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Una schiera di spose, disposte su un lato della sala e rigorosamente vestite di bianco, accolgono il pubblico del teatro Marconi di Roma per la prima di "Tu non mi farai del male", spettacolo scritto da Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi e dedicato a Pippa Bacca, la giovane artista performativa tragicamente scomparsa il 31 marzo 2008.

Tra le braccia le spose stringono dei cartelli con sopra riportati una serie di valori – fratellanza, condivisione, solidarietà – che esprimono il senso di quel progetto, Spose in viaggio, intrapreso insieme a una compagna l’8 marzo 2008, giornata internazionale della donna, e mai portato a termine. La performance prevedeva un tragitto interamente in autostop da Milano a Gerusalemme attraverso undici paesi toccati dalla guerra, undici come i veli degli abiti nuziali indossati per tutto il tempo dalle due; lo scopo fondamentale del viaggio doveva essere quello di lanciare un messaggio universale di pace e fiducia nell’umanità con la scelta simbolica di affidarsi a degli sconosciuti per i vari spostamenti. Ma purtroppo, dopo essersi separata dall’amica a Istanbul con l’obiettivo di ricongiungersi poi a Beirut, Pippa fu violentata e uccisa da un uomo che le aveva dato un passaggio nei pressi della cittadina di Gebze.Pippa Bacca 02
Lo spettacolo ha inizio proprio dall’ultima stazione, in «una strada deserta dove tutto sembra surreale», e rievoca a ritroso le tappe e le ragioni profonde di questo cammino, oltre a mettere in luce gli aspetti, a volte sorprendenti e altre volte contraddittori, della straordinaria personalità di Pippa. In uno scenario quasi beckettiano, seduta ai margini di una strada su un ceppo rovesciato, la protagonista – un’intensa Caterina Gramaglia – attende il suo Godot, un’utopica conciliazione tra arte e vita che sappia redimere l’umanità. Nel corso di questa attesa entrano ed escono di scena una serie di figure sospese tra passato e presente e tra l’innato idealismo di Pippa e la cruda realtà del mondo circostante: il confronto che ne scaturisce lascia emergere al massimo grado la natura eterea e naïf della protagonista, proiettata con un candido e coraggioso ottimismo verso un altrove che trascenda la malvagità dell’uomo. Una delle componenti più efficaci della drammaturgia risulta essere proprio il contrasto della ragazza con quelle presenze che faticano a intendere il senso del suo viaggio e che cercano di riportarla coi piedi su una terra per lei sin troppo arida: presenze come la cinica e pragmatica “fata” vestita di verde o come l’unica figura maschile dell’intero spettacolo, un viaggiatore che si mostra gentile, disponibile e interessato alle sorti di Pippa ma che appare incapace di condividerne fino in fondo il destino. Tutta giocata sui flashback è poi la peculiare dialettica tra la protagonista e la sua partner, il cui rapporto ondeggia ambiguamente tra complicità affettiva e conflittualità artistica e che rispecchia in parte le sensazioni contrastanti dello spettatore di fronte alla radicalità del disegno etico ed estetico di Pippa.Pippa Bacca 03
La regia di Tiziana Sensi si mantiene in perfetto equilibrio tra l’oggettività della cronaca e le astrazioni soggettive operate dalla fantasia e dalla memoria della protagonista. In quest’ottica risulta estremamente funzionale il pregevole lavoro di mescolanza tra luci fredde e calde e, ancora di più, l’uso poetico di un separé trasparente come elemento scenico per restituire la simultaneità dei differenti piani temporali. Infine, in questa congerie di simbolismi, appare centrale il colore verde, segno cromatico ricorrente e delicata metafora della creatività della performer.
Lo spettacolo si rivela come un sincero, toccante e coinvolto omaggio all’arte e alla persona di Pippa, solo a tratti indebolito dal didascalismo di alcune battute, presenti in particolare nei dialoghi con la sopracitata figura maschile. Tali sbavature sono comunque irrilevanti dinnanzi all’efficacia con cui vengono risolti i momenti di maggior tensione drammatica: su tutti spicca il tragico epilogo dove viene scelto di non dare un volto all’assassino, trasformandolo in un’autentica allegoria del Male, e di non rappresentare in scena il martirio della protagonista, evitando così qualsiasi facile sensazionalismo.
Opera di forte impegno civile, Tu non mi farai del male può essere riassunta nel suo senso più profondo e nella sua urgenza poetica e politica con una delle frasi più emblematiche pronunciate da Pippa: «L’arte per me, per gli altri, è un modo per diventare persone migliori».

Piero Baiamonte
Francesco Biselli
Emanuele Bucci
Maria Vittoria Guaraldi

10/05/2019

Danza, spettacolo e musica dal vivo, la Sonia Nifosi Motion Dance Group porta a Roma il suo ultimo spettacolo: Furioso Orlando. Dopo il debutto a novembre in Toscana, lo spettacolo approda al Teatro Marconi dove sarà in replica il 17 marzo alle 17.00.
Un moderno coreodramma, come lo ha definito Sonia Nifosi regista ed autrice delle coreografie, in grado di spingere lo spettatore a partecipare ad un gioco dove ognuno è libero di spingere il proprio eroe interiore a vagare verso il significato della propria realtà. Lo spettacolo trae ispirazione dal capolavoro di Ludovico Ariosto e racconta la storia di un padre preoccupato per il mondo che lo circonda e per suo figlio immerso in quei libri che lo distraggono dalla realtà.
A dare forma in danza alla storia narrata le coreografie con protagonisti il primo ballerino della compagnia Davide Nardi a cui si affiancano le danzatrici soliste Vanessa Costabile, Valeria Bertoni e le artiste Susanna Gasbarra, Melissa Maccari. Nel cast anche Luigi Rosano e la partecipazione di Paolo Ricchi. Ad arricchire il tutto la partitura musicale eseguita con chitarra dal vivo da Fabio Caputo.


Per info e prenotazioni Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., Facebook https://www.facebook.com/SoniaNifosiMDG/

U.s. 

12/03/2019 

Dal 2005, quando debuttò all’Eliseo, fino ad oggi, di nuovo in scena al Teatro Marconi fino al 17 febbraio, lo spettacolo Love’s Kamikaze, scritto dal grande e compianto drammaturgo Mario Moretti, continua ad essere tragicamente attuale. Brucia ancora, infatti, il conflitto tra israeliani e palestinesi, lo stesso che incombe sulla storia d’amore dei due protagonisti. Abbiamo parlato di questo lavoro con il regista Claudio Boccaccini, classe 1953, una lunga carriera spesso dedicata ad opere che non hanno paura di confrontarsi con temi politici e sociali.

Love's Kamikaze era stato portato per la prima volta in scena ben quattordici anni fa. Come nacque all’epoca il tuo incontro con questo testo e, quindi, il progetto stesso dello spettacolo?

"Il testo è stato scritto da Mario Moretti, autore che io frequentavo molto, sia privatamente che professionalmente. Dopo l’11 settembre gli venne in mente di analizzare dal punto di vista drammaturgico la questione Israele-Palestina, e in particolare fu colpito dalla notizia del suicidio di due ragazzi, lui palestinese e lei ebrea, nella zona di Tel Aviv. Da questa notizia letta sul giornale cominciò a scrivere il testo. Io nella mia carriera ho sempre cercato, laddove possibile, di trattare temi che avessero un respiro sociale, civile, politico: insieme a Mario Moretti facemmo anche un Giordano Bruno, io per conto mio ho fatto lavori su Pasolini, porto in scena da molti anni anche uno spettacolo autobiografico, La Foto del Carabiniere, su Salvo D’Acquisto e il suo rapporto con mio padre, che fu una delle persone salvate dal suo eroismo. Trovai quindi straordinario il testo di Love’s Kamikaze, perché univa la storia di una grande passione d’amore a quella di un conflitto “eterno” tra due culture. Lo abbiamo rifatto già tre anni fa, questa è la terza edizione".

A proposito di Mario Moretti: che significato ha per te la sua opera, non solo rispetto alla tua personale esperienza artistica ma anche rispetto al teatro e alla cultura in generale?

"Mario è stato un promotore di cultura, in particolare di teatro ma non solo: era anche un bravissimo pittore, un traduttore, insomma un intellettuale come adesso sono sempre più rari da trovare. A Roma ha aperto spazi teatrali importanti: il Teatro Intrastevere e il Teatro dell’Orologio, che è stato una fucina di artisti, siamo tutti passati da lì. Come drammaturgo era specializzato nella trasposizione dalla letteratura al teatro: insieme abbiamo lavorato a molte opere teatrali tratte da testi letterari, come America, da Kafka, le Opinioni di un Clown, che feci con Pannofino, il Principe K., tratto da Dostoevskij. E poi scrisse anche molti testi originali, come questo Love’s Kamikaze. Era un artista, un “provocatore di cultura”, una persona mai sufficientemente rimpianta".

In questo spettacolo si affronta di petto la ferita ancora aperta del conflitto israeliano-palestinese. Che idea ti sei fatto di questa tragica e ancora irrisolta vicenda?

"Non è facile rispondere perché si tratta di una situazione molto complessa. Confesso che fin dalla gioventù ho sempre sposato maggiormente le ragioni dei palestinesi, mi sembrava giusto stare dalla parte di coloro che vedevo come gli oppressi. Però, negli anni, anche grazie a questo spettacolo che mi ha portato a immergermi nella questione e dunque ad approfondirla, mi sono reso conto che non si può semplicemente dare ragione agli uni e torto agli altri. C’è un problema atavico, tra gli ebrei che ritengono quella la loro terra e hanno trovato il modo di riappropriarsene, e coloro che nel frattempo l’avevano occupata. Un contrasto che perciò ha radici antiche ma che viene rinfocolato da interessi e conflitti di portata mondiale. Una situazione molto difficile da districare, insomma, con tanti paradossi: Tel Aviv ad esempio è una città che sembra Manhattan, però è anche un territorio di scontro, dove ogni tanto qualcuno si fa esplodere e subito dopo gli altri compiono rappresaglie sanguinose. È un conflitto che divide il mondo, e che dal mondo dovrebbe essere risolto".

E rispetto a quattoridici anni fa la tua impressione è che le cose siano rimaste invariate, o che siano addirittura peggiorate?

"Sono rimaste invariate e forse persino peggiorate, penso al clima creato di recente dall’Isis o dalle decisioni dell’amministrazione Trump. Quando portammo in scena lo spettacolo quattordici anni fa ritenevamo che fosse estremamente attuale. Quando lo abbiamo rifatto tre anni fa ci siamo trovati a pensare la stessa cosa, e così ancora adesso. Questo già di per sé dice tutto".

Ma il teatro, e in generale l’arte, può incidere in modo significativo sui drammi della realtà? E, se sì, in che modo?

"Mi piacerebbe molto risponderti di sì, in realtà penso di no. O per meglio dire, non credo che il teatro e l’arte in genere servano di per sé a risolvere le cose, ma servono a porre domande. Io credo appunto che questo spettacolo provochi degli interrogativi nello spettatore, ed è questa la cosa importante. Il teatro non deve dare risposte, deve porre domande, e questo spettacolo lo fa".

Questo spettacolo è certamente una grande prova anche per i due attori protagonisti, Marco Rossetti e Giulia Fiume…

"Sì, è una prova importantissima per loro, una prova molto difficile che loro superano brillantemente, infatti stanno avendo molto successo tra il pubblico che li viene a vedere. Un successo meritato, perché riescono a passare da situazioni più leggere e divertenti, a momenti di forte tensione erotica a momenti di disperazione profonda, abissale: hanno perciò la possibilità di mostrare tante sfumature diverse e sono davvero molto bravi nel farlo".

Emanuele Bucci 14-2-2019

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