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Era il 1965 quando Neutron, una sorta di Mandrake milanese, sarebbe stato messo k.o. dalla sua fidanzata, Valentina Rosselli. Il fascino della donna comparsa per la prima volta sulle pagine di La curva di Lesmo – che allora sembrava poter essere soltanto l’eterna e bellissima compagna di Philip Rembrandt (alias Neutron) - avrebbe conquistato per sempre il pubblico e colui che le diede la vita; il k.o. fu soprattutto editoriale, e così Valentina, messo da parte il supereroe, divenne la nuova protagonista delle strisce di Linus. A pensarci bene tutta la vicenda che ruota attorno al suo personaggio è un promiscuo intorbidirsi di realtà e immaginazione, dal Rembrandt, creatura di carta, che la cerca costantemente, - contribuendo così a fare della di lei ferina essenza qualcosa di cui si gode ma che non si può afferrare mai-, sino allo stesso Guido Crepax (con la “x” solo nel cognome d’arte), che con Valentina -o almeno una delle tre- ci divideva letteralmente il sonno.
Ma questo è anche il fil rouge che attraversa il documentario Cercando Valentina: il mondo di Guido Crepax firmato Giancarlo Soldi, anche lui fra quelli che l’hanno amata dentro e fuori dai bordi di china. Molto di più, infatti, di un omaggio al genio delle “matite italiane” e alla sua creatura dal caschetto scuro, piuttosto una scrittura su pellicola del codazzo di uomini e donne che ne sono rimasti folgorati: interviste a registi, fumettisti, scrittori e ai membri della famiglia Crepas, si alternano a inediti materiali d’archivio, mentre sotto scorre carsica la fiction di Rembrandt, uscito letteralmente dalle pagine del fumetto e andato a cercare la sua amata nel mondo reale. “Inconsciamente ho fatto quello che ha fatto Crepax”, ammette Soldi a commento del suo film proiettato al Cinema Lux di Roma lo scorso 3 marzo, riferendosi ad un modus operandi che cita continuamente altre forme d’arte. A partire dall’impalpabile Valentina del suo film, della quale percepiamo all’inizio solo la silhouette nera celata alla vista da un telo di plastica, sporcato di blu dal sensuale gioco con le mani, quel blu che era stato di Yves Klein e che Crepax aveva conosciuto guardando Mondo Cane (1962) del regista Piero Jacopetti. cercando valentina

Allo stesso modo Guido Crepax, nelle sue tavole, divorava e digeriva citazioni di pubblicità, cinema, musica design e moda. Tavole, peraltro, di cui Crepax fu grande innovatore, pensate, organizzate con lo sguardo dell’architetto ancor prima di quello del disegnatore, e poi costruite proprio alla stregua di un montaggio filmico. C’è, poi, tutta la sua Milano dei sixties dentro Valentina, quella frizzante, beat, e un po’ snob dei salotti dell’alta borghesia, della quale la stessa famiglia Crepas faceva parte. Persino i libri, quelli letti dalla bella fotografa, sono gli stessi che popolavano il grande armadio di legno olandese della casa del suo autore, nonché gl’indiscussi protagonisti di un’altra famiglia indissolubilmente legata a Crepax e alla sua Valentina, ovvero a quella di Giovanni Gandini, ideatore di Linus, e di sua moglie, proprietaria di una immensa libreria a tre piani (quando all’epoca, di simili, c’erano solo la City Light di San Francisco e la Indica a Londra). 

Le voci della narrazione di Soldi ricostruiscono l’identità di una mente autoriale che dal ’65, con buona pace dello stesso Gandini, sarebbe rimasta indissolubilmente legata al suo personaggio più celebre, in una storia d’amore che oggi compierebbe 55 anni e che è evidentemente sopravvissuta a Crepax stesso, se ancor oggi qualcuno si prende la briga di andare a cercare quella sua creatura. È una storia psicanaliticamente profonda, come suggerisce Mario Martone, una delle voci del coro nel film, che coinvolse l’intera famiglia di via De Amicis 45, casa della famiglia Crepas e per diritto anche casa di Valentina, una storia, s’è detto, di bovarismo, che condusse Crepax, alla stregua di Flaubert, ad ammalarsi artisticamente del prodotto della sua fantasia sino alla resa e all’aperta confessione: “prendimi Valentina, sono tuo”.
Crepax viveva ovviamente in Rembrandt, ma al tempo stesso anche in Valentina. Entrambi personaggi che, peraltro, avevano un debito fortissimo col tema del voyeurismo: Philip Rembrandt, il Phil critico d’arte, ma anche il Mandrake col potere medianico dello “sguardo paralizzatore”. Valentina, fotografa, con nessun altro potere se non quello d’essere sé e di darsi allo sguardo per fuggire un attimo dopo. E questa fu la vera rivoluzione. Dotare un personaggio di un potere che fosse straordinariamente umano, quello, appunto, del fascino, e scoprirlo più eccezionalmente fatale se messo addosso ad una donna con la bellezza della Brooks di Pabst e con in mano gli scritti di Trozkij. La libertà espressa dal nudo, della continua e reiterata esibizione delle curve sinuose di Valentina, che peraltro indossò la minigonna ancor prima che Patty Pravo portasse a Canzonissima ’66 Ragazzo Triste, è il riscatto della femme fatale dai suoi archetipi di prostituta, come lo era la Lulù di Pabst della quale nel ’65 le rimane solo il caschetto. Ma scopriamo, dalla ricerca che va oltre lo schermo del cinema e passa per il racconto diretto di Giancarlo Soldi, (il quale a sua volta recupera un aneddoto narrato da Bertolucci, grande assente del documentario ma estremo conoscitore della materia) che non c’era solo la Brooks dietro il personaggio di Valentina, ma almeno altre due donne- simboli di indipendenza ed emancipazione, altre prostitute, un altro paio di bei caschetti neri, ma questa volta figlie della nouvelle vague. Erano entrambe protagoniste di due film del ’62, la Nana di Vivre sa vie di Jean-Luc Godard, interpretata da Anna Karina, allora moglie del regista francese, e Claudia Cardinale nelle vesti dell’Angiolina di Senilità di Mauro Bolognini. Così, anche Luisa, moglie di Guido, che per un curioso scherzo del destino portava lo stesso nome della flapper di cui Crepax custodiva sempre una foto, prese a tagliarsi i capelli come Luise Brooks, Nana, Angiolina, e le altre mille anime di Valentina, incarnando, letteralmente ciò che suo marito aveva fatto nascere dal pennello. Per i figli di Crepax e Luisa, Valentina è sempre stata la madre. Salvo poi, avere in famiglia, una nipote che si chiama davvero Valentina Crepax.

Alla domanda cosa fosse la Valentina del fumetto diremmo, allora, semplicemente che fosse lo spirito del tempo, tanto per echeggiare altre produzioni di quegli anni anarcoidi. E “spirito” è davvero un buon modo per definirla, ancora oggi, dopo 55 anni che la si cerca e non la si trova; pare che si rincorra un fantasma persino nel film di Soldi, come Phil, o Pippo, che è uscito dal fumetto, l’ha chiamata con un moderno telefonino, ma ha ricevuto in cambio solo un messaggio registrato della segreteria telefonica. “Valentina amore mio, ecco che succede ogni volta che ti scrivo. Quando scelgo di scriverti la mia penna aggiunge veloce “amore mio”. E lì mi fermo”, dice Rembrandt. E lì, sospesi nei bordi volutamente mai chiusi distintivi del segno di Crepax e indici dell’effimera natura di Valentina, ci fermiamo anche noi.

Gabriella Longo

 

 

 

Sabrina Perucca, Direttore Artistico del Romics, non nasconde di essere emozionata, mentre dà il via alla conferenza che si tiene nella Sala Cinema del Palazzo delle Esposizioni. Ha molti motivi per esserlo e non solo perché dal 4 al 7 aprile, alla Nuova Fiera di Roma, prenderà il via la XXV Edizione della kermesse romana dedicata al fumetto (e non solo). Romics 2019 1

Il 2019 è un anno ricco di anniversari tutti da celebrare e il primo – e uno dei più importanti – è anche il protagonista dei poster che a breve affolleranno le strade della Capitale. Compie infatti ottant’anni Batman: il suo esordio fumettistico era avvenuto, proprio in questi giorni, sulle pagine di Detective Comics #27, il 30 marzo del 1939. Romics ha deciso di celebrare questo anniversario inserendosi nella scia delle celebrazioni ufficiali volute dalla DC Comics e partite da Austin il 15 marzo: “Long Live Batman”. L’Uomo Pipistrello sarà festeggiato non solo con tavole originali realizzate in collaborazione con C’Art Gallery ma anche da un percorso storico, che analizza l’impatto di Batman nel corso di ogni decennio dei suoi ottant’anni di vita. Questo percorso, inaugurato nel 2017 al Tiferno Comics da una mostra curata da Vincenzo Mollica e Riccardo Corbò, è stato presentato da Corbò stesso durante la conferenza e prevede anche un focus sulle incursioni di Batman in Italia.

Romics 2019 2Non solo fumetto, però. Perucca ci tiene a sottolineare ancora una volta quello che è diventato il marchio di fabbrica del Romics, ovvero l’attenzione al crossover fra i diversi media del mondo dell’intrattenimento. Nel 2019 si celebrano i cinquant’anni dallo sbarco sulla Luna, è l’anno in cui sono ambientati i futuri distopici del Blade Runner di Ridley Scott e dell’Akira di Katsuhiro Otomo e ricorrono i quarant’anni dallo “sbarco” di Mazinga sulle reti italiane. Fantascienza e fantasy promettono di essere i temi dominanti della kermesse, attraverso panel dedicati che si concentrano sul mondo del cinema e della letteratura (vedi: Draghi, astranovi e cyborg: il fantasy e la fantascienza si incontrano, in cui si confronteranno Paolo Barbieri e Victor Dogliani, e Fantasy, scienza e fantascienza: il mondo della scrittrice cult Licia Troisi, in cui l’omonima scrittrice incontrerà i suoi lettori).

Aprile è anche tempo di premiazioni, con il Gran Galà del Doppiaggio ma soprattutto con i Romics d’Oro, che attraversano anche loro diversi media e Paesi: si va dall’attesissimo Willem Defoe, attore eclettico con più di cento film all’attivo, a George Hull (concept artist, fra gli altri, di Blade Runner 2049 e Star Wars VIII), da Reki Kawahara (creatore di Sword Art Online) a Ryan Ottley, fumettista al momento impegnato sulla testata di The Amazing Spiderman, fino a tornare in Italia con il Romics d’Oro ad Alessandro Bilotta. Bilotta, presente alla conferenza e autore di Mercurio Loi per Bonelli Editore, ci tiene a sottolineare come questo premio chiuda per lui un percorso. Non solo perché arriva con la pubblicazione del sedicesimo e ultimo numero della sua fortunata serie ma perché un riconoscimento eminentemente romano va a premiare una storia tutta ambientata nella Roma papalina e dedicata alla capitale.Romics 2019 3

Non solo uno sguardo al passato e suggestioni sul futuro, però. Romics guarda anche al presente e Sabrina Perucca dedica molto spazio a illustrare tutte le iniziative messe in campo in questa edizione, in collaborazione con la pubblica amministrazione e con il mondo della scuola e dell’editoria. Torna il Concorso Nazionale I Linguaggi dell’Immaginario per la Scuola, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che coinvolge gli studenti di ogni ordine e grado. Quest’anno, con più di cinquecento elaborati inviati, gli studenti italiani sono stati spinti a usare la loro creatività per trattare il tema dell’ecologia e dell’inquinamento. Ancora forte anche il focus sugli autori emergenti, non solo con l’allestimento della Self Area e dell’Area Pro nella Comics City di Romics, ma anche con una serie di incontri in cui i principali editori di fumetto si confronteranno con il pubblico del Romics, fornendo suggerimenti e consigli agli esordienti su come presentare al meglio un proprio portfolio alle case editrici. 

La novità di quest’anno, tuttavia, è l’iniziativa Romics_Camp: realizzata con partner come l’Università di Roma La Sapienza, Saperi & Co., il Centro di ricerca e servizi Sapienza dedicato alla ricerca e all’innovazione e Nesta Italia, l’iniziativa è una vera e propria call a giovani innovatori e creativi, che vuole premiare le idee più innovative nell’ambito dei new media e dell’entertainment. Un’edizione che promette di essere interessante: sia per il pubblico di semplici appassionati, che vorranno affollare mostre e celebrazioni; sia per gli addetti ai lavori e gli esordienti, che vogliono muoversi in un mondo dell’intrattenimento composito, in cui i media si intrecciano così strettamente da meritare una narrazione completa, che accanto al fumetto e al videogioco accolga anche il cinema e la letteratura.

Di Ilaria Vigorito, 20/03/2019

Crediti per le immagini: illustrazione di Batman di Gabriele dell'Otto, courtesy of CArt Gallery - Copertina di Mercurio Loi di Manuele Fior, courtesy of Bonelli Editore

Le file. Chiunque sia abituato a seguire Zerocalcare, in arte Michele Rech, come fan casuale o appassionato sostenitore della prima ora, sa che le file sono un corredo fisiologico di qualsiasi manifestazione a cui il fumettista romano partecipa. Tredici ore di attesa per ottenere l’agognato disegnetto sulla propria copia di “Dimentica il mio nome” sono un episodio entrato nell’aneddotica della storia del fumetto italiano ma soprattutto una pietra di paragone con cui misurare un successo esploso nel corso degli ultimi anni, che non conosce battute d’arresto.

Per questo non c’era da stupirsi che anche sabato 10 novembre al MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI Secolo le file fossero co-protagoniste di rilievo insieme all’inaugurazione dell’esposizione su Zerocalcare. File per l’incontro moderato da Marco Damilani fra il fumettista e il fotografo Paolo Pellegrin – anche lui presente negli spazi museali con una mostra fotografica. File per i biglietti, ovviamente, ma anche per guadagnare l’ingresso dello Spazio Extra MAXXI. Spazio in cui, fino al 10 marzo 2019, i visitatori potranno ammirare strisce inedite, tavole originali, poster, cover di dischi, pagine di Moleskine realizzate da Zerocalcare in un lungo percorso artistico che si snoda a partire dai suoi diciassette anni e che, dopo altrettanto tempo, porta a opere come “Macerie Prime – Sei mesi dopo”. MostraZerocalcare 2

La mostra si presenta divisa in quattro aree tematiche: Pop, Tribù, Lotte e Resistenze, Non Fiction. Prima di arrivare all’openspace che accoglie queste sezioni – divise da muri dagli orli tondeggianti, che richiamano la corazza dell’Amico Armadillo, coscienza di Zerocalcare – tocca attraversare una tromba delle scale, dove due elementi accolgono il visitatore. Si tratta di una replica del murale del mammut, che campeggia all’uscita della Metro B di Rebibbia, e della biografia del fumettista romano, che si inerpica lungo i muri fino al piano superiore. E già qui si nota il forte taglio politico (perché, per dirla con le parole del contributo video di Marco Damilano all’interno della mostra “sappiamo tutti qual è l’orientamento politico di Zerocalcare”) della mostra.

Zerocalcare, ancora una volta, approfitta della sua arte e della sua capacità di toccare i cuori di tanti, indipendentemente dalla generazione d’appartenenza, per parlare d’altro. Non di se stesso ma dei temi che più gli sono cari: ogni tappa della sua vita, personale e artistica, si intreccia con un evento che ha interessato la vita, sociale e politica, del Paese. E così, i diciassette anni sono l’occasione per parlare dell’evento traumatico del G8 di Genova. I primi passi nel mondo del fumetto autoprodotto corrono paralleli al problema, sempre più grave ma sempre meno raccontato dai giornali, delle rappresaglie fasciste contro gli esponenti dell’universo antifascista e dei centri sociali.

E questo rimando costante alla realtà che lo circonda, pur partendo quasi sempre da esperienze autobiografiche, è uno dei due punti forti di una mostra che offre prospettive anche nuove sul lavoro che c’è dietro il successo di Zerocalcare: al visitatore sono offerti contenuti video, la possibilità di sfogliare tutti i fumetti che l’artista ha pubblicato con la casa editrice BAO – in un sodalizio che dura ormai da sette anni – tavole inedite, ripescate dall’archivio personale del fumettista, ma quello che colpisce è altro.

MostraZerocalcare 3Prima di tutto gli onnipresenti e irrinunciabili disegnetti: vergati a pennarello sui pannelli della mostra, come ironiche note a piè pagina, riportano la voce personale di Zerocalcare a tutti i presenti, illustrando le ragioni dietro alcune scelte espositive (“Oh questa è una selezione di tavole, non sono tutte consecutive. Quindi se non capite non è perché so’ una pippa e neanche perché c’avete avuto un ictus voi. È normale” esclama in una di queste didascalie) o le polemiche dietro una vignetta disegnata a diciassette anni.

E poi ci sono i visitatori.

Per capire fino in fondo la presa che Zerocalcare ha sull’immaginario collettivo, tocca voltarsi, di tanto in tanto, e seguire il rumore degli improvvisi scoppi di risa o il movimento con cui tante persone si accovacciano, per continuare a leggere uno dei fumetti esposti. E non si tratta di una curiosità che colpisce solo gli inediti: l’attenzione e l’ilarità si scatenano persino per le tavole disponibili sul blog di Zerocalcare, già lette e condivise, e che pure continuano a catturare la curiosità di chi passa. Sta tutta lì la testimonianza di quanto sia vivo il percorso di una mostra i cui contenuti riescono a parlare a tanti, toccando le corde più contradditorie – in quel mix di risate e improvvisa e tremenda serietà a cui la narrazione del fumettista romano ci aveva già abituato fin dai tempi de “La profezia dell’Armadillo”.

Scavare fossati ∙ nutrire coccodrilli” è un’esposizione che già nel titolo si porta impresse le sue tematiche: la narrazione di un percorso artistico compless e in cui nulla è mai stato dato per scontato, certo. Ma anche la proiezione, su tavola, dei tormenti non del solo Michele Rech, l’uomo dietro Zerocalcare, ma di tutta la comunità che lo circonda e in cui si muove. Una riflessione sul mondo da cui proveniamo e quello in cui stiamo sprofondando, una palude in cui si scavano fossati per proteggersi dal “diverso” e ci si lascia affascinare dal sorriso squamoso dei coccodrilli.

È un’esposizione importante, che non scade mai nell’autocelebrazione, ma semplicemente mostra una storia che è assieme autobiografica e collettiva, come lo sono tutte le vicende che Zerocalcare racconta – un autore da cui non si può prescindere, se si vogliono cogliere importanti sfaccettature della società italiana contemporanea.

Di Ilaria Vigorito, 11/11/2018

Loputyn, nome d’arte di Jessica Cioffi, arriva allo stand Shockdom in quel del Romics – la fiera sarà aperta fino a domenica 8 aprile – pronta per il firmacopie, che la terrà impegnata dalle cinque del pomeriggio fino alle otto di sera. Esce infatti per la casa editrice italiana il 12 aprile ‘Sol’, l’ultima fatica di Loputyn, raccolta di illustrazioni dominate dallo stile meticcio – fra manga giapponese, moda Lolita e suggestioni gotiche d’oltremanica – che è il tratto distintivo dell’autrice.
Nonostante la fila che già si accalca attorno allo stand, Jessica, dopo aver salutato i colleghi, accetta con piacere di intrattenersi per una chiacchierata sulle sue storie già edite, le influenze più forti sul suo lavoro e i progetti che non vede l’ora di realizzare – tempo tiranno permettendo.

Stai per tornare in libreria con ‘Sol’, il cui titolo richiama la chiave di Sol. Ci sono stati altri temi che hanno influenzato questa tua raccolta?

"La musica è sicuramente dominante in questo volume. È da un po’ che penso a un tema del genere legato alle mie illustrazioni: quando disegno, capita spesso che molte delle immagini che creo scaturiscano dalla musica che ascolto e ho voluto dedicare un’intera raccolta a questo connubio, che ritengo di per sé già indissolubile".
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Con ‘Francis’ hai affrontato invece una storia auto-conclusiva, come avevi già fatto con ‘Cotton Tales’. Come cambia il tuo approccio, quando ti trovi ad affrontare una storia, invece di una raccolta di illustrazioni? Ti trovi più a tuo agio con la prima o con le seconde?

"Non c’è un approccio differente, perché parto sempre dallo stesso punto: le illustrazioni. Anche quando mi trovo a elaborare una storia più lunga, come accade in ‘Francis’, parto sempre da disegni singoli. Quando mi accorgo che ci sono dei personaggi che ricorrono più spesso nel mio lavoro, comincio a creare dei legami fra loro, un immaginario che li circonda e in cui inserirli. Le illustrazioni sono, insomma, sempre la base da cui parto, sia per le storie vere e proprie che per gli artbook".

Il tuo stile oscilla molto fra le influenze gotiche europee, nelle ragazze che sembrano bambole di porcellana, e un tratto manga che dà un’intensità molto carnale ai tuoi personaggi, in questo davvero distanti dalla purezza delle bambole. Quali sono stati i tuoi autori di riferimento e gli stili che ti hanno influenzata di più?

"Io sono figlia degli anni Novanta e sono cresciuta con Lady Oscar: sia Ryoko Ikeda, sia altre autrici di manga storici hanno molto segnato il mio immaginario. Nel periodo adolescenziale, invece, mi ha molto attirato il lavoro di Kaori Yuki. Poi, ovviamente, col tempo ho ampliato il mio bagaglio di conoscenze, ho guardato anche agli autori europei ma cerco di non rifarmi a un autore in particolare. Prendo le mie influenze anche dalla realtà, dalla natura, dalle persone, dall’abbigliamento – apprezzo molto lo stile Lolita".

Nel tuo primo artbook, ‘Loputyn’, c’è una citazione a ‘La collina dei conigli’: i conigli e i lupi ricorrono moltissimo nei tuoi disegni. Questa fascinazione nasce da qualche fiaba in particolare o semplicemente ti piacciono molto questi animali?

"Sono molto affezionata a questi animali perché rappresentano gli opposti: il coniglio è completamente preda, mentre il lupo è completamente predatore. Mi piace accostarli, proprio per ricreare un contrasto che mi sembra riassumere simbolicamente due aspetti estremamente diversi degli esseri umani: il lato dolce e accogliente e quello, invece, più distruttivo e predatorio".

Hai frequentato il liceo artistico e adesso studi all’Accademia di Belle Arti. Hai sempre saputo che il disegno sarebbe stato il tuo lavoro o te ne sei accorta ‘in corso d’opera’?

"Me ne sono accorta ‘in corso d’opera’, in effetti, nel senso che mi ci sono sempre dedicata per passione oppure sognando di poter trasformare questo esercizio in un lavoro. È tutto accaduto in modo molto rapido e naturale, mi sono trovata dentro questo mondo quasi senza accorgermene e mi sono resa conto dei suoi meccanismi solo una volta che li ho vissuti dall’interno. Ad esempio, non avevo pensato alle storie per la pubblicazione ma per me stessa e ho deciso di continuare per questa strada anche adesso che lavoro con una casa editrice".
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Sei molto presente sui social, non soltanto Facebook ma anche Tumblr e DeviantArt, per esempio. Si può dire che tu sia partita da lì, per poi avventurarti nel mondo dell’editoria professionale?

"Sì, dal momento che non ho frequentato una scuola di fumetto l’unico riscontro che potevo cercare era quello sul web. Sui social mi capitava di ricevere critiche costruttive oppure anche semplici commenti e così capivo come aggiustare il tiro – ovviamente restando fedele a me stessa. La mia linea guida era il confronto con il pubblico, dunque i social sono stati necessari alla mia crescita".

Dopo ‘Sol’ sai già se vuoi dirigerti verso una storia auto-conclusiva oppure ti affiderai all’ispirazione del momento?
"In realtà ho già delle storie in mente, purtroppo la mancanza di tempo e i tanti impegni pesano sulla realizzazione, ma ho davvero molte idee. Vedremo, per ora è tutto ancora in corso d’opera".

Ilaria Vigorito, 07/04/2018

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