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In occasione dell’anteprima romana di “Senza Distanza” (qui la recensione), lungometraggio indipendente proiettato il 7 e l’8 giugno al Cinema Farnese, Recensito ha incontrato e intervistato il regista Andrea Di Iorio, noto per il corto “Come andrà a finire” del 2011 vincitore del Premio del pubblico al Festival L’Airone del 2012, e uno dei protagonisti, l’attore Marco Cassini (regista e interprete del film “La notte non fa più paura” del 2015 e visto in televisione in “Don Matteo” e nella produzione internazionale “I Borgia”).

Andrea, com’è nata l’idea per la sceneggiatura?
A.D.I: “In realtà si tratta dell’unione di due idee: una un po’ più vecchia, di tanti anni fa e una più recente. La più recente è quella legata al concetto di fuso orario. Tornando da un viaggio all’estero, ho sentito il bisogno di esprimere il desiderio delle persone di fuggire dalla propria realtà, non sempre soddisfacente, e quindi di parlare anche dell’illusione che ci può dare la fuga verso un’altra dimensione, che non è detto sia sempre appagante. Questa era la metafora che m’interessava. Dopodiché, il tema pregnante era del matriarcato, che spiega molti comportamenti e sentimenti comuni a tutte le civiltà; è stato come tornare un po’ indietro nel tempo e capire perché noi interpretiamo le cose in un certo modo”.

Avete mai avuto relazioni a distanza? C’è qualche dato autobiografico dietro questi temi?
A.D.I: “Sicuramente. Ho saggiato quello che si prova in queste relazioni potenzialmente a distanza, non a livello sentimentale, ma nel senso di rapporti molto chiusi. Il titolo stesso del film allude all’idea di una coppia in cui non c’è uno spazio personale”.
M.C.: “Sì, ho avuto relazioni a distanza. E mi sono ritrovato tantissimo in questo film. Ho avuto relazioni stupende anche molto, emotivamente parlando, coinvolgenti”.

Andrea, ha studiato antropologia o la Sua è semplicemente una passione?
A.D.I.: “Ho studiato Lettere all’Università La Sapienza di Roma. E poi sì, l’antropologia è nata come passione. Per me è fondamentale esplorare e affrontare i temi di oggi analizzando il passato, l’umanità nel tempo e nello spazio”.

Marco, qual è l’aspetto del Suo personaggio, Enzo, in cui si riflette di più?
M.C.: “In quasi tutte le sue debolezze. Perché è banalmente e profondamente uno qualunque Enzo. Un ragazzo che vorrebbe fare l’attore, ha i suoi desideri però ha una paura matta di perdere la donna (Mina, interpretata da Lucrezia Guidone, ndr) con cui sta”.

Andrea, Lei a quale personaggio è più legato invece?
A.D.I.: “Non saprei davvero. In realtà, è come se fossi presente un po’ in tutti quanti”.

Nel film c’è un’idea di coppia abbastanza enigmatica: i protagonisti, in questo luogo simbolico che è il bed and breakfast in cui soggiornano, devono vivere senza telefono e contatti col mondo esterno. Andrea, Lei come si rapporta con la tecnologia, quanto è importante il mondo dei social?
A.D.I.: “Avete anticipato quello che sarà il tema del prossimo film: già in “Senza Distanza” vi è un preludio di questo isolamento forzato, in cui la tecnologia è assente e le coppie possono incontrarsi e scontrarsi. Tra l’altro l’elemento dei social, in generale nei film, esteticamente è molto brutto da vedere: è molto meglio assistere al rapporto tra le persone”. primo piano

Tutti i personaggi sono un po’ “sospesi”, come se fossero in una sorta di limbo tra le loro paure e il futuro. Essendo un film anche un po’ intimista, con tanti primi piani e piccoli monologhi, quanto c’è del lavoro dell’attore e quanto invece è stato importante il regista?
M.C.: “Siamo stati molto liberi, come attori, di poterci esprimere senza impedimenti. Avevamo una sceneggiatura, ma Andrea era talmente convinto di ciò che aveva scritto, che ci dava la possibilità, quando possibile, di aprire il rubinetto e di lasciar fluire ciò che sentivamo e, quindi, di metterlo in pratica. E ci sono diverse scene del film in cui, grazie all’aiuto del regista, siamo riusciti a trovare delle corde assolutamente uniche, totalmente improvvisate, ma che affondavano le radici su quella che era la sceneggiatura. È venuto fuori un lavoro che è unico nel suo genere”.
A.D.I.: “A me piace molto il cinema di sceneggiatura, basato sulle storie e sui personaggi. Purtroppo è un cinema che si sta creando sempre di meno, quello del dialogo. Per me la regia deve essere un supporto alla narrazione e non un suo intralcio, per questo ho adottato uno stile con camera fissa, scambi di inquadrature abbastanza lenti, tutti elementi di uno stile registico che non si adotta quasi più”.

Immaginiamo sia stata importante anche la sintonia del cast artistico…
M.C.: “Decisamente sì. Poi parliamo di aver lavorato con interpreti del calibro di Giovanni Ansaldo, Lucrezia Guidone, Elena Arvigo. Insomma, era un cast di assoluto rispetto”.
A.D.I.: “Mi avevano impressionato positivamente i loro lavori precedenti; la bravura degli attori era fondamentale, soprattutto per un progetto come questo, girato in otto giorni”

Molti di questi attori hanno una formazione soprattutto teatrale e la sceneggiatura sembra anche prestarsi in tal senso. Quanto ha influito il teatro, in questo film?
A.D.I.: “Più che il teatro, si tratta di un’impostazione teatrale di un certo tipo di cinema. Il cinema, in questo senso, ha indubbiamente qualcosa di teatrale; non per nulla amo molto i film di Roman Polanski, con quel tipo d’impostazione”.

Marco, sappiamo che Lei è anche regista. Come vede il futuro del cinema indipendente in Italia?
M.C.: “A parte questo film di Andrea (che è stato selezionato alla VIII edizione del New York City Independent Film Festival 2016, ricevendo vari premi anche in altre manifestazioni nazionali e internazionali, ndr), posso portare come esempio il mio film, “La notte non fa più paura” (del 2015, ndr), che ha preso una menzione speciale ai Nastri d’Argento 2017, è stato venduto a Sky e due settimane fa l’abbiamo venduto in Cina e ha fatto il giro del mondo.
Abbiamo prodotto un altro film che si chiama “La porta sul buio” (tratto dall’omonimo libro di Cassini, ndr) e poi “Oltre la bufera” (dedicato a Don Giovanni Minzoni, ndr): sono tutti film sotto la soglia dei 100.000 € e stanno girando sul mercato. Quindi, secondo me, probabilmente il pubblico vuole un qualche tipo di sperimentazione. Recentemente hanno riportato al cinema le versioni restaurate di “Ultimo tango a Parigi” (di Bernardo Bertolucci, 1972, ndr) e “2001: Odissea nello spazio” (di Stanley Kubrick, 1968, ndr). In quest’ultimo, ci sono 18 minuti di nulla con luci ad intermittenza ed è il più grande film della storia del cinema, a parer mio: per quale motivo dobbiamo smettere noi, oggi, di sperimentare? Continueremo a sperimentare perché siamo giovani, perché ci crediamo e veniamo da un cinema che è quello di “2001: Odissea nello spazio”. Io la vedo così. Poi se sbattiamo la testa, la prendiamo sul muso noi. Ma se le cose andranno bene, come penso che andranno effettivamente, sarà solo di guadagnato per tutti”.

indexCosa ne pensate della visione delle relazioni amorose che ha il personaggio di Gaia (interpretato da Elena Arvigo) nel film?
M.C.: “Ci penso tutti i giorni e tutte le notti. Ed è difficile darsi una risposta. Perché non si può non ammettere che Gaia non dica qualcosa di quanto meno interessante. Poi, però, i personaggi si scontrano con la loro cultura di sempre, con il fatto che comunque ci si innamora di una persona e si provi gelosia magari nei suoi confronti. Non è facile, io continuo a pensarci alla visione di Gaia. Devo ringraziare Andrea per avermi fatto fare questo film. Si affrontano temi non da poco”.
A.D.I.: “Lei dice cose che tutti vorrebbero dire, ma la realtà va sempre considerata, non possiamo escludere dei presupposti culturali. Anche se lei è un personaggio che non vuole imporre la sua visione delle cose”.

Dato che la tendenza della generazione dei neo-trentenni è sempre più quella di migrare e stabilirsi lontano dal luogo di origine per cercare fortuna e lavoro, lasciandosi alle spalle spesso affetti e legami, l’amore continuerà ad esistere “senza distanza” o no?
M.C.: “Per me l’amore è qui ed ora. L’amore siamo noi che stiamo parlando di cinema, o noi che ci sediamo e guardiamo, respiriamo…”

E l’amore che poi porta a formare una famiglia?
M.C.: “Secondo me c’è ancora quel tipo di amore. Io ho avuto relazioni assolutamente monogame, quindi non so come potrebbe essere avere una relazione differente, come quella di Gaia ad esempio. Sbaglio?”

Andrea, può anticipare qualcosa circa il Suo prossimo film?
A.D.I.: “Posso dire che riguarderà sempre la distanza tra le persone, ma da un punto di vista diverso: l’idea parte da quanto le persone rinuncino a stare tra loro a causa delle barriere tecnologiche”.

Alessandra Pratesi, Chiara Ragosta, Alfonso Romeo, 09/06/2018

Il passato 5 giugno Altrove Teatro Studio ha presentato, a Roma, la Stagione 2018-2019, la prima del giovane teatro (esclusa la pre-stagione partita il febbraio scorso), con un calendario ricco di spettacoli di prosa e lettura musicale, con nomi di spicco quali Stefano Benni e il Premio Ubu Andrea Sorrentino. Recensito ha avuto il piacere e l’onore di fare una chiacchierata con Ottavia Bianchi e Giorgio Latini, direttori artistici, e alcuni degli attori e registi che contribuiranno all’offerta della stagione ventura.

Per prima cosa, non potevamo che chiedere ai due giovani direttori il perché della loro scelta, oggi ardua e coraggiosa, di aprire uno spazio proprio?

“Adoro il momento delle prove” risponde Ottavia, “la costruzione, la ricerca e l’interazione. Quindi, il desiderio di avere una casa che fosse veramente un posto dove creare questo tipo di sinergie è sempre stato un sogno nel cassetto. Senza l’incontro con Giorgio, però, non sarebbe mai stato possibile.” Poi, aggiunge Giorgio: “Al di fuori di inutili rivalità e conflitti, che ci indeboliscono tutti, ci piace essere padroni del nostro destino. Nel collaborare, cerchiamo di essere direttori artistici più comprensivi e attenti possibile ai bisogni di attori e compagnie.”

A questo punto, eravamo curiosi di sapere dal team di attori e registi che sensazioni si provassero nell’approcciare questa nuova realtà.

Risponde Massimiliano Vado: “Questo è un momento di trasformazione, è giusto che nascano proposte di questo genere, che non riflettano solo il teatro di tradizione ma sviluppino nuove direzioni. Si può sperimentare qui, investire in nuovi progetti, e sono iniziative da supportare e incoraggiare. A tal proposito, interviene anche Riccardo Barbera: “Ritrovo qui una sensazione provata da ragazzo: la ricerca curiosa del genio e della sperimentazione, in giro per la città. Sotto la guida di giovani direttori artistici, con un gran gusto per il significato e la caratterizzazione, si ricrea quel clima laboratoriale, da cui da un giorno all’altro può nascere il capolavoro.” E Giulia Nervi: “Altrove Teatro Studio ha una visione, una progettualità coerente, e ridà agli spettacoli una dimensione popolare del teatro, stimolando l’interesse delle persone del quartiere e oltre.”

Quindi, il concepimento e la nascita dell’Altrove sono in continuità con l’essere attori e spettatori, prima ancora che direttori artistici?ALTROve1

“Da direttore artistico, da attore o da pubblico” risponde Giorgio Latini, “lo spirito che ci contraddistingue è sempre lo stesso: credere nelle cose. Per questo ringraziamo tutti quelli che credono in noi per questa prima stagione, che lo fanno dalla pre-stagione, che credono nella nostra Accademia d’Arte Scenica, compresi gli allievi che hanno creduto in noi come pedagoghi e insegnanti.”

“Questo vuole essere un teatro di cultura popolare,” aggiunge Ottavia Bianchi, “fondato su storie e personaggi appassionanti, interpretati da attori capaci, con un’idea universale. È un teatro trasversale, che arriva a tutti."

E come si comunica tutto questo, oggi?

“Purtroppo, io e Giorgio siamo più bravi con le relazioni uno a uno!” ammette Ottavia, ma specifica: “Siamo presenti sui social, ci avvaliamo di esperti e cerchiamo di apprendere noi stessi in fretta, perché saper comunicare al meglio le proprie potenzialità, con consapevolezza e puntualità, è fondamentale. Ma facciamo anche molto lavoro sul territorio, e già l’anno scorso abbiamo avuto un ottimo riscontro, prova di come il teatro offra qualcosa di unico, insostituibile da TV e altri medium.” Conclude Giorgio Latini: “Ci interessa farci conoscere come persone, umane, concrete e appassionate. Per questo ci piace incontrare il quartiere e la città”.

Andrea Giovalè
6/6/2018

Qui l'articolo di Giorgia Groccia sulla nuova stagione dell'Altrove Teatro Studio

Al Cinema Eden di Roma, si è tenuta in mattinata la conferenza stampa della ventiduesima edizione della rassegna Le vie del cinema da Cannes a Roma e in Regione, che anche quest’anno, dal 6 al 10 giugno, porta il cinema della kermesse francese nella Capitale italiana e in alcuni comuni del Lazio. Erano presenti il Direttore Artistico della rassegna Georgette Ranucci, il Presidente della Regione Lazio Albino Ruberti, la Vice Presidente della Fondazione Cinema per Roma Laura Delli Colli e la Presidente di ANEC Lazio Piera Bernaschi.

Tra i titoli in programmazione nei cinema Eden e Giulio Cesare saranno presenti quasi tutti i premiati della 71esima edizione del Festival di Cannes, compresi il vincitore della Palma d’oro Manbiki kazoku (Shoplifters - Un affare di famiglia) del giapponese Hirokazu Kore’eda e il vincitore della Miglior regia Zimna wojna (Cold War) del polacco Pawel Pawlikowski. Tra i titoli in concorso anche il film che ha aperto lo scorso festival di Cannes, l’atteso Todos lo saben (Everybody Knows) di Asghar Farhadi. I nostrani Dogman e Lazzaro felice - rispettivamente vincitori del Premio al miglior attore e alla Miglior sceneggiatura - non sono inclusi perché già usciti nelle sale italiane, mentre troveremo invece l’ex aequo alla Miglior sceneggiatura Se rokh (3 Faces / 3 visages) di Jafar Panahi. Assieme ai film del concorso anche alcuni titoli della Quinzaine, tra cui il vincitore del premio al Migliore documentario Samouni Road di Stefano Savona. Alcuni film della Quinzaine saranno proiettati anche alla Multisala Oxer di Latina e al Cinema Palma di Trevignano. Cannes Roma 2

“Un programma ridotto rispetto alle scorse edizioni anche se abbiamo quasi tutti i premiati”. Così ha detto Georgette Ranucci, che con quest’anno afferma di voler lasciare l’incarico di Direttore Artistico: “questo sarà il mio ultimo anno perché al di là dei contributi è diventato molto difficile lavorare. Credo comunque che, in un periodo in cui il cinema è un po’ fiacco e già iniziano le deportazioni estive, questa rassegna farà bene al cinema. Le sale saranno piene”.
Laura Delli Colli ha preso la parola sollecitando Ranucci a rimanere, per poi esprimere la propria soddisfazione verso un’edizione di Cannes che non ha mancato di suscitare polemiche per la selezione molto politica e poco popolare dei titoli: “Questa giuria, con questi premi, è comunque riuscita a riscattare una rassegna partita male, accendendo la luce su film che Cannes ci ha permesso di scoprire, dando spazio alla qualità dei contenuti”.

La rassegna Le vie del cinema da Cannes a Roma e in Regione è organizzata da ANEC Lazio insieme a Fondazione Cinema per Roma e realizzata in collaborazione con SIAE, con il contributo della Regione Lazio e la promozione dell’Assessorato alla Crescita Culturale di Roma Capitale.

Riccardo Bellini 05/06/2018

Cinema, musica, spettacoli all’aperto e percorsi urbani, ma anche laboratori, arte e visite guidate: questo e molto altro prevede la nuova edizione di “Estate romana”, al via il 1° giugno con quattro mesi di eventi e oltre 120 manifestazioni in tutto il territorio della capitale, dal I al XV municipio. Dopo il successo dell’estate 2017, la stagione continua a crescere e rilancia grandi eventi e concerti internazionali così come piccoli e medi operatori culturali radicati nei territori. La manifestazione si propone infatti di riscoprire tutti i quartieri con le diverse, fortissime identità culturali: da Monti a Tor di Quinto, da Piramide a Monteverde, passando dall’Isola Tiberina a Villa Pamphilj, da Balduina a Testaccio e Trastevere, valorizzando le molteplici anime racchiuse nella capitale.

Estate romana intende altresì rappresentare e raccontare una città che cambia e si evolve, con tutti i fenomeni sociali e culturali che spesso solo l’arte è in grado di intercettare e raccontare. E così anche il sito dell’evento (www.estateromana.comune.roma.it) è stato sottoposto ad un completo rinnovamento, ed offre quest’anno una navigazione più immediata e adattabile a tutti i devices. Le attività saranno pubblicizzate poi attraverso gli account social Facebook, Twitter e Instagram. Promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale, Estate romana è realizzata in collaborazione con SIAE (Società italiana degli Autori e degli Editori), mentre le attività di comunicazione sono realizzate con il supporto di Zètema Progetto Cultura.

estate romana 2Tra i principali eventi, gli appuntamenti itineranti delle Visite guidate teatralizzate – alla scoperta delle meraviglie di Roma partendo dalle principali piazze della città – e Librotrekking urbani nei parchi di Roma, ovvero passeggiate a contatto con la natura con l’accompagnamento di poesie e brani di romanzi letti ad alta voce. Protagonista, poi, la MUSICA: dal 1° giugno all’8 settembre Village Celimontana, vero e proprio jazz club del colle Celio, vedrà l’esibizione dal vivo di grandi musicisti italiani e internazionali e accesso gratuito dal martedì alla domenica; Villa Ada – Roma incontra il mondo, proporrà invece 50 live dal 14 giugno al 10 agosto con accesso gratuito. Ancora per la sezione Musica, in scena quattro serate (18 e 26 giugno, 2 e 9 luglio) con Opera Camion il “carro di Tespi 2.0” del Teatro dell’Opera di Roma, che metterà in scena il Rigoletto di Giuseppe Verdi in piazza a Ponte di Nona, Laurentina, Corviale e Labaro. Per la sezione CINEMA, invece, dal 6 al 10 giugno si parte con la 22° edizione de Le vie del Cinema da Cannes a Roma e in Regione: i migliori film visti a maggio sulla Croisette approdano in alcuni cinema della capitale (Cinema Eden, Cinema Giulio Cesare), a Trevignano (Cinema Palma) e a Latina (Cinema Oxer) nella versione originale con sottotitoli in italiano. Dal 13 giugno, invece, prende il via L’isola del Cinema presenta l’Isola di Roma: l’Isola Tiberina ospiterà fino al 2 settembre la XXIV edizione di una manifestazione ricca di rassegne cinematografiche, eventi culturali, mostre e musica. Il 26 giugno, infine, l’inaugurazione del Teatro all’aperto Ettore Scola, l’arena estiva gratuita della Casa del Cinema che accompagnerà l’estate dei romani fino al 9 settembre con le 6 rassegne, i 4 festival, i 3 eventi speciali della manifestazione Caleidoscopio.

Estate romana 3Ancora in programma, nel corso dell’estate, ESPERIMENTI, percorsi di comunicazione tra forme artistiche differenti e INCROCI ARTISTICI, percorso inaugurato dal Festival Dominio Pubblico che offrirà oltre 50 eventi culturali tra cui 13 spettacoli teatrali, 5 eventi musicali live, 4 spettacoli di danza, esposizioni di arte visiva, workshop, reading e meeting. Musica, danza, teatro, circo, arti visive, si intrecceranno invece nel corso dei tre giorni della Festa per la Cultura (15-17 giugno) in programma nel parco della Scuola Principe di Piemonte e al Mausoleo Ossario Garibaldino. Infine, si segnala la terza edizione di Ostia Antica Festival. Il Mito e il Sogno dal 15 giugno all’8 settembre nel Parco Archeologico di Ostia Antica, che presenterà grandi spettacoli di musica, teatro e danza fra tradizione e innovazione; Letture d’estate con oltre 850 eventi tra incontri, letture, musica, giochi, perfomance e proiezioni, nei giardini di Castel S. Angelo dal 21 giugno al 2 settembre e la manifestazione Artescienza. Segni d’arte e identità con un’anteprima in programma all’Accademia Reale di Spagna.

Il programma è in costante aggiornamento ed è disponibile su www.estateromana.comune.roma.it.

Pasquale Pota 31/05/2018

Oggi avrebbe 80 anni. Nel maggio del ’68, ne aveva 30. In quasi quarant’anni di attività, ha avuto il tempo di comporre numerosi tasselli centrali, nel ricco puzzle del cantautorato italiano, di raccontare storie con la delicatezza e l’eloquio della poesia, forte di un’incrollabile raffinatezza musicale. È Fabrizio De André, artista amato e apprezzato quanto, talvolta, contestato, frainteso. È naturale, quando un genio compositivo si scontra con una qualsiasi cultura, persino se è quella in cui nasce, che questa reagisca in maniera complessa e composita, come lo stesso compositore è cresciuto reagendo irregolarmente al proprio contesto sociopolitico.
Ma, oggi, cosa è cambiato nella nostra percezione di De André? Più difficile ancora, qual è la percezione che ne hanno le generazioni nate senza di lui? Alla Sala Umberto di Roma, il 21 maggio, per l’appunto, ottantesimo anniversario della sua nascita, lo spettacolo musicale del gruppo Mercantinfiera2.0 spazia tra questa domanda e un’altra, opposta, istanza. Da una parte, la ricerca della sua eredità, della sua resiliente attualità, dall’altra la (legittima) celebrazione malinconica di una personalità musicale e poetica la cui eco risuona ancora nei cantautori odierni.

Foto ninè ingiulla e mercantinfiera 2.0.jpgIl tributo che ne risulta, intitolato “Anche se il nostro maggio…”, è una composta riscoperta della sua opera, con particolare attenzione letteraria al disco post-’68, il suo “Storia di un impiegato” arrivato nel 1973 dopo una riflessione lunga un lustro sull’annosa, e mai sanata, questione dell’impegno politico. Districa i nodi del disagio del cantautore, nell’accettare tale impegno, o del parziale sollievo nell’universalizzarlo, il doppio intervento dello scrittore e critico Stefano Gallerani.
Il gruppo musicale, invece, guidato dalla voce faberiana di Ninè Ingiulla, si produce in un’inevitabilmente crudele ma puntuale selezione di brani, dai classici ai più controversi, eseguiti tutti con fedeltà e ricchezza di arrangiamenti (d’altronde, la prima richiede la seconda). La formazione, fortunatamente, lo permette: Giovanni Baldin a tastiere e chitarra, Eleonora Elio al violino, Maurizio Leone ai fiati, tanti e tali che gli valgono una nota di merito, Paolo Pasqualetti alle chitarre e mandolino, Giovanni Romio alla batteria e Giampaolo Roncoletta al basso.
Allo show, preciso e distinto, forse non guasterebbe un pizzico di energia in più, scatenata dal semplice alzarsi in piedi degli interpreti, stavolta soltanto saltuario. Impossibile, però, non restare convinti da una performance preparata e solida, protesa nel giorno della mancata ricorrenza più alle generazioni nostalgiche che all’esplorazione delle nuove. Dimostra, a ogni modo, il grande coraggio di confrontarsi con un mito titanico e complesso come quello di Fabrizio De André. Lui, ne siamo certi, è ancora lungi dal cessare, ogni giorno, d’essere riscoperto.

Andrea Giovalè 22/05/2018

È una serata particolare quella che ospita, il 17 giugno, il Teatro Studio Uno durante l’ottava edizione del Festival Inventaria evento organizzato dalla compagnia DoveComeQuando e creato da artisti per artisti nei teatri off della capitale. In scena è la volta di “Giorgio”, monologo scritto, interpretato e diretto dal regista e performer Nexus. Fin qui, sembra tutto nella norma. Ma in attesa dello spettacolo come di consuetudine, tra una chiacchiera e un bicchiere di vino, c'è un dettaglio che stupisce un po’. Mentre Laura Garofoli (attrice e aiuto-regia) si prepara sorridente ad accogliere il pubblico in sala, alcune persone in confidenza le chiedono “come sta?” (domanda che riguarda il performer stesso ndr.). Ed è in pochi secondi che l’atmosfera cambia improvvisamente. Perché sì, quando sulla scena l’attore dimentica il palco e porta se stesso, un’energia indescrivibile si sprigiona dietro e fuori dal sipario. Ciò a cui stiamo per assistere è la storia del rapporto tra l’autore e suo padre dal 1984 al 2008, anno della sua scomparsa. nexus 2
I più vicini dunque sono preoccupati di sapere come lui, pronto a riceverci, stia in quella sera dall’aria frizzantina.
Su una sedia bianca, impegnato a giocare al game-boy, è lui, Giuseppe Gatti da un fisico incredibilmente scolpito che dopo averci fatto accomodare inizia a raccontare la sua storia. E lo fa spalle al pubblico in un primo momento, proprio perché che ci siano delle persone ad ascoltarlo sembra cadere in secondo piano. Quel che lui vuole condividere infatti è indirizzato per primo a se stesso permettendosi così di riportare in vita suo padre tramite ogni parola o intenzione, anche solo per una sera.
Ma il vero punto forte di questa esibizione giace proprio nella sua poliedricità espressiva. Non è solo l’essere umano che accompagna i visitatori nell’oblio della memoria, ma anche tutte le svariate possibilità che lui ha di raccontarsi. E come farlo? Beh, lui lo fa innanzitutto con la break-dance. Il suo percorso iniziato nel ’98, che lo ha visto poi entrare nella crew Urban Force, diviene mezzo efficace per raccontare i momenti di euforia di un bambino in sala giochi o ancora di quello stesso portato dal padre nei boschi per cacciare, quando avrebbe voluto essere altrove. E non finisce qui. Energia allo stato puro intelligentemente utilizzata, poiché scandire quell’ora alternando le fasi parlate a quelle ballate sarebbe stato ancora poco rivoluzionario: ed ecco infatti che arrivano anche immagini, attraverso un proiettore di diapositive sui muri laterali della stanza, o ancora una vecchia tv che trasmette scene del cinema care a chiunque sia cresciuto negli anni ‘80/’90: le battaglie di Gassman ne "L'Armata Brancaleone", il volto disperato di Atreiu in “La Storia Infinita” e altri ancora.
Non lasciatevi ingannare però dall’apparente dinamicità ludica con la quale il giovane Gatti ha voluto parlare di suo padre, tanto spazio rimane per una sincera commozione e una sentita interpretazione di se stesso. E a condurlo nella sua infanzia è una grande ragnatela bianca dietro lui, segno indistinguibile del tempo sospeso, cui con energia strappa i ricordi (come una cassetta rovinata, un walkman con delle cuffie o una divisa mimetica).
Un’esibizione ricca, emozionante e stimolante con un tocco di novità che non guasta mai, quando portata con convinzione. Il Festival è dunque sulla buona strada e si prospetta regalare ancora altre sorprese per i quartieri romani.

Daria Falconi 21/05/18

"NuoveCanzoni" è l’ultimo disco di inediti di Edoardo De Angelis e segna l’esordio dell’etichetta Il Cantautore Necessario. “Ecco che arriva il tempo di celebrare il tempo”, canta l’autore romano, che omaggia le sue poesie in una raccolta di canzoni che attraversano le tante sfumature di sentimenti come l’amicizia, la gratitudine, la malinconia.
Si tratta inoltre di un album considerato un gesto d’amore verso la musica, racchiuso in dodici tracce. “Cerco un filo rosso, una ragione che leghi e tenga insieme le undici canzoni di questa raccolta, un cestino di frutti diversi uno dall’altro. Direi che questa volta i fili sono due: il tempo, la sua trama invisibile mai ferma che lega passato e futuro e ci fa toccare il presente e, ancora una volta nelle mie storie, il valore del confine. Quella linea sottilissima, elastica, mutevole che divide, ma tiene vicine, la realtà e l’immaginazione”: questa è la premessa che De Angelis ha tenuto a precisare, nel booklet di "NuoveCanzoni".1525119631edo
Il disco si apre con "Il mago e le stelle" e termina con la seconda parte del brano, una bonus track solo strumentale: un percorso circolare che vede nell’inizio e nella fine una struttura equilibrata, un ciclo che ha un punto di partenza che converge verso un approdo, il proseguimento di una storia la cui trama, ora, viene affidata all’ascoltatore e al sentimento che la melodia riesce a suscitare in esso; un atto di fedeltà e di fiducia, quello del cantautore nei confronti dell’animo umano. "Abbracciami", seconda traccia del disco, è stata scritta a quattro mani con Fabrizio Emigli; l’amore, qui, ammutolisce le voci, mentre le braccia si fanno casa, fortezza di un affetto sfuggente, ritrovato o da ritrovare. Poi c’è "Anna è un nome bellissimo": una dedica ad Anna Magnani, l’”attrice romana, così fragile e forte che tutto il mondo ama, perché da quello sguardo fioriscono parole che scaldano un sorriso”. È una ballad dai toni folkloristici - dettati anche dall’organetto di Alessandro D’Alessandro - da tratti popolari e genuini, caratteristiche poi tipiche della Magnani.
Con "Sponde", De Angelis torna a cantare del suo impegno civile che si fa portavoce, con musica e parole, dell’annientamento dei mali del tempo, dell’ignoranza nel concepire “nemico” un individuo. "Galileo", sesta traccia del disco, ha invece una storia lunga alle spalle: “Trent’anni, il tempo occorso per scriverla, dalla prima all’ultima nota. Non voleva uscire dal cassetto, questo segno d’amore per la libertà dell’uomo, per il valore delle sue idee. Poi ho pensato che dovesse essere Galileo stesso a parlare, ho aspettato che lo facesse e fedelmente ho riportato le sue parole e il suo pensiero”.
Il concetto di tempo ritorna più volte nell’album: dopo l’elogio della sua attesa in "Arriva il tempo", ci sono "Il Tempo sconosciuto e Alleggiu", canzone di Ezio Noto e Francesco Giunta; tre concezioni diverse di intendere, aspettare o percepire un attimo, come un qualcosa che viene da sé, che hai sempre atteso e incontrato, oppure come un concetto estraneo, a cui non riuscire a dare un nome.
C’è anche il momento di una preghiera laica, quella di Ibrahim in " Padre nostro"; tra le parole e tra i suoni, più cupi, s’invoca un “Dio degli invisibili, con le braccia aperte e senza religione”, quando si è in balìa delle onde in un mare in tempesta, in un mondo dove la terra, quella che gli uomini dominano con prepotenza, è amara e inospitale; un bambino che dovrebbe essere cullato dal rumore dell’acqua, viene invece spaventato da un incubo troppo attuale, troppo vero, quello dell’immigrazione, della partenza alla ricerca di un posto da sentire casa, dove poter vivere senza sentirsi in colpa di esistere.
Le percussioni e poi la chitarra introducono le parole di "Scegli il nome di un fiore", un rimando alla poetica di Goethe e alla sua Gefunden, un componimento, questo, che ha segnato l’animo bambino e poi adulto del cantautore. In "Una notte romana" ritroviamo l’uomo che vaga tra le strade della sua città, che viene spesso elogiata, amata nelle produzioni dell’artista e che rappresenta la certezza di essere casa, confidente e compagna: “Anche questa è una storia vera, passo per passo, un breve film girato in una delle piazze più belle di Roma. Quattro protagonisti e il racconto di un nodo di amicizia che lentamente si scioglie, nell’indifferenza dei sentimenti e dei palazzi intorno”.
"NuoveCanzoni", i cui arrangiamenti sono stati curati con maestria da Primiano Di Biase, è il frutto di un intenso lavoro in cui hanno collaborato grandi musicisti come Fabrizio Guarino, Simone Federicuccio Talone, Guerino Rondolone, Nhare Testi, Fabrizia Pandimiglio, Alessandro D’Alessandro, Giovanni Pelosi e Alessandro Tomei.
È dunque un album che testimonia come Edoardo De Angelis riesca sempre a far vivere, con parole gentili e vere, quella poesia che è baluardo della canzone d’autore.

Lucia Santarelli 28/05/2018

Un po’ pop, un po’ decadenti, un po’ psicanalitici. Sono questi i colori di “Dichiaro guerra al tempo”, in scena al Teatro Vascello di Roma fino al 20 maggio. Una tela complessa da comprendere pienamente, così come avviene con un quadro cubista. Ogni forma, ogni pennellata ha in realtà un suo peso, un suo perché; allo stesso modo, le intenzioni, le premesse e i messaggi narrati in questo spettacolo, dai riverberi lunari e oscuri, vengono collocati in una dimensione sognante ma al contempo palpabile e reale, perché ruotano intorno all’unico elemento certo dell’esistenza, anch’esso sfuggente ma crudelmente presente: lo scorrere del tempo e le sue conseguenze sul senso della vita. In una stanza semivuota che potremmo assimilare ad una sorta di antro della memoria, con pochi oggetti sparsi per terra, due donne si ritrovano ad interagire; non hanno un nome perché non sono dei personaggi, ma degli archetipi umani. Una contemporanea e vestita con abiti androgini (Melania Giglio), l’altra di epoca elisabettiana (Manuela Kustermann). La prima rappresenta la donna moderna, lacerata dai mostri dei nostri giorni: la depressione, la paura per il futuro, l’amore nella sua fragilità, la paura d’invecchiare. Decide così di dichiarare guerra alla causa di tutto ciò: l’orologio. AGIGLIO Ad aiutarla una donna antica, con abito e gorgiera cinquecenteschi, con una penna e i sonetti di Shakespeare in mano. Le due, tra versi, canzoni e dialoghi, cercano di capire come si possa fermare l’incantesimo del tempo, che così barbaricamente sta strappando via loro ogni speranza. Forse, l’unico modo di vincere lo scorrere delle ore è la poesia? L’amore? I figli? Non si può riuscire a dare una risposta, l’interrogativo è troppo grande. La vera bellezza consiste nel saper riconoscere, godere, ed esaltare il dono della giovinezza. Viste le tematiche estremamente controverse e le modalità con cui la messa in scena le esprime, le due protagoniste, Kustermann e Giglio, ne escono indubbiamente vincitrici. Alla seconda spetta un plauso ulteriore, riuscita, durante la sera della prima, ad andare avanti tra recitato e cantato (con pezzi eseguiti dal vivo che vedono l’alternarsi delle hit di artisti come David Bowie, Prince, Cat Stevens) superando un guasto tecnico al microfono. Nonostante una declinazione smaccatamente al femminile, lo spettacolo si rivolge indistintamente a tutti, perché tutti, in un mondo dominato dalle lancette, sono vulnerabili al passare del tempo e alla sua ancora: l’amore.

Alfonso Romeo – 16/05/2018
(Foto di scena: Fabio Gatto)

Roma, 10 maggio. Il tempo dà una tregua, dopo la pioggia, e lo fa nel momento giusto. Al botteghino del Quirinetta c’è molta gente e manca ancora qualche minuto prima dell’atteso concerto di Mirkoeilcane. In strada, sui marciapiedi a due passi dal locale, vicino al palco, al bancone del bar, ci sono i suoi amici, quelli di sempre o che adesso stanno iniziando ad amarlo, quelli che lo conoscono da una vita o che lo hanno scoperto per caso, ai suoi live per l’Italia e chi a Musicultura, ad esempio; i parenti si guardano intorno, i fan temporeggiano a ritmo di aneddoti sui brani, su come abbiano conosciuto il loro Mirko, “Aò ma te ricordi quanno lo sentimmo per la prima volta?”; poi ci sono i sostenitori “che osano ‘npo di più”: si riconoscono da magliette personalizzate e palloncini verdi, appartengono alla cerchia del Fanclub ufficiale di Mirkoeilcane; loro sono i “pocodemoscopici”, dicitura che ha tutta una storia dietro, che forse sarebbe meglio indagare sulla loro pagina Facebook dove, perché no, iscriversi per condividere video, foto, impressioni e storie. Tra tutti, poi, ci sono tante coppie di fidanzati in attesa di cantare il brano che fa da sottofondo alla loro storia, “quella che mi ricorda la volta in cui”; sì, questa potrebbe anche essere interpretata come un’immagine a tratti ansiogena, però per i più romantici potrebbe apparire come una bella cartolina di una serata da condividere con una persona importante.Mirkoeilcane
In ogni caso erano moltissime le persone al Quirinetta, per la prima data romana del tour “Poco demoscopico” del cantautore. Tutti, chi per un motivo e chi per un altro, erano lì per abbracciare la musica di un ragazzo che, dopo la giusta gavetta, il successo a Sanremo Giovani e dopo aver calcato il palco del concertone del Primo maggio, sta continuando la sua carriera in ascesa senza snaturarsi, mantenendo l’ironia che lo contraddistingue anche quando dice di essere un “cantautore triste”, che sta avendo successo.
Questo lo dimostra il fatto che sul palco Mirko Mancini entra con i suoi compagni di viaggio, gli amici, musicisti che meritano di essere al suo fianco e viceversa: Domenico Labanca (tastiere), Francesco Luzio (basso) e Alessandro “Duccio” Luccioli (batteria). Il concerto inizia partendo dal passato, con i pezzi del suo primo disco omonimo: “Salvatore”, “La giuria”, “La fre(tta)”, “Lady di ghiaccio”, “Incontriravvicinatidelterzotipo”; poi il pubblico rimane in silenzio, all’ascolto del racconto recitato di “Stiamo tutti bene” - brano presentato lo scorso febbraio sul palco dell'Ariston -, che non ha bisogno di essere interpretato o di essere canticchiato, perché è forte, soprattutto tristemente vero. Il silenzio intorno aiuta a sentire, mentre gli occhi sono chiusi.
Mirkoeilcane5Il tempo per ballare e per cantare c’è, con “Epurestestate”, “Se ne riparla a settembre”, “Gusti”, brani contenuti nel secondo album “Secondo me”; e dopo arriva “Beatrice”, duetto con Ilaria De Rosa. Nel frattempo volano palloncini verdi e rossi, quando Mancini e la sua band si divertono con il loro pubblico. Lo meritano, come meritano le canzoni di essere condivise.
Poi non può che arrivare il momento di “Per fortuna”, canzone vincitrice della XXVIII edizione di Musicultura, e che aspira, con il tempo, ad avere sempre più rilevanza, per la vicenda raccontata, nel momento storico che stiamo attraversando; così è anche per “Ventunorighe”, che ricorda uno e tanti Morelli Alberto, di uomini messi in bilico da una società che non è in grado di garantire la dignità di un posto nel mondo e semplicemente, dunque, la vita. Dopo un sorso al bicchiere, Mirko Mancini è pronto per fare di nuovo un passo indietro, in quell’istante in cui tutto è iniziato con “Whiskey per favore”. Poi tutti intonano un coro, a volte anticipando le strofe, presi dalla volontà di condividere ogni istante della serata, in un giorno importante per un cantautore che si esibisce nella sua città, quella rievocata in “Da qui”. Alcuni si stringono forte abbassando lo sguardo, quando viene eseguita “Sulle spalle di Maria”. Loro sanno bene il motivo. 
Il concerto è a pochi minuti dal termine ma già viene richiesto il bis, che non tarda ad arrivare con “Gusti” e “Se ne riparla a settembre”. Si spengono i riflettori sul palco del Quirinetta, ma il tour di Mirkoeilcane continua; dopo esser stato inaugurato alla Santeria Social Club di Milano, passando per il Vinile a Bassano del Grappa, sono in programma per ora altre sei date in giro per l’Italia, ad Aversa (CE), Livorno, Ancona, Torino, Bologna e Sant’Egidio alla Vibrata (TE).

Lucia Santarelli 11/05/2018

 Photo credits: Viticulture Quirinetta

“FLUX”è il Festival lituano delle arti con cui l’Auditorium Parco della Musica celebra il centenario della nascita della Repubblica della Lituania.
Paese dalla concezione artistica molto aperta alle sperimentazioni e alle sue molteplici diramazioni, la Lituania ha conquistato la sua prima indipendenza il 16 febbraio 1918 (la seconda nel 1991 quando, prima tra i Paesi baltici, tornò indipendente dall’occupazione sovietica).
FLUX” è l’occasione per portare in Italia questa varietà di forme artistiche, che uniscono architettura, jazz, performance, musica, teatro, danza.
Nell’ambito proprio di questa rassegna si è esibita la Urban Dance Theatre Low Air, prima compagnia di danza urbana professionale in Lituania, fondata da Laurynas Zakevicius e Airida Gudaite, che ne sono anche coreografi e ballerini. Ha portato a Roma la creazione “Game over” - Fine dei giochi di Lauryna Liepaitė, Airida Gudaitė, Laurynas Žakevičius, Povilas Laurinaitis e Adas Gecevičius; in scena i performer Airida Gudaitė e Laurynas Žakevičius su musica multi strumentale eseguita dal vivo da Adas Gecevičius.

Ad ispirare questi giovani artisti è stato il realismo magico dello scrittore belga Julio Cortazar (autore del capolavoro “Rayuela” - Il gioco del mondo); partendo da lì hanno costruito uno spettacolo che unisce il live dance e il music show contaminandolo con le arti visive. Le storie venute fuori dall’immaginario di Cortazar si traducono in coreografie che portano lo spettatore entro i labili confini tra sogno e realtà, finzione e magia, verità e fantasia, attraverso un punto di vista molto ludico.

Essenziale, nel porre lo spettatore in questa prospettiva del gioco, è la musica: potente, ricca, piena, ininterrotta per tutti i 55 minuti di durata dello spettacolo. È proprio la musica ad accogliere lo spettatore al Flux1suo ingresso in sala: Gecevičius, di spalle alla platea, diffonde placide note che di lì a breve diventeranno solo un ricordo. Difatti lo spettacolo si struttura su composizioni ritmiche ben più strutturate, molto diverse. Su di esse poggiano coreografie apparentemente scomposte che invece alludono alla libertà totale della mente e del corpo, allo svincolarsi dalle categorie e dai preconcetti, dalle forme. Anche dagli abiti: uno dei brevi momenti prevede il ballerino che si denuda e poi alle prese con un maglione extralarge che non riesce ad infilare, quindi agita le braccia, muove il busto, si contorce fino a quando non riesce a fare capolino con la testa. Questo episodio deriva proprio da un racconto di Cortazar.

Sono corpi, quelli in scena, in balia di qualcosa che viene dal loro profondo, che esplode in movimenti spesso ciclici e ripetitivi, ma sempre energici. 

Un uomo composto accenna una corsetta e l’ombra che proietta alle sue spalle sembra quella di una ridicola marionetta, una donna a lutto abbandona il velo nero per darsi ad una danza sfrenata, un uomo in giacca e cravatta si spoglia di quegli abiti per restare seminudo e libero di danzare come vuole. È come se la musica suonasse nei loro petti. Ciascuno dei segmenti presentati è breve e ha un ritmo frenetico e concitato, eppure liberatorio. Nei momenti finali i due performer entrano in contatto col musicista, sottraendogli il microfono, parlando, suonando i piatti della batteria, come in un gioco di scambio di ruoli. 

Game Over” è una creazione molto estetica, essenziale, a tratti surreale e paradossale, la compagnia propone un modo di fare danza molto colorato. È un teatro visivo, quello della Low Air Urban Dance Theatre, molto completo, non si può circoscrivere entro la danza contemporanea, perché è una performance che va oltre, nonostante il suo minimalismo.
Entra e divertiti, lasciati andare” sembrano dirci i tre performer, che non si prendono troppo sul serio tra coriandoli, maschere, palloncini, vasche d’acqua. E altrettanto dovrebbe fare lo spettatore, lasciandosi andare all’esplosione ritmica che si sviluppa attraverso i loro corpi a tempo di musica.

Giuseppina Dente 10/05/2018

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