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Dai verdi pascoli della sua (immaginaria) terra, in fuga da un padre imprenditore che incomprensibilmente non approva il suo amore per la magia, è giunto nei teatri italiani Il Mega Mago del Maggikistan. Dopo il successo in sala raccolto al Roma Comic Off 2018, l’eccentrico, esilarante, affascinante Mega Mago, accompagnato dalla fedele assistente Felafel, promette di far divertire, in un nuovo unico, scoppiettante atto a suon di gag e battute brillanti, anche il pubblico del Teatro Studio Uno, dal 25 al 28 ottobre. Ad interpretarlo c’è sempre Luca Laviano, affiancato sul palco da Elisabetta Girodo Angelin e Dimitri D’Urbano, e alla regia da Riccardo Maggi. Recensito ha incontrato i quattro artisti, i quali hanno raccontato qualcosa in più di questo personaggio e della loro prima collaborazione insieme.

Come nasce l’idea di questo spettacolo?

L.L.: Il progetto originario è di Elisabetta, Riccardo e mio. Questo spettacolo prende le mosse da uno sketch di strada che abbiamo messo su noi tre l’estate scorsa. Le idee sulla storia e sui personaggi sono di tutti, anche di Dimitri, il quale è stato coinvolto in seguito. Quando abbiamo deciso di portare il Mega Mago in un teatro, ho raccolto i nostri spunti e le nostre intuizioni e ho messo tutto su carta, curando in particolare la struttura del testo e i dialoghi. Ma questo personaggio mi è entrato talmente dentro che, in fin dei conti, su qualsiasi proposta, l’ultima parola spettava a me.

Dalla strada al palcoscenico teatrale, dunque. Cosa vi ha convinto?

L.L.: Il Mega Mago è un personaggio così carismatico, con un background prepotente che spiccava e voleva emergere: pensavamo meritasse di avere più spazio.

D.D’U.: Era giusto esprimere in teatro il potenziale che dimostrava di avere.

R.M.: Nel momento in cui è stata accennata una bozza di trama, ci siamo resi conto che poteva essere pensato come spettacolo e non come un semplice corto.42179573 715342662176954 6495786084104929280 n

Quali ispirazioni avete avuto? Nello spettacolo si possono rintracciare battute che si rifanno a Boris (serie televisiva italiana, prodotta dal 2007 al 2010, che mostrava il dietro le quinte di un set televisivo), o ai Boiler (trio comico formato da Federico Basso, Gianni Cinelli e Davide Paniate, che a Zelig portava spesso lo sketch dei “finti giornalisti”), ad esempio.

L.L.: Ci siamo chiesti semplicemente il Mega Mago chi fosse: così è nata la famiglia del Mega Mago. Sarà che sono un “terrone” emigrato a Roma, ma mi piaceva anche il tema del viaggio, del sogno da inseguire. Infine, ci siamo resi conto che sarebbe stato opportuno anche un antagonista. Per quanto riguarda le gag e le battute, io definisco il Mega Mago uno spettacolo di cui non puoi fare la parodia. Tutti gli attori, durante le prove di una rappresentazione, che sia quella più divertente o la più drammatica del mondo, fanno una “scimmiottatura”, per giocare e smorzare la tensione. Del Mega Mago non si può, perché tutte le arguzie o le canzonature che ci venivano spontaneamente, le abbiamo inserite nella sceneggiatura. Quegli omaggi, o i rimandi a cose note, derivano proprio da ciò. Sfido chiunque a fare la parodia del nostro spettacolo. Abbiamo inserito ciò che da pubblico o da addetto ai lavori, si ha sempre sulla punta della lingua ma non si ha il coraggio di fare.

R.M.: Alla battuta menzionata da Boris ci tengo personalmente. Perché è la mia preferita degli ultimi dieci anni: c’è chi cita l’Amleto, io cito Boris.

Chi è il regista?

L.L.: Riccardo ha curato la regia dello sketch di strada. Ma poiché, come dicevo prima, sono molto legato al mio personaggio, in comune abbiamo deciso di essere i co-registi per lo spettacolo a teatro.

E per Riccardo Maggi cosa significa avere a che fare con un co-regista che è anche l’attore principale?

R.M.: Sicuramente è un’esperienza positiva, dato che sono abituato ad essere sempre da solo alla conduzione di uno spettacolo. È stato un esperimento riuscito e sono molto contento di ciò. Il Mega Mago nasce come lavoro corale e, quindi, è giusto che ognuno porti il suo contributo: io, semplicemente, sto “fuori” dal palco, curo quelle piccolissime specificità, un’azione scenica un po’ più precisa ad esempio, e fornisco un primo sguardo esterno. Non mi azzardo a fare la regia totale perché sarebbe togliere qualcosa al lavoro di tutti. Luca ha più l’idea della scena in generale, io invece, da fuori, consiglio dove aggiustare il tiro.

D.D’U.: Per farla breve, Riccardo mette ordine alle “sparate” di Luca.

Com’è andata la vostra esperienza al Comic Off 2018 di Roma?

E.G.A.: È stato un banco di prova, per testare il rapporto con il pubblico. Ci ha permesso di sviluppare lo spettacolo e giungere ad un punto (dopo la “pillola” di luglio al Teatro Studio Uno nell’ambito della rassegna Tutto in 12 minuti, ndr).

L.L.: A dirla tutta, se avessimo avuto più tempo per leggere dettagliatamente il bando del Comic Off, probabilmente non avremmo aderito, poiché non rispecchiava in pieno il tipo di lavoro che stavamo facendo. Siamo tutti soddisfatti del riscontro positivo ottenuto dal pubblico, questo sì. Ma delle personalità legate all’ambito teatrale non è venuto nessuno, a parte il critico assegnato come di consuetudine e il direttore artistico del Teatro Petrolini. Per una rassegna dedicata al teatro comico, ci saremmo aspettati una giuria di qualità, che guardasse con obiettività tutti gli spettacoli prima di candidare e/o premiare i partecipanti. Cosa che, non solo a noi, ma anche ad altre compagnie, non è parso ci fosse.

Per voi il Teatro è più viaggio o più magia?

L.L.: Il Teatro è un viaggio in un tunnel quantico magico. Va bene come risposta? (ride, ndr)

D.D’U.: Il Teatro è come un palazzo in cui c’è una stanza. E dentro questa stanza si porta il risultato di un viaggio che, non fermandosi esclusivamente ad un atto professionale, viene arricchito in diretta di quelli che possono essere imprevisti, novità o proposte. Che poi sono quelle cose che compongono una certa parte magica. Non so se sono stato chiaro. Ad ogni modo, il Teatro è quello spazio dentro cui si raggiunge il compimento di un percorso, di un viaggio, nel quale avviene la magia.

42200814 715343182176902 1333119872577568768 nTutta questa affinità tra voi dove nasce? Non siete una compagnia stabile…

R.M.: Probabilmente proprio dal fatto che non ci siamo messi a tavolino a porci quelle domande che si fanno tutte le compagnie, come ad esempio a quali risultati arrivare e in quanto tempo, a chi assegnare quello o questo ruolo, cosa si deve fare e quando… É il primo progetto a cui ci dedichiamo tutti e quattro congiuntamente, quindi si è trattato di creare un gruppo in itinere, dove piano piano ognuno ha trovato la sua strada, arrivando a collaborare bene insieme agli altri. Non avevamo uno schema predefinito a cui riferirci, ma abbiamo lavorato direttamente sulla pratica, che forse è la cosa migliore in questi casi.

Nello spettacolo utilizzate una commistione di linguaggi: non c’è solo quello teatrale, ma fate leva anche su uno più televisivo e cinematografico. Come mai questa scelta?

L.L.: Nel momento in cui il Mega Mago ha avuto un background, è nata anche la sua infanzia e quindi l’allevamento delle vacche da latte del Maggikistan. C’era bisogno di creare uno spot, una cosa stucchevole con delle musiche molto rassicuranti. Avevamo l’esigenza di comunicare questo tipo di informazione al pubblico in maniera veloce, quindi ho pensato di farne un trailer e di proiettarlo in teatro. Il linguaggio cinematografico è entrato, così, di prepotenza nello spettacolo. Da spettatore non amo molto il video in teatro, ma solo se non è perfettamente integrato nella storia. Non c’è una presa di posizione aprioristica comunque. Con il Mega Mago non voglio dare nessun contributo significativo al Teatro – ma se così fosse, ben venga. È uno di quelli spettacoli che fanno ridere il pubblico e dove anche chi è in scena si svaga, uno di quelli che anche i nostri colleghi vorrebbero fare per divertirsi. E questa era la mia ambizione.

D.D’U.: Ci siamo permessi di lavorare, al di là della recitazione effettiva, anche con le proiezioni, con momenti di coreografia e di danza pura, esclusivamente perché Riccardo dal banco di regia ce l’ha permesso. Non c’è la voglia di dare una linea o andare contro un percorso che sta facendo il Teatro in questo momento.

R.M.: Da regista e autore di altri testi, mi piace sia la commedia che la tragedia, lavori con video o senza, scenografie e costumi elaborati o essenziali, ma non mi pongo domande su come il teatro si stia evolvendo ora. Cerco di fare quello che mi piace e che spero piacerà al pubblico.

E.G.A.: Abbiamo genuinamente giocato, insomma.

Quanta improvvisazione c’è sul palco?

R.M.: Durante la prima serata (al Teatro Petrolini, ndr), sicuramente c’è stata più capacità di improvvisazione, perché è uno spettacolo difficile, pur essendo divertente per il pubblico e per gli attori. È molto orchestrato, è una macchina. Già durante la seconda serata insieme, qualcosa è cambiato e siamo riusciti a regolare meglio, tra i due atti, le energie di ciascuno. È uno spettacolo che va assestandosi.

L.L.: In generale, noi tutti dobbiamo stare attenti a non improvvisare troppo. Soprattutto Dimitri ed io che, conoscendoci da anni, siamo molto complementari in scena.

D.D’U.: Dovremmo cercare di non divertirci troppo noi a discapito del pubblico, intende.

Che rapporto avete con la magia? Ci credete?

D.D’U.: Beh, lo spettacolo è piaciuto. Quindi penso proprio di sì. (ridono, ndr) Battute a parte, io credo alla magia del Mega Mago. Non è necessaria una magia canonica, intesa come reale, fatta di poteri sovrannaturali, per affezionarsi a colui che potrebbe apparire un imbroglione a tutti gli effetti. L’incantesimo che fa è proprio questo: non essere realmente magico, ma essere amato ancor di più di quanto sarebbe un vero mago. Se questa è la magia, allora io ci credo.

L.L.: Io mi sono fatto questa domanda la seconda sera del Roma Comic Off. In sala c’erano tanti bambini, anche abbastanza piccoli. Pensavo che non avrebbero retto un’ora e mezza circa di spettacolo. E invece alcuni di loro volevano vedere di nuovo il Mago alla fine. Perciò anche io credo nella magia che ha creato il Mega Mago. È ingenuo, semplice, un cialtrone probabilmente, ma lui ci crede: come i bambini che candidamente credono che qualsiasi cosa possa diventare magico.

Potete parlarci anche degli altri personaggi?

E.G.A.: Io interpreto Felafel, l’assistente del Mega Mago. E ovviamente credo ciecamente a lui e alla sua magia. Come i miei colleghi, anche io mi diverto molto sul palco. Credo, inoltre, che senza Felafel non esisterebbe il Mega Mago, perché lei è la prima che crede in lui. Ah, e anche io sento le voci nel lobo dell’orecchio sinistro. (ride, ndr)

D.D’U.: Io invece mi sono abbastanza annoiato ad interpretare tutti gli altri personaggi. (ridono, ndr) Scherzo, ovviamente. Sono molto contento, dal punto di vista attoriale, di aver avuto la possibilità di fare un grande numero di ruoli all’interno dello stesso spettacolo. Ho raggiunto questo gruppo dopo gli altri e l’idea era che io potessi completare un cerchio. Ma ci siamo fatti prendere la mano e i personaggi sono diventati sempre di più, sia nello spettacolo dal vivo, sia tra quelli che si vedono nei video. Il Mega Mago dal Maggikistan 25 28 ottobre Teatro Studio Uno foro2

Chi vorreste veder seduto tra il pubblico?

E.G.A.: Sue Ellen, ovviamente! (personaggio immaginario della famosa serie tv statunitense anni Ottanta Dallas, interpretata da Linda Gray, ndr). Chiunque ne abbia voglia. E mia madre.

D.D’U.: Molti direttori di molti teatri. E tutti quelli che non sono ancora venuti.

L.L.: Non ci ho mai pensato davvero. Il premier?

R.M.: Forse sarà una cosa scontata, ma quanta più gente possibile è la mia risposta. Il mio sogno è che le gag del Mega Mago diventassero un fenomeno di massa.

D.D’U.: Inoltre vorremmo iniziare una tournée come quella descritta nello spettacolo e passare da Sidney, a Dubai, a Prignano sulla Secchia (comune in provincia di Modena, ndr). Anzi, tralasciamo Dubai e Sidney e andiamo direttamente a Prignano.

E.G.A.: Lanciamo un appello a Prignano! 

R.M.: E anche un hashtag: #megamagosullasecchia

Tre aggettivi per descrivere il vostro spettacolo?

D.D’U.: Come direbbe Celeste Turchino di Sinonimi, che passione! (personaggio dello spettacolo, ndr): divertente, simpatico, carino.

L.L.: Colorato, demenziale, saporoso.

E.G.A.: Balneabile, incendiabile, inafferrabile.

R.M.: Necessario, divertente, maggikistano. E chi vuol capire, capisca.

37010657 2152307341719284 4694448620882100224 nProgetti futuri?

E.G.A.: In questo momento stiamo provando un libero adattamento di Hotel Transylvania (film d'animazione americano del 2012, ndr): faremo uno spettacolo per bambini in una scuola ad Halloween. Luca sarà Dracula, mentre io la figlia Mavis e Dimitri farà Jonathan, che diventerà Johnnystein, oltre che Wayne il lupo mannaro e uno zombie travestito da umano. Individualmente farò diversi spettacoli per ragazzi, in particolare con la Nomen Omen (compagnia teatrale nata a Roma nel 2007, che mescola diverse tecniche, come il teatro di figura, clownerie e il teatro d’attore, ndr). E sto frequentando da diverso tempo un corso di circo.

R.M.: Dimitri, Elisabetta ed io porteremo in scena, al Teatro Trastevere dal 27 novembre al 02 dicembre, uno spettacolo inedito che si intitola Il Vangelo di Tijuana. È totalmente opposto al Mega Mago, nel senso che il pubblico potrebbe tornare a casa con il magone.

D.D’U.: Durante il prossimo anno cercherò di concentrarmi su un progetto che vede coinvolta anche Elisabetta e che si chiamerà Ah ah ah. O l’innocenza della follia.

L.L.: In futuro non si esclude neanche un Mega Mago – Il ritorno. Ma per il capitolo Mega Mago salva il Natale siamo in ritardo. Ci prenotiamo per la Pasqua. (ride, ndr) Personalmente continuerò ad insegnare teatro, pedagogia teatrale e a fare laboratori teatrali con spettacoli nelle scuole dell’infanzia.

Quanto ha influito questa esperienza a contatto con i bambini nello spettacolo del Mega Mago?

L.L.: Essere insegnante di teatro per bambini è una cosa che mi viene spontanea, sento di esserci portato. Il linguaggio che uso con i bambini quando faccio lezione, o negli spettacoli a loro dedicati, è simile a quello del Mega Mago. Forse per questo ha funzionato anche con un pubblico molto giovane. I personaggi che creo sono molto colorati, sopra le righe e hanno quel tipo di comicità universale, che arriva ad ogni fascia di età.

Nello spettacolo c’è più ironia o sarcasmo?

TUTTI: Più ironia, sicuramente.

 

C’è qualche genere con cui vi piacerebbe cimentarvi?

L.L.: Il mimo.

D.D’U.: Il black humor. Spero di affrontarlo molto presto. È tra i miei progetti.

R.M.: La satira. Ma ancora non ho trovato l’idea giusta e che non sia di un qualunquismo allucinante.

E.G.A.: Io vorrei riuscire a scrivere degli spettacoli miei, avvicinandomi al mondo del circo. Ho già delle idee.

Potete lasciare, ognuno di voi, un appello ai nostri lettori in stile Mago del Maggikistan?

L.L.: Vienite di teatro a vedere Mega Mago di Maggikistan, se no vi pikkio. Come dice noi a Maggikistan: vi pikkio.

D.D’U.: Partiamo da Celeste Turchino, che potrebbe dire: Sarei molto felice, contento, entusiasta se tutti voi avrete piacere di venire, di giungere, di farci compagnia a questo spettacolo, a questa messinscena se vogliamo, che è quella del Mega Mago, del Grande Mago dal, del Maggikistan. Mega Papà, invece, direbbe: Se tu non vieni a vedere Mega Mago io ti corco di botte.

E.G.A.: Come assistente Felafel, potrei avvisare tutti che questo spettacolo contiene numeri pericolosi e che bisogna stare attenti perché potrebbe provocare infarto, isteria di massa o tartaro.

R.M.: Io anche ho un personaggio che mi creo nella mia cabina di regia ed è il tecnico subnormale: io vi prega di venì a vedè Mega Mago da Maggikistan pecchè altrimenti lor me corcan de botte come tutte volte che no porta pubblico.

Un’ultima curiosità: sapevate che il Mega Mago è l’inizio di una filastrocca recitata alla trasmissione l’Albero Azzurro?

TUTTI: Assolutamente no, la cosa ci è nuova. Però ora vogliamo sentirla

D.D’U.: Diciamo che quando Luca era piccolo, l’Albero Azzurro era ancora un seme. (ridono, ndr)

Chiara Ragosta 23/10/2018

Chi era Tullio Saba? Un nome tra i molti, moltissimi, appartenenti alla Storia, quella con la S maiuscola. Ma anche la Storia, in fondo, si compone di storie, con la s minuscola. E quali sono quelle che compongono l’identità di Saba? Dove sta, se ne esiste uno, il confine tra la persona e il personaggio? Non è tanto alla ricerca di risposte, ma per sottolineare la forza di queste domande che prima Sergio Atzeni, con il romanzo del 1991, poi Gianfranco Cabiddu, con il film ispirato nel 1997 e oggi Marco Usai, con l’adattamento teatrale, hanno deciso di raccontarci “Il figlio di Bakunìn.
Andato in scena al Teatro Studio Uno di Roma il passato weekend dal 18 al 21 ottobre, l’opera rappresenta subito il nucleo della questione: il trio di attori maschili (Marco Ceccotti, Tiziano Caputo e Piero Grant) esordisce come gruppo di anziani, entusiasti di tentare, senza troppa accuratezza, di risalire a un minimo comun denominatore di memoria. Presto raggiunti da Valeria Romanelli, cui sono delegate le testimonianze femminili, le voci si rivolgono direttamente alla quarta parete. Il pubblico, quindi, diventa il motore immobile dell’inchiesta, il giornalista che va in giro a fare domande su Tullio Saba.
Una ricerca destinata a dare i propri frutti, sì, seppure sovrabbondanti, confusi ove non contraddittori, che solo all’ultimo momento faranno i conti con la sete di verità del giornalista, stavolta quello vero, inconsapevole e refrattario deus ex machina di un labirinto borgesiano di testimonianze. Il circo di storie è animato dai già menzionati quattro attori, alle prese con una pletora di personaggi: conoscenti di Tullio, colleghi minatori, nemici politici, rivali in amore, amanti, amici, ognuno con un proprio frammento da aggiungere all’arazzo, e ansioso di farlo.
Gli interpreti fanno un buon lavoro di diversificazione e moltiplicazione, benché si noti la fisiologica preferenza per alcune voci, nella mischia, più profonde e centrali di altre. Dovendo rinunciare agli strumenti del montaggio letterario e cinematografico, “Il figlio di Bakunìn” teatrale opta per una successione lineare delle varie testimonianze, da quelle sul padre di Saba a quelle sulla sua presunta scomparsa.
La regia colpisce per grande pulizia e lo spettacolo rimane ordinato e chiaro senza rinunciare a diversi scambi tra racconto indiretto e flashback, a volte persino sovrapponendoli. Di contro, il ritmo non è sempre altissimo ma, comunque, sa quando riaddensarsi perché le parole, le storie e la leggenda colpiscano duro. Tutto ciò fino all’epilogo anticlimatico, che non può né vuole dare risposte definitive, dal sapore, a teatro a maggior ragione, marcatamente pirandelliano.

Andrea Giovalè
22/10/2018

Ufficialmente aperte le iscrizioni per la II edizione de “La Calata”, c’è tempo fino al 31 ottobre, basterà inviare una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. con Nome, Cognome, Età, Professione e Numero di Telefono. Tutti riceveranno una risposta entro il 5 novembree, in una serata preliminare fissata il 12 novembre, verranno indicati orari, luoghi e modalità de “La Calata” prevista sabato 17 novembre 2018. La partecipazione è gratuita ma prevede un numero massimo di partecipanti, seguendo l’ordine di arrivo.

Dopo il successo della scorsa edizione, torna "La Calata". Una sera a teatro, spettatori/testimoni “sguinzagliati” nelle sale teatrali della Città per osservarne la vita: pubblici, proposte teatrali, spazi, atmosfere. L’istantanea di una serata, assunta come campione, in cui, attraverso una griglia aperta, stabilita in precedenza, saranno raccolti testi e immagini che andranno a comporre un racconto a più sguardi.
L’immagine scelta per “La Calata” cita l’opera di Magritte dal titolo "Golconda" (olio su tela, 1953), un gruppo ampio di persone che arrivano tutte insieme nello stesso momento. Sullo sfondo di un paesaggio composto da case e tetti e da un cielo opaco e senza nubi, i personaggi, completamente identici fra loro, se non per la direzione degli sguardi e per la loro lontananza e quindi grandezza, sembrano piovere copiosi dal cielo. Nello stesso modo, per “La Calata”, durante la stessa serata, numerosi sguardi si indirizzeranno verso molteplici direzioni a creare così, una mappa collettiva della città.
Grazie ad una special card, si potrà diventare un osservatore partecipante, una sorta di antropologo culturale calato nel territorio teatrale romano, intento ad osservare i pubblici, gli spettacoli, gli spazi e le atmosfere, contribuendo così ad un momento di ricerca prezioso e necessario.
Il reportage dello scorso anno, visionabile all’indirizzo www.casadellospettatore.it, è testimonianza viva della validità dell'esperimento e dell'entusiasmo mostrato da tutti i protagonisti coinvolti. Una ricerca importante condotta dall’associazione culturale Casa dello Spettatore che, da anni, si occupa di formare il pubblico tramite l’educazione alla visione e tramite una costante attenzione alla consapevolezza dei processi, non solo artistici, che danno vita al teatro come avvenimento, come occasione, come fatto.
L’obiettivo principale è restituire al teatro la sua funzione sociale, facendo esperienza di una convivialità cittadina: si lavora, infatti, per alimentare e approfondire la curiosità dello spettatore in modo strutturato, condividendone percorsi di crescita individuale e collettiva.
La Calata fa parte del progetto “Casa dello Spettatore. Per una formazione del pubblico” realizzato con il sostegno del MiBAC.

 

Un gay americano di buona famiglia e uomo d’affari di successo ritrova, dopo 15 anni di lontananza, la sua ex-coinquilina inglese lesbica, attivista spiantata ma agguerrita: non è una nuova sitcom made in USA, ma un accenno della trama di Max&Max – Capitolo II, spettacolo in programmazione fino al 21 ottobre alla sala teatrale Spazio 18B (Roma). Recensito ha intervistato uno dei protagonisti, Massimo Roberto Beato, e il regista Jacopo Bezzi, i quali ci hanno raccontato qualcosa in più di Max&Max e approfondito obiettivi e progetti della loro Compagnia dei Masnadieri.

Il vostro nuovo spettacolo è un Capitolo II e si svolge 15 anni dopo le vicende narrate nel primo: come mai un così lungo tempo drammaturgico?

J.B.: Specifichiamo che nello spettacolo è presente anche un estratto del Capitolo I, proprio per chi non ha avuto modo di vederlo lo scorso anno. La prima parte era dedicata alla giovinezza dei due protagonisti, mentre la seconda si concentra più sulla fase della maturità. Alle soglie dei 40 anni, lui è un uomo in carriera, omologato a quelli che sono gli standard dell’ufficio e alle mansioni di “eterosessuale praticante”, mentre lei ha trovato la sua strada su terreni più radicali e critici verso la società, lanciando anatemi da uno “speaker’s corner” e venendo seguita o contestata da chi la ascolta. Far trascorrere 15 anni serviva a far maturare, appunto, questi due percorsi diversi.Max Max 2

Perché scegliere un americano e un’inglese e non personaggi italiani?

M.B.: Perché parliamo di argomenti molto “caldi” per questo momento storico. Abbiamo pensato che ambientare la vicenda in posti stranieri poteva offrirci una protezione diversa: vi sono nello spettacolo temi molto attuali sulla cultura di genere e sulla diffidenza nei confronti di certi tipi di libertà e di scelte. Abbiamo deciso, quindi, di metterci da una prospettiva estera, anche perché fuori dai nostri confini alcune tematiche hanno una maturità e un certo tipo di articolazione più chiara e precisa rispetto a quella italiana, dove invece c’è tanta confusione. Andare a parlare di cultura di genere nel nostro Paese, facendo riferimenti anche espliciti, è una cosa che ci sembra un pochino difficile da trasmettere, essendoci molte resistenze e diffidenze. C’è ovviamente la speranza che il pubblico capisca che parliamo di cose apparentemente lontane, ma che sono più vicine di quanto immagini.

Che cosa vi ha influenzato? Verrebbe in mente la sitcom americana Will & Grace.

J.B.: (ride,ndr) A me venivano sempre in mente i Peanuts (fumetto realizzato da Charles M. Schulz negli anni ’50, ndr), con Lucy e Linus, oppure Lucy e Charlie Brown. Ad ogni modo, abbiamo preferito dar voce alla parte femminile in particolare. È la parte più presente, che più “sta sul pezzo” rispetto all’uomo, il quale si lascia un po’ influenzare. Abbiamo fatto un omaggio alla rivoluzione femminile, con la donna che prende il sopravvento rispetto a delle iniziative. L’uomo si vuole omologare alla società per rispettare anche quelle che sono le volontà dei genitori; la donna, invece, essendo orfana, si sente da un lato più libera rispetto a delle costrizioni sociali o familiari, dall’altro soffre maggiormente per la mancanza di figure-guida. Si trovano e si specchiano l’uno nell’altra. Strizziamo l’occhio alle sitcom, alla stand-up comedy e, come dicevo, ai Peanuts, in particolare a Lucy.

E a Mafalda (personaggio dei fumetti di Quino, molto ribelle, provocatoria e acuta, ndr)?

J.B.: Certamente! È stato un lavoro portato avanti tutti insieme, anche con Massimo Beato ed Elisa Rocca (la coprotagonista, ndr). Sono venute fuori tante idee durante i lavori di improvvisazione.

profilo a6324Dunque non è un caso se la figura più borderline, ma anche più carismatica sia la donna…

J.B.: Assolutamente. La figura femminile è quella al limite, ma anche quella più forte e grintosa rispetto a quella maschile.

Massimo Beato, come si è preparato per il Suo ruolo, invece?

M.B.: Il lavoro parte sempre dall’analisi del testo e da lì abbiamo trovato con Jacopo Bezzi le linee su cui costruire il mio personaggio, il quale, pur essendo diverso da me, affronta delle tematiche a me care. È stato più un lavoro di “gioco” per cercare di essere qualcos’altro.

Che messaggio vorreste lanciare al pubblico con questo spettacolo?

M.B.: Sicuramente vogliamo abbattere un po’ di luoghi comuni e di pregiudizi, perché viviamo in un’epoca storica dove le cose o sono bianche o sono nere. Noi siamo per una meravigliosa sfumatura di grigi. E se poi i grigi diventano una sfumatura di colori, noi ne saremmo molto più felici. Vorremmo far passare il messaggio che non esistono le categorie e che è sbagliato etichettare le persone. Come dice il mio personaggio: certi temi sono problemi e questioni che non hanno nulla a che fare con la sessualità. C’è molta confusione, l’omosessualità è vista come un problema di genere: se sei uomo e gay, allora sogni di essere una donna sui tacchi. Noi dimostriamo il contrario: è una questione di costume, il genere è un’altra e la sessualità è una terza questione ancora, che prescinde da certe scelte fatte. La maggior parte delle volte, la sessualità è strumentalizzata e utilizzata come mezzo di controllo politico.

Chi vorreste vedere seduto tra il pubblico?

M.B.: La gente comune. È uno spettacolo che è stato anche pubblicizzato come LGBTQI+ (Lesbiche Gay Bisex Transgender Queer Intersessuali, ndr), ma rischia di essere anche questa un’etichettatura. Per noi Max&Max parla a tutti: è bene che ci sia la signora sessantenne che ride, la ex insegnante liceale che viene con il marito e che apprezza i contenuti, i ragazzi giovani… Certo non i bambini, perché chiaramente non è uno spettacolo adatto a loro, pur non essendo sboccato, ma potrebbe essere difficile magari da comprendere. È un’opera che cambia ogni sera, quindi anche la risposta comica o più introspettiva cambia a seconda del pubblico. É divertente per questo, ci dà l’idea di una rappresentazione aperta alla comunità.

Non amate molto le etichette, giusto?

M.B.: Le detestiamo. Infatti siamo la Compagnia dei Masnadieri!

A tal proposito: come mai questo nome? Vi siete ispirati a Friedrich Schiller e a Giuseppe Verdi?

M.B.: Il richiamo a Schiller c’è sicuramente. La Compagnia è nata nel 2007 tra le mura dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma. Quando abbiamo deciso di costituirci come gruppo, ci interessava un nome che in qualche modo rappresentasse una scelta diversa e controcorrente. I masnadieri erano visti come dei briganti, delle persone fuori dalla società. È stata una scelta un po’ provocatoria: siamo una Compagnia che ha un progetto ben chiaro e vuole rimanere fuori da qualsiasi tipo di etichetta o schema. Il nome, comunque, ha funzionato e ci ha portato fortuna.

Il vostro Spazio 18B è a Garbatella: perché avete scelto come base questo quartiere?

M.B.: La scelta è stata casuale e provvidenziale. Quando siamo nati come Compagnia, il primo municipio che ci ha accolto è stato quello che ora è l’VIII. Garbatella è un quartiere popolare, in crescita e culturalmente fertile: ci è sembrato fosse il posto giusto dove andare a fare un lavoro anche di sensibilizzazione del pubblico. Lo Spazio 18B è una tana di 30 m2 e quindi, volente o nolente, lo spettatore è immerso nella rappresentazione. È stato un modo anche per noi di ri-sensibilizzarlo al senso di appartenenza e di condivisione.

Come unite il vostro ruolo di direttori artistici con quelli di regista e di attore?

M.B.: Jacopo Bezzi ed io collaboriamo insieme da diversi anni. La nostra fortuna è che siamo persone diverse che riescono a dare ognuno il proprio apporto al progetto della Compagnia e dello Spazio. Il fatto di essere tre (compresa Elisa Rocca, ndr) ci permette di mettere, ogni volta, in scena diversi linguaggi, attitudini, specialità. È un arricchimento per noi, perché dialoghiamo molto anche sul nostro stesso lavoro. Ad esempio, io sono più legato ad un teatro di drammaturgia: l’incontro con Jacopo mi apre più su un teatro di attore, di mattatore, mi aiuta anche ad avere una prospettiva, un punto di vista diverso sul mio lavoro. Elisa Rocca è più legata a un discorso corale. Per noi è un punto di forza, perché la direzione artistica, più che essere una sorta di confezione che si dà a un progetto, è un dialogo costante.

Prendendo spunto dal vostro spettacolo Max&Max, tra 15 anni dove vedreste la vostra Compagnia?Max Max 1

M.B.: Se ci avessero chiesto la stessa cosa dieci anni fa, non ci saremmo probabilmente visti qui. Noi siamo una Compagnia in crescita che guarda sempre al futuro e al cambiamento, quindi quasi sicuramente ci vediamo da un’altra parte. Ci piace navigare così, a vista: sappiamo dov’è l’orizzonte, ma non so dove saremo tra 15 anni.

J.B.: Sono d’accordo. C’è ancora tanta strada da fare. Ci farebbe piacere poter aprire tanti Spazi 18B. Non ci accontentiamo mai, ma ci lasciamo un po’ sorprendere dagli eventi. Quest’anno ci ha anche stupito il riconoscimento da parte del Ministero, che è un incentivo per il prossimo triennio a realizzare tante cose e andare avanti con una spinta in più. Più faticosa e con grande responsabilità.

Che cos’è per voi il Teatro?

J.B.: Dire “Teatro uguale vita” è forse un po’ scontato, ma dopotutto è così: da quando apriamo gli occhi al mattino fino a che non si va a dormire, si parla di Teatro. Avere uno spazio, poi, ti dà un’autonomia maggiore, una base dove sperimentare e portare avanti un certo percorso, progettare una stagione teatrale, fare un’offerta ad un pubblico mirato e agli attori, fornire un’esperienza di lavoro, di laboratorio. È ovvio che con un coefficiente maggiorato è tutto molto più interessante e finalizzato. Ma abbiamo ancora tantissimo da imparare nella pratica.

Da direttori artistici e da spettatori, cosa vi piacerebbe vedere sul palco dello Spazio?

J.B.: Beh, la nostra stagione! (ride, ndr) Siamo ancora al primo spettacolo e ci auguriamo che ciò che presentiamo diventi un evento. La cosa più difficile è trasformare un’offerta in qualcosa che sia effettivamente unico per chi viene a vederlo. La scelta artistica di poter proporre un ventaglio di possibilità diverse è molto importante: dalla letteratura all’ospitare spettacoli sulla vita di un cantante e trombettista jazz, piuttosto che affrontare tematiche LGBTQI+, oppure avere un lavoro di Giovanni Greco sul poeta russo Mandel'štam. Ci piacerebbe vedere che tutto questo diventi l’unicità, che parli al pubblico e a noi.

M.B.: Il nostro è uno spazio che vuole parlare dell’oggi e, quindi, è importante che sia attuale, indispensabile e non solo mero intrattenimento. La scelta del testo è quasi un pretesto. La cosa importante è che ci sia un’utilità effettiva e che crei una comunità con cui dialogare. Purtroppo viviamo in una società dove l’individualismo è imperante. Ci piace un teatro di confronto, un teatro che abbatta la quarta parete, anche quando facciamo testi apparentemente più classici.

Ultima domanda: tre parole per descrivere Max&Max – Capitolo II ?

J.B.: Ruolo, dissacrante, sodalizio.

M.B.: Uno slogan va bene? Enjoy your gender!

Chiara Ragosta 16/10/2018

Centocinquanta progetti ricevuti, trenta opere selezionate per la fase finale, più di duecento artisti emergenti, provenienti da ogni parte d’Italia, coinvolti e tre intense settimane di programmazione tra performance, presentazioni di libri e mostre d’arte: sono solo alcuni dei numeri della II edizione del Festival InDivenire (25 settembre – 14 ottobre allo Spazio Diamante, Roma), manifestazione ideata e fortemente voluta da Alessandro Longobardi e Livia Clementi, i quali ne hanno affidato la direzione artistica a Giampiero Cicciò, attore e regista dalla trentennale esperienza fra teatro, cinema e televisione. Rendere reale, concreta un’idea, una visione: è questo l’obiettivo di InDivenire. Ne ha parlato con noi di Recensito proprio il direttore artistico Cicciò.

Com’è andata la prima settimana del Festival?

Benissimo. Ciò che colpisce ogni volta è la qualità dei progetti, oltre che la grande affluenza di pubblico. Ci rendiamo sempre più conto che sono tante le compagnie che hanno delle idee chiuse in un cassetto, le quali hanno tutte un’urgenza di essere raccontate. La maggior parte trattano anche tematiche importanti: quest’anno, ad esempio, si passa dal neofascismo che impera oggigiorno, fino ai problemi in Siria delle spose bambine, per arrivare poi al mondo di Internet che fagocita tutti questi ragazzi e da cui loro si sentono divorati, come dei tossicodipendenti. La cosa che salta all’occhio è una nuova generazione di teatranti che ha necessità di raccontarsi e che, soprattutto, merita di esprimersi vista la qualità, ma che non riesce a trovare uno sbocco. Come si sa, in Italia, la nuova drammaturgia non ha esattamente le porte spalancate, purtroppo.GiampieroCiccio4

In cosa InDivenire è diverso da altri festival?

Non è un festival solo per under 35, come ce ne sono molti in giro. Da noi un coreografo, uno scenografo, un attore possono anche avere più di 35 anni per partecipare, ma è doveroso precisare che, secondo regolamento, ciascuna singola compagnia deve essere composta da un 60% di under 35 e da un 40% di over 35. Gli spettacoli in gara sono trenta: di solito è difficile trovare questi numeri, per tre settimane di programmazione, altrove. Infine, abbiamo tre premi importanti: uno è quello della giuria tecnica per la Prosa, che permette di portare in scena definitivamente un progetto di work in progess di prosa, un altro uguale per la sezione Danza e il terzo è quello della giuria popolare. Tutti e tre i progetti saranno ospiti dello Spazio Diamante in stagione: i due vincitori delle sezioni Danza e Prosa vinceranno anche due settimane di residenza, cosa sempre molto ben accetta dai partecipanti perché, come si sa, a Roma gli spazi - prova costano un occhio della testa. Invece, il premiato dalla giuria popolare verrà invitato come ospite. Queste sono le cose che contraddistinguono in particolar modo InDivenire e che non sono facilissime da trovare in altro luogo.

Come scegliete le compagnie e/o le opere che accedono alla fase finale?

Ci basiamo su vari fattori: il primo è indubbiamente la qualità del progetto, l’idea, la tematica. Domandiamo alle compagnie di inviare dei video di loro spettacoli precedenti attraverso cui poter capire il valore delle loro messinscene passate. Infine, chiediamo di mandare anche i curricula di tutti i partecipanti. È ovvio che, fra tutti quelli che arrivano, ci sono anche progetti meno professionali: noi puntiamo sulla valorizzazione di chi lavora attivamente nel mondo del teatro e della danza e non di chi lo considera come uno svago.

Tre aggettivi per InDivenire?

Coraggioso, aperto, accogliente.
Su quest’ultimo aggettivo vorrei soffermarmi brevemente e spiegarlo. Gli artisti che esporranno le opere nella mostra d’arte allestita negli spazi del Diamante provengono da diverse parti del mondo, come Argentina, Colombia, Messico. Un evento a cui tengo particolarmente è la presenza di uno Spettacolo Ospite, Exodos di Luigi Saravo con la collaborazione di MaTeMù - Centro Giovani e Scuola d’Arte del Municipio Roma I (12 ottobre ore 18:00, ndr): in esso si esibiranno attori italiani e attori migranti africani, molti dei quali sono musicisti. Inoltre, abbiamo ospitato la presentazione del nuovo libro di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso, Salvezza, un reportage a fumetti edito da Feltrinelli, dove raccontano la loro esperienza da infiltrati della nave Aquarius. Gli argomenti accoglienza ed integrazione sono fondamentali in InDivenire e ci tengo a sottolinearlo.

Inaugurazione Festival inDivenire Spazio Diamante 3Lo Spazio Diamante, luogo in cui ha sede il Festival, è considerato uno dei quartieri più “difficili” di Roma. Pensa che il teatro, o in generale lo spettacolo dal vivo, possa aiutare il recupero e la riqualificazione del territorio?

Questo è l’impegno di Alessandro Longobardi, l’ideatore del Festival, nostro mentore e mecenate, il quale tiene particolarmente a questo argomento. Io stesso sto lavorando molto sul territorio. Per esempio sono andato personalmente a bussare agli atelier di pittori, scultori, fotografi che hanno i propri i studi al Pigneto e che, per tutta la durata del Festival, esporranno alla collettiva d’arte all’interno delle sale dello Spazio Diamante. Attraverso queste realtà siamo riusciti a creare una sinergia con tutte le persone che vi ruotano attorno, perché alcuni di questi artisti sono anche insegnanti e, quindi, tutti coloro che vanno a imparare a dipingere e a scolpire sono stati coinvolti e chiamati a partecipare alla giuria popolare, oltre ad essere stati interpellati alcuni residenti stessi. Infine, abbiamo organizzato anche dei flash mob al Pigneto per farci conoscere: stiamo agendo per coinvolgere realmente e attivamente tutto il quartiere.

In questi due anni di direzione artistica, ha trovato più talento da difendere o più bellezza?

Abbiamo trovato di tutto. Ci sono state delle cose decisamente e piacevolmente sorprendenti e in cui c’era anche tanta bellezza. Tutti i progetti intervenuti e soprattutto quelli finora premiati hanno avuto entrambe le cose: il talento di interpreti e registi, ma anche la bellezza di un progetto, di un argomento, di un credo che fa vivere questi artisti nella nostra contemporaneità, senza fare un teatro lontano dall’oggi.

C’è qualcosa che non ha ancora visto ma che Le piacerebbe vedere?

Quello che io vorrei trovare maggiormente in futuro nel teatro è un distacco totale da quello che è un linguaggio forse troppo televisivo. I giovani che sono cresciuti a pane e televisione o a pane e Internet stanno maturando un linguaggio che il palcoscenico non sostiene, come un allestimento o una recitazione troppo realistici. E non parlo della verità, perché la verità si può fare con il grottesco o con cifre che non hanno niente a che vedere con il naturalismo. Ecco, manca il sogno. È come se alcuni di questi giovani under 35 dimentichino che la nostra vita non è solo realismo quotidiano, ma anche fantasia, che i nostri sogni ci suggeriscono. Federico Fellini o Ingmar Bergman pensavano molto ai sogni, Giancarlo Cobelli indagava molto i suoi sogni. La parte più visionaria nonché più vera e più profonda di noi, che non ha niente di realistico, è ciò che, secondo me, va più portato sulla scena. La parte più naturalistica, invece, è più giusta per una dimensione da fiction.

Il suo sogno è vedere più fantasia sul palco, quindi.

Sì, esattamente. Sarebbe bellissimo.

Tra dieci anni, che cosa vorreste che fosse questo Festival?

Vorrei che diventasse un punto di riferimento per tutti i registi, i coreografi, le compagnie che non riescono ad avere una vetrina. A prescindere dal premio, per me è più importante vedere giovani felici di poter raccontare finalmente quella loro storia chiusa in un cassetto e impossibilitata ad uscire: questo è l’intento del Festival, non altro. E soprattutto riuscire ad avere un pubblico che sia attirato non solo dai grandi nomi di mercato, ma anche da questi artisti di talento, che hanno qualcosa da dire e che hanno il diritto di esprimersi, di avere una platea curiosa di ascoltarli. Mi piacerebbe che diventasse di respiro nazionale, ma è una cosa un po’ prematura: ancora dobbiamo fare un gran lavoro su Roma e al Pigneto, per farci conoscere ed apprezzare. Adesso la nostra missione è portare a termine alla grande questa seconda edizione e farne una terza riscrivendo il bando con tutte le modifiche nate dalle cose che abbiamo imparato già da queste prime due edizioni.Anna Bonaiuto Bonaiuto Anna sito 4

Teatro, cinema, televisione…Cosa ha portato della sua ricca esperienza nella sua “avventura” da direttore artistico?

In particolare? La mia esperienza da spettatore molto, molto curioso. Ho viaggiato tanto per andare a vedere i grandi maestri sulla scena. Ho chiara la traiettoria del bel teatro europeo. E quando vedo dei giovani artisti portare sul palco questo respiro europeo non circoscritto, io mi accendo. Mi piacerebbe che anche il teatro italiano fosse meno provinciale.

Il pubblico di InDivenire è curioso?

Direi proprio di sì, indubbiamente. Già che viene in uno spazio “indivenire” per vedere opere in work in progress, scegliendo quindi spettacoli nuovi, semi-sconosciuti, in scena in una realtà recente, “nata ieri”, significa che la curiosità c’è.

Peppino Mazzotta 667x350Lo scorso anno venne Fabrizio Gifuni a premiare i vincitori. Quest’anno invece?

Posso dirvi in esclusiva che verranno a premiare gli attori Anna Bonaiuto (Coppa Volpi 1993, David di Donatello 1995 e Nastro d’Argento 1996, ndr) e Peppino Mazzotta (Premio Annibale Ruccello 2012 e Premio Vincenzo Padula 2014, ndr). Quest’ultimo è il direttore artistico di Riace in Festival - Festival delle Migrazioni e delle Culture locali, manifestazione fortemente voluta dal sindaco Domenico Lucano (ora sospeso dall’incarico e agli arresti domiciliari in seguito all’operazione Xenia, ndr). A Mazzotta chiederemo di parlarci anche del Modello Riace. Insieme ai due attori, interverranno l’autore teatrale Giuseppe Manfrini, che consegnerà il premio al miglior testo, e il regista Lorenzo Gioielli, il quale ci racconterà qualcosa dello spettacolo La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltes, diretto da lui e interpretato la scorsa stagione da Pierfrancesco Favino. Loro sono i quattro ospiti che presenzieranno alla premiazione (14 ottobre, ndr).

Chiara Ragosta  08/10/2018

Su un’isola imprecisata – forse del Mar Mediterraneo – lontana da ogni rotta e senza nome, Prospero e sua figlia Miranda vivono esiliati dopo che Antonio, fratello di Prospero, ha usurpato il suo ducato di Milano con l’aiuto di Alonso, Re di Napoli e suo amico. L’isola deserta, luogo quanto mai simbolico, era popolata prima dell’arrivo del ramingo duca di Milano solo dal mostruoso Calibano e dallo spirito Ariel, lì imprigionato. Lo spazio ridotto dell’isola è luogo della mente, ma anche dello spazio teatrale – giacché coincidono – e rifugio estremo da un mondo in cui non ci si riconosce più: «e noi tutti abbiamo ritrovato noi stessi quando nessuno era ormai più se stesso» avrà modo di dire Gonzalo, consigliere anziano del re. Su quest’isola Prospero ha tentato, umanisticamente e faustianamente – il suo nome è non a caso la traduzione del latino Faustus, nome dell’eroe di Marlowe – di imporre la propria cultura e il proprio potere, schiavizzando il solo abitante umano dell’isola, Calibano, e lo spirito Ariel. Shakespeare, dunque, affronta nella sua Tempesta anche la questione morale relativa al nascente colonialismo – che avrebbe raggiunto il suo picco durante l’Età vittoriana – oltre che trattare tutti i temi magici già presenti in Sogno di una notte di mezza estate, il racconto dell’innamoramento e della tenebra insondabile che si nasconde nel cuore dell’uomo. 1


Daniele Salvo si imbarca nell’impresa di portare in scena una delle opere più note del Bardo, complessa – come tutte le sue maggiori – e ricca di suggestioni. Il suo Prospero è Ugo Pagliai, uno dei pilastri del teatro italiano, che regge perfettamente il suo ruolo dall’inizio alla fine dello spettacolo. Lo accompagnano Melania Giglio, nel ruolo di Ariel, Valentina Marziali – la figlia Miranda –, Carlo Valli, Martino Duane e Tommaso Cardarelli, rispettivamente nelle parti di Antonio, il Re di Napoli e suo figlio. A scene ben orchestrate e di grande effetto – come i numerosi ingressi di attori dalla platea e la celebre tempesta iniziale – ne seguono alcune di minore impatto, come le parti comiche talvolta inutilmente forzate: il trio comico di Mimmo Mignemi, Marco Simeoli e Gianluigi Fogacci – ovvero Stefano, Trinculo e Calibano – diverte il pubblico ma pare forzare eccessivamente e inutilmente la comicità sottile dell’opera. E se Rabelais affermava che «rider soprattutto è cosa umana», le scene comiche dello spettacolo, care a Shakespeare e ai suoi contemporanei che vedevano il riso e il pianto come mai completamente scindibili, confermano anche quanto sia più difficile suscitare il riso che il pianto. 2


L’ottimo impianto scenografico, ideato da Alessandro Chiti, permette di riprodurre perfettamente la tempesta iniziale e si adatta alle numerose necessità dello spettacolo. L’isola che Calibano, nel linguaggio stranamente poetico che Shakespeare dona a lui, rozzo e deforme abitante dell’isola, definisce «piena di rumori, di suoni e di dolci melodie» si anima grazie al corpo di ballo e alla presenza di Ariel spirito che, come il Puck di Sogno, è quasi impalpabile tanto rapido e leggero – «tu che non sei che aria» gli sussurra Prospero – ha qui piuttosto qualcosa del Gollum dell’universo tolkieniano. La musica, curata per lo spettacolo da Marco Podda, pervade La Tempesta dall’inizio alla fine ed è impersonata proprio da Ariel, signore della danza e del canto. Ma nonostante la sua dolcezza, la morale è piuttosto amara: se Antonio non ha avuto esitazioni nell’esiliare suo fratello, legittimo duca di Milano, e Stefano non esita quando istigato da Calibano ad uccidere Prospero per impadronirsi dell’isola, allora si può legittimamente affermare che ogni personaggio in talune circostanze può arrivare a ferire o ad uccidere: i meandri dell’animo umano sono ancora una volta insondabili, come già rivelato da Amleto o da Macbeth. Nel finale, l’incantesimo si spezza: Prospero si rivolge agli spettatori con alcuni dei versi più celebri di tutto il teatro shakespeariano, con quello che secondo molti costituisce il commiato di Shakespeare dalle scene e, forse, la sua intera interpretazione del teatro: «Questi attori, come ti avevo detto, erano solo fantasmi e si sono sciolti in aria sottile…noi siano fatti della stessa sostanza dei sogni e la nostra piccola vita è cinta di sonno».

    Pasquale Pota 07-10-2018

Lo scorso giovedì 27 settembre è andato in scena, allo Spazio Diamante di Roma, nel corso del Festival InDivenire, “Due addetti alle pulizie”. Della compagnia teatrale Le Ore Piccole, testo e regia di Chiara Arrigoni per uno spettacolo a due interpretato da Andrea Ferrara e Massimo Leone. Autore e attori, quindi, tutti diplomati all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica “Silvio d’Amico”, e che hanno debuttato già in occasione del recenteFestival ContaminAzionirealizzato e promosso interamente dagli allievi della suddetta (al Teatro India di Roma, dal 18 al 23 settembre passati).

“Due addetti alle pulizie”, a sottolineare le sue nobili origini, nasce come spin-off de “Il Calapranzi” di Harold Pinter, e ne ripercorre infatti le dinamiche dialogiche e conflittuali tra due protagonisti antitetici, polarizzati fra loro. Lo spettacolo, tuttavia, è perfettamente fruibile, che si abbia assistito o meno al suo progenitore pinteriano.12 Add
Entrano in scena due addetti alle pulizie, incaricati di ripulire scantinati due o tre volte al mese. Rispetto a quanto lavorano, guadagnano davvero molti soldi, tanti che neppure il più ingenuo e idealista dei due (Andrea Ferrara) potrà ignorare a lungo la verità dietro il proprio lavoro. E una volta che la verità è venuta a galla, non sarà facile rimetterla a posto, nemmeno per il più cinico e aggressivo della coppia (Massimo Leone).
La regia adopera gli strumenti della crudezza e i dilemmi morali della vicenda per svelare al pubblico, gradualmente, l’antefatto e le sue spiacevoli conseguenze. Il testo, senza troppi fronzoli, non tergiversa nemmeno tanto a lungo attorno al nocciolo del problema. È più l’imbarazzo dei protagonisti, e la loro paura sotterranea, che ci lascia il tempo di presagirlo prima di prenderne coscienza. L’opera è un dialogo tra Pinter e Tarantino, che coniuga abilmente i punti più attuali del primo con le deviazioni più di genere del secondo. Uno scontro perfettamente coerente tra due metà solitamente complementari, ma inconciliabili all’interno di una situazione assurda e, vista dall’interno, tragicamente senza uscita.
Assistiamo quindi all’inesorabile srotolamento dei demoni interiori dei due personaggi, senza grandi sconvolgimenti o colpi di scena, motivo per cui ne assorbiamo il disagio generazionale, oltre alle ansie etiche e morali. La deresponsabilizzazione di una società che, per sopravvivere alle proprie colpe, deve accecarsi o farsi tirannide ricorda da lontano il meno allegorico dramma ancestrale di Edipo, ma non per questo risulta meno attuale nel dramma di una macchia ostinata, sul pavimento della nostra coscienza.

Andrea Giovalè
28/09/2018

Martedì, 04 Settembre 2018 13:15

Venezia 75, Roma di Alfonso Cuarón

Sembra non aver dimenticato del tutto lo spazio, Alfonso Cuarón, dopo il suo premiatissimo Gravity presentato proprio a Venezia in anteprima mondiale nel 2013: siamo alla periferia di Città del Messico o forse sulla luna nel suo Roma, già considerato tra i possibili vincitori del Leone d’Oro 2018. La pellicola prende il nome dal quartiere della sua infanzia in Messico, così come i personaggi e gran parte delle vicende sono personalmente tratti dalla sua storia e dalle vicende della sua famiglia: il 1971, infatti, è l’anno in cui suo padre abbandonò moglie e figli, ma anche quello del massacro del Corpus Christi, ovvero la repressione violenta di una rivolta studentesca da parte dell’esercito messicano. La ricostruzione dei luoghi è meticolosa: il set riproduce precisamente la casa del regista da bambino, e le strade, i negozi e i luoghi pubblici sono perfettamente ricostruiti per rievocare quell’epoca. Roma 1


Eppure, Roma conserva una sua aura di atemporalità, un che di sfuggente nei suoi luoghi ripescati dalla memoria, una sensazione forse accentuata dall’utilizzo del bianco e nero da parte del regista messicano. Allo spagnolo si mescola la lingua indigena della domestica Cleo – interpretata da una sorprendente Yalitza Aparicio –, protagonista inaspettata della vera e propria epopea di una famiglia bene in cui a risaltare è proprio lei, tata e domestica quasi muta e in balia di un destino che è capace di sopportare con grande forza interiore. Roma è una storia di personaggi femminili: gli uomini sono assenti, come il padre di famiglia, medico, che scompare portandosi con sé le sue librerie e i suoi attrezzi e, quando presenti, non sono affatto modelli da seguire, come l’amante di Cleo che la abbandona senza una parola dopo aver scoperto la sua gravidanza. Altra protagonista, dunque, è la madre Sofia – Marina de Tavira – abbandonata dal marito e obbligata dalle circostanze a reagire e ad affrontare la crisi per la sua famiglia. Le due donne, pur appartenendo a due classi sociali distinte, vanno oltre le convenzioni sociali e risultano ancora più unite dalle numerose avversità e dagli ostacoli della vita quotidiana. Roma 2


Roma unisce allora storia familiare e trasformazioni sociali nella impeccabile tecnica registica di Cuarón: i suoi piano sequenza – memorabile quello iniziale – accompagnano per mano lo spettatore nei luoghi della sua memoria, indugiano su cose e persone, conferendo una certa epicità al racconto dello squallore e del quotidiano. Le riprese hanno impegnato attori non professionisti per centodieci giorni con una sceneggiatura svelata di giorno in giorno al cast da parte del regista, che firma anche sceneggiatura e fotografia di quello che considera il suo film più personale ed emotivamente impegnativo. La pellicola verrà distribuita a partire dal prossimo 14 dicembre su Netflix, da cui è stata prodotta, e in alcune sale selezionate.

Pasquale Pota 04-09-2018

Quando si legge la parola “performance” sul flyer di una drammaturgia teatrale, solitamente, la prima, istintiva reazione è quella di un brivido lungo la schiena. Ci si chiede cosa si dovrà affrontare, quali bizzarrie il teatro avrà, stavolta, in serbo per noi. Ebbene, il flyer di “Quando non so che fare cosa faccio” (andato in scena dal 13 al 23 giugno scorso), di e con Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, recita anche, in chiusura, un evocativo e simpatico “si consiglia di indossare scarpe comode”.
Sì, perché si cammina nella suggestiva e al tempo stesso urbana cornice del quartiere Marconi, attorno al Teatro India di Roma. Da una parte il fiume, l’orizzonte, il Gasometro, dall’altra il lungo viale, i negozi, la periferia urbana. Ma andiamo con ordine: si entra nella Sala B del Teatro India, spoglia e profonda, nuda, con Daria Deflorian seduta a distanza dal pubblico. 1Veniamo armati di cuffie bluetooth, con le quali far arrivare la voce sommessa della protagonista fino alle nostre orecchie. Poi si comincia, usciamo dal retro della sala e partiamo per un viaggio, al tempo stesso nella città e nella mente della non-attrice.
Già, perché uno degli obiettivi dello spettacolo è mettere in evidenza cos’è un attore al di fuori del della scena, e di riflesso cos’è il teatro, cosa la recitazione, chi è il pubblico e dove sta il confine (labile) tra palco e realtà. La sovrapposizione dei due è massima, mentre seguiamo Daria a debita distanza lungo le scenografie naturali costruite da Roma: capita di sorpassare una coppia di giovani che litigano, bambini che urlano e calciano un pallone di gommapiuma, di preoccuparsi per qualche goccia di pioggia, di sbirciare fuori dalla vetrina di Tiger, mentre la protagonista solitaria, se solitaria può dirsi per le strade di città, entra, prova qualche strano cappello e commenta, dal vivo, nelle nostre orecchie. Il tutto è condito da brevi riflessioni sull’essere e crescere donna, in bilico tra la scena e la vita, prendendo spunto da aneddoti legati a Stefania Sandrelli e al suo esordio cinematografico in “Io la conoscevo bene” (1965, di Antonio Pietrangeli).
In un percorso in cui tutto sembra casuale, compreso il racconto vocale, forse un po’ troppo spesso abdicato al silenzio, c’è anche spazio per le piccole partecipazioni “scriptate” di Monica Demuru o Ludovica Manzo, a seconda della data, e Francesco Alberici, il cui ruolo non è mai palese prima della rivelazione finale, per i saluti al pubblico. Grande idea, quindi, e costruita con mestiere, quella made in Tagliarini e Deflorian, che potrebbe indubbiamente godere di numerose altre applicazioni. La commistione di storia nelle cuffie e passeggiata in città, infatti, partorisce un’esperienza che meriterebbe di essere provata da chiunque, di solito, rabbrividisca al prospettarsi di misteriose “performance”. Magari al tramonto, con scarpe comode.

Andrea Giovalè
25/06/2018

“Sarà un onore e un sogno che si realizza poter celebrare la “Quarta Giornata Internazionale dello Yoga” nel simbolico luogo di Piazza Campidoglio a Roma” ammette Gloria Gante, vice capo missione dell’Ambasciata Indiana nella giornata di presentazione del progetto.
Decretato il solstizio d’estate come giornata simbolo dai 193 membri dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2014, ogni anno viene celebrata la IDY (International Yoga Day) nei diversi paesi tra cui anche il india 1nostro che festeggiando quest’anno i 70 anni di rapporti diplomatici con l’India, ha permesso l’organizzazione, a partire dal 17 giugno, di una intera settimana dedicata a una delle pratiche di lavoro mente-corpo più antica mai esistita.
In collaborazione con l’Ambasciata dell’India e diversi istituti e scuole di Yoga sotto il segno del colore “giallo”, solare ed energico, saranno proposte agli interessati esperti e non (a titolo esclusivamente gratuito) conferenze, seminari, classi aperte di Yoga adatte a tutte le età e anche sedute di meditazione.
Le giornate del 23 e del 24 saranno invece ospitate dalla Repubblica di San Marino (sito UNESCO dal 2008) che con piacere ed entusiasmo si è resa partecipe dell’iniziativa riconoscendone le potenzialità e l’alto grado di interesse culturale di cui si rende portavoce.
Che in un’epoca come la nostra si riesca sempre più a dar spazio alle pratiche spirituali provenienti dall’oriente è un enorme passo avanti. Un traguardo raggiunto con forza e determinazione che prende sempre più spazio rispondendo alle esigenze di un pubblico di praticanti in grande evoluzione e espansione.
Inoltre a partire da quella stessa sera con un concerto vocale classico dell’acclamato maestro di dhrupad Ritwik Sanyal accompagnato da Gianni Ricchizzi con il rudra veena e da Mohan Sharma al Pakhawaj, verrà dato inizio alla quinta edizione del Festival Summer Mela interamente dedicato alla musica, danza e cultura indiana organizzato dalla fondazione FIND che durerà fino al 3 luglio.
Il direttore artistico dell’evento Riccardo Biadene (anche filosofo e regista) ha dato vita insieme ai suoi collaboratori a una serie di serate dall’alto potenziale attrattivo come lo spettacolo di danza classica indiana Bharatanatya dal titolo “Il Nettare di Krsihna” al Teatro India il 26 giugno, o la proiezione al Cinema Farnese del film di Biadene “Alain Danielou – Il Labirinto di una Vita” e molto altro ancora di cui potrete trovare informazioni più dettagliate cliccando al seguente link.
india 2Una iniziativa da non perdere per trascorrere queste prime giornate di estate romana favorendo il rilassamento psico-fisico del nostro corpo e permettendo a grandi e bambini di passare del tempo all’aperto sorseggiando tea e divertendosi con stupore a scoprire i tesori d’oriente che piano piano si avvicinano sempre più anche alla nostra cultura.

Daria Falconi  13/06/18

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