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Nato dall’esperienza del laboratorio didattico AFAM coordinato da Tosca, all’interno del contesto di Officina Pasolini, Viaggio in Italia è il risultato del lavoro del collettivo AdoRiza, composto da una ventina di artisti, ed è uno spettacolo che porta in scena tutte le anime della tradizione popolare musicale e dialettale italiana. Michela Flore è una delle voci più intense e armoniose del collettivo: nata a Irgoli in Sardegna, ha studiato al conservatorio di Santa Cecilia e in Viaggio in Italia è l’interprete di due brani decisamente diversi tra loro quali No potho reposare, forse la più celebre canzone d’amore del repertorio musicale sardo, e La blanchisseuse, un allegro e divertente canto delle lavandaie della Valle d’Aosta.

Ci puoi raccontare la tua esperienza all’interno del laboratorio e che importanza ha avuto per il tuo percorso?
Non c’è dubbio che sia stata una tappa fondamentale di crescita personale da cui sono uscita certamente cambiata. Ho avuto l’opportunità di (ri)esplorare al meglio le mie radici culturali e di entrare a contatto anche con altre realtà che non conoscevo: infatti, con il collettivo ho potuto immergermi in un patrimonio musicale immenso, partecipando attivamente a un lavoro di studio e ricerca esteso a tutta la tradizione folkloristica italiana.Flore 01

Quale pensi sia stato il collante che ha permesso a un gruppo come il vostro, tanto ricco e variegato, di interagire e dialogare in maniera così efficace?
Credo sia stato il percorso artistico in sé a legarci e a unirci al di là delle compatibilità personali e caratteriali. È avvenuto tutto in modo molto naturale, un confronto costante e costruttivo che aveva un obiettivo ambizioso e che ognuno di noi voleva raggiungere. Ci siamo influenzati, stimolati e ascoltati a vicenda ma allo stesso tempo ciascuno è riuscito a preservare la propria identità e il proprio spirito creativo.

Viaggio in Italia è una sorta di concept album che indaga sulla musica popolare del nostro paese. Tu che rapporto hai con questo ambito e come ha influenzato il tuo lavoro?
Prima di questo progetto ero più vicina al mondo del jazz e del soul, ma il contatto con questo tipo di musica mi ha segnata come interprete in maniera irrimediabile, portandomi in un'altra direzione. Ho una visione nuova di me stessa e di quello che andrò a fare nel futuro, a cominciare dal recupero di altri brani della tradizione sarda. Viaggio in Italia è il risultato di un enorme lavoro di scrematura, siamo partiti da qualcosa come trenta canzoni per ogni regione. Dunque c’è ancora molto da riscoprire e valorizzare.

No potho reposare è un pezzo estremamente noto in Sardegna ma anche fuori dai confini regionali, complici le interpretazioni di Andrea Parodi, Maria Carta e di tanti altri ancora. Come è stato il tuo approccio?
Ho un rapporto molto intimo con questo brano, me lo cantava mia nonna quando ero piccola e appartiene a tutti gli effetti alla mia sfera familiare. Detto ciò, io non avevo mai cantato in sardo Flore 02davanti a un pubblico e l’occasione si è presentata alle audizioni del laboratorio, quando Tosca mi ha chiesto di intonare qualcosa della mia terra. Non ho avuto dubbi su cosa proporre, è stato davvero un atto spontaneo, e a posteriori posso dire che la scelta di No potho reposare si è rivelata molto felice.

Nello spettacolo interpreti anche un canto delle lavandaie della Valle d’Aosta, La blanchisseuse, con un testo in francese. Come è stato confrontarti con una tradizione così lontana da quella sarda?
Il brano è un po’ ironico, lo eseguo insieme a Eleonora Tosto, ed è una delle chicche dello spettacolo. È stata una bella esperienza e un momento importante nel mio percorso di interprete, e credo sia un ottimo esempio pratico del lavoro di studio e ricerca di cui parlavo prima: esplorare le radici, pure quelle sconosciute, arricchendosi e rimanendo fedeli a se stessi.

La lingua riveste un ruolo centrale in Viaggio in Italia, non secondario rispetto alla musica. Qual è il tuo rapporto con la parola nel canto?
L’esperienza del collettivo AdoRiza mi ha fatto proprio capire tutta la rilevanza e il peso delle parole nella musica. In questo caso specifico, il discorso sulla parola si mescola con quello legato alle radici culturali: per me il sardo è la lingua di casa, della mia famiglia, e impiegarlo nel canto mi ha spinto a scavare e a scoprire dei sentimenti profondi che non so se ritroverei altrove.

Qual è il futuro del vostro collettivo? Avete già in mente dei nuovi progetti?
Viaggio in Italia costituisce il nostro presente ma l’idea è di continuare a collaborare tutti insieme e di portare cose nuove, che vadano anche in altre direzioni. Quel che è certo è che AdoRiza non nasce e finisce con questo spettacolo ma intende andare avanti.

Francesco Biselli  16/07/2019

(foto di scena: Manuela Ferro)

Torna a Roma Letture d’Estate. Dal 20 giugno al 1° settembre, nei Giardini di Castel Sant’Angelo, un’edizione tutta nuova lungo la “passeggiata incantata” più amata dell’Estate Romana.
La cultura è gioco, musica, relax, artigianato, danza, tempo passato tra gli alberi e, immancabilmente, libri. In uno dei più suggestivi angoli della Capitale, un’oasi di relax a pochi passi dalla Basilica di San Pietro dove si potrà trascorrere del tempo piacevole sotto gli alberi secolari tra presentazioni, incontri e concerti nella Piazzetta degli Eventi o intrattenendosi con tutta la famiglia negli spazi dedicati ai più piccoli. Un posto speciale è riservato anche all’artigianato di qualità da scoprire gustando magari un buon aperitivo tra una pagina e l’altra nei due bellissimi bar di Letture: il Bistrot del Passetto e il Bistrot Letture d’Estate. Si potrà anche andare alla ricerca del libro perduto ma anche soddisfare la curiosità e il gusto per oggetti vintage dimenticati ma ancora funzionanti. LDE Manifesto
I Giardini ospiteranno un ricco cartellone di serate che coniugano la magia della musica e della letteratura: la performance di Gioia Di Biagio accompagnata da Le Cardamomò; l’anteprima romana del nuovo libro di Frank Lisciandro su Jim Morrison; la poesia in jazz di Liè Larousse e Gianluca Pavia con Paolo Damiani. Ci saranno incontri speciali come la presentazione del romanzo del rocker Omar Pedrini e si potrà andare dalle strofe del rap italiano ai poeti dell’antimafia con Kiave per We Reading; da non perdere la serata tributo al mito degli Anni ‘60 di Folkstudio che vedrà come super ospite Toni Santagata e, ancora, l’omaggio al mondo rock delle groupies con Barbara Tomasino, accompagnata dalle note di Francesco Forni e Luca Carocci. E, infine, il progetto di musica e poesia della coppia Gnut&Sollo, la serata di trombone e poesie con Ludovica Valori e il suggestivo viaggio in Italia accompagnati da Adoriza il cui concerto sarà presentato da Timisoara Pinto e Daniele Sidonio con il produttore artistico Piero Fabrizi.
Tanti gli autori ospiti di Letture d’Estate 2019: sul palco si alterneranno i nomi più interessanti, nazionali e internazionali, presenti sugli scaffali delle librerie come Federico Pace, Andrea Delogu, Ascanio Celestini, Vanni Santoni, Stefano Bartezzaghi, Andrea Colamedici e Maura Gancitano, Luca Di Bartolomei, Alex Kerr, la scrittrice Cinzia Leone che sarà accompagnata da un omaggio musicale per voce sola di Miriam Meghnagi, Melissa Panarello, il fumettista Marco Corona, Miriana Trevisan, Cristina dell'Acqua e Ilaria Gaspari, Claudio Gatti, Giorgio Biferali, Giulia Ciarapica e Paola Cereda. Ancora tanti ospiti a sorpresa e tante interessanti commistioni: la letteratura incontra lo sport con Federico Vergari e Fabio Canino; c’è la satira tagliente di Spinoza.it, ancora per We Reading, ma anche una serata omaggio al mito di Frida Kahlo dal titolo Io ti chiamo Frida a cura di Paola Zoppi; non mancherà, infine, l’appuntamento con Luca Maria Spagnuolo che ci condurrà nei gironi più profondi dell’opera del Sommo Poeta con Dante per tutti e le leggende medievali.
Ricchissima la selezione di concerti che vanno dalla surf music alla tradizione cubana passando per il piacevole intrattenimento folk, blues e jazz. Tra gli ospiti musicali: Al&The Newtones, Both Sides Now di Arianna Gaudio e Filippo Gatti, le percussioni di Ramon Caraballo, il Texas blues di Greg Izor che ci accompagnerà nella notte di eclissi di luna piena, Lucilla Galeazzi e Stefania Placidi, Nando Citarella e i Tamburi del Vesuvio, il rock dei Caltiki, Seresta project, Lavinia Mancusi, Enrico Crivellaro unica esibizione romana, accompagnato dalla Simone Nobile Band, Spirit Bird Gospel Choir, i Bassifondi con la loro musica seicentesca, River Blonde, The Jump Aces, Traindeville, Gloria Turrini Blues Revue, Raffaella Misiti e ancora una serata dedicata a Tom Waits con Raffaela Siniscalchi, Marco Ballestracci e Lucio Villani.
Grande attenzione inoltre verrà dedicata ai bambini: fino al 30 giugno, il “Festival del gioco dagli 0 ai 115 anni”, dieci giorni in cui i viali dei Giardini di Castel Sant’Angelo diventeranno un’isola dei balocchi per tutti, grandi e piccini. A seguire, dal 1° al 14 luglio, la Biblioteca Centrale Ragazzi offrirà spettacoli, visite guidate, cacce al tesoro, workshop e incontri e la mostra “Gli alberi danzanti” in collaborazione con Korean Foundation for International Cultural Exchange. Non mancheranno per tutto l’arco della manifestazione giochi e laboratori quotidiani in collaborazione con Orso Ludo e con le librerie romane L’Ora di Libertà e L’Isola non trovata; ancora, le letture juke boxe per i più piccoli, il festival Tempo di giocare e la mostra fotografica sui Ragazzi di Strada di Nairobi a cura di Amref.
Lungo la passeggiata nei viali sarà possibile, dal 21 giugno, ammirare l’esclusiva mostra dedicata ad Alberto Sordi a cura del Centro Sperimentale di Cinematografia, con foto tratte dall'Archivio Fotografico della Cineteca Nazionale.
Le danze di Letture d’Estate si apriranno giovedì 20 giugno con il Gran Ballo ottocentesco di inaugurazione a cura dell’Associazione AEMDanza, mentre venerdì 21 accoglieremo l’Estate con un evento dedicato alle famiglie e pensato per la Festa della Musica di Roma con il Quintetto Gianni Rodari. Sabato 22 da non perdere il primo Grande Aperitivo al Bistrot Letture d’Estate: un evento conviviale per presentare la manifestazione e per brindare con tantissimi ospiti e amici all’inizio della stagione più bella. Saranno presenti nei viali dei Giardini anche le “signore dell’extra-vergine”, le produttrici dell’Associazione Pandolea, che con le loro degustazioni sveleranno al pubblico l’immenso patrimonio di tipicità dell’olio extra-vergine d’oliva italiano.
Da sempre, le attività di Letture d’Estate sono finalizzate alla raccolta fondi per Peter Pan Onlus che, dal 1994, si occupa dell’accoglienza delle famiglie con bambini e adolescenti ricoverati nei reparti oncologici dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. Sabato 29 giugno è attesa la Grande Festa di Peter Pan, un’occasione speciale a sfondo solidale in cui Letture d’Estate propone il “Trilly Spritz aperitif”, accompagnato dal rituale torneo di ping-pong e tante sorprese pensate per sostenere questo progetto benefico di rilevanza internazionale. Non mancheranno altri eventi di rilevanza sociale come la giornata “Ti porto con me. Umanità nel Mondo. Arte, musica, storia e street food” prevista il 12 luglio a cura della Rete di associazioni per i diritti dei rifugiati e dei migranti coordinata da Amnesty International.
Lungo i viali della Passeggiata dei sogni e dei desideri, si potranno incontrare ping-pong, calcio balilla e scacchi, a disposizione di tutti coloro che, tra un aperitivo e un evento musicale, vorranno godere della dimensione ludica che da sempre caratterizza la manifestazione in cui non mancherà il tradizionale varo del “Cruciverba più difficile del mondo” a cura di Ennio Peres.
Ancora, i Giardini vedranno il ritorno delle mani sapienti degli artigiani di ArtIngegno, il collettivo di Arti&Mestieri che, oltre a valorizzare artigianato slow e opere dell’ingegno creativo, accompagneranno il pubblico alla scoperta dell'utilizzo di materiali nuovi e di tecniche all'avanguardia. Un'isola che, oltre a proporre manufatti con processi di lavorazione a misura d'uomo e sostenibili, mostrerà come prendono forma gli oggetti grazie a dimostrazioni dal vivo, non soltanto per i più piccoli.
lde2Dopo il successo della passata edizione, torna il fascino delle serate danzanti nella magia delle notti stellate: ogni mercoledì Tango con la Milonga El Castillo a cura di Liv&Bossi e ancora Lindy Hop e lezioni dimostrative con sessioni aperte al pubblico a cura di Swinghaus a partire da sabato 13 luglio. Inoltre, Letture d’Estate ospiterà la Grande Festa di Ferragosto con Giorgio Cuscito e la Swing Valley Band.
Si avrà anche l’opportunità di formare e curare la mente e il corpo grazie alle attività promosse da una realtà virtuosa del territorio romano, la Scuola Shiatsu Igea, che quest’anno permetterà nuovamente di scoprire i segreti e i benefici di una disciplina antica quanto affascinante.
Con tanti ospiti, eventi speciali, serate dedicate a un intrattenimento unico, spaziando dalla letteratura alla musica, dalla danza agli aperitivi esclusivi all’ombra del Castello, un programma di appuntamenti imperdibili disponibili su www.letturedestate.it sempre aggiornato fino al 1° settembre.
Letture d’Estate 2019 è a bassissimo impatto ambientale e mira a garantire una duratura riqualificazione dei Giardini di Castel Sant’Angelo attraverso continuative opere manutentive di giardinaggio, potatura, derattizzazione e monitoraggio già in corso di svolgimento, di conserva con il Servizio Giardini di Roma Capitale. Non solo: con particolare attenzione rispetto alle più recenti problematiche ambientali, i punti ristoro di Letture d’Estate saranno forniti di piatti e stoviglie compostabili, proseguendo una buona pratica che fa parte dell’identità della manifestazione.
La manifestazione – completamente autofinanziata, gratuita e aperta ogni giorno dal mattino alla sera – è organizzata dalla Federazione Italiana Invito alla Lettura ed è parte del programma dell'Estate Romana promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita culturale con il contributo di SIAE. La programmazione degli eventi pensati per ogni visitatore è frutto delle creatività di Margherita Schirmacher e Lucio Villani, rispettivamente curatrice e direttore artistico di Letture d’Estate e da Stefania Cane per i cicli di eventi dedicati ai bambini.
Letture d’Estate ringrazia pubblicamente – per la dedizione e la competente professionalità – l’Ufficio Gestione Specie Sinantrope e Problematiche e il Servizio Giardini del Dipartimento Tutela Ambiente di Roma Capitale.

I Partner culturali: Altroquando, ArtIngegno, Associazione Pandolea, Biblioteche di Roma, Centro Bibliografico Invito alla Lettura, Centro Sperimentale di Cinematografia, Fitet e Asdtt Maccheroni, La Casina di Raffaello, L’Isola non Trovata, L’Ora di Libertà, Orsoludo, Scuola Shatsu Igea, Scuola di Musica Mississippi.

I Partner sociali: Peter Pan Onlus, Amref Health Africa, Rete di associazioni per i diritti dei rifugiati e dei migranti coordinata da Amnesty International

Sito ufficiale
www.letturedestate.it 

Per aggiornamenti e notizie in tempo reale
www.facebook.com/LetturedEstate/ 

U.s. 

12/06/2019

Nell'era dei biopic a tutti i costi, sfavillante ma anche drammaticamente oscuro, sorge una domanda, dai fan come dagli stessi protagonisti in questione: qual è il modo giusto di raccontare una vita fuori dal comune? Se qualche anno fa, nei primi 2000, l'attenzione si posava sulla sofferenza introspettiva delle esistenze più controverse del mondo della musica, oggi la psicologia dei personaggi non costituisce più un elemento di fascinazione, e per questo si ricorre ad escamotage estetici che fanno rumore ma non hanno un'anima. Bohemian RhapsodyGli ultimi usciti, Bohemian Rhapsody (2018) e Rocketman (2019) (per cui anche la questione della regia ha un qualcosa di poco chiaro: nel primo l'unico regista accreditato è Bryan Singer, mentre a finirlo è stato Dexter Fletcher, che si é rifatto poco dopo firmando il film su Elton John) confermano una linea attuale comune che preferisce far brillare la realtà ricreando grandi scenografie e live indimenticabili e trascurando l'anima inquieta sotto ai lustrini, minimizzata in un percorso biografico di cui ci si accontenta ma che non emoziona. La chiave di lettura spettacolare, e concentrata sul fattore meraviglia, lascia perplesso lo spettatore affezionato ad un biopic più intimista in cui il dramma è parte stessa dei contenuti; è vero che la vita di Elton John non è paragonabile a quella di Edith Piaf in quanto a lustrini, ma andando a vedere il biopic di Olivier Dahan (La vie en rose, 2007) con il premio Oscar Marion Cotillard la differenza di sguardo è lampante e non riguarda la specifica scelta registica, bensì una modalità che accomuna una generazione precedente e codificata di biopic. Basti pensare a Walk the Line diretto da James Mangold (2005) o a Ray di Taylor Hackford (2004): altri protagonisti combattuti tra arte e dipendenze, con un vissuto colmo di buchi neri ma trattati senza ostentata grandiosità. Lontana da entrambi gli stili è una terza possibilità, quella documentaristica-autoriale, che appartiene più alle atmosfere dei festival internazionali che ai multisala pieni del weekend: sono i biopic sussurrati, poetici, sospesi tra realtà e interpretazione, che spesso vengono adorati dalla critica e demoliti dagli spettatori. Sono storie a più voci come in I'm not there (Io non sono qui di Todd Haynes, 2007), in cui Bob Dylan è interpretato da più attori, tra cui una donna e un bambino, o ritratti collage, senza approfondimenti descrittivi, come Last Days di Gus Van Sant (2005).
La vie en roseUna codificazione particolare è riscontrabile anche nelle produzioni italiane e appartiene ad uno sguardo che è abituato a confrontarsi con i linguaggi della fiction: in Italia il biopic è un genere che va forte anche, e soprattutto, sul piccolo schermo, come testimonia il successo dei film Fabrizio De André – Principe Libero di Luca Facchini (2018) e Io sono Mia di Riccardo Donna (2019), entrambi trasmessi su Rai 1 poco dopo la distribuzione in sala. Tenendo presente il target dell’ultima destinazione, ossia il pubblico generalista del principale canale Rai, i due film presentano un taglio televisivo e una serie di elementi propri della fiction italiana. Ad alzare il livello sono le interpretazioni di Luca Marinelli e Serena Rossi, ma a mantenerli ben lontani da una fruizione internazionale è un gusto moderato che ha paura di strafare e che quindi punta solo sull’interpretazione (sulla stessa linea si colloca la miniserie Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu di Marco Turco del 2007).
Non è facile raccontare l’incostanza, la sofferenza, e farne uscire un quadro che riveli anche la chiave del successo di un’esistenza fuori dal comune. È certo che se si vuole comunicare a più spettatori possibili anche una sola emozione, che però faccia tremare, la chiave non è la centralità dello spettacolo, ma neanche l’introspezione straziante e, a volte, incomprensibile. Non è difficile immaginare perché il figlio di David Bowie, Duncan Jones, ha espresso il suo disappunto per un biopic di prossima lavorazione in cui il cast è già deciso ma non gli strumenti per rendere memorabile l’ennesimo film biografico.

Silvia Mozzachiodi, Silvia Pezzopane 02/06/2019

Photo Credits:
Rocketman © 2018 Paramount Pictures
Bohemian Rhapsody © 2017 20th Century Fox
La vie en rose © TFM Distribution

Ci sono album che resistono il tempo di qualche ascolto, altri che durano una stagione, altri ancora che sopravvivono per diversi anni. E ci sono poi quegli album che, persino dopo tre decenni, si mantengono freschi, compatti e pronti a trasmettere qualcosa a tutti coloro che sono disposti a fermarsi un attimo per ascoltare. È questo il caso di The Stone Roses, l’album d’esordio dell’omonima band inglese, uscito il 2 maggio 1989 sotto l’etichetta Silverstone e rimasto nel cuore di un’ampia schiera di appassionati.
Considerati tra gli alfieri della scena di Madchester e della cosiddetta “seconda summer of love” di fine anni Ottanta, gli Stone Roses non sono certo passati alla storia per la vastità della loro produzione: al contrario, non è esagerato affermare che, con questo lavoro, i quattro giovani mancuniani abbiano dato il meglio di sé confezionando un’opera che può essere definita come un importante anello di congiunzione tra la precedente new wave e il futuro britpop degli anni Novanta, un indiscusso manifesto del movimento baggy e, più semplicemente, un piccolo capolavoro della musica.Stone Roses02
Il valore di questo album è innanzitutto basato sulla perfetta alchimia tra il cantante Ian Brown, il chitarrista John Squire, il bassista Gary “Mani” Mounfield e il batterista Alan “Reni” Wren: difficilmente, in assenza di uno di questi quattro elementi, l’opera avrebbe assunto l’aspetto con cui è conosciuta. La voce di Brown alterna passaggi eterei e sussurrati (I Wanna Be Adored, Elizabeth My Dear) con altri dove il suo timbro vocale si impone con deciso carisma (She Bangs the Drums, This Is the One) mentre la chitarra di Squire – a cui si deve anche la bellissima e pollockiana copertina dell’album – connota ogni pezzo con dei vivaci ed eleganti fraseggi dai chiari rimandi sixties, a cavallo tra Beatles, Byrds e Jimi Hendrix, lanciandosi pure in qualche brillante assolo (Waterfall); infine, vi è la strepitosa sezione ritmica di Mani e Reni, il cui contributo viene ritenuto all’unanimità come il vero tratto distintivo degli undici brani che compongono l’opera. Infatti, se la musica in voga negli anni Ottanta aveva abituato gli ascoltatori a delle basi ritmiche spesso banali e sacrificate sull’altare dell’orecchiabilità, gli Stone Roses mostrarono come la facile presa di un brano non implicasse la rinuncia a una ritmica caleidoscopica ed elaborata ma lontana da qualsiasi forma di sterile e pedante virtuosismo. Il recupero del gusto per la melodia tipico degli anni Sessanta unito a quelle nuove tendenze (dal funky alla dance passando per lo shoegaze) che, di brano in brano, spingono la band in direzioni differenti rappresenta la chiave di volta che permette a The Stone Roses di apparire classico e originale allo stesso tempo e di comunicare all’ascoltatore una leggiadra solarità impreziosita da slanci psichedelici e vaghe inquietudini giovanili. Non c’è brano che si possa considerare un mero riempitivo: ma è evidente come pezzi quali Made of Stone, This Is the One e Waterfall costituiscano le felicissime vette creative della band, senza poi dimenticare I Am the Resurrection, che si apre a mo’ di marcetta e che, intorno alla metà, si trasforma in una jam session di pura e sfrenata fantasia, andando a chiudersi in modo a dir poco spumeggiante.Stone Roses03
Nel novembre 1989, in occasione dell’uscita della versione americana, l’album viene arricchito con altri due brani assai significativi: Elephant Stone e, soprattutto, Fools Gold, distribuito in Europa come singolo, una magistrale cavalcata di funk e rock psichedelico di quasi dieci minuti dove Mani e Reni ribadiscono il loro straordinario estro attraverso una ritmica incalzante e ipnotica, con la chitarra di Squire e i sussurri vocali di Brown a suggellare quello che, a detta di molti, rimane il pezzo più bello mai realizzato dal gruppo e di cui qualche tempo dopo si ricorderanno i Primal Scream. L’anno seguente, il 1990, conduce gli Stone Roses alla massima popolarità, complici alcuni concerti di enorme successo tra cui l’esibizione del 27 maggio a Spike Island, ma da lì in poi comincia un graduale declino dovuto in larga misura alle complicate vicissitudini che funestano la produzione del nuovo album, Second Coming, che viene pubblicato solo nel 1994, con una scena musicale ormai completamente mutata. Ma questa è già un’altra storia.
A distanza di trent’anni risulta palese la profonda influenza che The Stone Roses ha avuto su numerosi gruppi, dagli Oasis ai Charlatans fino ad arrivare a Kasabian e Arctic Monkeys, ma è altrettanto lampante come nessuno di questi celebri discepoli sia riuscito a replicare la formula di un album che ancora oggi merita di essere apprezzato e degustato in tutta la sua magnificenza.

Francesco Biselli  22/05/2019

Anche l’ascoltatore più disattento è in grado di riconoscere, dalle prime note, il brano "Bella ciao"; non solo per la vasta diffusione e la traduzione in tutto il mondo, ma perché richiama indistintamente una memoria storica e un coinvolgimento emotivo al quale è impossibile sottrarsi. Il pezzo originale è un canto popolare nato prima della Liberazione e associato in seguito al movimento partigiano; grazie al Primo festival mondiale della gioventù democratica che si tenne a Praga nel 1947, ebbe un’ampia risonanza che lo rese l’inno per eccellenza della lotta contro il nazi-fascismo. Molti musicisti, spesso diversi tra loro per provenienza geografica e genere musicale, hanno reinterpretato nel corso degli ultimi anni il brano secondo la loro poetica.

Marlene Kuntz e Skin cantano Bella ciao il video da RiaceMa perché riproporre i canti della rivolta popolare negli anni ’90, o oggi, nel 2019? Non è solo un’operazione nostalgica, ma una lucida analisi del presente, attraverso la lente perfetta di canti irriducibilmente universali. Ne esistono infatti decine di versioni, e per quanto ognuna di esse rievochi la lotta partigiana, è l’esigenza del presente in cui viene riproposta a farsi sentire: sono pezzi differenti ma nati dal medesimo bisogno di agire, facendo della storia la portavoce dell’attualità. Anche, e soprattutto, nel 2019 Bella ciao rivive attraverso le voci di Cristiano Godano, frontman dei Marlene Kuntz, e Skin, ex vocalist degli Skunk Anansie, all’interno di un disegno più ampio che si presenta con un videoclip che vede la collaborazione del sindaco di Riace Mimmo Lucano. È indicativo quanto un testo così semplice e diretto acquisti ogni volta una diversa sfumatura che rispecchia il tempo in cui la nuova Bella ciao nasce e risuona.

Il successo popolare si deve probabilmente alla versione di Giorgio Gaber, contenuta in Collezione Singoli 1965-1967, ma basta andare al 1972 per capire quanto questo canto di rivolta popolare abbia assunto nuove forme in base all’interprete e alla storia del tempo: in quell’anno la cantante di musica leggera Milva pubblica La filanda e altre storie, album che, dopo Canti della libertà del 1965, testimonia coraggiosamente un impegno politico non comune per gli autori del genere. La terza traccia è proprio Bella ciao, nella doppia versione delle mondine e dei partigiani, cantata con una voce colma di fermezza e solenne raffinatezza. Il pezzo cantato da Milva viene eseguito in una puntata di Canzonissima, programma televisivo trasmesso fino al 1975 dalla Rai, una gara musicale pop in cui il conduttore la presenta con una battuta, sminuendo ironicamente la presenza forte di un recupero di sostanza politica, dietro agli stacchetti delle soubrette e le canzoni che parlano di amori perduti.

Marc Ribot e Tom WaitsNei primi anni ’90 furono i Modena City Ramblers a darle di nuovo voce, nell’album Combact Folk del 1993 e in Appunti Partigiani, nel 2005, riproponendola assieme al compositore bosniaco Goran Bregović (che nel 2012, dopo averla portata nei live, la inciderà nel suo Champagne For Gypsies). L’intento è apertamente politico, entrambi si rifanno alla tradizione epurandola dallo charme della rivisitazione anni ’70 e dotandola di una potenza espressiva legata ai movimenti delle controculture. Ancora più estrema è la Bella ciao della band ska punk romana Banda Bassotti, che la incide nel 1994 nell’album omonimo Bella ciao. Il sound cambia di nuovo, unisce le sonorità classiche a quelle contemporanee e diventa ballabile, nostalgica e divertente al tempo stesso, forte. E quindi il senso travalica il genere e la lingua: nel 2018 anche il chitarrista statunitense Marc Ribot la ripropone nell’album Songs of Resistance 1942-2018, con la partecipazione del cantautore rock Tom Waits. Una fusione sussurrata di inglese e italiano, un’analisi coinvolgente delle armonie che l’hanno resa unica, qui riadattate per un intrattenimento ricercato e una rivisitazione poetica. Lo stesso succede per il progetto musicale Garofani Rossi di Daniele di Bonaventura, ripubblicato lo scorso 25 aprile, che affonda le radici nella storia della resistenza e nell’inedita attualità delle rivoluzioni del passato. L’operazione è una rivisitazione significativa dell’anima di pezzi, tra cui Bella ciao, che suggeriscono un costante senso di richiamo collettivo che non perde la sua forza espressiva. L’autore ne sottrae il testo lasciando solo la musica, che diventa pura, emotivamente immediata, nuova. La memoria storica accende delle connessioni che si lasciano avvolgere dalla rivisitazione dal carattere folk ma anche dalla ricerca colta della musica jazz.

Ognuno prende Bella ciao, la memoria storica che essa rappresenta, e la mantiene in vita, alimentandone i suoni e gli intenti, diventando parte attiva di un presente politico in cui si tende a dimenticare. Cantare oggi Bella ciao rispecchia il bisogno di rivedere ciò che ci appartiene, richiamando alla memoria il passato, ma prendendosi tutto il tempo per farlo riaffiorare nel presente e alla musica è affidata la dirompente potenza di una consapevolezza che non muore.


Silvia Mozzachiodi

Silvia Pezzopane

07/05/2019

Qui il link del video ufficiale di Cristiano Godano e Skin

Torna l’appuntamento con il ciclo di spettacoli dedicati ai grandi personaggi del mondo della musica dell’Altrove Teatro Studio. Domenica 24 marzo alle 18.30 va in scena Caro Chopin, di Riccardo Bàrbera con Ottavia Bianchi e Giorgio Latini e il pianoforte di Antonio Bianchi.
In un’epoca in cui le donne ricamavano fazzoletti, George Sand si vestiva da uomo, fumava, si occupava di politica e di letteratura. Dopo aver collezionato molti amanti, si invaghisce del genio di Fryderyk Chopin, che prima di capitolare davanti al suo fascino scrisse di lei: “Che donna antipatica! Ma è davvero una donna”. Attraverso le pagine di un epistolario romanzato, intervallato dalle più famose pagine del “poeta del pianoforte”, emerge il tormentato e bizzarro rapporto fra i due.
Una lettura intervallata da una serie di frammenti e composizioni integrali tra cui il Notturno op. 9 numero 2 in Mi b maggiore, il Preludio in Re b maggiore numero 15 “La goccia d’acqua”, il Notturno in do diesis minore op. postuma e altre fra le più celebri del grande compositore polacco. Una commistione di musica e lettere che conducono per mano il pubblico nel mondo romantico chopiniano di metà Ottocento.
La lettura è strutturata come un dialogo fra due interlocutori che non si parlano, un intreccio di due epistolari per raccontare le due facce di una medaglia, fornire due punti di vista su un rapporto a volte appassionato, a volte burrascoso e a tratti surreale e comico. Il contrasto fra le personalità di Chopin e George Sand è fortissimo: lui genio ipocondriaco e cagionevole, lei vulcanica artista sempre in movimento.
La scelta dei frammenti musicali non cerca di seguire l’ordine cronologico delle composizioni nate nell’arco di tempo raccontato, quanto più di mostrare il contrasto fra il “personaggio Chopin”, amante poco carnale e a tratti inadeguato, e la passionalità della sua musica.

Per tutte le informazioni riguardanti la Stagione 2018/2019 dell’Altrove Teatro Studio è possibile scrivere all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o contattare telefonicamente il 339 8175904.

U.s. 13/03/2019

Negli ultimi anni molti registi italiani hanno dedicato i loro ultimi lavori a Ettore Scola, scomparso ormai tre anni fa. Ultimo maestro della commedia all’italiana a lasciarci, assieme allo storico sodale Furio Scarpelli ha influenzato se non benedetto le carriere di alcuni tra i più brillanti autori contemporanei, dall’erede Paolo Virzì passando per Francesco Bruni e Francesca Archibugi fino a Pif. Anche “La notte è piccola per noi – Director’s cut” (dal 14 marzo al cinema con Distribuzione Indipendente, che lo porta in sala a qualche anno dalle riprese) è dedicato al cineasta di Trevico, ma qui il legame è ancora più intimo, una questione di famiglia: Gianfrancesco Lazotti, regista e sceneggiatore, è il genero di Scola, avendone sposato la figlia Paola, qui anche aiuto regia. Sono i genitori di Tommaso, che interpretava Fellini nel congedo di Scola, “Che strano chiamarsi Federico!”.

Per certi versi l’ultimo film di Lazotti somiglia a proprio a “Ballando ballando” di Scola, l’epopea senza dialoghi lunga venticinque anni di storia francese tutta dentro una sala da ballo. In questo caso l’azione è chiusa in una balera romana, l’unità di tempo ha la durata di una serata fino alla chiusura del locale. Mentre la band (Thony con gli Stag) suona alcune famosissime canzoni del repertorio italiano, da “Bandiera gialla” a “Gente come noi” fino a “Tanz Bambolina” e “24.000 baci”, sfilano avventori abituali o occasionali, sotto gli occhi di una giovane quanto saggia cameriera dai modi spicci (Cristiana Capotondi). Ecco allora un ragazzo in attesa di conoscere la donna con cui si è dato un appuntamento al buio per chat, un pugile alcolista diventato improvvisamente religioso che vuole riconquistare la sua ex, una coppia che festeggia l’anniversario con i figlioletti, quattro professoresse che festeggiano la promozione a preside di una di loro, un carabiniere che non riesce a provarci con la più bella della pista, una signora in attesa dell’amore perduto, due eleganti anziani gelosi.

una scena del film

Sono solo alcune maschere di una galleria affollatissima, pezzi di un microcosmo fuori dal tempo, una parata di volti, caratteri, bozzetti che racconta un cinema non c’è più da decenni, davvero debitore all’immaginario di Scola e Scarpelli nel catalogo ai limiti del fumetto (d'altronde i due iniziarono disegnando per il "Marc'Aurelio" e mai smisero di ragionare per immagini caricaturali). Che grandi facce quelle di Giselda Volodi, Teresa Mannino, Michela Andreozzi, Tommaso Lazotti, Rino Rodio, per tacere degli anonimi ballerini, fino agli incantevoli Philippe Leroy e Alessandra Panaro, già povera ma bella che torna al cinema dopo quarant’anni di assenza. Tutti vestiti da Massimo Cantini Parrini, che spinge verso il versante buffo.

La musica incede incessante, chiamata a puntellare, sottolineare, accompagnare i piccoli frammenti esistenziale di un gruppo disomogeneo che balla per alienarsi da una vita forse un po’ troppo banale (un tecnico caldaista, una professoressa sempliciotta, una mamma in cerca d’avventure) o per esorcizzare qualcosa di doloroso o represso (un ladro incapace di cambiare mentalità, gli anziani che disprezzano la vecchiaia e cercano di sfuggire a forza di nostalgiche schermaglie, almeno tre o quattro feriti a morte dall’amore).

Ballando ballando inevitabilmente sul ciglio della malinconia, avanzi di balera al calare della notte quando i pensieri si fanno meno concilianti e il coraggio si mischia a qualche bicchiere di troppo. Non tutto torna, al netto della fluidità data dal montaggio di Pier Damiano Benghi, non tutti i personaggi sembrano emanciparsi dall’impressione di un mancato reale approfondimento, qualcosa pare mancare nel complesso. Eppure, accumulando situazioni dentro una situazione claustrofobica, è una commedia (all’)italiana che non solo ha la consapevolezza delle sue radici ma costeggia il lato spettrale dell’umorismo accogliendo un inquieto senso della fine.

Lorenzo Ciofani 27-02-2019

Si sono concluse ieri al Teatro Studio Uno le repliche de Il Barbiere di Siviglia, spettacolo portato in scena dal 14 al 17 febbraio, ispirato alla lirica di Gioacchino Rossini e Cesare Sterbini, seconda parte dell’interessante progetto de “I Tre Barba”: Lorenzo De Liberato, Alessio Esposito e Lorenzo Garufo, dedicato alla rilettura in prosa dei libretti delle più celebri opere liriche del settecento. Dopo un Così fan tutte caratterizzato dalla contaminazione di trap, new melodico e trap, realizzano una versione satirica e meta-teatrale dell’opera buffa più celebre di Rossini. Il barbiere di Siviglia 1

Il loro percorso all’interno del mondo della lirica vuole travalicare la veste ufficiale attribuita al genere rendendo l’intrattenimento fresco e divertente, alla portata di un pubblico vasto e non elitario, abbattendo l’aura antica che da sempre la contraddistingue. Scegliendo una forma ludica di analisi svolgono un lavoro che esprime un altro aspetto dell’opera lirica, che è proprio del gioco.
Il loro obiettivo è avvicinare le persone ai grandi capolavori operistici, lavorandone i contenuti e trasformando le versione originale in una riduzione efficace, caratterizzata da un grande ritmo e soprattutto da un’immensa ironia. I Tre Barba si cimentano nel riarrangiamento delle arie più famose, tutte eseguite a cappella e senza l’uso di strumenti musicali, tra cui le celebri Largo al factotum e La calunnia, mescolando la loro esibizione ad intermezzi propri della musica pop e a citazioni nostalgiche dello swing; passano dai Queen a Fred Buscaglione.

Soli sul palco interpretano tutti i ruoli, pochi oggetti di scena e nessun cambio di costume, uno sfondamento continuo della barriera che coinvolge il pubblico e trascina in una comicità semplice ma esilarante. Le gesta del Conte d’Almaviva, aiutato dal barbiere Figaro per conquistare la bella Rosina, non si trasformano solo in un classico gioco degli equivoci, ma diventano un concentrato di auto-ironia in cui i tre attori sono i primi ad ammettere che nessuno di loro è all’altezza del testo originale evitando di prendersi troppo sul serio, quando in realtà regalano una performance eccezionale. Il Barbiere di Siviglia 2

Grazie ad una sede come il Teatro Studio Uno, nel cuore del quartiere di Torpignattara a Roma e “casa del teatro indipendente”, nonché grande luogo di incontro per esperienze diverse e pubblici variegati, i Tre Barba riescono ad arrivare a tutti (lo testimonia una prima fila piena di bambini che non smettono di ridere) attualizzando un’opera lirica rappresentata per la prima volta nel 1816 e permettendo a tutti di entrare in contatto con la musica e la storia, lasciando la perfezione interpretativa e il rigore di un certo teatro alle messe in scena ufficiali.

 

Silvia Pezzopane

18/02/2019

Photo credits: Luisa Fabriziani

La sala da concerti Parioli Theatre Club ha ospitato lo scorso 16 febbraio il David Bowie Show, un colorato omaggio alla musica del Duca Bianco e che ha visto impegnati sul palco i White Dukes, capitanati da Andy, al secolo Andrea Fumagalli, co-fondatore con Morgan dei Bluvertigo. Uno spettacolo che è un doveroso tributo alla memoria di uno dei pilastri della musica rock contemporanea, ma anche un artista a 360 gradi, mimo, attore, icona pop. Andy e i White Dukes, cover band nata per riproporre i brani del compianto Duca, riportano in vita Bowie con uno show variopinto, intenso, multidisciplinare. Vestiti interamente di bianco, i musicisti creano un tappeto sonoro compatto, variegato, che va dalla classica formazione a quartetto rock a quella più ricercata che integra sassofono (suonato a Andy), basi elettroniche e campionature eseguite live.

Alle spalle dei musicisti vengono eseguite videoproiezioni di immagini di repertorio di David Bowie, alternate a surreali opere ispirate alla sua musica, e a una delle chicche che rende il David Bowie Show un esperimento davvero originale: le illustrazioni di Tarocchi di Davide de Angelis, dal gusto fortemente orientaleggiante, colorato, esoterico. Un tocco di particolarità che si aggiunge a uno show che fa della varietà di suoni e colori il suo punto forte. Andy è impegnato in numerosi cambi d’abito, nonché come voce solista, sassofonista e campionatore. Una personalità artistica, quella dell’ex Bluvertigo, che non si poteva immaginare più perfetta per riportare in vita le movenze, le attitudini e le sonorità di David Bowie. Andy è un vero vulcano: il suo fisico alto e dinoccolato si muove con leggiadria per il palcoscenico, ballando, atteggiandosi, e anche eseguendo mosse al limite dello sbalorditivo. Come avrà fatto a piegare un solo ginocchio fin quasi a terra, reggendo solo con esso il peso, seppur esile, di tutto il suo corpo?

I musicisti non sono da meno, d’altronde, anche se in alcuni momenti la base ritmica creata da chitarra, basso e batteria tende a coprire molto la voce di Andy e quella di Nicole Pellicani dei White Dukes. Voce che, inoltre, non convince fino in fondo per la scarsa fantasia nelle armonizzazioni e nelle seconde voci; forse è un limite dovuto alla difficoltà di ricezione, o forse è una scelta voluta dalla band per non mettere in secondo piano l’esecuzione di Andy. Il resto dei White Dukes, ovvero il tastierista Alberto Linari, il chitarrista Alessandro De Crescenzo, il bassista Max Pasut, il batterista Marco Vattovani, fanno un ottimo lavoro nel tenere sempre alto l’intrattenimento e danno prova di un ottimo affiatamento sul palco. Lo show coinvolge il pubblico, accontentato dalla band con ben quattro bis. Andy si conferma un interprete sensibile della musica del Duca Bianco, un attento conoscitore del meccanismo spettacolare (le videoproiezioni sono curate da lui), oltre che un polistrumentista eccellente.

La scaletta è estremamente variegata, e abbraccia un’ampia fetta della produzione di David Bowie, non lesinando sui classici, magari proposti in chiave rivisitata (come nel caso della destrutturata Let’s Dance o dell’acustica Life on Mars), o sapientemente piazzati in fondo alla scaletta per invogliare il pubblico a chiedere di più, come nel caso della leggendaria Heroes. Non poteva mancare Lazarus, primo dei bis, dolente testamento artistico di David Bowie; ma lo show non vuole chiudere in tristezza e lancia le sue ultime carte con la surreale Ashes to Ashes e l’immaginifica Ziggy Stardust.

Uno show di intrattenimento con una punta di vocazione educativa e rievocativa della figura di uno dei protagonisti del Novecento musicale. Non un semplice tributo ma una vera e propria festa musicale dall’impronta psichedelica.

Giulia Zennaro – 16/2/2019

Domenica 24 febbraio alle 18.30 un nuovo appuntamento del ciclo di spettacoli dedicati ai grandi personaggi del mondo della musica dell’Altrove Teatro Studio.
Lo spettacolo Beat Generation attraverso le voci di Ottavia Bianchi, Marius Bizau e Giulia Nervi, accompagnate alla chitarra dagli arrangiamenti di Giacomo Ronconi, ripercorrerà il periodo tra la fine degli anni 50 e il 1969: quel decennio di musica che è stata la colonna sonora di grandi cambiamenti. Giorgio Latini farà da contrappunto, narrando gli eventi più suggestivi accaduti in quegli anni ormai mitici e mai dimenticati.locandina BEATGENERATION
Nel 1940 l’incontro tra Jack Kerouack e Allen Ginsberg genera un movimento che quattro anni più tardi prenderà il nome di Beat Generation e culminerà nel 1951 con la scrittura del libro cult “On the road”.
Gli ideali della Beat Generation sono il rifiuto della violenza, del materialismo e delle regole della vita convenzionale, la liberazione sessuale, l’uso delle droghe. Perché questo moto di ribellione diventi fenomeno di massa bisogna attendere il 1957, quando il libro viene pubblicato divenendo immediatamente il manifesto di una generazione.
Sull’onda lunga di questi ideali nascerà il beat, movimento musicale che si origina nei primi anni ‘60 per poi dare inizio alla “Brit Invasion”, al folk americano, alla musica psichedelica che faranno da sfondo al successivo grande movimento sociale degli hippie.
La scelta della “scaletta” in Beat Generation è stata forse la fase più difficile. In questo senso l’apporto di Giacomo Ronconi è stato fondamentale: insieme a lui si è trovato il necessario equilibrio tra le canzoni per così dire “obbligate” e alcune chicche meno note. L’inusuale arrangiamento per una sola chitarra e ben tre voci cantanti ha dato vita ad una serie di soluzioni che hanno rappresentato una sfida per gli interpreti che nascono, in primis, come attori e che si lanciano in questa nuova sperimentazione artistica.
La narrazione punta ad esaltare la musica stessa con brevi e curiosi aneddoti relativi alla nascita di queste canzoni che si rivelano utili anche a svelare i retroscena meno conosciuti di un così denso panorama musicale e sociale. Attraverso il racconto di quanto davvero accadeva in quel periodo, lo spettacolo mette in evidenza il valore contemporaneo che queste canzoni ancora posseggono.

Per tutte le informazioni riguardanti la Stagione 2018/2019 dell’Altrove Teatro Studio è possibile scrivere all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o contattare telefonicamente il 339 8175904.

U.s.

13/02/2019

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