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Chiudi gli occhi, non temere
Il mostro se n'è andato, sta scappando
e tuo padre è qui

Magnifico, magnifico, magnifico
Magnifico ragazzo (…)

Prima di attraversare la strada afferra la mia mano
La vita è ciò che ti accade mentre sei intento a fare altri progetti (…)

 Se John Lennon scrive la canzone Beautiful Boy (Darling Boy) nel 1980 per suo figlio Sean, nel 2008 il giornalista e scrittore americano David Sheff ne trae ispirazione, o meglio, ci trova quello stesso amore e senso di protezione che prova per il figlio, Nic, e ne fa il titolo del suo libro: Beautiful Boy: A Father's Journey Through His Son's Addiction. È un lavoro intenso e autobiografico in cui racconta attraverso gli occhi di un padre l’esperienza di dipendenza da anfetamine del meraviglioso ragazzo che ha cresciuto, perso in una pericolosa coazione a ripetere di fronte alla quale David è tristemente inerme. Nello stesso anno anche Nic scrive una biografia, Tweak: Growing Up on Methamphetamines: molto meno tenera, una risposta dettagliata più che un memoriale, la più diretta probabilmente, alle parole del genitore. I testi sono differenti ma complementari, poiché non si può mai raccontare una storia senza dare voce a tutti i personaggi, in particolare se si tratta di un viaggio in cui nessuno sa dove sarà il punto di arrivo, neanche i protagonisti stessi. 

Beautiful Boy

Lo intuisce il regista Felix Van Groeningen, che con The Broken Circle Breakdown (2012) aveva già dimostrato una predisposizione per le tragedie famigliari, fondendo le due prospettive letterarie nel film Beautiful Boy: una visione cinematografica così fluida e coesa da sembrare frutto di una voce unica. 

David Sheff (Steve Carell) è un giornalista di successo, un padre premuroso, ha un divorzio alle spalle ma i drammi del passato non influiscono sul suo presente. Ha ricostruito la sua vita con una nuova compagna, Karen (Maura Tierney), con la quale cresce anche il figlio nato dalla relazione precedente, il suo Nic (Timothée Chalamet), un ragazzo che è il sogno di qualsiasi genitore: studente modello, brillante, bravo nello sport e dolce con i suoi fratelli acquisiti. Padre e figlio sono legati da un rapporto speciale, questo fino a quando le metanfetamine trasformeranno Nic al punto di renderlo irriconoscibile, e la sua dipendenza darà il via ad un processo fatto di fugaci riprese e lentissime ricadute, che metterà alla prova l’amore incondizionato di David. E se per il genitore uno spinello fumato insieme non avrebbe mai costituito un pericolo per il futuro del ragazzo, assieme alle bugie, ai furti e alle fughe, accende in lui inutili sensi di colpa. Il deterioramento fisico, i denti marci e il pallore di Nic sono il visibile, ma sotto alla pelle di ciò che è possibile descrivere con le immagini c’è un magma in fermento che brucia senza dare spiegazioni plausibili: la perfezione della sua esistenza non solo rivela delle falle ma lo mette costantemente alla prova nei confronti di un genitore così attento da costituire più una sfida che un esempio da seguire. Per questo entrambi si chiedono perché sia successo, incapaci di fornire una risposta esaustiva. David non capisce perché il suo meraviglioso ragazzo diventi un tossicodipendente e la sua missione di salvataggio lo porta a confrontarsi con una sfida impossibile da vincere.

Il film, prodotto da Amazon Studios e presentato alla scorsa Festa del Cinema di Roma, nasce dall’intreccio di due penne in conflitto ma legate e, grazie all’interpretazione di due attori formidabili, in particolare Carell, che si conferma una rivelazione nei ruoli drammatici, diventa l’occasione ideale per un confronto aperto, senza il timore di mostrare una sofferenza così avvolgente da togliere il respiro.

Oggi i veri protagonisti conducono le loro vite continuando a fare ciò che finora è stato terapeutico per entrambi: scrivere. Nic, pulito e sobrio da 8 anni, è al suo secondo romanzo ed è tra gli autori di alcune serie Netflix come 13 Reasons Why, David continua a scrivere per varie testate e fa parte di un comitato per aiutare i college e le università a promuovere il benessere emotivo degli studenti, per ridurre l’abuso di sostanze stupefacenti e prevenire il suicidio giovanile.

Beautiful Boy porta al cinema la loro vita, senza mezze misure, e, pur aggiungendosi ad una lunga lista di film sulle dipendenze, trasmette un’autenticità commovente.

 

Silvia Pezzopane

23/06/2019

Photo credits: 01 Distributions

Qui il trailer ufficiale del film

Le opere d’arte più belle e significative hanno il raro dono di racchiudere in sé lo spirito del proprio tempo e, in parallelo, di esprimere dei concetti esistenziali che travalicano i confini del presente e che si rispecchiano tanto nel passato quanto nel futuro. È questo il caso di Parasite del regista sudcoreano Bong Joon-ho, un film di straordinario pregio per l’efficacia con cui scandaglia i conflitti sociali della nostra epoca e per il modo arguto e coerente con il quale costruisce una narrazione ricca di sorprese, dai riflessi grotteschi e che suscita nello spettatore delle risate assai amare.
La vicenda si apre come una commedia e ha per protagoniste due famiglie agli antipodi della scala sociale: da una parte c’è il giovane Ki-woo (Choi Woo-shik) che vive con i genitori e la sorella in uno squallido e angusto seminterrato di un quartiere popolare dove la massima prospettiva lavorativa consiste nel confezionare delle scatole per le pizze; all’altra estremità vi è la benestante famiglia Park che abita in una lussuosa villa posta su una collina di Seul insieme alla propria nutrita servitù. Un giorno, sfruttando un aggancio fortuito, Ki-woo riesce a entrare nella casa dei Park spacciandosi per uno studente universitario disposto a dare ripetizioni di inglese alla figlia e a poco a poco, tramite una serie di geniali stratagemmi e assurdi inganni, anche il resto della famiglia si insedia nella villa per svolgere le mansioni di babysitter, autista e governante. La distanza tra i due gruppi umani rimane però immutata: Mr. Park ribadisce più volte l’importanza per la servitù di «non superare la linea» e il cattivo odore che Ki-woo e i suoi si portano dietro rappresenta un marchio infame e indelebile che ne identifica il rango di origine. Ma proprio a questo punto il film, attraverso un colpo di scena di grande effetto, cambia gradualmente tono e direzione, aggiungendo un ulteriore livello di scontro che va oltre quello classico tra ricchi e poveri e che, in un crescendo drammatico, pone in lotta i poveri e i più poveri fino a culminare in un violento e durissimo epilogo che esplica il radicale pessimismo dell’autore.Parasite 02
L’immagine che emerge con maggior forza dal film di Bong Joon-ho è quella di una società postmoderna saldamente individualista e capitalista, del tutto incapace di provare alcun sentimento di solidarietà, dove le relazioni tra le persone sono sempre regolate dal denaro. Gli unici barlumi di umanità residua sembrano conservarsi dentro i nuclei familiari ma pure in questo senso Bong insinua dei dubbi nel pubblico: a ben vedere, la famiglia di Ki-woo interagisce spesso in maniera artificiosa e calcolata, spinta dal comune interesse del guadagno economico, mentre i coniugi Park non hanno un rapporto autentico con i propri figli e si illudono di conoscerli solo perché in grado di poter comprare loro qualsiasi cosa. In una simile realtà, così arida e alienata, nessuno può uscirne vincitore ma ciò non significa che l’ordine gerarchico venga in qualche modo messo in discussione: per quanto infelici e feriti, i ricchi rimangono sopra i poveri e questa antitesi tra alto e basso costituisce uno dei motivi ricorrenti del film, come dimostrano sia la posizione delle rispettive dimore delle due famiglie sia la stessa struttura interna della villa dei Park. Se in Snowpiercer, uno dei più celebri lavori dell’autore, tale contrapposizione veniva espressa tramite una direttrice orizzontale – in riferimento alle classi dei vagoni del futuristico treno al centro della vicenda – qui la differenza di status sociale si manifesta in una verticalità che si fa metafora portante dell’intero film, grazie anche all’assoluta naturalezza con cui viene resa sul piano registico.Parasite 05
A questo proposito, è necessario evidenziare il valore della raffinata, brillante e rigorosa messa in scena di Bong, che esibisce una piena padronanza nella gestione degli spazi, nella meticolosa scelta dei quadri e nei misurati movimenti di macchina. Non si intravedono mai sbavature, ogni elemento trova una sua precisa collocazione e abbondano le invenzioni visive e sonore, alcune destinate a diventare cult – e vale la pena di citare almeno l’improbabile e spassosa sequenza che si sviluppa sulle note di In ginocchio da te di Gianni Morandi.
Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, dove è stato acclamato e ha ottenuto con merito l’ambita Palma d’oro, Parasite è un’opera che, come accennato in apertura, riesce a parlare del nostro mondo in modo semplice e caustico e lo fa andando a toccare dei temi universali con sincera ispirazione e profonda acutezza di sguardo. Forse è presto per gridare al capolavoro ma l’impressione è che il tempo saprà confermare un simile, entusiastico giudizio.

Francesco Biselli  23/06/2019

Un oggetto, un simbolo e infinite storie: la bicicletta non è solo il mezzo di locomozione migliore per misurare il grado di civiltà di un Paese – classifica in cui i nemici di Greta Thunberg si posizionano ultimi, Italia compresa – ma anche un vero e proprio strumento di indagine antropologica capace di raccontare il cambiamento sociologico e culturale della nostra nazione, e dunque l’evoluzione ontologica del suo esistere. La bicicletta è l’emblema dell’Italia non ancora motorizzata, in gran parte sottoproletaria, l’Italia dei conflitti mondiali e dell’immediato dopoguerra, simbolo di libertà ed emancipazione, regina dello sport all’epoca più seguito in Italia, il ciclismo, che manifestava dal 1909 tutta la sua sofferta bellezza in un evento dal valore forse inconcepibile per noi oggi: il Giro d’Italia. giro2
E non è affatto un caso che i più grandi cronisti di questo evento fossero i letterati del tempo, da Vasco Pratolini a Dino Buzzati, passando per Alfonso Gatto. D’altronde il ciclismo e la letteratura sono due forme d’arte che richiedono una grande resistenza. Così, fino a quando la competizione non iniziò a essere trasmessa in tv, determinando la vittoria schiacciante del suo potenziale commerciale su quello antropologico, bisognava affidarsi solo alle parole di questi intellettuali che offrivano la possibilità unica di raccontare e descrivere tutta la nostra penisola piena di ostacoli geografici e linguistici. Con una forte dose di realismo sentimentale, quei cronisti sono stati capaci di raccontare un’epoca, di fotografare una popolazione che, timida, tornava a vivere e che si accalcava lungo le strade per seguire campioni e gregari. Solo così i lettori potevano immaginare le storie di paesaggi, di duelli, di bellezze naturali, storie di fatiche e storie di campioni, come l’eroe giusto e cattolico Bartali e il rivoluzionario Coppi, i due volti dell’Italia. Eppure l’unica vera protagonista rimaneva e rimane tutt’ora la bicicletta.

La popolarità della bicicletta le procura una menzione d’onore anche nel cinema nostrano, apparendo in svariati film con una valenza sempre diversa. Nel 1948 la vediamo in due pellicole decisamente note, Totò al Giro d’Italia di Mario Mattoli e in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica. Nel primo film la bicicletta simboleggia la sua essenza sportiva per eccellenza ma anche il mezzo per raggiungere ciò che il protagonista brama - l’amore di Donatella - al punto da vendersi al diavolo. La pellicola è inoltre il primo tentativo concreto di inserire il personaggio di Totò all’interno dell’attualità contemporanea, come dimostra la partecipazione di numerosi campioni di ciclismo dell’epoca. Diverso è il caso del film di De Sica, dove la bicicletta non solo è onnipresente ma è anche protagonista. Da mezzo popolare di trasporto diventa, in seguito al furto, simbolo della perdita del lavoro e della disperazione di una famiglia che aveva riposto tutte le sue speranze di sopravvivenza in quell’oggetto. Le biciclette rappresentano qui ora la tentazione che spinge Antonio a rubare, ora l’esca del pedofilo che tenta di avvicinare il piccolo Bruno.
In Bellezze in bicicletta di Carlo Campogalliani – sono passati appena due anni, è il 1951 – la bicicletta ha una valenza totalmente diversa: qui le due protagoniste la usano per inseguire il loro sogno di successo, in un’atmosfera molto più distesa e leggera. D’altra parte di lì a poco le due ruote saranno sostituite dalla motocicletta, grazie all’iconica Vespa di Vacanze Romane.

La-bicicletta-verde-dhsj-701x487Facciamo ora un grande salto indietro nel tempo. 125 anni fa Anne Londonderry fu la prima sportiva a fare il giro del mondo in bicicletta, all'epoca in cui le donne che inforcavano un sellino erano viste come uno strumento del demonio. Fu anche grazie al ciclismo, al senso di libertà cui veniva associato, che il retaggio venne superato e le donne del dopoguerra iniziarono a indossare i pantaloni e a guidare le biciclette dei mariti. Eppure in diverse aree del Medio Oriente la discriminazione sulle biciclette persiste: fino al 2013 in Arabia Saudita le donne non potevano possederla. Tutto è cambiato dopo l'uscita de La Bicicletta Verde. Il film di Haifaa Al-Mansour, la prima regista saudita della storia, racconta la ribellione di una bambina decisa a conquistare la sua libertà attraverso le due ruote. E la finzione è poi diventata realtà: nel 2013 l'autorità religiosa dell'Arabia Saudita ha sancito lo storico diritto delle donne di guidare la bicicletta.
day-i-became-a-womanSulla stessa scia si muove il pluripremiato The Day I Became a Woman, della regista iraniana Marzieh Meshkini. Il film, realizzato nel 2000, racconta le storie di tre donne in cerca della propria identità, in un paese in cui i ruoli di genere sono ancora fortemente delineati, e le conseguenze per chi vuole liberarsene possono ancora essere fatali. Tra queste storie c'è quella di Ahoo. Suo marito reagisce alla decisione di lei di partecipare a una gara di ciclismo con la minaccia del divorzio. Ahoo è determinata a continuare per la sua strada, ma presto interverranno gli uomini della sua famiglia a farla ritornare forzatamente nei suoi obblighi sociali di donna. Da Anne Londonderry a Haifaa Al-Mansour a Marzieh Meshkin, la rivoluzione si fa ancora in sella.

Pedali, sellino e tanto sudore, nel passato e nel presente, come le storie del cinema ci raccontano, restano un simbolo forte di emancipazione, di fatica per il raggiungimento della libertà, prima degli uomini come rappresentanti “universali” di una certa fetta di società, e oggi più che mai delle donne di una parte consistente del mondo, che ancora vedono come un miraggio tanti diritti che noi, in Occidente, diamo ormai per scontati. Al di là delle lotte civili di ogni tempo, la bicicletta apre corpo e mente alla scoperta, e potremmo così interpretarla come un'interessante metafora della vita, come suggeriscono le parole della produttrice e sceneggiatrice statunitense Gillian Klempner Willman: «viaggiare in bicicletta è un'emozione forte: dapprima le difficoltà e la fatica scoraggiano, deludono, inquietano... ma poi, chi ha spirito indomito non si fa sconfiggere dalla staticità e dalla routine, perché l'unica possibilità che ha di vivere realmente è quella di seguire la strada che gli indicano le emozioni».

Sara Marrone
Diletta Maurizi
Giulia Mirimich
Alessandro Ottaviani

5/6/2019

Quel giorno Paula aveva appuntamento con suo padre. Arrivata in anticipo si mise a spiarlo dal vetro della porta dove l’uomo teneva una lezione per il corso universitario di Scienze Politiche; la ragazza conosceva a memoria le citazioni preferite che il genitore amava ripetere ai suoi studenti, si riempì d’orgoglio scorgendo gli sguardi attenti, l’ammirazione. Non sapeva che quella sarebbe stata la sua ultima lezione, e che, durante il viaggio del ritorno a casa, e dopo uno scatto rubato al padre alla guida, l’uomo sarebbe morto, per un colpo di pistola. matar Courtesy of Latido Films

Matar a Jesus è un film, nonché opera prima, della regista colombiana Laura Mora. La storia attinge direttamente all’autobiografia dell’autrice: suo padre venne assassinato nel 2002 da un uomo non identificato quando lei aveva 22 anni. Paula assomiglia a Laura, hanno uno sguardo simile e gli stessi capelli lunghi e scuri, ma la ragazza protagonista vede l’assassino in faccia e ricorda quel volto. La scelta della testimonianza oculare permette alla narrazione di estendersi al di là di un revenge movie in cui Paula desidera solo di farsi giustizia da sola: innesca infatti un meccanismo autodistruttivo di cui è protagonista l’intera città e un sistema criminale efferato ed ingiusto. Dopo due mesi in cui le autorità non fanno niente di concreto per risolvere il caso, la ragazza incrocia in una discoteca lo sguardo dell’assassino di suo padre, e, fingendo di interessarsi a lui, riesce ad avere il suo numero di telefono, e a concepire la vendetta come possibilità realizzabile.

Jesus: è questo il nome del ragazzo, della stessa età di Paula, che se ne va in giro con una pistola infilata nei pantaloni e vive già da solo, per non mettere in pericolo sua madre. In sua compagnia la studentessa di fotografia, che della città di Medellin conosce una sola metà, sprofonda in un mondo fatto di povertà ed inconsapevolezza: ogni momento sembra buono per ucciderlo senza pietà, ma anche per tirarsi indietro e provare a capire. Paula riesce quasi a comprendere perché Jesus può essere stato spinto ad un gesto del genere, poiché come lui sta imparando ad essere esclusa dal mondo dove la giustizia è inesistente, ma vittima di una violenza totalizzante, quella che costringe lui ad uccidere e lei a vendicarsi. Laura Mora, scegliendo attori non protagonisti e realizzando una regia violentemente sensoriale, pone delle questioni circa l’esigenza di spezzare un sistema che si perpetua a discapito di giovani e famiglie senza via d’uscita.matCourtesy of Latido Films

Il film è una lettera d’amore per un padre ucciso senza pietà, ma anche l’epigrafe liberatoria di un evento che l’ha fatta sentire impotente e senza armi adeguate per contrastarne gli effetti, fino ad ora. 

Silvia Pezzopane

08/05/2019

Photo credits: Courtesy of Latido Films

Qui il trailer ufficiale del film

 

“I cattivi avranno la loro lezione” è la frase che campeggia sulla locandina del Ragazzo che diventerà Re, secondo lungometraggio scritto e diretto da Joe Cornish che arriverà nelle sale italiane il prossimo 18 aprile per la 20th Century Fox. 5bc6679013992
Alexander Elliot è un ragazzino di 12 anni che viene continuamente bullizzato a scuola. Scopre di essere l’erede di Re Artù quando riesce ad estrarre la spada Excalibur da una roccia che si trova poco distante dalla sua scuola. Insieme ad un giovane mago Merlino, al suo migliore amico e ai bulli che prima lo tormentavano, Alexander si troverà suo malgrado a fronteggiare la temibile Morgana alla testa di un esercito di cavalieri zombie.
Tornando per un attimo alla catch line del film, però, è evidente che finisce con lo svilire la vera lezione morale che il film cerca di far passare, ovvero che anche i cattivi possono diventare buoni. Tralasciando il ricorso al semplicistico dualismo tra “buoni” e “cattivi”, evidentemente necessario per un teen movie destinato alle famiglie, il film mostra che anche i perfidi bulli, egoisti e prepotenti, possono redimersi se volenterosi. Il punto nevralgico della narrazione, infatti, sta proprio nel tentativo di insegnare ai più piccoli che anche in un mondo devastato dall’odio e dalla guerra si può comunque vivere come dei nobili e valorosi cavalieri. Il fatto che tutti i protagonisti siano dei borghesi che frequentano una scuola privata, però, stride non poco con un messaggio che dovrebbe essere universale. 5bc667c683bfa
Un altro live action tratto da un cartone animato di casa Disney, dunque, anche se stavolta la trasposizione in carne ed ossa, essendo ambientata al giorno d’oggi, è solamente ispirata alla trama originale del film d’animazione del 1963. La tradizione iniziata con La carica dei 101 (1996), in cui Glenn Close interpretava Crudelia De Mon, sembra essere la gallina dalle uova d’oro del momento: abbiamo già visto Dumbo di Tim Burton ma sono in arrivo nel 2019 anche Aladdin, Il re leone e Lilli e il vagabondo. Cornish si inserisce nel trend con un film scritto seguendo pedissequamente la ricetta del Viaggio dell’Eroe che Vogler e Campbell avevano teorizzato anni fa, formula eccessivamente ruminata in particolar modo dal cinema fantasy, senza aggiungere molto a livello personale.
Nei primi 20 minuti, anzi, quasi ogni singola battuta serve a rimarcare l’ovvietà: “Sono io il re da queste parti” dice Lance, il bullo, “Niente può cambiare” spiega Alexander.
Fortunatamente però il film scorre in maniera piacevole, lo humor inglese diverte impedendo all’ironia di scadere nella scontata battuta ad effetto in stile cinecomic Marvel. Nel complesso si ha l’impressione di un film che sa quando fermarsi e quando accelerare. In grado di modulare i momenti di intensità per non stancare mai. Cornisch è anche aiutato da un cast molto buono, con il duo di interpreti per Merlino (l’ottimo Angus Imrie e il veterano Patrick Stewart) che rende omaggio all’iconografia tradizionale proiettandola però nella modernità.
Gli adolescenti si divertiranno e i genitori, una volta tanto, rimarranno svegli fino alla fine.

Link al trailer qui

Photo credits: 20th Century Fox

Marco Giovannetti  12/04/2019

 

“I tradizionali ritratti mediatici di Bannon come una super mente o un terribile persuasore non mi convincevano e volevo avere un approccio critico che andasse al di là della sua immagine superficiale. Sentivo di avere una grande responsabilità: se non avessi potuto stare dietro le quinte e avere quindi accesso ad alcuni momenti di vita veramente rivelatori del personaggio Bannon, avrei certamente abbandonato il progetto”. The Brink 2

Smitizzare Steve Bannon. Questo, nelle sue parole, è l’obiettivo che si è posta la regista americana Alison Klayman con The Brink – Sull’orlo dell’abisso, il suo ultimo documentario, dal 29 aprile nei cinema italiani, distribuito da Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema. Per farlo la Klayman ha seguito l’ex-stratega della campagna elettorale di Donald Trump dall’autunno del 2017 all’autunno del 2018. Era il periodo della “cacciata dal tempio” di Bannon, costretto a dimettersi dal suo ruolo di stratega ma finalmente libero di muoversi come un soggetto indipendente. È l’arco di tempo in cui l’ex-banchiere di Goldman Sachs, ex-imprenditore cinematografico, ex-direttore del giornale online destrorso Breitbart News ha viaggiato molto da uno Stato europeo all’altro, con l’obiettivo dichiarato di creare una rete internazionale di supporto ai partiti populisti e sovranisti, per unificarli e assicurarne il successo alle prossime elezioni europee di maggio 2019.

Di questo docufilm prima di tutto tocca sottolineare che lo sguardo della regista non è affatto neutro, nonostante la scelta di rappresentare con onestà la vita privata di Bannon, piuttosto che realizzare un film di denuncia a-là Michael Moore. Allo spettatore viene mostrato non solo l’imprenditore e il politico ma anche l’uomo, nei suoi momenti più ridicoli e triviali – dall’autoironia costante ai beveroni di verdure che ingurgita per dimagrire. Ai tempi del suo lavoro per Trump lo avevano definito un “Jabba the Hut ubriaco” e, mentre Bannon riporta questo commento di fronte alla telecamera della Klayman, si intravede forse la crepa più profonda e sincera nella sua maschera di sardonica sicumera. La sua ossessione per una figura prestante ormai sfiorita riaffiora quando sfoglia sullo schermo del pc le foto della sua gioventù, ai tempi dell’università. Sono quei piccoli particolari che ricordano allo spettatore che Steve Bannon è un essere umano, sì, ma più che spingerci a simpatizzare creano un contrasto ancora più agghiacciante con gli scopi politici del suo incessante lavorio.

D’altronde Bannon, prima che stratega politico, è stato (anche) a capo di un’azienda di distribuzione cinematografica indipendente – ce lo ricorda lui stesso, parlando di “Torchbearer”, film di cui lui stesso è stato regista. E davanti allo sguardo dell’obiettivo si comporta di conseguenza. Non solo sui palchi, dove porta avanti le sue idee di “nazionalismo economico” e di una politica condotta seguendo gli stessi dettami imposti dal mondo dell’alta finanza. Anche nelle pause, nei fuori onda, nei trasbordi in auto o in jet privato, Steve Bannon assume pose esagerate, comportamenti sopra le righe, ammicca al futuro spettatore del suo documentario.

“Questo film mi farà a pezzi,” esclama più di una volta, quando si rende conto all’improvviso che la Klayman ha immortalato lui e il suo entourage mentre si fa ospitare soltanto in hotel a cinque stelle – lui che pure appoggia e promuove la retorica della politica fatta per il popolo da “uno di loro”. Ma lo fa con un’ironia e una leggerezza che fanno sospettare che si compiaccia anche di essere protagonista di un’opera tanto critica nei suoi riguardi, come se anche The Brink fosse parte del suo piano di promozione personale.

È la sensazione allarmante che coglie lo spettatore quando chiede ad Allison Klayman: “Cosa farebbe Leni Riefenstahl? Come taglierebbe questa scena?” e i riferimenti al regime nazista non finiscono qui. Il documentario si apre, in modo agghiacciante, con una considerazione ammirata di come la macchina nazista abbia prodotto, in accordo con le più importanti aziende dell’epoca (e snocciola nomi come Mercedes, Krupp, Hugo Boss) una formidabile struttura industriale di omicidio di massa con la realizzazione di Birkenau.

The Brink 3Non è solo questo l’aspetto più spaventoso di Bannon, non l’ammiccare ai partiti neofascisti, ai suprematisti bianchi, ai razzisti di ogni angolo del mondo occidentale. È la sua considerazione della politica come di un mercato finanziario, la sua conduzione di un progetto per creare una “minoranza solida” di partiti populisti che si facciano eleggere e poi smantellino lo Stato, una volta arrivati al potere, a lasciare ancora più sconcertati. The Brink è un docufilm e come tale la Klayman ha dovuto pur compiere un lavoro di taglia e cuci. E i frammenti che ha scelto di mostrare sottolineano come Steve Bannon si comporti da imprenditore del mondo dello spettacolo persino mentre fa politica.

Ci sono l’amicizia con John Thornton – ex-presidente di Goldman Sachs – o i contatti con lo sfuggente miliardario cinese Guo Wengui. E c’è il modo in cui manipola i fatti e riscrive costantemente la sua più conveniente versione della realtà a dare l’impressione che la forza di Bannon sia dovuta soprattutto a questo. L’abilità di comunicare al pubblico le verità più comode per questo movimento di “nazionalismo economico”, di costruire un personaggio che faccia parlare di sé. Soprattutto, di tirare le corde giuste per spingere le maggiori testate a parlare delle sue imprese, bypassando il problema della carenza di fondi. Bannon è abile nel giocare anche con un pubblico ostile, così come nel conoscere i punti deboli dei media, che si diverte a sfruttare come megafono dei suoi messaggi.

Ma Steve Bannon è anche un essere umano e la sua fragilità e i suoi limiti risaltano più di una volta: Allison Klayman coglie più di un’occasione per mostrare i momenti in cui le domande incalzanti di questo o quel giornalista mettono in crisi la sua parlantina e la facilità con cui snocciola i suoi slogan. Insiste, ancora di più, quando immortala la disfatta che segue alle elezioni USA di mid-term dello scorso autunno: Bannon è un uomo stanco, deluso, che sa di aver perso parte dell’appoggio – politico e finanziario – con una sconfitta che consegnerà a Trump un parlamento decisamente ostile ai suoi tentativi di riforma e, soprattutto, al suo obiettivo di costruire il famoso muro al confine col Messico. The Brink 4

La Klayman ci ha voluto mostrare l’uomo ma certamente non approva nulla di ciò che Steve Bannon ha fatto e rappresenta. “All’inizio di lui non ne sapevo abbastanza per dover cambiare qualcosa della mia opinione, però dopo un anno in sua compagnia sono ancora più critica verso di lui,” è la sua risposta, a chi gli chiede se la sua opinione è cambiata, dopo aver trascorso un anno in compagnia dell’ex-stratega di Donald Trump. Il risultato è un documentario con una sua personalità ben distinta, difficile da digerire. Non perché non sia ben confezionato, tutt’altro: tagli, musiche, cambi di scena, sovrapposizioni di parole e immagini avvengono al momento giusto, senza mai rallentare il ritmo della narrazione. Semmai è il contenuto a disturbare e irritare profondamente chi non è fan di Bannon.

The Brink è, sopra ogni cosa, uno strumento utile a chiunque voglia capire meglio non soltanto la politica americana ma anche quella europea. Alla vigilia delle elezioni europee è un documentario da non perdere, anche per non sottovalutare i movimenti sovranisti che stanno agitando la scena nazionale e internazionale. Bannon, archiviate le elezioni di mid-term, è di nuovo in Europa, sull’orlo di sempre troppi impegni ma determinato a portare fino in fondo la sua visione politica.

Ilaria Vigorito  12/04/2019

Dieci anni prima del successo internazionale di Your Name. nel 2017 Makoto Shinkai aveva realizzato 5 cm al secondo. Approdato in Italia inizialmente solo per il mercato dell’home video, arriverà ora nei cinema italiani dal 13 al 15 maggio, distribuito da Dynit e Nexo Digital. 5 cm al secondo 2

La scelta non è casuale. 5 cm al secondo non è l’opera prima del regista giapponese ma un filo rosso lo lega al lungometraggio che tanto successo gli ha portato. In entrambi i casi abbiamo una storia di distanze apparentemente incolmabili e di due anime che si rincorrono. Lì dove Your Name. era venato di suggestioni fantascientifiche – con lo scambio di corpi che solo nei minuti iniziali ricorda vagamente allo spettatore occidentale Quel pazzo venerdì5 cm al secondo è pura riflessione esistenziale sulla vita quotidiana di due ragazzi e del sentimento indefinito e indefinibile che li lega.

Diviso in tre episodi – rispettivamente “Il capitolo dei fiori di ciliegio”, “Cosmonauta” e “5 cm al secondo” – il racconto si srotola in un arco temporale di più di quindici anni, dai primi anni Novanta al 2008. I mezzi a cui i due protagonisti, Takaki Tono e Akari Shinohara, ricorrono per comunicare marcano il passaggio del tempo, dallo scambio di ingenue lettere ai lunghi messaggi digitati su cellulari a conchiglia, gonfi di parole mai spedite al destinatario. Diventati amici alle elementari, dopo il trasferimento di Akari nella classe di Takaki, i due ragazzini sono costretti a separarsi prima di cominciare la prima media.

La capacità – e l’incapacità – di coprire quella distanza di tempo e di spazio che continua a crescere è il fulcro centrale di tutta la narrazione, che lega fra loro i tre episodi, insieme a quella riflessione iniziale che dà l’avvio al lungometraggio e ne riassume tutto il senso: i cinque centimetri al secondo del titolo sono la velocità con cui i petali di ciliegio fluttuano verso terra. E gli esseri umani, come quei petali, ondeggiano lentamente fino a toccare il suolo e nel loro ondeggiare spesso finiscono per allontanarsi l’uno dall’altro.

La riflessione può sembrare semplice, persino banale, ma è il modo in cui Makoto Shinkai la elabora a lasciare il segno. La sua è una narrazione rarefatta, un racconto straziante di persone che camminano su binari paralleli senza mai riuscire a incrociarsi. Non solo la vita di Takaki ma anche quella di Kanae Sumida, protagonista quasi assoluta del secondo episodio, sono intrise di un amaro senso di impotenza, delle parole non dette, di silenzi che si innalzano come muri e separano le persone. Non sono soggetti attivi, i protagonisti di 5 cm al secondo. Esattamente come i petali di ciliegio si lasciano portare dal vento, si lasciano sospingere nell’aria, assecondando la corrente senza opporre resistenza.

5 cm al secondo 4Shinkai racconta la sua storia attraverso i vuoti, più che attraverso le azioni, fa percepire con insistenza quasi ansiogena allo spettatore il peso delle distanze, l’abbandono quasi deprimente ma autocompiaciuto alla solitudine, il lasciarsi vivere senza vivere mai in prima persona: i piedi che macinano chilometri di strada ma la testa sempre persa in un altrove fantastico, migliore perché mai vissuto, dove tutto sarebbe perfetto, se fosse reale. Ma per fortuna non lo è.

Takaki, più di tutti gli altri, resta legato a quell’altrove, dove lui e Akari sono sempre insieme, fianco a fianco, mentre gli anni gli scivolano addosso impalpabili, come acqua, come petali di ciliegio. Non è una narrazione lineare, quella di Shinkai, qui ancora più che in Your Name. e proprio come ne Il giardino delle parole. La sua storia procede come la vita, senza una trama ma con un tema portante, un’ossessione che muove i personaggi verso una meta – o li costringe a restare bloccati nel punto da cui sono partiti.

Sono le emozioni che fanno andare avanti il racconto, che dettano il ritmo allo scorrere del tempo, dilatando la percezione fino a che anche un viaggio in treno si fa insostenibilmente doloroso, tanto è il tormento interiore di chi è costretto a rimanere seduto nel suo vagone, perso in mezzo alla neve. Sono le emozioni che disegnano anche i paesaggi, coloratissimi e fiabeschi, e soprattutto condizionano l’illuminazione.

La luce – come la distanza – è un punto fisso della narrazione di Shinkai. La luce parla e racconta molto più delle parole e dei gesti e 5 cm al secondo è la rappresentazione perfetta della poetica del regista giapponese: fasci di luce possono tagliare nettamente in due lo schermo, il passaggio delle nuvole può adombrare e poi inondare di luce un personaggio, il lancio di un razzo spaziale può dividere il cielo in un mare azzurro e in un lago di ombre. Tutte immagini che ancora una volta sottolineano la distanza fra due personaggi, incolmabile persino quando condividono lo stesso spazio, per l’impossibilità di condividere sentimenti troppo intensi per essere anche solo elaborati ad alta voce. 5 cm al secondo 3

Se un difetto si vuole individuare nel secondo lungometraggio di Shinkai, va rintracciato nel finale, più che nella narrazione volutamente sconnessa – che segue una mappa sentimentale ben precisa. La cesura netta, definitiva, che accompagna la presa di coscienza finale di Takaki e Akari, rompe con il ritmo rarefatto e straniante che il racconto ha seguito fino a quel momento. Perché 5 cm al secondo segue lo svolgersi di due vite nella quotidianità, senza obiettivi da raggiungere e mostri da sconfiggere. Mettere un punto è un’azione dal sapore artificioso, che pure non può essere evitata – perché ogni film deve avere fisicamente una conclusione.

Resta un lungometraggio delicato ed estremamente godibile, pure se intriso di melanconia, anche solo per il piacere estetico che si ricava dall’osservare gli sfondi e lasciarsi guidare dalla scansione lenta delle scene. E poi c’è un finale che lascia spazio a molte interpretazioni e riflessioni. E ne lascerebbe ancora di più, se i disagi tecnici durante la proiezione in anteprima al Romics non avessero tagliato via gli ultimi venti, fondamentali secondi. Una visione consigliata non solo agli appassionati di animazione giapponese ma anche a chi vuole perdersi fra petali di ciliegio e tormentati innamoramenti.

Di Ilaria Vigorito, 05/04/2019

''Quest’uomo merita solo il più profondo disprezzo'' sentenziava Jacques Rivette dall’alto dei Cahiers du cinéma (n. 120, giugno 1961) parlando di Gillo Pontecorvo, in particolare della sua scelta di filmare il suicidio di una prigioniera di Auschwitz con un carrello molto elaborato nel film Kapò (1959). La tesi che sosteneva Rivette, in buona sostanza, era che non si può ricercare il virtuosismo di una composizione esteticamente aggraziata quando si filma un dramma come quello della morte in un campo di concentramento. Il tentativo di muovere lo spettatore a compassione in maniera forzata, quindi, degrada l’intento altrimenti nobile di voler mostrare un certo evento drammatico.Rivette fu decisamente troppo duro con Pontecorvo, ma la sua intransigenza può fornire lo spunto per una riflessione sul linguaggio cinematografico: si può, infatti, rendere glamour la morte ed il dolore? Quand’è che un regista eccede nel far leva sulla compassione dello spettatore?
Iniziamo col dire che Nadine Labaki, per il suo Cafarnao, merita grande rispetto. La regista libanese ha realizzato un film impegnato e molto complesso, scegliendo un tema spinoso cercando di far luce sulle condizioni disastrose dei minori e dei migranti in Libano. cafarnao manifestoIl film racconta la sfortunata vita del giovane Zain, figlio di una numerosa e povera famiglia di un sobborgo di Beirut. Scappato di casa, Zain viene aiutato da una profuga etiope senza documenti, Rahil, che gli affida suo figlio piccolo. Facendosi largo tra sfruttatori amorali e profughi diseredati, Zain finisce in carcere e matura la decisione di citare in giudizio i suoi genitori per un motivo singolare.
Cafarnao, però, è anche un film in cui forma e contenuto stridono, non combaciano, non vanno nella stessa direzione. Lo squallore e la miseria, passando attraverso la nitidezza e la ricercatezza di una fotografia sofisticata, spesso finiscono con il risultare sintetici, addolciti e inevitabilmente distanti. Le lenti anamorfiche di Christopher Aoun fanno quasi da filtro edulcorante ad una realtà che avrebbe potuto essere ancora più misera, più terribile, più autentica.002
Si ha in diverse occasioni la sensazione di assistere a uno spettacolo sapientemente studiato che fa del suo artificio uno strumento di commozione. Il monologo alla Tv ed il freeze-frame finale ne sono la riprova. Tutto (o quasi) si conclude per il meglio, la speranza è tenuta accesa da un sorriso e da un abbraccio che, a confronto con le immagini reali dei notiziari e dei social network, possono sembrare perfino stucchevoli.
Anche la bulimia contenutistica non aiuta il film che, se da un lato allarga il suo sguardo consolatorio a tutta una serie di tragedie umane che forse dovevano essere approfondite maggiormente, dall’altro necessiterebbe di qualche taglio di montaggio per tutte quelle sequenze che appesantiscono il film come inutili orpelli.
Nonostante ciò, Cafarnao trova una sua strada e per buona parte delle due ore il film riesce a coinvolgere, raggiungendo picchi di grande intensità drammatica grazie anche alla performance protagonista Zain Al Rafeea, profugo siriano in Libano notato dalla direttrice del casting mentre giocava in strada. Ed è anche vero che il film ha avuto una gestazione a dir poco problematica: 3 anni di scrittura hanno portato a 6 mesi di riprese e 2 anni di montaggio, lasciando i montatori a lavorare su oltre 12 ore di girato che devono aver reso il compito tutt’altro che facile.
Cafarnao è in sostanza un buon film che merita di essere visto, coscienti però che, al di là dello schermo, di miracoli se ne vedono ben pochi.


Al cinema dall’ 11 Aprile per Lucky Red, qui il trailer ufficiale.

Photo credits: Lucky Red


Marco Giovannetti
27/03/2019

Nel lungo elenco di classici appartenenti al canone Disney, Dumbo occupa un ruolo fondamentale poiché quando uscì, nel lontano 1941, la grande casa di produzione attraversava un periodo economicamente delicato, reduce dagli scarsi incassi di Fantasia e di Pinocchio, e fu proprio il suo enorme successo a invertire la rotta e a permettere all’azienda di proseguire nel suo cammino. Non sorprende dunque che, all’interno dell’ambizioso progetto di rivisitazione in live action delle proprie opere d’animazione più celebri, la Disney abbia deciso di rispolverare questo film a quasi ottant’anni di distanza: ed ecco quindi giungere nelle sale, con un carico di aspettative non indifferente, il nuovo Dumbo firmato da un regista del calibro di Tim Burton.
La vicenda originale è ben nota a tutti ma questa versione se ne discosta in maniera rilevante, complice la necessità di allungare la modesta durata – appena 63 minuti – della pellicola del 1941. Così, alla sfortunata storia del cucciolo di elefante dalle orecchie giganti, si affiancano diverse piste narrative incarnate dai numerosi personaggi umani presenti in scena: il buffo e burbero direttore del circo Max Medici (Danny DeVito), che cerca di mandare avanti la propria attività nonostante il periodo di forte crisi; l’ex cavallerizzo Holt Farrier (Colin Farrell), tornato dalla Grande Guerra con un braccio solo e alle prese con il difficile compito di fare da genitore ai suoi due giovani figli; la seducente acrobata francese Colette Marchant (Eva Green), all’apparenza altezzosa ma dotata in realtà di un cuore d’oro; e infine l'affabile imprenditore circense V.A. Vandemere (Michael Keaton), interessato a lucrare sulle straordinarie doti di Dumbo e, da metà film in poi, vero e proprio motore di una trama che si spinge ben oltre l’epilogo originale e si concentra sul tentativo di ricongiungimento tra il tenero elefantino, divenuto ormai una star nazionale, e sua madre, ridotta a triste fenomeno da baraccone nel parco divertimenti dello stesso Vandemere.Dumbo 02
Si capisce presto come questo Dumbo non voglia essere un banale remake ma cerchi di sviluppare e aggiornare i temi cardine dell’opera di riferimento: l’indubbia qualità del comparto artistico e tecnico – dalle mirabolanti scenografie ai caleidoscopici costumi di Colleen Atwood passando per l’efficace ricorso alla CGI – e il gran numero di nomi di spicco nel cast evidenziano quanto la Disney abbia creduto e investito in un simile progetto. Nonostante ciò, il film non riesce a convincere fino in fondo: se la prima metà procede piuttosto bene, introducendo i nuovi personaggi (che però restano in superficie e non vengono mai realmente approfonditi) e offrendo alcune felici invenzioni visive, la seconda parte invece si caratterizza per un generale indebolimento della scrittura – a cominciare da un antagonista che sembra agire come tale soltanto per obblighi narrativi – e conduce a un finale frettoloso e approssimativo, viziato da un politically correct di cui si sarebbe potuto fare a meno. La presenza dietro la macchina da presa di Tim Burton – un autore che ha spesso messo al centro dei propri lavori delle figure emarginate e dei solitari freaks, attraverso uno stile barocco e piacevolmente kitsch – si fa sentire qua e là ma non comporta quell’auspicabile valore aggiunto di cui il film avrebbe avuto bisogno e la sua regia risulta, salvo qualche sporadica eccezione, non particolarmente ispirata.Dumbo 03
Rivolto a un pubblico di famiglie e destinato a essere seguito da altri due imminenti remake in live action – vale a dire Aladdin e Il Re Leone, in arrivo tra maggio e agosto –, Dumbo appare come un’opera riuscita a metà, tecnicamente ineccepibile ma capace solo a tratti di sfoderare la calorosa magia del film originale e di regalare agli spettatori delle sincere emozioni: mancanze non di poco conto che gli impediscono di compiere quel salto di qualità che avrebbe altrimenti reso memorabile un’operazione di questo genere.

Francesco Biselli  28/03/2019

Sabrina Perucca, Direttore Artistico del Romics, non nasconde di essere emozionata, mentre dà il via alla conferenza che si tiene nella Sala Cinema del Palazzo delle Esposizioni. Ha molti motivi per esserlo e non solo perché dal 4 al 7 aprile, alla Nuova Fiera di Roma, prenderà il via la XXV Edizione della kermesse romana dedicata al fumetto (e non solo). Romics 2019 1

Il 2019 è un anno ricco di anniversari tutti da celebrare e il primo – e uno dei più importanti – è anche il protagonista dei poster che a breve affolleranno le strade della Capitale. Compie infatti ottant’anni Batman: il suo esordio fumettistico era avvenuto, proprio in questi giorni, sulle pagine di Detective Comics #27, il 30 marzo del 1939. Romics ha deciso di celebrare questo anniversario inserendosi nella scia delle celebrazioni ufficiali volute dalla DC Comics e partite da Austin il 15 marzo: “Long Live Batman”. L’Uomo Pipistrello sarà festeggiato non solo con tavole originali realizzate in collaborazione con C’Art Gallery ma anche da un percorso storico, che analizza l’impatto di Batman nel corso di ogni decennio dei suoi ottant’anni di vita. Questo percorso, inaugurato nel 2017 al Tiferno Comics da una mostra curata da Vincenzo Mollica e Riccardo Corbò, è stato presentato da Corbò stesso durante la conferenza e prevede anche un focus sulle incursioni di Batman in Italia.

Romics 2019 2Non solo fumetto, però. Perucca ci tiene a sottolineare ancora una volta quello che è diventato il marchio di fabbrica del Romics, ovvero l’attenzione al crossover fra i diversi media del mondo dell’intrattenimento. Nel 2019 si celebrano i cinquant’anni dallo sbarco sulla Luna, è l’anno in cui sono ambientati i futuri distopici del Blade Runner di Ridley Scott e dell’Akira di Katsuhiro Otomo e ricorrono i quarant’anni dallo “sbarco” di Mazinga sulle reti italiane. Fantascienza e fantasy promettono di essere i temi dominanti della kermesse, attraverso panel dedicati che si concentrano sul mondo del cinema e della letteratura (vedi: Draghi, astranovi e cyborg: il fantasy e la fantascienza si incontrano, in cui si confronteranno Paolo Barbieri e Victor Dogliani, e Fantasy, scienza e fantascienza: il mondo della scrittrice cult Licia Troisi, in cui l’omonima scrittrice incontrerà i suoi lettori).

Aprile è anche tempo di premiazioni, con il Gran Galà del Doppiaggio ma soprattutto con i Romics d’Oro, che attraversano anche loro diversi media e Paesi: si va dall’attesissimo Willem Defoe, attore eclettico con più di cento film all’attivo, a George Hull (concept artist, fra gli altri, di Blade Runner 2049 e Star Wars VIII), da Reki Kawahara (creatore di Sword Art Online) a Ryan Ottley, fumettista al momento impegnato sulla testata di The Amazing Spiderman, fino a tornare in Italia con il Romics d’Oro ad Alessandro Bilotta. Bilotta, presente alla conferenza e autore di Mercurio Loi per Bonelli Editore, ci tiene a sottolineare come questo premio chiuda per lui un percorso. Non solo perché arriva con la pubblicazione del sedicesimo e ultimo numero della sua fortunata serie ma perché un riconoscimento eminentemente romano va a premiare una storia tutta ambientata nella Roma papalina e dedicata alla capitale.Romics 2019 3

Non solo uno sguardo al passato e suggestioni sul futuro, però. Romics guarda anche al presente e Sabrina Perucca dedica molto spazio a illustrare tutte le iniziative messe in campo in questa edizione, in collaborazione con la pubblica amministrazione e con il mondo della scuola e dell’editoria. Torna il Concorso Nazionale I Linguaggi dell’Immaginario per la Scuola, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che coinvolge gli studenti di ogni ordine e grado. Quest’anno, con più di cinquecento elaborati inviati, gli studenti italiani sono stati spinti a usare la loro creatività per trattare il tema dell’ecologia e dell’inquinamento. Ancora forte anche il focus sugli autori emergenti, non solo con l’allestimento della Self Area e dell’Area Pro nella Comics City di Romics, ma anche con una serie di incontri in cui i principali editori di fumetto si confronteranno con il pubblico del Romics, fornendo suggerimenti e consigli agli esordienti su come presentare al meglio un proprio portfolio alle case editrici. 

La novità di quest’anno, tuttavia, è l’iniziativa Romics_Camp: realizzata con partner come l’Università di Roma La Sapienza, Saperi & Co., il Centro di ricerca e servizi Sapienza dedicato alla ricerca e all’innovazione e Nesta Italia, l’iniziativa è una vera e propria call a giovani innovatori e creativi, che vuole premiare le idee più innovative nell’ambito dei new media e dell’entertainment. Un’edizione che promette di essere interessante: sia per il pubblico di semplici appassionati, che vorranno affollare mostre e celebrazioni; sia per gli addetti ai lavori e gli esordienti, che vogliono muoversi in un mondo dell’intrattenimento composito, in cui i media si intrecciano così strettamente da meritare una narrazione completa, che accanto al fumetto e al videogioco accolga anche il cinema e la letteratura.

Di Ilaria Vigorito, 20/03/2019

Crediti per le immagini: illustrazione di Batman di Gabriele dell'Otto, courtesy of CArt Gallery - Copertina di Mercurio Loi di Manuele Fior, courtesy of Bonelli Editore

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