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Argo, nuovo lavoro della cantautrice pugliese Orelle, nasce dalla necessità ben precisa di fotografare e mettere nero su bianco un percorso durato più di un anno e mezzo, fatto di chilometri macinati e di live vissuti.
Da qui la scelta di registrare il disco in presa diretta, con un trio jazz, per ricreare quel suono a tratti aleatorio e sospeso, a tratti più sporco e saturato, con poche sovraincisioni, che rimanda alle sonorità delle produzioni anni ´70, soprattutto nell´approccio.

Questo disco è come una fotografia scattata con una macchina analogica, quelle che apprezzi di più se sono un po’ sgranate, concepito e registrato da Orelle in compagnia di talentuosi compagni di viaggio. Le ispirazioni nella scrittura sono plurime e anche molto diverse tra loro e proprio per questo non sono stati posti vincoli di genere nel risultato finale, un riuscito connubio tra il mondo più Indie e quello Jazz.
Orelle è Elisabetta Pasquale che ha cantato e suonato contrabbasso e chitarre, Domenico Cartago il pianoforte e le tastiere, Luca Abbattista batteria e percussioni. Hanno portato la loro esperienza Stefano Amato (Brunori Sas) insieme ad Emanuele Braca (Velvet Score) ai violoncelli, Fabrizio Bosso alla tromba e Dimartino che è la voce di Fili d´oro. Lorenzo Buzzigoli ha curato la produzione e la registrazione.

La dicotomia d´intenti dell’album non è stata una ricerca o un costrutto, ma una semplice espressione di quello che ora è la vita di Orelle: cantautrice da un lato e studentessa di contrabbasso, nonché esploratrice del mondo Jazz dall´altro. Ponte ideale e fonte di felicità e di soddisfazione per l’artista.
In Argo, il movimento e la dinamica tipiche della live session rimandano ad una sorta di fluidità, galleggiando tra aria e acqua, elementi a cui sembra ispirarsi Orelle col suo timbro vocale, ma che sono stati fonte di ispirazione anche per la grafica di questo nuovo lavoro.

Questo approccio vocale, molto diverso rispetto al precedente EP di debutto Primulae Radix, è stato un cambiamento del tutto naturale, senza per forza essere un punto di non ritorno. È semplicemente adatto alla Orelle attuale, un po´come se l´album e il suo modo di interpretarlo fossero nati nello stesso momento.
Sin da subito la cantautrice pugliese ha immaginato questo disco come una figura femminile o semplicemente come più figure racchiuse in una: da qui la scelta del titolo Argo, che nel mito è sia un cane che con pazienza aspetta il ritorno del suo amore Ulisse, sia la nave che va a cercarselo l´amore. Attesa e ricerca nello stesso tempo, stato bipolare che ogni donna racchiude in sé non solo in amore, ma nella propria vita in genere.

Il disco si apre con Linea d´aria, ingenuo approccio ai cosiddetti tempi composti e prosegue con Alibi, una sorta di “stream of consciousness” di un momento quotidiano.
Un immaginario più scuro e concreto è invece quello di Keep Quiet, brano da cui è tratto il primo videoclip, nel quale Orelle descrive una realtà più lasciva e femmineo di liberazione ed espiazione di energie negative, come una sorta di climax orgasmico.
Arriva quindi la sospensione di Fili d´oro, un viaggio mentale nell´intimità di due persone che lasciano al tempo la responsabilità della fine della loro storia: la tromba di Fabrizio Bosso e la voce di Dimartino arricchiscono e completano questo stato di fluttuazione.
Itaca e Argo, in tutta la loro evoluzione, fungono da ponte tra due o più visioni musicali, differenti approcci alla cosiddetta intelligenza emotiva, centro focale dei testi di questo lavoro.
L´ascoltatore è accompagnato in un mondo più intimo ne La stanza da tè ed in Fossile , brano scritto per la madre, ma anche in scenari più decisi e frizzanti come nel caso di Natura Morta, in cui l’artista descrive una personale visione di bellezza composta in gran parte da imprecisioni che in Natura sono caratteristiche dominanti, o in Polo Nord con il fantasma di una chitarra acida e crunchata.
Roma bianca è il pezzo più semplice e datato del disco ma anche quello che, proprio per questo, ha rappresentato la scintilla per la carriera di Orelle.
L’album si chiude con Mosaico, volutamente staccata dal resto dell´album. È un canto terapeutico suonato chitarra e voce da Orelle di prima mattina, poggiata al letto della sua stanza.
Come un rituale che l’artista esegue ad intervalli regolari, Orelle immagina di cantarla all´orecchio di Gabriella, violinista sua amica scomparsa prematuramente nel 2014, alla quale è dedicato questo brano e non solo, dolore e speranza uniti in un omaggio dovuto e molto sentito.

L’album è stato prodotto, registrato e mixato da Lorenzo Buzzigoli tra marzo e settembre del 2016 presso il Folsom Prison Studio di Prato. Alcune voci sono state registrate da Alessandro Grasso presso il Four Walls Studio di Giovinazzo.
L’artista è riuscita a dare una direzione precisa all’intero album, ricercando insieme al fonico un tipo di sonorità ben precisa, calda ma decisa sin dai primi momenti e votata a mantenere il più possibile l’attitudine live dei musicisti. Proprio per questo scopo il trio originale (batteria, piano e contrabbasso) è sempre stato registrato in ensemble.

Argo esce il 28 aprile 2017 per Black Candy Records con distribuzione Audioglobe ed è disponibile in formato fisico e digitale in tutti gli store.
Le edizioni sono Warner Chappell Italia.

Mercoledì, 18 Marzo 2020 14:43

Musica per viaggiare (stando a casa)

In questo profondo momento di smarrimento, di mancanza di certezze alle quali siamo “semplicemente” poco abituati, è davvero importante (oltre che squisitamente umano) aggrapparsi a tutte quelle formule che magicamente possono aiutare a riconnetterci con noi stessi, con gli altri e, senza esagerare, con l’universo.

La musica, in questo senso, sappiamo benissimo essere molto più di un semplice mezzo, di un tappabuchi congeniale ai vuoti della routine, e forse proprio per questo (nella sua generale drammaticità) la situazione che ci ritroviamo a vivere costituisce, in modo quasi insospettabile, una grandiosa opportunità. Di cultura, di libero scambio, di ampliamento dei nostri comuni orizzonti: un vero e proprio slancio verso l’ignoto nel quale, tutto sommato, possiamo riuscire a farci compagnia e ispirarci a vicenda.

Eccoci allora pronti ad attrezzarci come si conviene, a rispolverare i vecchi cd, i vinili, fino a cimentarci in una ricerca molto più ponderata del normale all’interno del mondo dello streaming, così pregno di opportunità e alla portata di tutti. Mettiamoci letteralmente “in ascolto”, e condividiamo tra di noi tutta la migliore musica possibile anche per restituire all’imperativo “RESISTERE” tutta la sua forza, bellezza e autenticità, in questo contesto globale 2.0 dove tutti siamo più vicini, ma mai davvero connessi l’un l’altro.

Quello che segue può essere considerato il primo di tanti preziosi suggerimenti, nel tentativo di imparare ad apprezzare maggiormente la nostra “solitudine” attraverso dei veri e propri viaggi introspettivi, come fossimo alla deriva. Persino la compagnia del resto del mondo, una volta riaperte le gabbie, potrebbe avere un “suono” diverso.
BUON ASCOLTO!

“THE DARK SIDE OF THE MOON” – Pink Floyd (1973)

Può sembrare una scelta scontata, soprattutto in virtù del sound tipicamente psichedelico al quale ci hanno sempre abituato Roger Waters & Co. Aggiungeteci, se volete, altri lavori di notevole portata “introspettiva” come “Wish You Were Here” (1975) o “The Wall” (1979), e allora farete sicuramente fatica nel preferire un ascolto piuttosto che un altro. Insomma, con i Pink Floyd, in generale, si va abbastanza sul sicuro, ma mai come in questo momento storico “The Dark Side of the Moon” (1973) rappresenta quella che a suo tempo lo stesso Waters definì un’istanza di empatia politica, umanitaria e filosofica, dimenticata, oggi, dietro gli schermi dei pc e dei cellulari della gente, ossessionata non tanto dal voler mantenere il proprio contatto con il mondo quanto, piuttosto, con la propria identità messa pericolosamente in discussione nel momento in cui la giostra della routine ha smesso di girare.

Si tratta di un preziosissimo concept album, che rincorre visceralmente temi quali il conflitto interiore, la morte, il rapporto col denaro e col tempo, l’alienazione mentale e il confronto con tutto ciò che è altro da noi. Un viaggio articolato in 10 brani rimasti nella storia (come “Time”, “The Great Gig in the Sky”, “Money”, “Us and Them”), da compiere ad occhi chiusi mentre si restituiscono alla musica e alle parole tutta la fiducia possibile, essenziale per lasciarsi risucchiare da quel piccolo/grande universo nascosto nella parte più “oscura” del nostro essere, senza accorgimenti lisergici. E, soprattutto, per imparare farci i conti una volta tornati a riprendere fiato in superficie, lì dove il mondo sembra essersi momentaneamente fermato.

“The Dark Side of the Moon” è, in buona sostanza, un invito sincero a toglierci la maschera e a confessare che “no, non siamo padroni di nulla” al di fuori di noi stessi, ma solo responsabili del nostro essere.

Jacopo Ventura, 18/03/2020

Domenica 12 gennaio 2020 alle 18.30 - a grande richiesta - torna la lettura-concerto che racconta il movimento che poi verrà chiamato Beat Generation.

Partendo dalle origini e dal libro cult “On the road”, passando per i grandi ideali del rifiuto della violenza e della liberazione sessuale si riascolteranno i brani noti e meno noti della “Brit Invasion”, fino al folk americano e alla musica psichedelica che saranno lo sfondo per il successivo grande movimento sociale degli hippie. 

Lo spettacolo Beat Generation attraverso le voci di Ottavia Bianchi, Marius Bizau e Giulia Nervi, accompagnate alla chitarra dagli arrangiamenti di Giacomo Ronconi, ripercorre il periodo tra la fine degli anni 50 e il 1969: quel decennio di musica che è stata la colonna sonora di grandi cambiamenti. Giorgio Latini farà da contrappunto, narrando gli eventi più suggestivi accaduti in quegli anni ormai mitici e mai dimenticati.

Nel 1940 l’incontro tra Jack Kerouack e Allen Ginsberg genera un movimento che quattro anni più tardi prenderà il nome di Beat Generation e culminerà nel 1951 con la scrittura del libro cult “On the road”. Gli ideali della Beat Generation sono il rifiuto della violenza, del materialismo e delle regole della vita convenzionale, la liberazione sessuale e delle droghe. Perché questo moto di ribellione diventi fenomeno di massa bisogna attendere il 1957, quando il libro viene pubblicato divenendo immediatamente il manifesto di una generazione. Sull’onda lunga di questi ideali nascerà il beat, ovvero il movimento musicale che si origina proprio nei primi anni ‘60.BG 12 1 2020

La scelta della “scaletta” in Beat Generation è stata forse la fase più difficile. In questo senso l’apporto di Giacomo Ronconi è stato fondamentale: insieme a lui si è trovato il necessario equilibrio tra le canzoni per così dire “obbligate” e alcune chicche meno note. L’inusuale arrangiamento per una sola chitarra e ben tre voci cantanti ha dato vita ad una serie di soluzioni che hanno rappresentato una sfida per gli interpreti che nascono, in primis, come attori e che si lanciano in questa nuova sperimentazione artistica.

La narrazione punta ad esaltare la musica stessa con brevi e curiosi aneddoti relativi alla nascita di queste canzoni che si rivelano utili anche a svelare i retroscena meno conosciuti di un così denso panorama musicale e sociale. Attraverso il racconto di quanto davvero accadeva in quel periodo, lo spettacolo mette in evidenza il valore contemporaneo che queste canzoni ancora posseggono.

 

Per tutte le informazioni riguardanti la Stagione 2019/2020 dell’Altrove Teatro Studio è possibile visitare il sito www.altroveteatrostudio.it

scrivere all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o contattare telefonicamente il 351/8700413.

BIGLIETTI

Intero 15 euro – Ridotto 10 euro – Tessera 2 euro 

Redazione 7/01/2020

Mercoledì 18 settembre 2019, alle ore 12, l’Associazione di Promozione Sociale “I Pensieri dell’Altrove”, fondata nel 2012 da Ottavia Bianchi e Giorgio Latini, presenta la Stagione 2019/2020 dell’Altrove Teatro Studio. Nel quartiere Prati, a pochi passi dalla fermata metro Cipro, uno spazio che racchiude teatro, scuola di recitazione e spazi a disposizione degli artisti.

Dopo il successo della Stagione 2018/2019 che ha visto crescere il progetto Altrove in termini di offerta artistica e di consolidamento identitario connesso al quartiere Prati e alla città, una nuova Stagione è alle porte. Un’idea di teatro e di arte che si rinforza e rinnova grazie alla passione dei direttori Ottavia Bianchi e Giorgio Latini che partono  quest’anno al grido de La Bellezza è di Tutti.

Prosa, Musica, Danza: un cartellone che intende soddisfare la domanda di intrattenimento del pubblico del quartiere ma che si apre all’intera città. Altrove Teatro Studio

Si parte il 25 e il 26 ottobre alle 20 e il 27 alle 17 con LE SORELLASTRE di e con Ottavia Bianchi insieme a Patrizia Ciabatta, Flaminia Cuzzoli, Giulia Santilli e con la regia di Giorgio Latini. Il 3 novembre alle 18.30 SOME DISORDERED INTERIOR GEOMETRIES, con Paola Bedoni, interprete e coreografa, accompagnata dalle musiche di Charles Ives, Gyorgy Ligeti e Cesar Frank, le luci di Andrea Margarolo (produzione Compagnia Xe, MiBACT, Regione Toscana, Comune di San Casciano Val di Pesa).  Dal 19 al 23 novembre alle 20 e il 24 novembre alle 17 NON SO NEMMENO SE SONO FELICE, adattamento e regia di Luca De Bei, con Paola De Crescenzo, Aura Ghezzi, Roberta Infantino e Carla Recupero. Il 6 e 7 dicembre alle 20 e l’8 dicembre alle 17 CON LA BOCCA PIENA DI SPILLE, scritto da Martina Tiberti che ne cura anche le musiche, con la regia di Raffaele Balzano e interpretato da Patrizia Ciabatta e Giuseppe Mortelliti (produzione Un rigo sì e un rigo no). Il 14 dicembre alle 20 e il 15 dicembre alle 17 DIARIO ELETTORALE, di e con Mario Migliucci, con le musiche di Mariaclara Verdelli e contributi video di Gianluca D’Apuzzo. Il 22 dicembre alle 18.30 CONCERTO DI NATALE del coro Le Mani Avanti diretti da Gabriele D’Angelo. Il 12 gennaio alle 18.30 torna BEAT GENERATION, di Giorgio Latini che sarà sul palco con Ottavia Bianchi, Marius Bizau e Giulia Nervi, accompagnati alla chitarra da Giacomo Ronconi. Il 24 e 25 gennaio alle 20 e il 26 gennaio alle 17 va in scena SETE, di Walter Prete, con Giorgio Sales e la regia di Lorenzo Parrotto. Il 7 e 8 febbraio alle 20 e il 9 febbraio alle 17, UN CAPITANO, dalla vera storia di Amr Abuorezk, testo originale di Giulia Lombezzi e Amr Abuorzek, diretto da Eleonora Gusmano, con la scenografia a cura dell’Asilo dei Lunatici e le musiche originali di Alessandro Romano. Il 21 e il 22 febbraio alle 20, LA SIGNORA DEL PIANO DI SOPRA STA PARTENDO, scritto  diretto da Tommaso Paolucci e Francesco Pietrella che saranno sul palco con Matteo Berardinelli e Francesco Vittorio Pellegrino. Il 28 e 29 febbraio alle 20 e il 1° marzo alle 17 MUMBLE MUMBLE, di Emanuele Salce e Andrea Pergolari, con Emanuele Salce e Paolo Giommarelli, la regia di Timothy Jomm e i costumi di Giulia Elettra Francioni. Il 13 e il 14 marzo alle 20 e il 15 marzo alle 17 TUTTO DA SOLA CAPITOLO II - MEGLIO SÓLA CHE SÒLA, scritto e interpretato da Giulia Nervi e diretto da Massimiliano Vado. Il 22 marzo alle 18.30 ROMEO E GIULIETTA - L'AMORE FA SCHIFO MA LA MORTE DI PIÙ, con Beppe Salmetti e Simone Tangolo, che ne ha scritto anch le musiche, drammaturgia e regia di Cecilia Ligorio. Il 27 e il 28 marzo alle 20 e il 29 marzo alle 17 NOVILUINIO, scritto e diretto da Lorenzo Di Matteo con Marius Bizau e giochi di ombre a cura di Carla Taglietti. Il 3 e 4 aprile alle 20 e il 5 aprile alle 17 MA CHE COLPA ABBIAMO NOI, di e con Chiara Casarico e Giuseppe De Trizio (coproduzione Il NaufragarMèDolce & Radicanto). Infine, il 17 e il 18 aprile alle 20 e il  19 aprile alle 17 LE MAMME, LE VISIONI di e con Luca Trezza  accompagnato sul palco da Davide Paciolla e Francesca Muoio.

L’Altrove Teatro Studio è uno spazio nuovo, concepito da due attori non solo per il pubblico ma anche e soprattutto per l’attore, figura che negli anni ha dovuto ampliare sempre più le proprie competenze passando anche per la scrittura, produzione e promozione degli spettacoli di cui è interprete.

Da un punto di vista strutturale la scelta progettuale è stata quella di creare quattro ambienti e due spazi principali: uno pubblico – quello del teatro – concepito come una scatola nera e flessibile, modulabile come un “cantiere” in continua evoluzione e trasformazione; uno privato – quello della scuola – concepito come un ambiente neutro e confortevole, in cui è collocata la zona tecnica per la musica e la docenza.

Dal punto di vista della formazione l’Accademia d’Arte Scenica dell’Altrove Teatro Studio ha come obbiettivo la formazione di attori consapevoli e padroni delle tecniche di movimento scenico e voce naturale, dell’analisi del testo, e profondi conoscitori di autori classici e moderni di chiara fama. 

Lo scopo dell’offerta formativa dell’Accademia e dei corsi promossi dall’Altrove Teatro Studio è quello di costruire un ponte per il professionismo attraverso il quale l’allievo possa prepararsi ad accedere alle migliori accademie o scegliere d’immettersi nel mercato del lavoro consapevole di avere un bagaglio importante di abilità e conoscenze.

Per tutte le informazioni riguardanti l’offerta artistica e formativa dell’Altrove Teatro Studio è possibile consultare il sito Web o scrivere all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

U.s.

16/09/2019

FIRENZE – Si può riuscire a parlare di temi scottanti, attuali, moderni, profondi e pesanti come la depressione, il licenziamento, l'allontanamento dai figli, anche facendo, e molto, ridere e sorridere. Con una patina di risate si riesce ad andare più a fondo e a far sedimentare quel velo necessario, per comprendere meglio, per immedesimarsi, per calarsi nell'amara situazione di moltissime famiglie dei giorni nostri. Il Teatro di Rifredi sembra aver azzeccato ancora una volta questa formula, un altro cavallo di battaglia che ha il surplus di portare il teatro in spazi non convenzionali. Dopo le infinite stagioni, sempre sold out, de “L'ultimo harem”, con questo “Walking Therapie” siamo sicuri di essere davanti ad un altro crack, un nuovo possibile cult fiorentino, una nuova piece-cofanetto pieno di sorprese che non può far altro che migliorare, accrescersi esponenzialmente, alimentarsi. Secondo anno di questo esperimento che Giancarlo Mordini e Angelo Savelli videro ad Avignone2 LOW - Walking Thérapie-2.jpg (scritto dai belgi Nicolas Buysse, Fabrice Murgia, Fabio Zenoni) ed al quale hanno cambiato forma e connotati spostando l'azione dal camminare alla famigerata tramvia, croce e delizia dei fiorentini.

Due attori (si compenetrano Luca Avagliano e Gregory Eve), ma anche improvvisatori sempre con le antenne aperte sul reale, su tutto quello che gli si muove attorno e grandi perfomer, che si incastrano alla perfezione, fisicamente (uno alto e uno basso, uno magro e uno rotondo), ed emotivamente, sempre pronti ad usare quello che accade in maniera contingente per trasformarlo in gag, per usarlo ad uso e consumo di una narrazione-canovaccio ma che prende spunto e gioca ogni sera con gli incontri casuali e fortuiti che si materializzano sul cammino delle decine di persone con le cuffie che loro conducono, come Pifferai magici, dalla fermata di Rifredi a quella di Scandicci. Siamo, nell'accezione dello spettacolo, un gruppo di persone “che stanno male”, in terapia come suggerisce il titolo, intervenute “ad un seminario sull'accettazione del dolore”. Molti inglesismi, tanta cialtroneria, frasi fatte e condivisione, abbracci per non sentirsi soli, per “espellere lo stress”, gestire le nostre paure. L'equilibrio del gioco è la grande sint76-walking-thérapie-1.jpgonia tra le due figure, caratteri agli antipodi, tra il sicuro e serio guru e il suo aiutante-adepto che sta imparando le tecniche di convincimento e si sta risollevando (ma questo lo capiamo mano a mano che il racconto entra nel vivo) da una difficile e drammatica situazione personale che lo ha azzerato ed annientato.

Nelle cuffie (come nel recente spettacolo “Underground” del duo Cucolo/Bosetti al Napoli Teatro Festival; qui con più unione d'intenti tra conducente e platea in movimento) i due ci danno ordini e informazioni con i divertenti incastri di piccoli litigi sotterranei e lievemente impercettibili a contraddirsi, a non far emergere la verità, a camuffare il nostro percorso, fuori nella città e di consapevolezza dentro noi stessi. La parte più esilarante prende corpo nelle numerose fermate della tramvia e nel consueto saliscendi cittadino serale: partono canzoni nazional-popolari, Nicola Di Bari, Ivan Graziani, Eugenio Finardi, Renato Zero, e veniamo incitati (impossibile resistere a dar sfogo all'ugola sanremese che è dentro ognuno di noi) a cantare e lasciarci andare mentre gli altri passeggeri ci guardano stupiti e una cappa d'ilarità contagiosa si spande tra le sediole azzurre e grigie e la voce metallica che avverte della fermata successiva. Il dolore e l'infelicità, ovvero come combatterli, rimangono sullo sfondo, così come la depressione, malattia dei nostri tempi insoddisfatti; siamo naufraghi e cerchiamo 582833-thumb-full-720-2018_0714_walking_therapie_rifre.jpguna meta o un mentore che ci indichi la strada maestra partendo dal presupposto, qui in modo faceto e ilare, che “nessuno di noi sta bene” e che “tutti abbiamo un grumo di dolore”. Vero, verissimo. Forse ne ridiamo per esorcizzare questo triste assioma. Un giorno di dolore che uno ha, direbbe Ligabue.

Tra storielle, citazioni, filastrocche, rime, canzoncine, esercizi, prese di coscienza, formule di autoconvincimento arriviamo a Scandicci dove inizia (va leggermente asciugato) un altro spettacolo: ognuno segue i due “scienziati” alla ricerca della felicità e nella sperimentazione sul campo dell'analisi dell'infelicità altrui, studiando gli altri esseri umani che stanno bivaccando (non sono felici neanche loro, fingono serenità in famiglia) Walking_TheErapie_5_-_-MR.jpgtra cemento, asfalto, qualche gelato annoiato, bambini ululanti, palloni stanchi, le luci brutte dei neon. Il disagio che i due cercano di combattere e ostacolare è proprio quello del quale hanno sofferto: fragilità, timidezze, ansie, vergogne, imbarazzi, drammi esistenziali. Se Gregory Eve è il grande burattinaio che tesse e trama e muove come una pedina l'altro “dottore”, Luca Avagliano è un Caparezza (si lancia anche in un pezzo hip hop ben ritmato e orecchiabile) esondante, energetico, spumeggiante. Si può vedere e prendere “Walking Therapie” come uno spettacolo comico (lo è, e molto) ma senza dimenticare i grandi insegnamenti disseminati nel testo e tra le pieghe delle schermaglie tra i due. Uno spettacolo che non può far altro che decollare con nuove repliche.

Tommaso Chimenti 15/07/2019

Nato dall’esperienza del laboratorio didattico AFAM coordinato da Tosca, all’interno del contesto di Officina Pasolini, Viaggio in Italia è il risultato del lavoro del collettivo AdoRiza, composto da una ventina di artisti, ed è uno spettacolo che porta in scena tutte le anime della tradizione popolare musicale e dialettale italiana. Michela Flore è una delle voci più intense e armoniose del collettivo: nata a Irgoli in Sardegna, ha studiato al conservatorio di Santa Cecilia e in Viaggio in Italia è l’interprete di due brani decisamente diversi tra loro quali No potho reposare, forse la più celebre canzone d’amore del repertorio musicale sardo, e La blanchisseuse, un allegro e divertente canto delle lavandaie della Valle d’Aosta.

Ci puoi raccontare la tua esperienza all’interno del laboratorio e che importanza ha avuto per il tuo percorso?
Non c’è dubbio che sia stata una tappa fondamentale di crescita personale da cui sono uscita certamente cambiata. Ho avuto l’opportunità di (ri)esplorare al meglio le mie radici culturali e di entrare a contatto anche con altre realtà che non conoscevo: infatti, con il collettivo ho potuto immergermi in un patrimonio musicale immenso, partecipando attivamente a un lavoro di studio e ricerca esteso a tutta la tradizione folkloristica italiana.Flore 01

Quale pensi sia stato il collante che ha permesso a un gruppo come il vostro, tanto ricco e variegato, di interagire e dialogare in maniera così efficace?
Credo sia stato il percorso artistico in sé a legarci e a unirci al di là delle compatibilità personali e caratteriali. È avvenuto tutto in modo molto naturale, un confronto costante e costruttivo che aveva un obiettivo ambizioso e che ognuno di noi voleva raggiungere. Ci siamo influenzati, stimolati e ascoltati a vicenda ma allo stesso tempo ciascuno è riuscito a preservare la propria identità e il proprio spirito creativo.

Viaggio in Italia è una sorta di concept album che indaga sulla musica popolare del nostro paese. Tu che rapporto hai con questo ambito e come ha influenzato il tuo lavoro?
Prima di questo progetto ero più vicina al mondo del jazz e del soul, ma il contatto con questo tipo di musica mi ha segnata come interprete in maniera irrimediabile, portandomi in un'altra direzione. Ho una visione nuova di me stessa e di quello che andrò a fare nel futuro, a cominciare dal recupero di altri brani della tradizione sarda. Viaggio in Italia è il risultato di un enorme lavoro di scrematura, siamo partiti da qualcosa come trenta canzoni per ogni regione. Dunque c’è ancora molto da riscoprire e valorizzare.

No potho reposare è un pezzo estremamente noto in Sardegna ma anche fuori dai confini regionali, complici le interpretazioni di Andrea Parodi, Maria Carta e di tanti altri ancora. Come è stato il tuo approccio?
Ho un rapporto molto intimo con questo brano, me lo cantava mia nonna quando ero piccola e appartiene a tutti gli effetti alla mia sfera familiare. Detto ciò, io non avevo mai cantato in sardo Flore 02davanti a un pubblico e l’occasione si è presentata alle audizioni del laboratorio, quando Tosca mi ha chiesto di intonare qualcosa della mia terra. Non ho avuto dubbi su cosa proporre, è stato davvero un atto spontaneo, e a posteriori posso dire che la scelta di No potho reposare si è rivelata molto felice.

Nello spettacolo interpreti anche un canto delle lavandaie della Valle d’Aosta, La blanchisseuse, con un testo in francese. Come è stato confrontarti con una tradizione così lontana da quella sarda?
Il brano è un po’ ironico, lo eseguo insieme a Eleonora Tosto, ed è una delle chicche dello spettacolo. È stata una bella esperienza e un momento importante nel mio percorso di interprete, e credo sia un ottimo esempio pratico del lavoro di studio e ricerca di cui parlavo prima: esplorare le radici, pure quelle sconosciute, arricchendosi e rimanendo fedeli a se stessi.

La lingua riveste un ruolo centrale in Viaggio in Italia, non secondario rispetto alla musica. Qual è il tuo rapporto con la parola nel canto?
L’esperienza del collettivo AdoRiza mi ha fatto proprio capire tutta la rilevanza e il peso delle parole nella musica. In questo caso specifico, il discorso sulla parola si mescola con quello legato alle radici culturali: per me il sardo è la lingua di casa, della mia famiglia, e impiegarlo nel canto mi ha spinto a scavare e a scoprire dei sentimenti profondi che non so se ritroverei altrove.

Qual è il futuro del vostro collettivo? Avete già in mente dei nuovi progetti?
Viaggio in Italia costituisce il nostro presente ma l’idea è di continuare a collaborare tutti insieme e di portare cose nuove, che vadano anche in altre direzioni. Quel che è certo è che AdoRiza non nasce e finisce con questo spettacolo ma intende andare avanti.

Francesco Biselli  16/07/2019

(foto di scena: Manuela Ferro)

Torna a Roma Letture d’Estate. Dal 20 giugno al 1° settembre, nei Giardini di Castel Sant’Angelo, un’edizione tutta nuova lungo la “passeggiata incantata” più amata dell’Estate Romana.
La cultura è gioco, musica, relax, artigianato, danza, tempo passato tra gli alberi e, immancabilmente, libri. In uno dei più suggestivi angoli della Capitale, un’oasi di relax a pochi passi dalla Basilica di San Pietro dove si potrà trascorrere del tempo piacevole sotto gli alberi secolari tra presentazioni, incontri e concerti nella Piazzetta degli Eventi o intrattenendosi con tutta la famiglia negli spazi dedicati ai più piccoli. Un posto speciale è riservato anche all’artigianato di qualità da scoprire gustando magari un buon aperitivo tra una pagina e l’altra nei due bellissimi bar di Letture: il Bistrot del Passetto e il Bistrot Letture d’Estate. Si potrà anche andare alla ricerca del libro perduto ma anche soddisfare la curiosità e il gusto per oggetti vintage dimenticati ma ancora funzionanti. LDE Manifesto
I Giardini ospiteranno un ricco cartellone di serate che coniugano la magia della musica e della letteratura: la performance di Gioia Di Biagio accompagnata da Le Cardamomò; l’anteprima romana del nuovo libro di Frank Lisciandro su Jim Morrison; la poesia in jazz di Liè Larousse e Gianluca Pavia con Paolo Damiani. Ci saranno incontri speciali come la presentazione del romanzo del rocker Omar Pedrini e si potrà andare dalle strofe del rap italiano ai poeti dell’antimafia con Kiave per We Reading; da non perdere la serata tributo al mito degli Anni ‘60 di Folkstudio che vedrà come super ospite Toni Santagata e, ancora, l’omaggio al mondo rock delle groupies con Barbara Tomasino, accompagnata dalle note di Francesco Forni e Luca Carocci. E, infine, il progetto di musica e poesia della coppia Gnut&Sollo, la serata di trombone e poesie con Ludovica Valori e il suggestivo viaggio in Italia accompagnati da Adoriza il cui concerto sarà presentato da Timisoara Pinto e Daniele Sidonio con il produttore artistico Piero Fabrizi.
Tanti gli autori ospiti di Letture d’Estate 2019: sul palco si alterneranno i nomi più interessanti, nazionali e internazionali, presenti sugli scaffali delle librerie come Federico Pace, Andrea Delogu, Ascanio Celestini, Vanni Santoni, Stefano Bartezzaghi, Andrea Colamedici e Maura Gancitano, Luca Di Bartolomei, Alex Kerr, la scrittrice Cinzia Leone che sarà accompagnata da un omaggio musicale per voce sola di Miriam Meghnagi, Melissa Panarello, il fumettista Marco Corona, Miriana Trevisan, Cristina dell'Acqua e Ilaria Gaspari, Claudio Gatti, Giorgio Biferali, Giulia Ciarapica e Paola Cereda. Ancora tanti ospiti a sorpresa e tante interessanti commistioni: la letteratura incontra lo sport con Federico Vergari e Fabio Canino; c’è la satira tagliente di Spinoza.it, ancora per We Reading, ma anche una serata omaggio al mito di Frida Kahlo dal titolo Io ti chiamo Frida a cura di Paola Zoppi; non mancherà, infine, l’appuntamento con Luca Maria Spagnuolo che ci condurrà nei gironi più profondi dell’opera del Sommo Poeta con Dante per tutti e le leggende medievali.
Ricchissima la selezione di concerti che vanno dalla surf music alla tradizione cubana passando per il piacevole intrattenimento folk, blues e jazz. Tra gli ospiti musicali: Al&The Newtones, Both Sides Now di Arianna Gaudio e Filippo Gatti, le percussioni di Ramon Caraballo, il Texas blues di Greg Izor che ci accompagnerà nella notte di eclissi di luna piena, Lucilla Galeazzi e Stefania Placidi, Nando Citarella e i Tamburi del Vesuvio, il rock dei Caltiki, Seresta project, Lavinia Mancusi, Enrico Crivellaro unica esibizione romana, accompagnato dalla Simone Nobile Band, Spirit Bird Gospel Choir, i Bassifondi con la loro musica seicentesca, River Blonde, The Jump Aces, Traindeville, Gloria Turrini Blues Revue, Raffaella Misiti e ancora una serata dedicata a Tom Waits con Raffaela Siniscalchi, Marco Ballestracci e Lucio Villani.
Grande attenzione inoltre verrà dedicata ai bambini: fino al 30 giugno, il “Festival del gioco dagli 0 ai 115 anni”, dieci giorni in cui i viali dei Giardini di Castel Sant’Angelo diventeranno un’isola dei balocchi per tutti, grandi e piccini. A seguire, dal 1° al 14 luglio, la Biblioteca Centrale Ragazzi offrirà spettacoli, visite guidate, cacce al tesoro, workshop e incontri e la mostra “Gli alberi danzanti” in collaborazione con Korean Foundation for International Cultural Exchange. Non mancheranno per tutto l’arco della manifestazione giochi e laboratori quotidiani in collaborazione con Orso Ludo e con le librerie romane L’Ora di Libertà e L’Isola non trovata; ancora, le letture juke boxe per i più piccoli, il festival Tempo di giocare e la mostra fotografica sui Ragazzi di Strada di Nairobi a cura di Amref.
Lungo la passeggiata nei viali sarà possibile, dal 21 giugno, ammirare l’esclusiva mostra dedicata ad Alberto Sordi a cura del Centro Sperimentale di Cinematografia, con foto tratte dall'Archivio Fotografico della Cineteca Nazionale.
Le danze di Letture d’Estate si apriranno giovedì 20 giugno con il Gran Ballo ottocentesco di inaugurazione a cura dell’Associazione AEMDanza, mentre venerdì 21 accoglieremo l’Estate con un evento dedicato alle famiglie e pensato per la Festa della Musica di Roma con il Quintetto Gianni Rodari. Sabato 22 da non perdere il primo Grande Aperitivo al Bistrot Letture d’Estate: un evento conviviale per presentare la manifestazione e per brindare con tantissimi ospiti e amici all’inizio della stagione più bella. Saranno presenti nei viali dei Giardini anche le “signore dell’extra-vergine”, le produttrici dell’Associazione Pandolea, che con le loro degustazioni sveleranno al pubblico l’immenso patrimonio di tipicità dell’olio extra-vergine d’oliva italiano.
Da sempre, le attività di Letture d’Estate sono finalizzate alla raccolta fondi per Peter Pan Onlus che, dal 1994, si occupa dell’accoglienza delle famiglie con bambini e adolescenti ricoverati nei reparti oncologici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Sabato 29 giugno è attesa la Grande Festa di Peter Pan, un’occasione speciale a sfondo solidale in cui Letture d’Estate propone il “Trilly Spritz aperitif”, accompagnato dal rituale torneo di ping-pong e tante sorprese pensate per sostenere questo progetto benefico di rilevanza internazionale. Non mancheranno altri eventi di rilevanza sociale come la giornata “Ti porto con me. Umanità nel Mondo. Arte, musica, storia e street food” prevista il 12 luglio a cura della Rete di associazioni per i diritti dei rifugiati e dei migranti coordinata da Amnesty International.
Lungo i viali della Passeggiata dei sogni e dei desideri, si potranno incontrare ping-pong, calcio balilla e scacchi, a disposizione di tutti coloro che, tra un aperitivo e un evento musicale, vorranno godere della dimensione ludica che da sempre caratterizza la manifestazione in cui non mancherà il tradizionale varo del “Cruciverba più difficile del mondo” a cura di Ennio Peres.
Ancora, i Giardini vedranno il ritorno delle mani sapienti degli artigiani di ArtIngegno, il collettivo di Arti&Mestieri che, oltre a valorizzare artigianato slow e opere dell’ingegno creativo, accompagneranno il pubblico alla scoperta dell'utilizzo di materiali nuovi e di tecniche all'avanguardia. Un'isola che, oltre a proporre manufatti con processi di lavorazione a misura d'uomo e sostenibili, mostrerà come prendono forma gli oggetti grazie a dimostrazioni dal vivo, non soltanto per i più piccoli.
lde2Dopo il successo della passata edizione, torna il fascino delle serate danzanti nella magia delle notti stellate: ogni mercoledì Tango con la Milonga El Castillo a cura di Liv&Bossi e ancora Lindy Hop e lezioni dimostrative con sessioni aperte al pubblico a cura di Swinghaus a partire da sabato 13 luglio. Inoltre, Letture d’Estate ospiterà la Grande Festa di Ferragosto con Giorgio Cuscito e la Swing Valley Band.
Si avrà anche l’opportunità di formare e curare la mente e il corpo grazie alle attività promosse da una realtà virtuosa del territorio romano, la Scuola Shiatsu Igea, che quest’anno permetterà nuovamente di scoprire i segreti e i benefici di una disciplina antica quanto affascinante.
Con tanti ospiti, eventi speciali, serate dedicate a un intrattenimento unico, spaziando dalla letteratura alla musica, dalla danza agli aperitivi esclusivi all’ombra del Castello, un programma di appuntamenti imperdibili disponibili su www.letturedestate.it sempre aggiornato fino al 1° settembre.
Letture d’Estate 2019 è a bassissimo impatto ambientale e mira a garantire una duratura riqualificazione dei Giardini di Castel Sant’Angelo attraverso continuative opere manutentive di giardinaggio, potatura, derattizzazione e monitoraggio già in corso di svolgimento, di conserva con il Servizio Giardini di Roma Capitale. Non solo: con particolare attenzione rispetto alle più recenti problematiche ambientali, i punti ristoro di Letture d’Estate saranno forniti di piatti e stoviglie compostabili, proseguendo una buona pratica che fa parte dell’identità della manifestazione.
La manifestazione – completamente autofinanziata, gratuita e aperta ogni giorno dal mattino alla sera – è organizzata dalla Federazione Italiana Invito alla Lettura ed è parte del programma dell'Estate Romana promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale con il contributo di SIAE. La programmazione degli eventi pensati per ogni visitatore è frutto delle creatività di Margherita Schirmacher e Lucio Villani, rispettivamente curatrice e direttore artistico di Letture d’Estate e da Stefania Cane per i cicli di eventi dedicati ai bambini.
Letture d’Estate ringrazia pubblicamente – per la dedizione e la competente professionalità – l’Ufficio Gestione Specie Sinantrope e Problematiche e il Servizio Giardini del Dipartimento Tutela Ambiente di Roma Capitale.

I Partner culturali: Altroquando, ArtIngegno, Associazione Pandolea, Biblioteche di Roma, Centro Bibliografico Invito alla Lettura, Centro Sperimentale di Cinematografia, Fitet e Asdtt Maccheroni, La Casina di Raffaello, L’Isola non Trovata, L’Ora di Libertà, Orsoludo, Scuola Shatsu Igea, Scuola di Musica Mississippi.

I Partner sociali: Peter Pan Onlus, Amref Health Africa, Rete di associazioni per i diritti dei rifugiati e dei migranti coordinata da Amnesty International

Sito ufficiale
www.letturedestate.it 

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U.s. 

12/06/2019

Nell'era dei biopic a tutti i costi, sfavillante ma anche drammaticamente oscuro, sorge una domanda, dai fan come dagli stessi protagonisti in questione: qual è il modo giusto di raccontare una vita fuori dal comune? Se qualche anno fa, nei primi 2000, l'attenzione si posava sulla sofferenza introspettiva delle esistenze più controverse del mondo della musica, oggi la psicologia dei personaggi non costituisce più un elemento di fascinazione, e per questo si ricorre ad escamotage estetici che fanno rumore ma non hanno un'anima. Bohemian RhapsodyGli ultimi usciti, Bohemian Rhapsody (2018) e Rocketman (2019) (per cui anche la questione della regia ha un qualcosa di poco chiaro: nel primo l'unico regista accreditato è Bryan Singer, mentre a finirlo è stato Dexter Fletcher, che si é rifatto poco dopo firmando il film su Elton John) confermano una linea attuale comune che preferisce far brillare la realtà ricreando grandi scenografie e live indimenticabili e trascurando l'anima inquieta sotto ai lustrini, minimizzata in un percorso biografico di cui ci si accontenta ma che non emoziona. La chiave di lettura spettacolare, e concentrata sul fattore meraviglia, lascia perplesso lo spettatore affezionato ad un biopic più intimista in cui il dramma è parte stessa dei contenuti; è vero che la vita di Elton John non è paragonabile a quella di Edith Piaf in quanto a lustrini, ma andando a vedere il biopic di Olivier Dahan (La vie en rose, 2007) con il premio Oscar Marion Cotillard la differenza di sguardo è lampante e non riguarda la specifica scelta registica, bensì una modalità che accomuna una generazione precedente e codificata di biopic. Basti pensare a Walk the Line diretto da James Mangold (2005) o a Ray di Taylor Hackford (2004): altri protagonisti combattuti tra arte e dipendenze, con un vissuto colmo di buchi neri ma trattati senza ostentata grandiosità. Lontana da entrambi gli stili è una terza possibilità, quella documentaristica-autoriale, che appartiene più alle atmosfere dei festival internazionali che ai multisala pieni del weekend: sono i biopic sussurrati, poetici, sospesi tra realtà e interpretazione, che spesso vengono adorati dalla critica e demoliti dagli spettatori. Sono storie a più voci come in I'm not there (Io non sono qui di Todd Haynes, 2007), in cui Bob Dylan è interpretato da più attori, tra cui una donna e un bambino, o ritratti collage, senza approfondimenti descrittivi, come Last Days di Gus Van Sant (2005).
La vie en roseUna codificazione particolare è riscontrabile anche nelle produzioni italiane e appartiene ad uno sguardo che è abituato a confrontarsi con i linguaggi della fiction: in Italia il biopic è un genere che va forte anche, e soprattutto, sul piccolo schermo, come testimonia il successo dei film Fabrizio De André – Principe Libero di Luca Facchini (2018) e Io sono Mia di Riccardo Donna (2019), entrambi trasmessi su Rai 1 poco dopo la distribuzione in sala. Tenendo presente il target dell’ultima destinazione, ossia il pubblico generalista del principale canale Rai, i due film presentano un taglio televisivo e una serie di elementi propri della fiction italiana. Ad alzare il livello sono le interpretazioni di Luca Marinelli e Serena Rossi, ma a mantenerli ben lontani da una fruizione internazionale è un gusto moderato che ha paura di strafare e che quindi punta solo sull’interpretazione (sulla stessa linea si colloca la miniserie Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu di Marco Turco del 2007).
Non è facile raccontare l’incostanza, la sofferenza, e farne uscire un quadro che riveli anche la chiave del successo di un’esistenza fuori dal comune. È certo che se si vuole comunicare a più spettatori possibili anche una sola emozione, che però faccia tremare, la chiave non è la centralità dello spettacolo, ma neanche l’introspezione straziante e, a volte, incomprensibile. Non è difficile immaginare perché il figlio di David Bowie, Duncan Jones, ha espresso il suo disappunto per un biopic di prossima lavorazione in cui il cast è già deciso ma non gli strumenti per rendere memorabile l’ennesimo film biografico.

Silvia Mozzachiodi, Silvia Pezzopane 02/06/2019

Photo Credits:
Rocketman © 2018 Paramount Pictures
Bohemian Rhapsody © 2017 20th Century Fox
La vie en rose © TFM Distribution

Ci sono album che resistono il tempo di qualche ascolto, altri che durano una stagione, altri ancora che sopravvivono per diversi anni. E ci sono poi quegli album che, persino dopo tre decenni, si mantengono freschi, compatti e pronti a trasmettere qualcosa a tutti coloro che sono disposti a fermarsi un attimo per ascoltare. È questo il caso di The Stone Roses, l’album d’esordio dell’omonima band inglese, uscito il 2 maggio 1989 sotto l’etichetta Silverstone e rimasto nel cuore di un’ampia schiera di appassionati.
Considerati tra gli alfieri della scena di Madchester e della cosiddetta “seconda summer of love” di fine anni Ottanta, gli Stone Roses non sono certo passati alla storia per la vastità della loro produzione: al contrario, non è esagerato affermare che, con questo lavoro, i quattro giovani mancuniani abbiano dato il meglio di sé confezionando un’opera che può essere definita come un importante anello di congiunzione tra la precedente new wave e il futuro britpop degli anni Novanta, un indiscusso manifesto del movimento baggy e, più semplicemente, un piccolo capolavoro della musica.Stone Roses02
Il valore di questo album è innanzitutto basato sulla perfetta alchimia tra il cantante Ian Brown, il chitarrista John Squire, il bassista Gary “Mani” Mounfield e il batterista Alan “Reni” Wren: difficilmente, in assenza di uno di questi quattro elementi, l’opera avrebbe assunto l’aspetto con cui è conosciuta. La voce di Brown alterna passaggi eterei e sussurrati (I Wanna Be Adored, Elizabeth My Dear) con altri dove il suo timbro vocale si impone con deciso carisma (She Bangs the Drums, This Is the One) mentre la chitarra di Squire – a cui si deve anche la bellissima e pollockiana copertina dell’album – connota ogni pezzo con dei vivaci ed eleganti fraseggi dai chiari rimandi sixties, a cavallo tra Beatles, Byrds e Jimi Hendrix, lanciandosi pure in qualche brillante assolo (Waterfall); infine, vi è la strepitosa sezione ritmica di Mani e Reni, il cui contributo viene ritenuto all’unanimità come il vero tratto distintivo degli undici brani che compongono l’opera. Infatti, se la musica in voga negli anni Ottanta aveva abituato gli ascoltatori a delle basi ritmiche spesso banali e sacrificate sull’altare dell’orecchiabilità, gli Stone Roses mostrarono come la facile presa di un brano non implicasse la rinuncia a una ritmica caleidoscopica ed elaborata ma lontana da qualsiasi forma di sterile e pedante virtuosismo. Il recupero del gusto per la melodia tipico degli anni Sessanta unito a quelle nuove tendenze (dal funky alla dance passando per lo shoegaze) che, di brano in brano, spingono la band in direzioni differenti rappresenta la chiave di volta che permette a The Stone Roses di apparire classico e originale allo stesso tempo e di comunicare all’ascoltatore una leggiadra solarità impreziosita da slanci psichedelici e vaghe inquietudini giovanili. Non c’è brano che si possa considerare un mero riempitivo: ma è evidente come pezzi quali Made of Stone, This Is the One e Waterfall costituiscano le felicissime vette creative della band, senza poi dimenticare I Am the Resurrection, che si apre a mo’ di marcetta e che, intorno alla metà, si trasforma in una jam session di pura e sfrenata fantasia, andando a chiudersi in modo a dir poco spumeggiante.Stone Roses03
Nel novembre 1989, in occasione dell’uscita della versione americana, l’album viene arricchito con altri due brani assai significativi: Elephant Stone e, soprattutto, Fools Gold, distribuito in Europa come singolo, una magistrale cavalcata di funk e rock psichedelico di quasi dieci minuti dove Mani e Reni ribadiscono il loro straordinario estro attraverso una ritmica incalzante e ipnotica, con la chitarra di Squire e i sussurri vocali di Brown a suggellare quello che, a detta di molti, rimane il pezzo più bello mai realizzato dal gruppo e di cui qualche tempo dopo si ricorderanno i Primal Scream. L’anno seguente, il 1990, conduce gli Stone Roses alla massima popolarità, complici alcuni concerti di enorme successo tra cui l’esibizione del 27 maggio a Spike Island, ma da lì in poi comincia un graduale declino dovuto in larga misura alle complicate vicissitudini che funestano la produzione del nuovo album, Second Coming, che viene pubblicato solo nel 1994, con una scena musicale ormai completamente mutata. Ma questa è già un’altra storia.
A distanza di trent’anni risulta palese la profonda influenza che The Stone Roses ha avuto su numerosi gruppi, dagli Oasis ai Charlatans fino ad arrivare a Kasabian e Arctic Monkeys, ma è altrettanto lampante come nessuno di questi celebri discepoli sia riuscito a replicare la formula di un album che ancora oggi merita di essere apprezzato e degustato in tutta la sua magnificenza.

Francesco Biselli  22/05/2019

Anche l’ascoltatore più disattento è in grado di riconoscere, dalle prime note, il brano "Bella ciao"; non solo per la vasta diffusione e la traduzione in tutto il mondo, ma perché richiama indistintamente una memoria storica e un coinvolgimento emotivo al quale è impossibile sottrarsi. Il pezzo originale è un canto popolare nato prima della Liberazione e associato in seguito al movimento partigiano; grazie al Primo festival mondiale della gioventù democratica che si tenne a Praga nel 1947, ebbe un’ampia risonanza che lo rese l’inno per eccellenza della lotta contro il nazi-fascismo. Molti musicisti, spesso diversi tra loro per provenienza geografica e genere musicale, hanno reinterpretato nel corso degli ultimi anni il brano secondo la loro poetica.

Marlene Kuntz e Skin cantano Bella ciao il video da RiaceMa perché riproporre i canti della rivolta popolare negli anni ’90, o oggi, nel 2019? Non è solo un’operazione nostalgica, ma una lucida analisi del presente, attraverso la lente perfetta di canti irriducibilmente universali. Ne esistono infatti decine di versioni, e per quanto ognuna di esse rievochi la lotta partigiana, è l’esigenza del presente in cui viene riproposta a farsi sentire: sono pezzi differenti ma nati dal medesimo bisogno di agire, facendo della storia la portavoce dell’attualità. Anche, e soprattutto, nel 2019 Bella ciao rivive attraverso le voci di Cristiano Godano, frontman dei Marlene Kuntz, e Skin, ex vocalist degli Skunk Anansie, all’interno di un disegno più ampio che si presenta con un videoclip che vede la collaborazione del sindaco di Riace Mimmo Lucano. È indicativo quanto un testo così semplice e diretto acquisti ogni volta una diversa sfumatura che rispecchia il tempo in cui la nuova Bella ciao nasce e risuona.

Il successo popolare si deve probabilmente alla versione di Giorgio Gaber, contenuta in Collezione Singoli 1965-1967, ma basta andare al 1972 per capire quanto questo canto di rivolta popolare abbia assunto nuove forme in base all’interprete e alla storia del tempo: in quell’anno la cantante di musica leggera Milva pubblica La filanda e altre storie, album che, dopo Canti della libertà del 1965, testimonia coraggiosamente un impegno politico non comune per gli autori del genere. La terza traccia è proprio Bella ciao, nella doppia versione delle mondine e dei partigiani, cantata con una voce colma di fermezza e solenne raffinatezza. Il pezzo cantato da Milva viene eseguito in una puntata di Canzonissima, programma televisivo trasmesso fino al 1975 dalla Rai, una gara musicale pop in cui il conduttore la presenta con una battuta, sminuendo ironicamente la presenza forte di un recupero di sostanza politica, dietro agli stacchetti delle soubrette e le canzoni che parlano di amori perduti.

Marc Ribot e Tom WaitsNei primi anni ’90 furono i Modena City Ramblers a darle di nuovo voce, nell’album Combact Folk del 1993 e in Appunti Partigiani, nel 2005, riproponendola assieme al compositore bosniaco Goran Bregović (che nel 2012, dopo averla portata nei live, la inciderà nel suo Champagne For Gypsies). L’intento è apertamente politico, entrambi si rifanno alla tradizione epurandola dallo charme della rivisitazione anni ’70 e dotandola di una potenza espressiva legata ai movimenti delle controculture. Ancora più estrema è la Bella ciao della band ska punk romana Banda Bassotti, che la incide nel 1994 nell’album omonimo Bella ciao. Il sound cambia di nuovo, unisce le sonorità classiche a quelle contemporanee e diventa ballabile, nostalgica e divertente al tempo stesso, forte. E quindi il senso travalica il genere e la lingua: nel 2018 anche il chitarrista statunitense Marc Ribot la ripropone nell’album Songs of Resistance 1942-2018, con la partecipazione del cantautore rock Tom Waits. Una fusione sussurrata di inglese e italiano, un’analisi coinvolgente delle armonie che l’hanno resa unica, qui riadattate per un intrattenimento ricercato e una rivisitazione poetica. Lo stesso succede per il progetto musicale Garofani Rossi di Daniele di Bonaventura, ripubblicato lo scorso 25 aprile, che affonda le radici nella storia della resistenza e nell’inedita attualità delle rivoluzioni del passato. L’operazione è una rivisitazione significativa dell’anima di pezzi, tra cui Bella ciao, che suggeriscono un costante senso di richiamo collettivo che non perde la sua forza espressiva. L’autore ne sottrae il testo lasciando solo la musica, che diventa pura, emotivamente immediata, nuova. La memoria storica accende delle connessioni che si lasciano avvolgere dalla rivisitazione dal carattere folk ma anche dalla ricerca colta della musica jazz.

Ognuno prende Bella ciao, la memoria storica che essa rappresenta, e la mantiene in vita, alimentandone i suoni e gli intenti, diventando parte attiva di un presente politico in cui si tende a dimenticare. Cantare oggi Bella ciao rispecchia il bisogno di rivedere ciò che ci appartiene, richiamando alla memoria il passato, ma prendendosi tutto il tempo per farlo riaffiorare nel presente e alla musica è affidata la dirompente potenza di una consapevolezza che non muore.


Silvia Mozzachiodi

Silvia Pezzopane

07/05/2019

Qui il link del video ufficiale di Cristiano Godano e Skin

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