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Alessio Bonomo esordisce nel 1999 per Sugar Music, con il singolo “Il deserto”, per poi partecipare al Festival di Sanremo d’inizio millennio, l’anno successivo, con “La croce”. Da allora sono passati 18 anni, lo spazio enorme di un’adolescenza. Ma, si sa, gli anni in musica non trascorrono sempre uniformi. A volte un lustro è sufficiente a rivoluzionare una scrittura, altre volte non basta una vita intera.
La voce musicale di Bonomo ritorna, coerente a se stessa, lentamente scivola su un tappeto musicale dal ritmo posato, dolce, avvolgente. L’autore conserva, per scelta o per indole, il proprio cuore narrativo, che lo lega saldamente a sonorità tipiche del cantautorato cosiddetto “di una volta”. Se da una parte, negli ultimi anni, proprio le dinamiche del genere vengono riabbracciate da larga parte del nuovo indie alla Calcutta, dall’altra quest’ultime si rimodellano di solito attraverso un disagio generazionale e una poetica espressiva peculiari. Alessio Bonomo, invece, si rifà anche nell’arrangiamento a precise eco cantautorali anni ’70 e ’80: Battiato, Dalla, Vecchioni (suo professore al Dams di Torino, dove, colpito, lo invitò a presentare il suo disco d’esordio “La rosa dei venti”). E questo solo per citare tre grandi nomi che saltano alla mente e all’orecchio durante l’ascolto de “La musica non esiste”.
Un sound denso e d’atmosfera è la materia prima dell’album prodotto da Esordisco, e che verrà presentato dal vivo al Monk di Roma il prossimo 16 maggio. Il disco presenta arrangiamenti curati e suonati da Fausto Mesolalla, sostituito poi, dopo la prematura scomparsa, da Tony Canto. Il secondo, fortunatamente, 2ha saputo premiare e valorizzare in postproduzione tutte le 12 tracce, incluse quelle appena delineate dal primo, compagno musicale di Alessio sin dagli albori. Gli stessi Avion Travel, con cui l’autore ha collaborato spesso in carriera, sono presenti quasi per intero, qui e là nel disco, a impreziosirlo di intensi cameo. Su tutti, spicca il caldo sassofono di Peppe D’Argenzio in “Contatto immediato”.
Nonostante tali e tante altre partecipazioni, comunque, Bonomo mantiene il suo ruolo distinto di timone e voce narrante, quest’ultima addirittura letteralmente. Dipinge con gesti delicati canzoni fugaci, o più dilatate e sognanti, alla maniera di un pittore d’acquerelli. Brani aritmici come “Un lago” o “Certe vecchiette” durano appena il tempo di mettere a fuoco una visione ispirata da versi e immagini, quasi fossero, anzi, essendo vere e proprie poesie in musica.
Il recitato, d’altronde, è pietra cardinale dell’ormai consolidato stile bonomiano. È un marchio di fabbrica, il suo personale contributo al genere cantautoriale che, paradossalmente, oggi risulta più fresco nelle sue vesti meno moderne. Dai titoli delle canzoni ai testi, tutto sembra suggerire una fuga dall’attualità: la stessa negazione proclamata da “La musica non esiste”, che continua “…esiste un’altra cosa di cui la musica è una serva e come tale va trattata”, ha il sapore di commossa recusatio. Alessio Bonomo insegue dunque un interlocutore ideale, o immaginario, o entrambe le cose, cui rivolge sovente un’affettuosa seconda persona singolare. Il suo non è un disco che lo troverà facilmente, quell’interlocutore, perché volutamente anticlimatico sulla scena attuale. Ma quest’elemento, al contempo caratteristico e caratterizzante, lo distingue (oggi come 18 anni fa) e donerà, a chi sa navigare nell’oceano calmo tra poesia e malinconia, un viaggio memorabile.

Fotografie di Piero Libelli Marsili

Andrea Giovalè 19/04/2018

Non è ormai strano selezionare il giorno specifico, scegliere una sala speciale, starsene in poltrona e assaporarsi un bel concerto di una delle nostre band preferite direttamente al cinema, con possibilità di cocacola, m'n'ms e popcorn. In questo caso era il 12 Aprile, in cinema selezionati, il giorno in cui poter vedersi Distant Sky- Live In Copenhagen, il film concerto di Nick Cave & The Bad Seeds, registrato alla Copenhagen Royal Arena nell'Ottobre 2017 e diretto da David Barnard.

Se sia sensato oppure no ricorrere alla mercificazione cinematografica anche dell'esperienza concerto non è importante, probabilmente, e sicuramente non lo è in questa sede. Quello che però accomuna le due esperienze è quell'ottica di ricezione e di immersione nell'ambiente e nelle sonorità (e forse di dovrebbe dire volumi) della venue in cui si fruisce della performance. Come un palazzetto, infatti, anche il cinema non è esente dalle pecche di suono e molte delle considerazioni in merito al film sono profondamente legate alla qualità (o meno) dell'impianto in sala. badseeds

Un problema ancora molto poco dibattuto, nel nostro paese, in merito alla fruizione della musica, sia essa a teatro, in un club, in uno stadio (ancora di più), in un palazzetto, o, da qualche anno, anche al cinema. Un problema forse legato ad una vera e propria mancanza di sensibilità alla questione di fruizione musicale.

Non è sicuramente sensato dibattere sulla qualità indiscussa dei Bad Seeds e nemmeno di zio Nick. E nemmeno riferirsi a quanto passato dalla sua famiglia nell'ultimo periodo (si può facilmente recuperare il bellissimo film di Andrew Dominik del 2016, "One More Time With Feeling") La band, ormai capitanata dall'amato-odiato Warren Ellis, nuova Yoko Ono del Re Inchostro, ripete perfettamente la perfomance perfetta attuata in tutto il corso del tour di supporto a Skeleton Tree, con le dinamiche proprie di una band di primissimo livello, una scaletta architettata alla perfezione, seppur coi suoi naturali sbilanciamenti d'epoca (poche -ma buone- sono le perle del passato) e dimensione, e arricchita dall'estro mai domo del suo paroliere.distant sky3

Quello che però sembra essere il senso di Distant Sky è ripercorrere propriamente l'esperienza concerto, annullando qualsiasi momento vuoto: niente interviste, nessun commento, nessun sottotitolo. Niente che, quindi, possa arricchire in alcun modo l'esperienza concertistica esperita (o meno) dai fans. In questa questione è però importante cercare di trasmettere l'immersione sonora e spirituale al concerto stesso e, in questo, è molto dubbio che si riesca, in un clima determinato dal silenzio -talvolta forzato- di una sala e da alcuni volumi che sembrano emulare le compressioni mp3 di certe frequenze stereo, ad arrivare veramente al cuore dello spettatore. Spettatore sicuramente entusiasta dell'immagine dei Bad Seeds e del loro cantore, delle canzoni e del loro atteggiamento sempre passionale e profesionale, anche senza i vari Harvey e Bargeld, ma un po' stranito nel vedere un concerto al cinema che non è sicuramente come l'esperienza immersiva, poetica e passionale del concerto live.

In alternativa del perdersi la performance di questo tour è certamente consigliato fruire di questo prodotto, ma certe volte è anche bene che quelle sensazioni o siano state prese in faccia o si aspetti un'altra occasione vera e sonoramente potente per poter apprezzare una delle migliori band si possano, ancora oggi, vedere dal vivo.

 

Davide Romagnoli

14/4/2018

I Jesus Lizard. Questi mai dimenticati. Sembrava ormai chiaro l'intento di Pierpaolo Capovilla di reintrodursi nei territori più congeniali al revival noise rock tutto Nineties (da cui non sono esenti nemmeno gli Afterhours di Agnelli) di questi ultimi tempi, staccandosi ormai da quello che la macchina Teatro Degli Orrori era ed è ormai arrivata a comunicare, almeno nel corso di questi sette anni che separavano dall'ultimo "A Better Man". Poco c'è stato in Italia, e sicuramente una delle poche band a sfoderare quelle partiture sghembe e riff violenti -parimenti viscerali ed eleganti- vicini alla band di Chicago sono stati i One Dimensional Man, creatura e quasi alter-ego di Capovilla, bassista, cantante e unico membro fisso.
Al pari dei "bentornati" c'è però la considerazione e il parallelismo con quello che Capovilla è divenuto insieme al Teatro, quello che il suo italiano à la Carmelo Bene ha portato in scena e quello, infine, per cui il suo fare musica e parole è diventato davvero emblematico. Lo skip verso l'inglese appare dunque più come un regredire che come un procedere, e non solo alla luce di un paragone -altrettanto probabilmente insolubile- con quel post-hardcore americano vecchio stampo, ma anche per quanto riguarda una certa efficacia e potenza, sia espressiva che linguistica. Tenendo, però, da parte un capolavoro jesuslizardiano come "Goat" del 1991 e i suoi stessi primi lavori con i One Dimensional Man con la Wide Records, questo nuovo "You Don't Exist" può comunque ben apparire come l'album del "benritrovato rumore".
L'opener "Free Speech" prelude infatti un noise-rock frenetico e insofferente, piacevolmente contraddistinto da una ritrovata verve rumoristica e di carattere, che prosegue per il tutti i trentotto minuti del disco. La title-track è un'altra canzone che si inquadra felicemente in un panorama di ben difficile produzioneOne Dimensional Man You Dont Exist 1 in terra italica, e potrebbe risultare questo stesso un grande sintomo di valore per il ritrovato progetto di Capovilla, oltre che per l'effettiva portata del brano, affabile e caustico al tempo stesso. Le partiture ritmiche sono offerte dal fido Francesco Valente, già compagno dietro le pelli con Il Teatro e con il ben più che intrigante progetto Buñuel (con l'inimitabile Eugene Robinson e un altro rumorista come Xabier Iriondo), mentre le chitarre sono a cura di Carlo Veneziano. Insieme al basso di Capovilla è l'essenzialità della terna di strumenti che rende forse "You Don't Exist" nettamente migliore che il più confusionario (per le intenzioni) "A Better Man", riscoprendo l'abrasività del mix (con una voce impastata con il resto degli strumenti: l'esatto contrario di ciò che si è abituati a sentire in Italia) e alcune font storiche forse perdute, come i Saccharine Trust (di cui si coverizza "You Don't Need Freedom").
Il tono del mentore Marcuse echeggia sempre nelle liriche, orientate verso quella critica sociale tipica di Capovilla, che qui diventa mondiale, esistenzialista e frenetica per quello che, secondo lo stesso frontman, è “uno spaccato di vita quotidiana nell’oscura contemporaneità in cui insistono le nostre esistenze”. "A Crying Shame" è un po' il brano spartiacque, posto nel punto centrale dell'album, più riflessivo e intimista, che abbassa solo per un attimo il tiro del discorso con una ballad dai sentori quasi sadcore, con un lieve innesto di voce femminile. Con "Don't Leave Me Alone" tornano le trame più intriganti, che fanno capo alle dissonanze di Veneziano e agli intervalli della sezione ritmica del basso di Capovilla e delle pelli di Valente, con delle linee vocali che non possono non ricordare gli episodi più funambolici del Teatro degli Orrori. Chiude il lavoro una tetra rassegna di feedback e basso di tutti i presidenti degli Stati Uniti (in cui non appare però il nome dell'ultimo e odierno), funerea e incombente fino allo "scacco matto" finale pronunciato dal dissidente milite americano Kenneth O’ Keefe, offertosi alla causa palestinese abbandonando le stelle e strisce.
Dietro il quadro-cover di Antonio Bubacco, "You Don't Exist" è dunque, una volta abbandonate le premesse di parallelismi vari ed eventuali, un album che riporta in auge -anche se in sordina e quasi di sopresa- uno dei monicker più interessanti del panorama alternativo italiano. Bentrovato rumore. E Bentrovato l'uomo marcusiano a una dimensione, dunque. Sperando di vederlo in giro più spesso.

 Davide Romagnoli  28/03/2018

È intriso di nostalgie e venato di malinconia il nuovo album di Luca D’Aversa, "Fuori!", uscito per Do It Yourself il 19 gennaio 2018. A cinque anni dall'esordio D’Aversa torna il secondo album che, per citare Caparezza, “è sempre il più difficile nella carriera di un artista”. Ma a giudicare dalle sonorità e dalle parole, così ben confezionate, sembra che il cantautore romano abbia vinto la sfida.
Al primo ascolto l’impressione che si ricava è quella di un mix gradevole di tracce a metà fra il synth pop e le atmosfere anni Ottanta, che tanto piacciono ai fan dell'indie italiano degli ultimi anni. C’è poi un vago ricordo di Niccolò Fabi, rintracciabile nei toni pacati e nell’impostazione vocale di D’Aversa, che pure si discosta dalle tendenze della scena musicale romana, che tanto sta producendo nell’ultimo periodo.Luca dAversa 2 
Poi però basta non limitarsi a restare "In superficie", per citare una delle nove tracce, per capire che dietro "Fuori!" c’è uno studio musicale che coinvolge allo stesso modo melodie e testi. Andando oltre la banalità delle canzonette usa e getta che occupano gli spazi radiofonici per qualche mese, Luca D’Aversa si occupa con semplicità di dissezionare la vita quotidiana, le sue frenesie e i suoi inciampi sentimentali.
Prima di tutto, nel suo secondo disco ci sono eclettismo e sperimentazione, e si aprono squarci per suggestioni che ricordano un certo alternative rock britannico degli anni Zero, a-là Arctic Monkeys (si veda la intro graffiante di "Hai visto mai", che scombina qualsiasi previsione di monotonia). C’è spazio anche per accenni potentemente lirici: sono negli archi, che aprono e chiudono voluttuosamente "Ora", una melanconica analisi sul pentagramma dei propri limiti, che sembra già da sola la colonna sonora ideale di un road-movie alla ricerca di se stessi.
D’Aversa sa toccare con delicatezza diversi argomenti, ma lontano dall’aggressività volgare con cui troppo spesso una relazione complicata o ormai finita diventa il pretesto per mettere in versi minacce e insulti. Accade così in un pezzo come "Non Voglio", dove il cantautore romano si misura con un amore che lo consuma, di dubbi, domande e situazioni in bilico, lasciando trasparire con grazia l’impotenza e la voglia di reagire.
Un album estremamente vario, che si apre e si chiude in due modi diametralmente opposti. Da un lato, infatti, c’è "Lasciati sorprendere", un inno a lasciarsi andare oltre la frenetica monotonia di ogni giorno, per tornare a vedere il mondo a colori: un pezzo trascinante, dalle venature rock, supportato da un canto energico e liberatorio. Dall’altro c’è "Le stelle rimbalazano", ballata visionaria e malinconica che somiglia quasi a una buonanotte da fiaba, sospesa a metà fra le stelle che rimbalzano e la neve, che scende a fiocchi lenti, congelando ogni cosa, anche il tempo. La migliore exit music, per un album eclettico, piacevole e ben calibrato.

Ilaria Vigorito 29/03/2018

 

FIRENZE – “Garko mio collega? No, non sono nel settore della plastica”
“Mio padre mi regalò “Profondo rosso” perché da comunista pensava che fosse un disco politico”

Sul rapporto tra la musica e l'evocazione del passato nostalgico potremmo comporre un pezzo soltanto di citazioni illustri. E sarebbe soddisfacente, e sarebbe esaustivo. Note e parole si aggrovigliano in un groove inscindibile con la memoria, personale e singolare di Anna Meacci, dei suoi trascorsi intimi e familiari, per aprirsi ed ampliarsi all'infanzia di tutti, ai primi timori e turbamenti, le insoddisfazioni, le perdite, le sconfitte, ma anche le piccole gioie, gli amori e le delusioni che accomunano tutti quanti. “Una musica può fare”, spiegava Max Gazzè. Può fare molto: ricordare, rievocare, riportare in vita, far ridere, far piangere, sospendere il tempo, estraniare, far trasognare dentro una bolla di sapone, aprire porte, spiragli, sospirare, respirare, fermarsi a riflettere.
Senza musica la vita sarebbe un errore”, argomentava Nietzsche. Con i capelli ad ananas, il tacco altissimo, i pantaloni in pelle attillatissimi, la Meacci prende a pretesto la colonna sonora della propria vita per il suo “Volevo fare la dj”. La musica è importante, sottolinea momenti che, volenti o nolenti, torneranno, ritorneranno prepotenti a bussare alla porta del presente. E' un battimano folle quello che accompagna i dischi, rigorosamente in vinile old style, con il sottofondo croccante come pop corn a graffiare, prima i 45 giri da bambina (ognuno legato ad una storia familiare), poi i 33 di ragazza. E si sconfina nel rapporto con la madre, con il proprio corpo, con la propria crescita, la propria inadeguatezza, i primi amori.
Siamo lei, siamo con lei. Ognuno pesca dal suo racconto gli spunti simili, le assonanze, spesso spiacevoli, del crescere, i dolori dei passaggi d'età, il prendere consapevolezza ed il perdere d'innocenza. A cinquant'anni è un report, un riassunto, un bilancio esistenziale questo “Volevo” (che già dal titolo nasconde desideri taciuti e voglie represse) a cavallo tra gli anni '60, '70 ed '80, nell'osmosi tra infanzia, adolescenza, gioventù, che poi saranno i momenti che più ricorderemo, proprio perché avevamo tutta la vita davanti e tutte le scelte erano ancora possibili, le porte ancora aperte, niente precluso e nessuno poteva dire chi sarebbe stato e che cosa avrebbe fatto del suo tempo su questa Terra. Tutto era da scoprire, tutto da mordere ed assaggiare, sbocconcellare e bere, era ancora il tempo per poter essere sprovveduti e ingenui ma anche agguerriti e spavaldi: ecco Stay Hungry, Stay Foolish.
La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c'è fuori”, arpeggiava Sebastian Bach. Si sorride e ci si commuove nello scorrere di questo diario di provincia dove si sentono gli odori casalinghi come la polvere della noia, lo scivolare della ghiaia sotto le ruote delle biciclette, la pesantezza della nebbia, il gelo di certe stagioni della vita che ti rimangono appiccicate addosso, pur crescendo, pur cambiando prospettive e domicilio. Non puoi dimenticare le origini, che saranno tenerezza e traumi, sogni incantati o brividi di paura. Come certe canzoni che ripartono nella mente quando meno te lo aspetti, quando pensavi di averle dimenticate, esorcizzate, quando pensavi ormai di esserne finalmente immune. E' anche una geografia familiare, la madre sarta, dura ma a suo modo amorevole, il padre amante di Puccini e della Russia rossa, la sorella bella che le passava i vestiti che smetteva. E' un'altalena di pathos e risate, di calore e mancanze, di struggimento e spasso corposo di pancia.
La musica è il solo passaggio che unisca l'astratto al concreto”, sedimentava Antonin Artaud. Un disco ed un ricordo appassionato, leggero e profondo, da starci dentro, da respirarselo con gusto e tatto, con rispetto ed in punta di piedi, da ascoltare silenziosamente per poi deflagrare in uno scoppio di denti che aprono le labbra a mezzaluna come una liberazione. “La musica è l'arte che è più vicina alle lacrime e alla memoria”, decretava Oscar Wilde. E girovaghiamo come cani randagi dentro i percorsi ed i sentieri di Anna Meacci bambina assorta, poi adolescente tradita, dopo ragazza che voleva ribellarsi al piccolo mondo antico. E' un juke box dell'anima, un giradischi che magicamente apre le danze sui segni e le crepe del passato.
La musica è una delle più importanti cose inutili del mondo”, punzecchiava Caetano Veloso. Un sound che rimbalza dal piatto dei dischi a sotto lo sterno, fa cassa e rullante mentre passa la Barbie come le hit sensuali degli Abba o Barry White. E' la fiaba della crescita, che è sempre difficile e difficoltosa, amara e mai indolore, e la musica in questo caso è il bosco del passaggio tra le varie età, musica che segue e che protegge, che fa da pugnale e parafulmine, musica che accompagna o scava, che è sollievo o coltello nella piaga. “La musica è la scienza delle emozioni” jazzeggiava George Gershwin. E scivolano “Je t'aime” come Battisti, Modugno e “Non ho l'età”, o lanciandosi in un'imitazione “avatariana” di Patty Pravo prima di sconfinare nel grande gioco sanremese. E' tutto amore che cola come rimmel, come lacrime luccicanti, che siano di gioia o di sconforto. “Non si vende la musica. La si condivide”, dirigeva Leonard Bernstein. Quello che ha fatto Anna Meacci.

Visto al Teatro delle Spiagge, Firenze, il 20 febbraio 2016.

Tommaso Chimenti 21/02/2016

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