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Domenica 24 febbraio alle 18.30 un nuovo appuntamento del ciclo di spettacoli dedicati ai grandi personaggi del mondo della musica dell’Altrove Teatro Studio.
Lo spettacolo Beat Generation attraverso le voci di Ottavia Bianchi, Marius Bizau e Giulia Nervi, accompagnate alla chitarra dagli arrangiamenti di Giacomo Ronconi, ripercorrerà il periodo tra la fine degli anni 50 e il 1969: quel decennio di musica che è stata la colonna sonora di grandi cambiamenti. Giorgio Latini farà da contrappunto, narrando gli eventi più suggestivi accaduti in quegli anni ormai mitici e mai dimenticati.locandina BEATGENERATION
Nel 1940 l’incontro tra Jack Kerouack e Allen Ginsberg genera un movimento che quattro anni più tardi prenderà il nome di Beat Generation e culminerà nel 1951 con la scrittura del libro cult “On the road”.
Gli ideali della Beat Generation sono il rifiuto della violenza, del materialismo e delle regole della vita convenzionale, la liberazione sessuale, l’uso delle droghe. Perché questo moto di ribellione diventi fenomeno di massa bisogna attendere il 1957, quando il libro viene pubblicato divenendo immediatamente il manifesto di una generazione.
Sull’onda lunga di questi ideali nascerà il beat, movimento musicale che si origina nei primi anni ‘60 per poi dare inizio alla “Brit Invasion”, al folk americano, alla musica psichedelica che faranno da sfondo al successivo grande movimento sociale degli hippie.
La scelta della “scaletta” in Beat Generation è stata forse la fase più difficile. In questo senso l’apporto di Giacomo Ronconi è stato fondamentale: insieme a lui si è trovato il necessario equilibrio tra le canzoni per così dire “obbligate” e alcune chicche meno note. L’inusuale arrangiamento per una sola chitarra e ben tre voci cantanti ha dato vita ad una serie di soluzioni che hanno rappresentato una sfida per gli interpreti che nascono, in primis, come attori e che si lanciano in questa nuova sperimentazione artistica.
La narrazione punta ad esaltare la musica stessa con brevi e curiosi aneddoti relativi alla nascita di queste canzoni che si rivelano utili anche a svelare i retroscena meno conosciuti di un così denso panorama musicale e sociale. Attraverso il racconto di quanto davvero accadeva in quel periodo, lo spettacolo mette in evidenza il valore contemporaneo che queste canzoni ancora posseggono.

Per tutte le informazioni riguardanti la Stagione 2018/2019 dell’Altrove Teatro Studio è possibile scrivere all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o contattare telefonicamente il 339 8175904.

U.s.

13/02/2019

MODENA – Ha il sapore dell'epopea alla “C'era una volta in America”, il retrogusto della saga alla maniera della “Lehman's”, il sentore di leggenda come in un Mahabharata occidentale. L'intento (a tratti brechtiano) è stato quello di costruire con “Istruzioni per non morire in pace” una maratona gonfia e potente, corposa e altisonante, con il coinvolgimento (Ert e Teatro della Toscana) di decine di maestranze ed enti e associazioni, centinaia di cittadini in un progetto-percorso con la sua buona dose di validità didattica e di senso di comunità più che spettacolare. Quasi tre ore a comparto, però, sono decisamente troppe, per questa fatica (anche la nostra nel rimanere fino alla fine) di Claudio Longhi. Tre parti, Patrimoni, Rivoluzioni e Teatro, per una marcialonga ridondante, lungaggine logorroica.
Quando si parla di Prima Guerra Mondiale, ed in qualche modo quando il discorso è allargabile al nostro nero Ventennio, i cannoni vanno a braccetto con le rime stupide, patria e bandiera con i sorrisetti sciocchi, la battaglia con i balletti scosciati, la tecnica dell'acciaio con i bordelli, l'Universo e le prostitute, i sogni con gli incubi, barbarità con intellighenzia, atrocità e raffinatezza, cinismo e bassezze con delicatezza e ricercatezza, il fischiettare un motivetto che fa du du du du e lutti a non finire, baionette e soubrette. Ed infatti, messaggio stereotipato da operetta frivola e leggera, tutt'attorno all'arco che racchiude il palco, lucine scintillanti da varietà e rivista, così come i due sipari interni di un rosso sanguinolento (così come la pedana che entra in platea) lucidissimo da apparire scivoloso, plastificato, sgusciante, imprendibile, grondante liquame e globuli.
Il secolo breve è traballante e propulsivo, tremolante, incerto e sperimentatore, ossimorico e contraddittorio per sua stessa natura, dove, al suo interno, tutto è accorciato, la vita in primis, tutto è allungato, estenuantemente dilatato: grandi scoperte e voglia di conoscere come le brutalità più estreme, il volo e l'elettricità come bestialità infime, crudeltà e malvagità perduranti. Nuove conquiste e perdite totalizzanti. Non ci soffermeremo sui possibili, e plausibili, incroci con la nostra attualità, dalla guerra giusta allo scontro tra religioni, ai poteri forti che indirizzano spargimenti di sangue delle fasce più deboli per motivi puramente economici.
Ogni attore assume in sé sette – otto personaggi. Non hanno maschere ma indossano una sorta di calzamaglia che li ricopre, gambe e braccia, fino alle mani che somigliano a quelle guantate dei fumetti disneyani, e sul volto questo lenzuolo adamitico che rende i loro volti tutti simili e lisci, levigati come colpiti dall'acido, o ricostruiti da invasivi interventi di chirurgia plastica, limati come bambole di porcellana, appiattite, similari l'una all'altra, quasi come vedere “Gli amanti” di Magritte, con parrucche di capelli impomatati come fiammiferi accesi di tanti poveri diavoli, peccatori imbrigliati nei gironi danteschi. Le facce hanno protuberanze botuliniche come se portassero segni e sintomi di malattie evidenti, escrescenze e tumori su zigomi deturpati da Golem, mummie con un ricordo di Gotham o di Sin City.
Coinvolgenti e paurosamente affascinanti le figure che sul fondale prendono vita bidimensionale, mostri antichi ed arcaici, insetti giganti, specie di pidocchi ingranditi al microscopio, dai tratti mitici ed utopici, draghi che mutano in scheletri appuntiti, ossessioni di morte che prendono forma di demoni agguerriti, mordaci, sbavanti.
La sbavatura ricorrente, che non crea alternanza di sentimenti e pathos e atmosfera, ma caos di piani, è quella di mischiare scene surreali e iperboliche ad altre realistiche e storicizzate con tanto di cartina che scende dall'alto nelle quali segue anche lezione, più o meno semplicistica, di aggressioni ed attacchi, alleanze e spostamenti di eserciti, annessioni e invasioni, tanto da sembrare dentro un grande Risiko stilizzato dalle tinte accese e forti, passaggi saggistici, in evidente e lampante contrasto con il grottesco precedente, con date e geopolitica sintetizzata.
Questo “Istruzioni per non morire in pace”, di Paolo Di Paolo, diviene più contenitore dove racchiudere tutti i movimenti, i personaggi, i fumi ed i passaggi di inizio Novecento con salti che toccano Proust e Freud, Modigliani e Cocteau, D'Annunzio e Garibaldi.
La platea è sempre coinvolta: la luce accesa in sala, attori che scendono tra le poltroncine, che passano dalla pedana nei palchetti laterali, il lancio ora di banconote, adesso di lettere: un grande movimento futurista. La metafora del '900 è la botola del suggeritore che tutto ingloba e ingoia, è la neve che cade, comunque e pesantemente, incessante: “Nient'altro che del bianco a cui badare”, sottolineava Arthur Rimbaud.

Visto al Teatro Storchi, Modena, il 7 gennaio 2016

Tommaso Chimenti 11/01/2016

Foto: Luca Del Pia

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