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A distanza di un anno dalla prima riuscita esperienza, gli allievi del III anno del corso di regia dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, si mettono ancora una volta alla prova in un esercizio di stile all’interno del progetto seriale intitolato My Generation.
Il filo conduttore che conduce dal primo al secondo capitolo del progetto è la tematica della violenza: tre esercitazioni di drammaturgia e regia che partono da fatti di cronaca nera, dando vita a tre intensi e attuali spettacoli nei quali la forma classica della tragedia viene trasposta all’interno della società contemporanea.

Il primo spettacolo, “La luna di Fritz”, scritto e diretto da Danilo Capezzani (con l’assistenza alla drammaturgia di Alessio Moneta)., è ispirato alla storia di uno dei primi serial killer del Novecento, dalla cui analisi Doris Lessing ha tratto uno dei capisaldi della psichiatria, “Storia di un lupo mannaro”.
“Totem”, per la regia di Federico Orsetti e la drammaturgia di Matilde D’Accardi, mette in scena la storia di Edmund Kemper che negli anni ‘70 uccise sette donne, tra cui sua madre, portando le conflittualità irrisolte con la figura femminile a un livello patologico.
Nel terzo spettacolo, “Dopo di me il diluvio”, l'allieva regista Caterina Dazzi e l'allievo drammaturgo Marco Fasciana (lo scorso anno regista nel primo capitolo di My Generation) rappresentano l’omicidio di Gianni Versace, mostrando il tentativo fallimentare del suo assassino di affermare la propria immagine attraverso la violenza.

“My Generation - Capitolo 2” non è soltanto un esercizio per riprodurre in piccolo il rapporto tra regista e attore, così come sarà fuori dall’Accademia, ma è una vera e propria sperimentazione teatrale: “mettere in scena la violenza senza mostrarla, come avviene nelle tragedie”, afferma il maestro Manetti, “ponendosi dalla complessa prospettiva dell’assassino, per entrare nella testa di quello che è uno specchio del nostro tempo e del consumismo esistenziale in cui viviamo”.

Alessio Tommasoli

Quando un nome noto del teatro come quello di Emma Dante viene accostato a un classico senza tempo come "Le Baccanti", l’incontro promette scintille. E scintille sono, recapitate da un team di attori dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, in scena al Teatro India di Roma nel periodo festivo a cavallo tra il 2018 e il 2019.
Sin dal principio, la regista traccia la sua linea, tesa e vibrante come una corda di violino, tra l’inquietudine e la sacralità. Due aspetti spesso, se non sempre, contrapposti nella tragedia greca, che esplodono sotto la direzione di Emma Dante, il cui occhio stravolgente si sposa alla perfezione con l’impeto caotico già copioso in Euripide.
Coreografie tra la danza e l’inseguimento, luci intermittenti e giochi d’ombra, sono alcuni degli ingredienti che rendono l’opera, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, apprezzabile su più livelli: quello letterale o razionale (apollineo) e quello istintivo, quasi subliminale (dionisiaco). Paradossalmente le parti corali, cantate e armonizzate dagli attori, numerosi ma sempre in equilibrio sulla scena, risultano le più canoniche.49616292_218497349081115_7963060359684685824_n.jpg
Anche la scenografia, di Carmine Maringola, riflette una duplicità insidiosa, le pareti rosa sembrano imprigionare, più che proteggere, ma non sono impenetrabili. Oltre alle uscite adibite, una per lato, capita di vedere personaggi invadere la scena strisciando sotto i suoi confini, o scuoterli dall’esterno con urla e strepiti. Avvolgente, ma non sicuro, il locus di questo studio flirta con l’uterino.
Vi sono poi le innumerevoli interpretazioni, innumerevoli davvero. Come per sedimentazione, "Le Baccanti" hanno acquisito nei secoli altrettante stratificazioni. C’è il conflitto tra sacro e profano, tra erotismo e castità, tra uomini e donne. C’è il conflitto generazionale tra vecchi e nuovi regnanti, quello tra madre e figlio. C’è Pènteo che, più che ateo, sembra figlio di una religiosità infertile e invidiosa. Di contro, un Dioniso doppio, nel ruolo e nel genere sessuale, assume i tratti di un anticristo ante litteram, un pifferaio magico dedito ai piaceri irresistibili della carne: pur nella sua onnipotenza, fa delle baccanti il proprio unico e solo strumento, perché di tutti il più invincibile.
Inevitabilmente a loro, alle Baccanti, l’ultima nota di quest’analisi. Prede di un’euforia senza confini ben distinti, devono mostrare al contempo la follia di un alter ego e le spaventose profondità del proprio vero io (in vino veritas). Un ruolo potente quanto complesso sotto la guida esperta e esigente della regista, che esalta però, singolarmente e in gruppo, l’interpretazione di tutte le attrici, scandite con ritmo musicale come canne di un organo di desideri inconfessabili.

Andrea Giovalè
5/01/2019

Foto di Tommaso Le Pera

Proseguono le messinscene degli allievi registi e attori dell’Accademia Silvio d’Amico di Roma presso il Teatro dei Dioscuri al Quirinale: dopo “Nozze di Sangue” di Federico García Lorca per la regia di Danilo Capezzani è la volta di “Aspettiamo cinque anni”, pièce surrealista del drammaturgo e poeta andaluso composta tra il 1930 e il 1931, messa in scena dall’allieva regista del III anno Caterina Dazzi, a cui seguirà “Yerma” il 20 e 21 dicembre per la regia di Federico Orsetti. La scelta di mettere insieme tre studi sul drammaturgo spagnolo non è affatto scontata: le sue opere, pur molto amate nel passato, sono oggi raramente rappresentate. Gli allievi sono stati seguiti nella preparazione dal maestro Arturo Cirillo, che afferma: «Un ritorno di Lorca attraverso la riflessione, lo studio e soprattutto la messa in scena di tre dei suoi testi da parte dei giovani registi dell’Accademia mi sembra importante, e mi procura una certa curiosità».

Nella pièce portata in scena da Caterina Dazzi, il Giovane protagonista ama la Fidanzata, ma vuole sposarla dopo cinque anni, senza motivare la sua scelta. Alla fine dell’attesa, però, la trova innamorata di un giocatore di rugby, e avrà intanto trascurato l’amore di una Dattilografa. Quando si rivolgerà a lei, compreso l’errore, sarà troppo tardi. Il tema dell’attesa, del tempo, è evidente sin dal sottotitolo dell’opera, “Allegoria del tempo”, e altri dei temi fondamentali dell’opera di Lorca sono qui presenti: il ricordo, i figli – nati e non –, vere ossessioni dell’autore, rappresentati attraverso un’umanità dolente, l’idea – non troppo lontana da noi – del corpo femminile inteso come merce di scambio su cui si proiettano le frustrazioni maschili. Il testo di Lorca, assai poetico e simbolico, tanto da risultare di non facile comprensione in più momenti, ha comunque al centro il tema dell’amore, almeno idealmente accresciuto dall’attesa: «com’è bello aspettare con certezza il momento di essere amati» afferma la Dattilografa. Ma l’attesa, qui, è delusa, se è vero che l’amore del Giovane per la Fidanzata risulta non corrisposto alla fine dei 5 anni, e se lui stesso avrà modo di dirle: «Tu non significhi nulla, è il mio amore senza oggetto», ovvero la sola idea che aveva di lei, tanto che riuscirà a dirle addio senza particolari indugi o sofferenze. L’idea, poi, è addirittura ribaltata nel finale, in cui il protagonista afferma che «non si deve mai aspettare».

Ad una buona performance dei giovani attori dell’Accademia Silvio d’Amico, si aggiunge qui un’interessante messinscena pensata dalla regista, che elimina le quinte teatrali – i personaggi si cambiano d’abito in fondo al palco – e realizza una divisione verticale dello spazio su più livelli: un piano superiore ottenuto tramite una struttura in legno e uno inferiore dato dal sottopalco, che diventa nel finale spazio scenico.

Pasquale Pota 19-12-2018

Un sogno nella notte di mezzestate, in scena dal 15 al 22 di novembre al Teatro Studio “Eleonora Duse” di Roma, è un’opera grande, in due sensi. Innanzitutto, letteralmente: non taglia, non accorcia, non comprime, mantiene i tempi e la struttura del capostipite, il testo shakespeariano non a caso tra i più rappresentati dell’autore. E poi nel senso figurato: nei suoi oltre 120 minuti di spettacolo supera ripetutamente le aspettative di uno spettacolo ambizioso, fedele e al contempo declinato nell’attualità, producendo una pozione, un farmaco dagli effetti allucinogeni, sì, ma anche benefici.
Quando si avvicina a una messa in scena di William Shakespeare, i sentimenti del pubblico sono dei più disparati: dalla speranza di assistere a qualcosa di nuovo, allo scetticismo e al timore che, nel disperato tentativo di ricerca, lo spirito originario si sia disperso del tutto. Per questo il percorso di Tommaso Capodanno, regista diplomando, con questo saggio, dell’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, è pregevole. Il testo, curato nella traduzione (coraggiosa) curata dallo stesso Capodanno insieme a Matilde D’Accardi, è abbondante ma, grazie a una dieta registica minimale attentissima ai dettagli, risalta leggero. Nei versi corre una musicalità sotterranea, nascosta in bella vista: frequenti le parole in rima, quasi mai accentate dal parlato, molto più vicino alla spontaneità che a qualsiasi metrica. Si ha quindi una percezione vaga, ma consistente, della poesia, che ben si addice tanto a un autore sacro quanto alla sua opera dissacrante.
La regia, che non invade gesti e parole, si manifesta visionaria nella capacità di riempire una scena spoglia di personaggi solidi, sfaccettati nella loro schiettezza, con pochi ma significativi costumi (a cura di Graziella Pepe e Alessia Gentile) e tanto simbolismo. Togliersi le scarpe col tacco equivale all’abbandono della civiltà ateniese, verso la follia senza legge né morale del bosco. Le maschere sono tali dentro il palco, ancor prima che fuori. L’imbroglio, lo scambio di ruoli e generi sessuali è reale, non reso necessario dall’avvicendarsi dei tanti attori (14) ma da scelte che approfondiscono l’interpretazione della trama. Il principio metateatrale, sprezzante e autoironico nel finale di Piramo e Tisbe, è applicato a tutto lo spettacolo, per giunta su più strati. Assistiamo perciò a scene stranianti dal fortissimo potenziale immaginifico: rave orgiastici nel bosco, danze d’accoppiamento, riti scambisti e, infine, l’alba del risveglio, dello svelamento e del rivestirsi, senza che niente risulti di troppo.
Domata quindi la bestia della rilettura di un classico, il regista capitalizza il tutto con la performance maiuscola dei suoi interpreti, tutti puntuali alla sillaba, nonostante il peso del “sogno” ricada anche sulle loro spalle. Lacrime, risate, paure e desideri sono evocati con stratagemmi estremamente esigenti, come le metamorfosi del “Chiappo” di Domenico Luca o il Puck “gemellare” di Aaron Tewelde e Nicoletta Cefaly, dall’inquietante e incredibile recitazione all’unisono. Da menzionare anche le luci di Camilla Piccioni, capaci di scolpire dal buio atmosfere deliranti o da brivido, secondo necessità.
Un sogno nella notte di mezzestate” si rivela quindi una ricetta complessa, stratificata, audace e di grande responsabilità, che riesce a saziare anche il palato più esigente con la ricchezza del suo gusto, cui convergono i suoi tanti e tali ingredienti. Non era facile immaginare uno Shakespeare così, e ora non è facile dimenticarlo.

Andrea Giovalè
16/11/2018

Dal prossimo giovedì 15 novembre in scena al Teatro Studio "Eleonora Duse" di Roma una tra le opere più conosciute, di successo e sfaccettate di William Shakespeare: per la regia dell’allievo regista Tommaso Capodanno, diplomando all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, “Un sogno nella notte di mezzestate” resterà in scena fino al successivo 22 novembre.
Proprio per le sue molte sfaccettature, il celebre “Sogno” è stato riletto e reinterpretato innumerevoli volte da altrettanti autori e attori protagonisti del teatro. Ciononostante, ancora oggi non fatica a donare punti di vista attuali e, più che moderni, contemporanei. Nelle parole del regista, “Lo spettacolo diventa un urlo contro le imposizioni e le finte regole, contro il potere maschile e maschilista. Shakespeare è un profondo conoscitore dell’animo umano e, anche a distanza di secoli, questa sua favola può essere una perfetta riproduzione della nostra modernità e di attuali necessità”.
Lo spettacolo, d’altronde, non è ricco soltanto di significati, ma anche di voci. Ben 14 saranno i giovani attori dell’Accademia a prendere parte al gioco di ruoli, tranelli, menzogne, desideri, incantesimi, scherzetti e verità: Matteo Berardinelli, Maria Chiara Bisceglia, Nicoletta Cefaly, Simone Chiacchiararelli, Carolina Ellero, Marco Fasciana, Lorenzo Guadalupi, Domenico Luca, Marco Valerio Montesano, Tommaso Paolucci, Francesco Vittorio Pellegrino, Francesco Pietrella, Rebecca Sisti, Aron Tewelde.
Tutti protagonisti, pochi costumi, tante maschere e nessuna scena, questi gli indizi di una regia che intende esaltare la spettacolarità, nel vero senso della parola, del testo shakespeariano. Questo l’obiettivo del saggio di diploma di Tommaso Capodanno (occupatosi anche della traduzione dall’originale, insieme a Matilde D’Accardi), accoglierci in un bosco magico che ha il sapore di rave party, parlare diversi linguaggi scenici e oltrepassare i confini stessi del teatro. Ancora nelle sue parole: “Tra sessualità e delirio onirico, come in una favola orgiastica, “Un sogno nella notte di Mezzestate” è un inno alla libertà, alla femminilità. Un inno alla vita.
Appuntamento al Teatro Studio “Eleonora Duse” di Roma, in Via Vittoria 6, tutti i giorni dal 15 al 22 novembre, sempre alle ore 20 tranne la domenica, alle ore 18. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria, al numero 334 1835543.

Andrea Giovalè
12/11/2018

Si è conclusa il 03 luglio pomeriggio la sesta edizione del concorso European Young Theatre, manifestazione di cinque giorni organizzata ogni anno dall’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico (ANAD) in occasione del Festival di Spoleto. Giovani attori e registi delle più importanti scuole di teatro europee e internazionali si sono dati appuntamento al Teatrino delle Sei Luca Ronconi per proporre i loro studi e le loro performance, incontrandosi e confrontandosi in una Groups Competition.
I vincitori sono stati premiati dal Direttore dell’Accademia, Daniela Bortignoni, e dalla giuria di qualità composta da Monica Vannucchi, vicedirettore e docente di Danza e Analisi del testo coreografico presso la ANAD, e Andrea Giuliano, attore, ex allievo ANAD, insegnante di recitazione e vocal coach.553689204072018153015

Menzione Speciale per la creatività e l’espressività a “Controller and Driver” di Kang Choongman e Yi Seoa del Seoul Institute of Art (Corea del Sud), premiati per l’uso del corpo e del movimento come mezzi di comunicazione per superare le barriere linguistiche.
Al secondo posto, “Silenzio” di Francesco Vittorio Pellegrino (ANAD, Italia), la cui direzione degli attori e il lavoro sul testo adattato di Harold Pinter ha convinto positivamente la giuria.
Primi classificati, a pari merito, sono risultati: lo spettacolo della Janáček Academy of Music and Performing Arts in Brno (Repubblica Ceca) “Igloo”, scritto e diretto da Jirí Liška, e quello della Lithuanian Music and Theatre Academy (Lituania) “I dreamt that somebody call me darling” di Eglė Švedkausaite. I ragazzi di Brno hanno colpito per la creatività del testo, l’eleganza della messa in scena e la bravura nella recitazione, mentre gli studenti lituani, tra i più applauditi, sono stati premiati per il sapiente lavoro di regia, l’originalità della scrittura drammaturgica, l’attenzione al lavoro sugli attori e l’intensità della resa finale del proprio spettacolo.
Ad aggiudicarsi il Premio Speciale SIAE è stato, invece, “Segugi” di Danilo Capezzani (ANAD, Italia), per l’abile costruzione drammaturgica e l’intelligente risultato registico.

553689204072018152929Alla competizione hanno partecipato anche studenti provenienti dagli Stati Uniti e dalla Russia. Il pensiero che il Direttore e la Giuria hanno rivolto a tutti, al termine della premiazione, oltre all’augurio per un luminoso e soddisfacente avvenire in campo artistico, è che possano nascere in futuro anche collaborazioni ed amicizie da questo tipo di esperienza. Gli abbracci e i sorrisi che i ragazzi si sono scambiati vicendevolmente, una volta usciti dal teatro, fanno ben sperare in tal senso.

Chiara Ragosta, 04/07/2018

ROMA - “Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subito, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi, Signori, davanti ad una donna”. Lo scrive William Shakespeare. Lo stesso che vergò con l'inchiostro “Chi dice donna dice danno”, ma questo è un altro discorso. Nessuna quota rosa da invocare. Qui parliamo di donne già emerse nell'ambito teatrale, attrici under 35 da segnalare, supportare.2reitherAntoniaTruppo
Il “Premio Virginia Reiter”, alla dodicesima edizione, nel ventunesimo anno (la prima fu nel '95; in principio era biennale), tra Modena e Roma, è dedicato alla memoria dell’attrice emiliana che ad inizio Novecento fu la prima a “fare ditta” in un mondo prettamente maschile come quello del palcoscenico. Contemporanea della Duse, fece tournée mondiali, ed era apprezzata per la voce. Il premio vuole valorizzare una giovane attrice italiana, un'attrice in ambito europeo, e un premio alla carriera. Il tutto declinato al femminile: “Essere donna è un compito terribilmente difficile, visto che consiste principalmente nell’avere a che fare con uomini” (Joseph Conrad).
Il "Premio come miglior attrice europea" è andato ad Antonia Truppo che evidentemente fa diventare oro tutto quello che tocca; dopo l'Ubu come attrice non protagonista con “Serata a Colono” con Carlo Cecchi, Premio “Maschera d'oro” come attrice emergente per “La dodicesima notte” sempre di Cecchi, e, dulcis in fundo, “David di Donatello” per “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il “Premio alla carriera” invece è andato a Paola Mannoni, attrice e doppiatrice dalla voce inconfondibile: “Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai” (Oriana Fallaci).
Le tre finaliste del Premio che sarà assegnato il 27 ottobre al Teatro Argentina di Roma (la giuria è composta dal presidente Sergio Zavoli, e da Gianfranco Capitta, “Il Manifesto”, Ennio Chiodi, Rai, Rodolfo Di Giammarco, “La Repubblica”, e Maria 3AnahiTraversiGrazia Gregori, “L'Unità”, mentre la direzione artistica è affidata a Laura Marinoni, la finale è al Teatro Argentina) sono Eugenia Costantini, Sara Putignano e Anahì Traversi. Un premio che negli anni ha visto trionfare da Manuela Mandracchia a Debora Zuin, da Maria Pilar Perez Aspa a Francesca Ciocchetti, da Anna Della Rosa a Caterina Simonelli, da Licia Lanera a Silvia Calderoni. Donne di sostanza e spessore, fuori e dentro la scena: “Sulla scena facevo tutto quello che faceva Fred Astaire, e per di più lo facevo all’indietro e sui tacchi alti”. (Ginger Rogers)
Tre attrici con tre percorsi, curriculum, background e scelte professionali molto differenti: Eugenia Costantini è figlia d'arte, di Laura Morante, e ha alle spalle corsi di teatro internazionali, in Francia sul metodo Lecoq e a New York, esperienze con Carlo Cecchi, su Shakespeare in versi, e nella serie “Boris”; Sara Putignano invece arriva dall'Accademia d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" di Roma, passando per Nekrosius e Luca Ronconi, Paravidino, Cesare Lievi e Carmelo Rifici; infine Anahì Traversi proviene dalla scuola del Piccolo di Milano, dai laboratori diretti da Federico Tiezzi con una carriera divisa tra Italia e Svizzera: “Qualsiasi cosa facciano le donne devono farla due volte meglio degli uomini per essere apprezzate la metà. Per fortuna non è difficile” (Charlotte Witton, politico canadese).
Alla prima classificata andrà un gioiello disegnato da Daniela Izzi mentre il manifesto della rassegna è stato ideato da Andrea Marchi: gemma e locandina hanno un qualcosa che ricorda l'art4reitherPutignanoSara decò, immersi in figure geometriche spigolose gialle e nere e un tocco orientaleggiante. “In Italia abbiamo formidabili attrici ma pochissimi ruoli disponibili; – chiosa Caterina d'Amico, preside del Centro Sperimentale di Cinematografia – gli aspiranti attori sono numericamente più donne e, dal punto di vista qualitativo, le donne sono certamente e oggettivamente più brave. Questo premio deve servire per dire ai drammaturghi di oggi di dare più spazio alle attrici che sono tante, ma soprattutto sono bravissime”. In fondo rimaniamo sempre d'accordo con Oscar Wilde che diceva: “Date alle donne occasioni adeguate ed esse saranno capaci di tutto”.

Tommaso Chimenti 26/10/2016

Nelle foto, dall'alto: Eugenia Costantini, Antonia Truppo, Anahì Traversi, Sara Putignano

Il Premio è stato vinto da Sara Putignano.

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