazie alla capacità gestuale degli attori, senza il supporto dei dialoghi, troppo deboli per dare la giusta sostanza ai personaggi. La sola eccezione possibile riguarda Antonio, nel quale il rapporto contraddittorio tra le parole e la loro espressività, tra i gesti e il modo di realizzarli, sembra nascondere una complessità psicologica affascinante che non lo relega al semplice ruolo di cieco carnefice, dandogli una sostanza capace di superare la debolezza dei dialoghi.

Come il capolavoro di Ettore Scola, “12 Baci sulla bocca" è “una storia particolare", intarsiata sullo sfondo di un’altra Italia, lontana decenni e tristemente uguale a quella fascista. Anche qui è il documento sonoro ad inserire la drammaturgia nel suo contesto storico, riportando le voci di manifestazioni, attentati e dell’autocondanna della società per l’assassinio di Pier Paolo Pasolini. Echi esterni che seguono la traiettoria geometrica dettata dal palcoscenico, sfiorando Massimo, ferendo Emilio e mettendo in crisi le convinzioni di Antonio, fino ad arrivare a penetrare nella pelle dello spettatore e a trasformare la sua impotenza in bramosia di agire.

Alessio Tommasoli 13/02/2019

Quando un nome noto del teatro come quello di Emma Dante viene accostato a un classico senza tempo come "Le Baccanti", l’incontro promette scintille. E scintille sono, recapitate da un team di attori dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, in scena al Teatro India di Roma nel periodo festivo a cavallo tra il 2018 e il 2019.
Sin dal principio, la regista traccia la sua linea, tesa e vibrante come una corda di violino, tra l’inquietudine e la sacralità. Due aspetti spesso, se non sempre, contrapposti nella tragedia greca, che esplodono sotto la direzione di Emma Dante, il cui occhio stravolgente si sposa alla perfezione con l’impeto caotico già copioso in Euripide.
Coreografie tra la danza e l’inseguimento, luci intermittenti e giochi d’ombra, sono alcuni degli ingredienti che rendono l’opera, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, apprezzabile su più livelli: quello letterale o razionale (apollineo) e quello istintivo, quasi subliminale (dionisiaco). Paradossalmente le parti corali, cantate e armonizzate dagli attori, numerosi ma sempre in equilibrio sulla scena, risultano le più canoniche.49616292_218497349081115_7963060359684685824_n.jpg
Anche la scenografia, di Carmine Maringola, riflette una duplicità insidiosa, le pareti rosa sembrano imprigionare, più che proteggere, ma non sono impenetrabili. Oltre alle uscite adibite, una per lato, capita di vedere personaggi invadere la scena strisciando sotto i suoi confini, o scuoterli dall’esterno con urla e strepiti. Avvolgente, ma non sicuro, il locus di questo studio flirta con l’uterino.
Vi sono poi le innumerevoli interpretazioni, innumerevoli davvero. Come per sedimentazione, "Le Baccanti" hanno acquisito nei secoli altrettante stratificazioni. C’è il conflitto tra sacro e profano, tra erotismo e castità, tra uomini e donne. C’è il conflitto generazionale tra vecchi e nuovi regnanti, quello tra madre e figlio. C’è Pènteo che, più che ateo, sembra figlio di una religiosità infertile e invidiosa. Di contro, un Dioniso doppio, nel ruolo e nel genere sessuale, assume i tratti di un anticristo ante litteram, un pifferaio magico dedito ai piaceri irresistibili della carne: pur nella sua onnipotenza, fa delle baccanti il proprio unico e solo strumento, perché di tutti il più invincibile.
Inevitabilmente a loro, alle Baccanti, l’ultima nota di quest’analisi. Prede di un’euforia senza confini ben distinti, devono mostrare al contempo la follia di un alter ego e le spaventose profondità del proprio vero io (in vino veritas). Un ruolo potente quanto complesso sotto la guida esperta e esigente della regista, che esalta però, singolarmente e in gruppo, l’interpretazione di tutte le attrici, scandite con ritmo musicale come canne di un organo di desideri inconfessabili.

Andrea Giovalè
5/01/2019

Foto di Tommaso Le Pera

Grandi pianure”: una rassegna che porta questo nome non può che rimandare a concetti di estensione ed apertura, di ampiezza solo apparentemente spaziale, perché soprattutto mentale.
A cura di Michele Di Stefano, si concentra proprio sugli sconfinati spazi della danza contemporanea e della performance sperimentale. Il corpo e la corporeità al centro e intorno il mondo, che si estende a perdita d’occhio. Ciò che gli spettacoli indagano è proprio la capacità di guardare i luoghi circostanti, analizzati attraverso esperienze di movimento inedite e coraggiose. 

«Se il corpo è la vera misura di ogni confine, la postura corporea può cambiare da sola la nostra capacità di guardare il mondo», scrive infatti Di Stefano.

È in questo quadro che si inserisce “Speaking Dance”, andato in scena al Teatro India, creazione di Jonathan Burrows e Matteo Fargion: il primo è coreografo e performer inglese formatosi al The Royal Ballet School, il secondo è compositore e performer di origini italiane, docente presso la scuola di Anne Teresa De Keersmaeker a Bruxelles. I due sono in turnée insieme da sedici anni, hanno ricevuto diversi premi e toccato molti Paesi del mondo con “Speaking Dance” (2006). La performance conclude la trilogia di duetti cominciata con “Both Sitting Duet” (2002) e proseguita con “The Quiet Dance” (2005). È un’indagine sul rapporto tra danza e musica, sui confini labili che le tengono separate eppure vicine, legate dal costante bisogno di comunicare e interagire. Due mondi fragili, ma permeabili, rappresentati con humor e puntando molto sul coinvolgimento del pubblico.

Speaking Dance” si avvale solo di due sedie e poco più (un pc, una diamonica, una piccola armonica): è una coreografia delle parole fondata su un approccio performativo inedito e moltograndi pianure aperto, in cui la musicalità si fonde col gesto, coi silenzi, con il canto, coi rumori (dal battito delle mani al loro sfregare al fischio) e, appunto, con le parole. Tutto è tenuto insieme con precisione estrema fino a diventare un corpus compatto inserito in una performance sempre più incalzante, una vera e propria partitura musicale di diversi ritmi e diverse velocità. 
La prima parte dell’esibizione è un contrappunto di parole, una danza descritta ma non eseguita (left – right, up – down, walking – jumping, lift - stop, come on - come up).
Elemento portante dello spettacolo è sempre la ripetizione, come nella sezione ‘love’, parola pronunciata e ripetuta su musica per piano di Bach, creando anche effetti di 'eco'. 
Molto divertente la sezione ‘Chicken – Yes – Come’: i tre termini vengono prima presentati scritti su tre fogli di carta, poi mentre Fargion li pronuncia (cambiandone sempre l'ordine) Burrows ne fa il gesto corrispondente, a velocità crescente.
La parte testuale più complessa è tratta da testi di Rudolph Laban, esercizi di composizione coreutica per studenti tratte dal libro “The mastery of movement”: questi estratti vengono gridati alla fine di “Speaking Dance”, sovrapponendo le due voci in modo non perfettamente sincronizzato.
Accanto a parole e suoni c'è anche il movimento: essenziale, sporco, minimo. Questi brevi momenti di danza eseguiti da Burrows vengono accostati a canzoni popolari italiane eseguite da Fargion. Sembra quasi un gioco infantile tra due compagni di scuola. L'elemento ludico è parte integrante dello spettacolo, che trae molta forza proprio dalla sintonia tra i due, che viene percepita dal pubblico e in questo modo lo fa sentire partecipe di ciò che avviene in scena. 

Estremamente complici, Fargion e Burrows portano in scena qualcosa di essenziale, senza pretese e senza intellettualismi. È una comicità sottile la loro e il pubblico ne coglie l’inusualità e insieme la forza, perché se è vero che quello che va avanti per quasi un’ora è un fiume di parole alternato da filastrocche, musica, rumori e silenzi, è vero anche che in questi 45 minuti di performance si coglie il bisogno di comunicare, di capire e farsi capire, di costruire un’empatia. E il successo dello spettacolo sta proprio nel riuscire ad instaurare un’interazione performer – performer e performer – pubblico basata su elementi essenziali della comunicazione (parole brevi, ripetizione e gesti): e la sintonia non si scioglie nemmeno nei momenti di voluta e ponderata asincronia. 

Giuseppina Dente
05/07/2018

Quando si legge la parola “performance” sul flyer di una drammaturgia teatrale, solitamente, la prima, istintiva reazione è quella di un brivido lungo la schiena. Ci si chiede cosa si dovrà affrontare, quali bizzarrie il teatro avrà, stavolta, in serbo per noi. Ebbene, il flyer di “Quando non so che fare cosa faccio” (andato in scena dal 13 al 23 giugno scorso), di e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, recita anche, in chiusura, un evocativo e simpatico “si consiglia di indossare scarpe comode”.
Sì, perché si cammina nella suggestiva e al tempo stesso urbana cornice del quartiere Marconi, attorno al Teatro India di Roma. Da una parte il fiume, l’orizzonte, il Gasometro, dall’altra il lungo viale, i negozi, la periferia urbana. Ma andiamo con ordine: si entra nella Sala B del Teatro India, spoglia e profonda, nuda, con Daria Deflorian seduta a distanza dal pubblico. 1Veniamo armati di cuffie bluetooth, con le quali far arrivare la voce sommessa della protagonista fino alle nostre orecchie. Poi si comincia, usciamo dal retro della sala e partiamo per un viaggio, al tempo stesso nella città e nella mente della non-attrice.
Già, perché uno degli obiettivi dello spettacolo è mettere in evidenza cos’è un attore al di fuori del della scena, e di riflesso cos’è il teatro, cosa la recitazione, chi è il pubblico e dove sta il confine (labile) tra palco e realtà. La sovrapposizione dei due è massima, mentre seguiamo Daria a debita distanza lungo le scenografie naturali costruite da Roma: capita di sorpassare una coppia di giovani che litigano, bambini che urlano e calciano un pallone di gommapiuma, di preoccuparsi per qualche goccia di pioggia, di sbirciare fuori dalla vetrina di Tiger, mentre la protagonista solitaria, se solitaria può dirsi per le strade di città, entra, prova qualche strano cappello e commenta, dal vivo, nelle nostre orecchie. Il tutto è condito da brevi riflessioni sull’essere e crescere donna, in bilico tra la scena e la vita, prendendo spunto da aneddoti legati a Stefania Sandrelli e al suo esordio cinematografico in “Io la conoscevo bene” (1965, di Antonio Pietrangeli).
In un percorso in cui tutto sembra casuale, compreso il racconto vocale, forse un po’ troppo spesso abdicato al silenzio, c’è anche spazio per le piccole partecipazioni “scriptate” di Monica Demuru o Ludovica Manzo, a seconda della data, e Francesco Alberici, il cui ruolo non è mai palese prima della rivelazione finale, per i saluti al pubblico. Grande idea, quindi, e costruita con mestiere, quella made in Tagliarini e Deflorian, che potrebbe indubbiamente godere di numerose altre applicazioni. La commistione di storia nelle cuffie e passeggiata in città, infatti, partorisce un’esperienza che meriterebbe di essere provata da chiunque, di solito, rabbrividisca al prospettarsi di misteriose “performance”. Magari al tramonto, con scarpe comode.

Andrea Giovalè
25/06/2018

Si ride e tanto in “Domani mi alzo presto”. Ottenuta la menzione speciale al "Premio Giovani Realtà del Teatro" dell’Accademia Nico Pepe, la compagnia padovana Amor Vacui ha portato lo spettacolo in scena al Teatro India nell’ambito della rassegna “Dominio Pubblico”.

Cosa hanno in comune i protagonisti: uno studente di psicologia (Andrea Tonin), una biologa (Eleonora Panizzo) e un aspirante attore (Andrea Bellacicco)? Si trovano tutti e tre in un limbo di immobilità, fatto di mancate azioni, scarso coraggio, zero volontà e continuo procrastinare. È una settimana cruciale, decisiva per il loro futuro, eppure continuano a rimandare al domani quello che dovrebbero fare oggi. Il primo è iscritto all’Università da 10 anni e non riesce a dare l’ultimo esame per potersi poi laureare, la seconda rimanda da due anni la partecipazione al bando per un dottorato all'estero e il terzo deve preparare un provino importante ma non si applica quanto e come dovrebbe.

Domani mi alzo presto” ha un forte impatto sul pubblico, non solo per la carica di comicità e la bravura degli attori, ma perché teatralizza dinamiche in cui tutti ci riconosciamo: le liste di cose da fare, i gruppi diDomani mi alzo presto 3 WhatsApp, la pausa caffè, le serie tv. Sono tutte scuse quotidiane in cui ciascuno di noi si è (in)volontariamente imbattuto, per allontanarsi dai doveri. Ecco perché mentre uno prepara l’esame non riesce a resistere alla tentazione di controllare il cellulare, ecco perché mentre prepara la documentazione richiesta dal bando l’altra rimane ingarbugliata in sequenze di azioni che programma su carta e poi non compie e il terzo invece di imparare a memoria il suo monologo continua a preparare caffè.

Fai a caso, fai male, ma fai!”, “Il primo passo è fare il primo passo”: con la teoria i tre ragazzi sono bravi, ma poi non riescono a mettere in pratica queste belle parole. A nulla serve neppure l’oroscopo che ogni mattina accompagna i loro risvegli e che sembra parlare proprio a loro: “Qual è la vostra scusa più grossa? Oggi è la vostra giornata!”.

Lo studente, la biologa e l’attore sono il ritratto di una generazione bloccata e sono uno lo specchio dell’altro: per questo riescono ad essere sinceri (cattivi, ma sinceri), solo quando scoppia la lite. In quel momento riescono a vedere gli altri e dunque anche se stessi per quel che sono e riescono a dire le cose come stanno, senza filtri. Anche parlare in terza persona è un filtro. Con questo stratagemma è come se i tre si vedessero dal di fuori, si percepisce il loro lasciarsi vivere senza agire in prima persona attivamente e con convinzione.

Domani mi alzo prestoLa scena si riempie mano mano di oggetti casalinghi (tazzine, libri, piatti, bicchieri, vestiti, coperte) a testimonianza del disordine della casa e dell’atteggiamento svogliato dei ragazzi, per poi essere ripulita e tornare al punto di partenza: un divano al centro della scena, quel divano che è stato per i tre ragazzi oasi di tranquillità (dove condividere le serate davanti al pc) e insieme trappola (dove annullarsi e far scorrere il tempo senza renderlo produttivo).

L’arco temporale descrito copre una settimana, sette giorni in cui avrebbero dovuto portare a termine i loro doveri e invece si sono ridotti all’ultimo giorno senza concludere nulla. A vincere è stata la paura di fallire, il sentirsi fuori tempo, il non sapere realmente cosa si vuole. Darà l’esame? Parteciperà al bando? Si presenterà al provino? Proprio quando sembra che si stia, con un pizzico di delusione, scivolando verso un finale dolciastro, ecco che invece lo spettacolo recupera alla grande la sua essenza, senza snaturare le sue premesse e le sue fondamenta. 

Giuseppina Dente
04/05/2018

"Nessuno può appropriarsi in maniera esclusiva di ciò che è di Dominio Pubblico, piuttosto ciascuno può prendere quel bene e goderne".

Dominio Pubblico – La città agli Under 25” è il primo festival italiano completamente dedicato alla creatività under 25, un format originale giunto alla sua quinta edizione e che vede la collaborazione col Teatro Nazionale di Roma. Gli eventi sono ospitati dal Teatro Valle e dal Teatro India, dove dal 29 maggio sono in corso esposizioni, sessioni di musica live, spettacoli di teatro e non solo: spazio anche alla danza.

Due sono i corti presentati sabato 2 giugno: “Atmos” di Vera Sticchi e Claudia Gesmundo e “Ritornello – Disintegration Loop” di Greta Francolini.

Il lavoro portato in scena dalla due danzatrici e coreografe baresi è stato mostrato in anteprima durante la rassegna “AbelianoDanza” ottenendo anche la selezione per il festival di danzaAtmos contemporanea e performing art “Idaco (Italian DAnce COnnection)” di New York, dove si sono esibite lo scorso maggio. I corpi sono fluidi e morbidi, quando inizia la musica (originale di Fabio Gesmundo) la danzatrice in primo piano occupa tutto il quadrato di spazio illuminato a sua disposizione, prolungando all’estremo il suo corpo, come fosse un liquido che occupa un recipiente. Lo stesso fa la seconda danzatrice, nell’angolo a destra, più in penombra, mentre avanza. Spesso fuori asse, i corpi si allungano, si estendono, facendo largo utilizzo di braccia e gambe, grazie anche alla rotazione delle spalle, al movimento dei fianchi, all’uso delle ginocchia. Nella seconda parte le due si muovono non solo insieme, ma entrano fisicamente in contatto tra loro, si toccano, i loro corpi diventano complementari, come fossero particelle liquide compenetranti. La terza parte si svolge avanti e dietro ad un ampio e leggero velo posto in fondo alla scena che, mosso dalle mani e illuminato (light designer Michelangelo Volpe), ricrea l’effetto di bolle d’aria e increspature d’acqua. È quel velo a dividerle, per poi inglobarle entrambe. Il concetto sociologico a cui le performer si sono ispirate è quello di ‘società liquida’, di Zygmunt Bauman, cioè la condizione moderna in cui l’individuo e le sue relazioni sociali sono soggetti a mutazioni, composizioni e scomposizioni continue, che rendono tutto labile, fluido e volatile. È come se la società moderna si sciogliesse e l’uomo faticasse a rimanere a galla, costretto in una bolla liquida e informe incapace a solidificarsi e a farsi materia. Questa instabilità perenne è in continua trasformazione, ma non c’è possibilità di emergere: è un lento essere sopraffatti, è un annegare piano, un affondare progressivo. Infatti, dopo aver iniziato l’esibizione singolarmente e dopo aver danzato insieme ed essersi toccate, le due danzatrici si trovano nuovamente divise e poi, ineluttabilmente, estraniate. 

RitornelloRitornello – Disintegration Loop” è una produzione completamente diversa, progetto finalista per "DNAppunti Coreografici 2017": in scena la giovane Greta Francolini, performer e coreografa classe 1993 attiva da circa tre anni sulla scena contemporanea. L’artista toscana ha come punto di partenza “The disintegration Loop” del compositore statunitense William Basinski, strutturato sulla replica di un campione sonoro che si disfa e si scompone fino a che non resta solo una parvenza sonora, frutto di una progressiva disintegrazione. La Francolini punta proprio sul concetto di ‘ripetizione’, non solo musicale, ma anche di uno stato d’animo. La vediamo entrare in scena annoiata, svogliata, così per tutta la durata del pezzo. La coreografia si sviluppa sulla stessa traiettoria spaziale: avanti e indietro su una immaginaria linea orizzontale parallela alla lunghezza del palco. Una volta, due volte, tre volte, quattro, cinque, sei e ancora così fino alla fine, salvo alcuni momenti che si sviluppano in modo circolare a centro scena. La musica è assolutamente fondamentale, non solo dal punto di vista ‘ideologico’: il loop che la performer porta avanti è l’esasperazione di un sentimento, di una emotività, che non resta chiusa entro i confini della musica, ma che da questa scaturisce e si autoalimenta.

 

Giuseppina Dente
03/05/2018

Nell’epoca in cui siamo drasticamente uniti dalla distanza, il World Wide Web (alias www) è divenuto parte integrante delle nostre realtà, anche più di quanto siamo disposti ad ammettere. 

Alessandro Blasioli di soli 23 anni porta in scena DPR: Web Sommerso (da lui scritto, diretto e interpretato) al Teatro India per il festival di Dominio Pubblico quest’anno interamente dedicato ai giovani #Under25.
E con questo affronta con ingegno e astuzia una delle più grandi trasformazioni che abbia vissuto la popolazione terrestre.
Con l’avvento della rete più o meno venti anni fa si è dato inizio a una nuova fase della storia, quella digitalizzata che sebbene sembri stia raggiungendo i massimi livelli di evoluzione, occorre ammettere che siamo solo all’inizio del web 1giro di giostra.
Abituati ad interfacciarci con il nostro “fedele” smartphone non possiamo non ammettere che talvolta il rapporto sembra sfuggirci lievemente di mano; ma quello che ha da dirci il giovane abruzzese è ben più terrificante.
E inizia così salendo sul palco nel turbinio di fumo e luci al neon indossando una maschera dai led intermittenti che ne contornano un sorriso indimenticabile per la nostra generazione: quello di V, il vendicatore, terrorista e giustiziere creato da Alan Moore nel lontano 1982.
Un volto di pietra che parla da sé con un sorriso beffardo ed è dietro la sua potente immagine che Blasioli ci introduce allo show per presentare con una serratissima e fittissima rassegna di date, nomi e eventi, la storia di quel Web denominato Sommerso: quella parte cui nessuno può accedere neanche se riuscisse a trovarne le coordinate, quella parte che esiste esattamente quanto non esiste.
Il calderone bollente entro cui gorgoglia quel gruppo di persone che silenziosamente e in forma anonima (i più noti “anonymous”), progettano di smascherare politici, forze nazionali e molto altro ancora. È un viaggio interminabile tra casi che hanno fatto la storia mondiale (come il caso Snowden e tanti altri), che riesce a sensibilizzare l’uditorio pietrificato e catturato.
E a condurre il gioco è una voce fuori campo denominata Dorothy rievocando simbolicamente la giovane dalle lunghe trecce costretta a indossare occhiali scuri per non essere accecata in presenza del grande Mago di Oz.
Quindi neanche al nostro protagonista è concesso troppo spazio, anche lui è controllato mentre si destreggia tra le fitte reti della realtà dannatamente non virtuale e cerca di porci un quesito fondamentale: di fronte a crimini efferrati e violazioni di ogni genere degli spazi vitali, è possibile essere dalla parte di chi cerca di combatterli se pur con i mezzi sbagliati?
La libertà d’espressione è davvero totale e possibile solo nel momento in cui si può usurfruire dell’anonimato? Di questo parlava proprio il più famoso film "V per vendetta" sopra citato.
web 3Sono questioni assolutamente attuali e di stimolo che arrivano taglienti come lame e ci ricordano come stiamo diventando sempre più cavie osservate e studiate da dietro un piccolo e “innocuo” schermo retroilluminato.
Dunque uno spettacolo sui generis di cui non è la performance il fine ultimo, seppur Blasioli abbia fatto un lavoro immenso, ma la necessità di comunicare tutto quel mondo che giace nascosto e di cui spesso dimentichiamo di far parte.

Daria Falconi
01/06/18

«It's a very very mad world» cantava Gary Jules e non è un caso che sulle note di questo brano si chiuda “Cenerentola”, spettacolo diretto da Fabrizio Arcuri, al Teatro India fino al 29 aprile. Lo stesso regista ha dichiarato che «le parole del testo sembrano proprio corrette per la chiosa del lavoro affrontato e accompagnano bene alla fine di questa vicenda».

La storia portata in scena non è l’originale fiaba popolare che tutti conosciamo, ma la riscrittura del drammaturgo francese Joël Pommerat. È una versione che scardina quella dei fratelli Grimm e ne sposta il focus sul rapporto coi sensi di colpa, con la morte, con le belle storie (false) che ci raccontiamo ogni giorno per aiutarci a vivere. «Se viviamo in un sogno dormiamo, non agiamo» sentenzia fredda e disincantata la matrigna.

Il compito di Arcuri è stato proprio quello di accostarsi ad un testo noto a tutti, che ci accompagna dall’infanzia, ma trovando sfaccettature che ne consentissero una chiave di lettura moderna e una riflessione psicologica adatte anche agli adulti. Un allontanamento, dunque, dalle versioni edulcorate a cui certi filoni di scrittura fiabesca e rappresentazione teatrale/cinematografica ci hanno abituato. Le vicende di oggi vengono sovrapposte alla fiaba di ieri, operazione che Arcuri ha portato avanti anche con “Pinocchio”, sempre sulla riscrittura di Pommerat, dunque un testo più aperto e politico rispetto all’originale, in cui si approfondisce il rapporto individuo-società, tema attuale che riguarda tutti da vicino.

Protagonisti di “Cenerentola” sono gli attori dell’Accademia degli Artefatti, fondata e diretta dallo stesso regista romano. Sandra/Cenerentola (una delicata ma convincente Irene Canali) èCenerentola Arcuri una bellissima giovane ragazza che non riesce ad accettare la precoce scomparsa della madre. I lunghi capelli rossi, lo sguardo trasognato, il vestitino azzurro cobalto e soprattutto il grande orologio che porta appeso al collo, ne fanno il perfetto ibrido fra Alice nel Paese delle Meraviglie e Pippi Calzelunghe. Il dolore per questa perdita insanabile verrà acuito dall’ingresso forzato in una nuova e indesiderata famiglia che il padre (Valerio Amoruso) le impone. Quest’ultimo intrattiene una relazione con una dispotica signora (la travolgente e determinante Rita Maffei) a sua volta vedova e con due figlie (Aida Talliente e Elena Callegari) a carico. I soprusi perpetrati dalla matrigna e le sevizie psicologiche delle sorellastre non scalfiscono il carattere forte ed orgoglioso di Sandra che svolge senza mai lamentarsi anche i più umilianti lavori domestici che le vengono imposti. 

Il giorno che cambia il suo destino arriva sotto le vesti di un’anomala fata benefattrice (un esilarante Gabriele Benedetti) - dai poteri magici decisamente discutibili - che la trascina a forza al ballo del Re (Luca Altavilla). Per pura casualità e dopo aver superato un infinito groviglio di equivoci, Cenerentola troverà nell’amore del Principe azzurro (Matteo Angius) - anche lui inconsolabile orfano di madre - la forza di lasciarsi alle spalle il dramma del lutto. L’ingombrante presenza della morte e l’incapacità dei personaggi di conviverci sono i due elementi che caratterizzano l’adattamento di Pommerat nonché il fil rouge che lega i due protagonisti: Cenerentola ed il Principe azzurro. Nel primo caso il dolore della perdita viene affrontato con spirito autopunitivo: l’orologio appeso al collo suona ossessivamente ogni cinque minuti, proprio per non concedersi una pausa da questo pensiero ossessivo. Nel secondo invece viene messo in atto un meccanismo di rimozione forzata: il giovane si autoimpone di continuare a credere che la madre non ritorni da lui unicamente a causa dello sciopero dei mezzi di trasporto.

Fra i due personaggi intercorre un ribaltamento dei ruoli classici che si materializza efficacemente nel gesto dell’intraprendente Sandra di farsi regalare la scarpa dal principe, e non il contrario, per assicurarsi la possibilità di ricondurlo a sé dopo il primo fortuito incontro. Arcuri sceglie di illuminare le figure maschili di una luce non proprio benevola: emergono come inetti perennemente in balia dei volubili umori femminili.

Essenziale e dirompente la doppia, anzi tripla, funzione di Elena Callegari: sorellastra, voce narrante - con l’ausilio di un microfono - ed anche regista, viste le continue indicazioni su luci e musiche cha lancia nel corso dello spettacolo in cabina di regia. La continua penetrazione nella quarta parete scenica contribuisce a restituire la totale estemporaneità di questo adattamento postmoderno - parola abusata ma che calza qui a pennello per restituire l’immagine di frammentarietà che caratterizza lo spettacolo - di uno dei più grandi classici del patrimonio popolare fiabesco.

Cenerentola Arcuri 3

Arcuri opta per una scenografia minimalista: sul palcoscenico infatti lo spettatore viene abituato al cambio dei diversi ambienti esclusivamente dallo spostamento di alcune installazioni in legno di colore bianco, ciascuna di diverse dimensioni. Sono gli stessi attori a muoverle e rappresentano vari oggetti: il letto della madre di Sandra o quello di Cenerentola, le pareti in vetro della casa, la lavatrice sulla quale si siedono le due sorelle. I personaggi si nascondono all’interno di essi, mentre altre volte vengono usati come supporto su cui aggrapparsi e lanciarsi nel vuoto. È proprio in questo semplice impianto scenico che si snoda l’intero spettacolo. Sullo sfondo brilla una tendina dai colori argento e oro, decisione sicuramente eccentrica ma che simboleggia perfettamente la spettacolarizzazione della classica fiaba. È un vero e proprio show quello che il pubblico guarda, accentuato ancor di più dalle personalità stravaganti dei personaggi.

Su questa stessa linea verte la scelta dei costumi, caratterizzati da uno stile decisamente alternativo. Così le due sorellastre di Cenerentola indossano colori sgargianti e che non si uniformano tra di loro, la matrigna veste abiti che sottolineano la sua forte ossessione di apparire giovane e l’abbigliamento del principe di nobile non ha quasi nulla.

A completare il moderno mosaico dello spettacolo è la musica, in cui pop e rock si mescolano: da “God save the Queen” dei Sex Pistols a “Like a Virgin” di Madonna, da “Father and son” di Cat Stevens a “Mad world” di Gary Jules, fino alla tipica musica da discoteca durante la festa da ballo.

Giuseppina Dente, Luisa Djabali, Eugenia Giannone 28/04/2018

Intervista a Fabrizio Arcuri: http://www.recensito.net/rubriche/interviste/intervista-fabrizio-arcuri-cenerentola-pinocchio.html

Focus su Pommerat: http://www.recensito.net/teatro/cenerentola-perrault-disney-pommerat-arcuri.html

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