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Giovedì, 09 Aprile 2020 15:01

Musica per viaggiare (stando a casa) #3

«Per conoscere il mondo, bisogna partire dall’uomo, perché l’uomo è paragonabile a degli occhiali che rendono conoscibile il mondo. Non conosciamo mai il mondo come tale, ma sempre attraverso delle mediazioni. Quali sono queste mediazioni? Sono anzitutto le forme della sensibilità, lo spazio e il tempo; le cose si danno nello spazio e nel tempo: se non ci fossero lo spazio e il tempo, non ci sarebbero le cose. Lo spazio e il tempo sono dentro di noi:  siamo fatti in modo da strutturare l’esperienza a partire da spazioe e tempo».

Per introdurre il senso e l’importanza di questo nuovo “suggerimento musicale in tempi di quarantena” che andrò a sottoporvi qualche riga più in giù ho ritenuto opportuno (se non addirittura necessario) avvalermi delle parole utilizzate del filosofo e accademico italiano Maurizio Ferraris per descrivere uno dei passaggi fondamentali del pensiero kantiano. Nello specifico, abbiamo a che fare con le basi di quella "Critica della ragion pura" che fu scritta e pubblicata nel 1781 (e del quale mi ritengo un profondo estimatore dai tempi del liceo), dove a suscitare maggiore travaglio per il suo autore fu un problema decisivo: che cosa posso sapere, cioè che cosa legittimamente mi è dato di conoscere del mondo, a me in quanto essere razionale? Risposta: conoscere significa far coincidere quello che ho in testa con quello che c’è nel mondo. Più semplicemente, attraverso i sensi (che danno origine a sensazioni e intuizioni) prendo coscienza del mondo e lo metto in relazione con i concetti (elaborati dal mio intelletto). E’ dall’azione combinata di tali strumenti che si genera, così, la “vera conoscenza”.

Questo umile exploit da tuttologo (mi perdonerete, spero) serviva a riportarci all’attualità, in virtù della vera crisi con la quale stiamo veramente facendo i conti, pur non essendone del tutto consapevoli: ovvero, della nostra concezione del tempo e dello spazio. I meccanismi della nostra routine, prima che fosse drasticamente messa in stand-by, ci hanno inesorabilmente abituato ad uno stile di vita scandito essenzialmente dal “ritmo delle scadenze”.

Provate a pensarci, in piccolo o in grande che sia: un tempo per essere bambini e uno per essere adulti, uno per essere studenti e un altro per essere lavoratori, un tempo per essere genitori, un tempo per invecchiare, un tempo per giocare, per mangiare, per dormire, per leggere, per fare l’amore, per pregare. E così via, all’infinito. Tempi che hanno smesso da qualche secolo di rispettare i ben più rodati e funzionali cicli naturali, per dare maggiore adito a quelli tipicamente umani legati alla produttività e al profitto. L’importante, ci viene ricordato in maniera più o meno implicita, è essere prolifici. Ma per chi o cosa?

Da qui la mia scelta musicale per questa occasione. Piccole istruzioni per l’uso: buttate via gli orologi e una volta all’ascolto chiudete gli occhi. Lo scopo, qualora non vi fosse ancora chiaro, è quello di spogliarci completamente della nostra abituale, vecchia e fallimentare concezione del tempo e dello spazio.

 

“DARWIN!” - BANCO DEL MUTUO SOCCORSO (1972)

"Cieli umidi e senza colori

Ecco il mondo sta respirando

Muschi e licheni verdi spugne di terra

Fanno da serra al germoglio che verrà".

 

Se si dovesse spendere anche solo qualche parola per ogni traccia contenuta in questo album, il rischio minimo è di tirarne fuori un vero e proprio saggio musico/filosofico. Testi evocativi e pieni della purezza poetica più autentica ed essenziale, che lasciano spazio e ragion d’essere ad una musica quasi primordiale caratterizzata principalmente da chitarre, sintetizzatori, organo e pianoforte. “Darwin!” (Ricordi, secondo album di Francesco  Di Giacomo & Co) è una vera e propria sublimazione sonora, che ci proietta al cospetto della prima danza tribale compiuta dall’essere umano sul pianeta, sospesa a metà fra l’istinto di sopravvivenza propriamente animale e il bisogno “inconscio” di evolversi per dare forma e significato alla propria esistenza.

Uno slancio verso l’ignoto quasi oneroso per qualche ascoltatore, ma che da L’evoluzione, passando per 750.000 anni fa…l’amore? fino a Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde...non ne ho! restituisce il piacere di un simile “sforzo”.

Nel rapportarci a questi nostri tempi così confusi, viene spontanea l’idea che il rock progressive possa fungere, in qualche modo, da medicina utile a disintossicarci dall’automatismo della società contemporanea, programmata secondo scadenze e ritmi che ci hanno reso delle macchine impersonali. Le stesse macchine che ora, in virtù dell’eccezionalità della situazione globale, sono andate completamente in tilt. E, quindi, diventa necessario per la nostra sopravvivenza rivedere il significato stesso di certe parole come “fare” (orientato al prodotto) e “agire” (orientato al soggetto, che si dà una mèta e una scelta).

E’ l’invito, inoltre - riprendendo il discorso di apertura - a rivalutare la nostra concezione del tempo e dello spazio, e questa perla di rara bellezza  del Banco del Mutuo Soccorso si dimostra più che adatta allo scopo. Anche solo per la possibilità di evadere dalla logica dei 3-4 minuti a canzone ai quali siamo stati abituati in termini di fruibilità e vendibilità. A sorpresa, persino la musica sembrerà, alla fine del giro di giostra, assumere nelle vostre vite un ruolo completamente nuovo, quasi inedito.

In ultimo, è ripensare al rapporto che noi come esseri umani abbiamo con la nostra esperienza di vita, la nostra provenienza, e, soprattutto, con il mondo. Del resto, è grazie a questo confronto finale, volenti o nolenti, che possiamo accertarci ogni giorno di essere presenti alla nostra esistenza e alla nostra essenza.

Jacopo Ventura  09/04/2020

Dopo i singoli “Concedetemi un giorno” e, esclusivamente su YouTube, “sConosciuti a Milano”, venerdì 22 marzo esce su tutti i digital store RUVIO, il primo album omonimo del cantautore che inaugura le produzioni di Non è mica Dischi, etichetta nata dal concorso "Non è mica da questi particolari che si giudica un cantautore", col supporto di Noteum Srls.

Il primo album di RUVIO nasce dalla necessità di raccontare il battere incessante dei tempi moderni, in cui la volontà di essere se stessi va di pari passo col bisogno di sentirsi diversi. La tracklist, nella quale sono contenuti i due singoli “Concedetemi un giorno” e “sConosciuti a Milano”, si compone di 8 brani che tracciano un percorso à rebours nei ritmi e nelle sonorità. Affrancato dalla ricerca di una nuova estetica musicale e linguistica, questo disco d’esordio del giovane cantautore, ingegnere e ricercatore universitario si propone come una sorta di lungo ritornello, talvolta un po’ scanzonato, che coniuga densità e pensosa leggerezza.Alessandro Ruvio

Il disco omonimo di RUVIO, che uscirà il 22 marzo su tutti i digital store, verrà presentato a Roma in concerto domenica 24 marzo a ‘Na Cosetta.

RUVIO è nato a Cosenza nel 1985. Cantautore e ricercatore universitario, nel 2008 compone la colonna sonora del libro “Colibrì e i libri nitidi” di Francesco Giannino (Officine Buone Onlus) con la collaborazione dell’attore italiano Loris Fabiani. Nello stesso anno compone un disco di colonne sonore dal titolo omonimo. Nel 2009 è il chitarrista del musical “E mi ritorni in mente 2” con Franco Oppini per la regia di Renato Giordano. Nel 2013 comincia a scrivere canzoni, pubblicando solo i videoclip degli inediti “Guardavo te” (Classifica MEI), “A te” e “Lo stesso passo” per la regia di Fabio Rao. Dal 2017 comincia ad esibirsi dal vivo e con “Lo stesso passo” arriva in semifinale al Premio Pierangelo Bertoli. Nel 2018 è tra i finalisti di “Non è mica da questi particolari che si giudica un Cantautore”, concorso di scrittura di canzoni su commissione. Milita da dieci anni nei “The Rubber Soul”, con cui partecipa a programmi televisivi RAI come “Domenica In” e “I raccomandati”.

U.s.
20/3/2019

Mercoledì, 13 Febbraio 2019 15:49

Un'avventura: un film che rischia

È un bel salto quello di Marco Danieli, che dopo il severo e romantico mélo “La ragazza del mondo”, affronta il genere più pericoloso per un regista italiano. D’altronde, non è un caso che il nostro cinema non abbia mai prodotto sistematicamente dei veri musical: se da una parte siamo la nazione che si porta dentro l’anima del melodramma in ogni circostanza, dall’altro abbiamo introiettato così tanto il dettame neorealista al punto da riscontrare più di un problema con la sospensione della realtà. E, infatti, a parte casi sporadici (“Carosello napoletano”, “La Tosca”, “Orfeo 9”, "Tano da morire", "Riccardo va all'inferno", il recente dittico dei Manetti Bros. "Song'e Napule" e "Ammore e malavita"), la nostra specialità è stata il musicarello, dove si accettava l’elemento musicale in quanto veicolato dal cantante-protagonista.

La storia di “Un’avventura” inizia quando finisce la stagione dei musicarelli, nel momento in cui il soldatino innamorato Gianni Morandi o l’Elvis de noartri Little Tony sentono i contraccolpi della contestazione sessantottina e cedono il passo ai cantautori. L’azzardo dell’ambizioso film di Danieli è quello di proporre un progetto a partire da un repertorio conosciuto da tutti, un pezzo dell’italian songbook già nell’orecchio, nel cuore, nella mente di un pubblico chiamato a riconoscere l’universo delle prime canzoni di Mogol e Lucio Battisti. Su dieci canzoni ricantate e coreografate, sette appartengono all’album d’esordio del 1969 (“Io vivrò”, “Uno in più”, “Un’avventura”, “Nel sole, nel vento, nel sorriso e nel pianto”, “Non è Francesca”, “Il vento”, “Bella Linda”), due sono del secondo volume (“Acqua azzurra, acqua chiara”, “Dieci ragazze”) e una, “Ladro”, fu scritta nel ’67 per i Dik Dik.

Se i riferimenti più facili sono quelli a “Mamma mia!” o “Across the Universe” per la scelta di scandire una narrazione con brani non inediti, c’è piuttosto il superamento dell’infelice “Questo piccolo grande amore”, che per di più poteva contare sulla struttura del concept album per impostare l’adattamento. Da par suo, la sceneggiatrice Isabella Aguilar intuisce che non è la trama a dover legare le canzoni ma viceversa. La storia d’amore tra Matteo e Francesca (ebbene sì, è proprio Francesca…) è, infatti, puramente – e consapevolmente – strumentale: un catalogo degli anni Settanta che espunge il perturbante del piombo (ma che non si riapra la polemica sul disimpegno di Battisti, per favore) e accoglie tanto elementi al limite del cliché (gli hippy, l’emancipazione femminile, il divorzio) quanto altri meno scontati (l’ambiente dei caroselli, la crisi matrimoniale dei genitori), sullo sfondo di una Puglia oleografica a misura di film commission e di una grigia Roma vista dall’alto.

Con un’ammirevole consapevolezza, Danieli non può non tenere conto di “La La Land”, il più iconico degli ultimi musical che ha però una storia dietro radicalmente diversa e più ricca dalla nostra, a cui il film guarda nella struttura, nello spirito, nei colori (la fotografia è di Ferran Paredes Rubio), nonché negli impacci dei due protagonisti. Bravi cantanti che devono moltissimo agli adattamenti di Pivio e Aldo De Scalzi – che hanno rallentato, aggiornato, remixato i classici e creato alcuni jingle piuttosto simpatici – ma, ecco, non eccelsi ballerini.

Ma, se da una parte le coreografie roboanti di Luca Tommassini non sempre permettono loro di trasmettere la necessaria disinvoltura, Michele Riondino e Laura Chiatti (meglio lui di lei) danno il meglio quando riescono a comunicare meglio l’alchimia dei due personaggi. Per quanto, tuttavia, debbano dare credibilità ad un menage amoroso dalle tappe non sempre comprensibili negli snodi se non nell’ottica di creare triangoli nello schema sentimentale: è il caso della Linda (ebbene sì, proprio quella Linda: “mi dai quel che vuoi/ non fai come lei”) a cui Valeria Bilello concede una mirabile gamma di malinconie, con quello splendido sguardo verso il finale di chi si rende conto che la ragazza della canzone scritta dal compagno non corrisponde a lei.

Lorenzo Ciofani 14/02/2019

Rimanere a galla o lasciarsi affogare? Apparire o nascondersi? Il quesito amletico dell'essere o non essere riformulato appositamente per una società liquida, in cui la normalità è diventata l'eccezione di un tempo.

Ma c'è qualcuno che sa anche nuotare. E nuotare significa rimanere in un equilibrio perfetto tra apparire e nascondersi, resistere alle variazioni instabili di questa società liquida, sapendone cavalcare i flutti o nascondersi tra di essi.

Massimo Volume è un gruppo che apparve sulla scena musicale italiana in un tempo lontano, quando non esistevano social, né Mp3, ed apparire era un'eccezione riservata ai pochi artisti italiani sorretti da major discografiche che facessero video dei loro singoli. Ma loro, lontani dalle major, nati e cresciuti nell'underground bolognese dei primi anni '90, non sono riusciti a nascondersi del tutto. Mentre il mondo gridava la rabbia disperata e rassegnata del grunge, i Massimo Volume facevano qualcosa che nessun altro aveva mai fatto prima: parlavano, raccontando storie nate da quella stessa rabbia, ma prive di rassegnazione e piene di una forza poetica, fredda e quotidiana. Ed è quello che oggi, a distanza di ventisei anni dal loro primo album e di sei dall'ultimo, tornano a fare.

Ma ne “Il Nuotatore”, c'è qualocsa di nuovo ed è un esemplare ritorno alle loro origini attraverso un processo di purificazione estetica dal passato più recente.

La voce del loro leader, Emidio Clementi, torna ad essere pura, senza correzioni, né distorsioni che tentino di nascondere la traccia inedita di una vecchiaia, capace di farla vibrare ancora più drammatica di un tempo. Le sonorità tornano a ridursi all'osso, abbandonando il sintetizzatore che le ha sostenute negli ultimi dieci anni: il ritmo secco della batteria di Vittoria Burattini, la chitarra aspra di Egle Sommacal e il basso profondo dello stesso Clementi, ricreano da soli, senza l'aiuto dell'elettronica, quei vortici musicali post rock che trascinavano i racconti tra tensioni e distensioni continue.

Attraverso questa purificazione la chitarra elettrica di “Acqua Minerale” può suonare un allarme stordente sopra la voce ansiosa che racconta il crollo esistenziale di un giocatore d'azzardo; la batteria può scandire un ritmo innocente e al tempo stesso inquietante in uno dei pochissimi brani dei Massimo Volume recitati in rima, “Amica prudenza”; e il basso può schiacciare pesantemente i silenzi tra un battere e un levare per colmare il rimpianto espresso in “Santissima signora del caso”.

Ma è ne “L'ultima notte” che i Massimo Volume imprimono più a fondo il loro marchio in questo nuovo album. Un requiem post rock per la fine del buio, nel quale si riuniscono personaggi “notturni”, da Bela Lugosi a Von Sacher-Masoch, passando per Chopin e Basinski: posti l'uno accanto all'altro, l'ascoltatore viene immerso tra loro, all'interno di un universo di citazioni e allegorie sostenuto da un impianto musicale serrato che guida in quell'assurdo e commosso saluto alle tenebre, alla parte oscura dell'uomo, trasmettendo sull'epidermide lo sdegno per un mondo senza più la profondità dell'ombra.

Fedeli a loro stessi, al mondo che hanno creato ventisei anni fa, in una società profondamente differente da quella attuale, con “Il Nuotatore” i Massimo Volume ci dimostrano di essere uno di quei pochi gruppi che hanno imparato a nuotare, capaci di nascondersi per anni tra i flutti e di riemergere con la classe di chi li cavalca da tutta la vita.

Alessio Tommasoli 05/02/2019

 

Da Pantelleria a Roma. Questo è il viaggio di Danilo Ruggero, siciliano trapiantato nella Capitale cinque anni fa. Cinque sono anche le canzoni del suo primo EP "In realtà è solo paura", in cui il cantautore siculo classe ’91 attraversa i suoi ultimi anni condensandoli in brani intensi che passano da racconti intimistici ad altri più universali, oltre ai quali però non mancano critiche aspre ma dannatamente attuali del mondo che ci circonda.
La regista palermitana Emma Dante ha portato il dialetto siciliano a teatro, proponendo non solo storie di Sicilia, ma ricreando atmosfere in cui i sentimenti più profondi dell’Io e un’estetica eterea erano protagonisti di storie umane. Allo stesso modo Ruggero propone, in brani come "Agghiri ddrà" o "Damu foco ai pinsera", testi in siciliano che però non escludono coloro ai quali il dialetto non è familiare, ma anzi li invitano, con musicalità acustiche in cui la voce è accompagnata maggiormente dalla chitarra, ad entrare in questo microcosmo di storie di umanità. "Agghiri ddrà" racconta degli sbarchi in Sicilia, tematica molto sentita nella sua isola di origine, Pantelleria, descritta dal punto di vista di chi arriva. Ma questo brano inruggero1 dialetto siciliano è anche la storia di chi abbandona la propria terra e approda in una sconosciuta, che risulta diversa da come ce la si era immaginata. Danilo Ruggero spiega così il brano "Damu foco ai pinsera": ”è per me forse il brano più importante dell’EP, forse per come mi ci sento emotivamente legato [...]. La mia prima canzone in dialetto, nata forse per sbaglio, in maniera istintiva e poco consapevole a Pantelleria. […] Racconto di come possa accadere di rimanere attaccati, incastrati al proprio passato e di come questo possa condizionare irrimediabilmente ogni scelta futura.”
Non solo coraggio quello di Danilo Ruggero, ma forse anche un po’ paura, una paura però che tramuta in fucina creativa esprimendone le sfumature in ognuno dei 5 brani. Il fil rouge che unisce l’EP d’esordio è sicuramente l’esperienza di vita del cantautore, che descrive la sua crescita musicale e personale, i suoi timori nel tentare di pubblicare i suoi brani per la prima volta e la paura che sta dominando il mondo reale e virtuale, e lo fa però non diventando autoreferenziale, ma ampliando la sua storia in pezzi universali e coinvolgenti, che fluttuano dal folk a brani più cantautoriali, fino a pezzi di matrice pop rock. Il genere è vario, ma allo stesso tempo rimane coerente all’interno di tutto l’EP.
Il cantautore è al momento finalista al Premio Fabrizio De André 2017 con il brano "I figli dei figli degli altri", nel quale articola le paure della società attuale: dalla minaccia concreta del terrorismo fino all’ipocrisia e alla finzione che impera nella realtà di oggi, specialmente quella dei social, la cui più grande paura è forse quella di doversi mostrare ed essere riconosciuti socialmente; un brano duro e sincero: “Le coscienze pulite, l’occidente, le bombe le barriere occidentali, il gioco del terrore, le nuove frontiere del turismo sul barcone. [...] con chi pensa che vada sempre tutto bene e si abitua a dire che è normale fino a quando non succede a due centimetri dal cuore e se succede il dito sul fucile o sulle tastiere. Tutti pronti a sparare.”

L'EP si chiude con "È una questione di scelta", brano 'dedicato' a coloro che non scelgono mai la strada più corretta, ma barano per arrivare, e con "Lo spazio", unica canzone d'amore. "In realtà è solo paura" è un EP sincero, che racconta l’essere umano e la società di oggi senza filtri, così com’è.

Foto a destra: Tamara Casula

Giordana Marsilio 19/06/2018

There’s a girl on the moon / Amber eyes and lips blue”. Il suo nome è Eleonora Betti, e anche se non ha le labbra blu, sulla Luna ci va. A volte. No, non per cercare il senno di ariostesca memoria, ma per trovare l’ispirazione. Sulla Terra ci vive, suona, compone e canta. E viaggia. Toscana di origini, romana di adozione, un periodo londinese alle spalle, con le sue canzoni, in italiano e in inglese, la cantautrice racconta soprattutto il suo viaggio interiore perpetuo. Il 16 marzo è uscito per RadiciMusic Records il suo primo album come solista, “Il divieto di sbagliare”, presentato il 29 marzo a 'Na Cosetta.
A caratterizzare quest’opera prima è il binomio semplicità plus omogeneità. Una coerenza di stile, ritmo e temi percorre ordinatamente le dieci track dell’album; l’unica variazione ammessa è rappresentata dall’inserimento di tre brani in inglese e da una versione elettronica (feat Orang3) di “Thunder”. Costruiscono le trame dei brani i ricordi di storia vissuta (scuola, amore, infanzia nell’immaginario della giovanissima cantautrice) e un gioco di cristallizzazione/proiezione di stati d’animo che va dal quotidiano particolare all’universale assoluto. “Quella di matematica lo aveva detto / che se ripeti tanto e male / proprio non ha senso” (in “Quaranta volte”, track di apertura) si riferisce agli insegnamenti di vita di una professoressa che sottolineava l’importanza della qualità sulla quantità; seguono le immagini della solitudine condivisa di Lui e di Lei sulla Luna (“On the Moon”), e ancora il tuono come simbolo del tempestoso processo diSchermata 2018 05 21 alle 20.29.52 crescita (“Thunder”). 
All’uniformità di contenuti, corrisponde un’uniformità formale e così la struttura delle canzoni, nella sua ripetitiva prevedibilità, corre il rischio di stancare. La strumentazione è essenziale: il pianoforte domina, suonato da Eleonora Betti stessa, poi gli archi (Mario Gentili, Giuseppe Tortora). Con parsimonia e delicatezza sono impiegati anche chitarra classica e acustica (Gianluca Persichetti, Diana Tejera), il flicorno (Ersilia Prosperi) e il glockenspiel (di nuovo Elenora Betti). Regina indiscussa della partitura e della strumentazione, però, è solo lei, la voce della cantautrice, vibrante e calma. Educata al jazz, al fado portoghese, al rock e alle sonorità più intimiste e oniriche delle ninne nanne, Eleonora Betti raggiunge esiti vicini alle vocalità di Florence Welch (vocalist e frontwoman della band Florence and the Machine) quando si cimenta con i testi inglesi. Ricorda alcune performance di cantanti che hanno prestato la loro voce ai personaggi dei film d’animazione Disney e non: nelle due note insistite del glockenspiel che apre “On the Moon”, l’effetto carillon riporta subito a quel “Once Upon a December” della colonna sonora del cartone “Anastasia” (1997).
Regina indiscussa è la sua dotata voce di velluto. Una tendenza al compiacimento formalistico-virtuosistico produce però pause e sospensioni forse troppo lunghe, e crea un’aritmia nella narrazione poetica e musicale. Non risulta immediato per l’ascoltatore trovare un’immagine o una sensazione forte da conservare nella memoria. Eccezion fatta per alcune suggestioni prese in prestito dalla tradizione favolistica come il Bianconiglio di “Alice nel paese delle meraviglie” (citato esplicitamente in “Il coniglio bianco”), o ancora “Cappuccetto Rosso” (in “Little Red Riding Hood”); nei testi manca quel quid poetico che ha reso grande molta della canzone d’autore italiana. Forse il titolo – quel “Divieto di sbagliare / che è prigione naturale” – non è propizio per un’opera prima.

Alessandra Pratesi  21/05/2018

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