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Se la cultura e l’arte hanno un compito, questo è di agire sull’uomo per cambiare il suo rapporto con la realtà. Un’esperienza di mutamento che passa prima dai sensi, la visto e l’udito, poi dall’emozione, gioia o disgusto, e infine si tramuta in consapevolezza. Da alcuni anni Enzo Cosimi, coreografo romano classe 1958, illumina zone d’ombra dove il nostro occhio solitamente non cade, per disattenzione o vigliaccheria o persino semplice abitudine ed assuefazione, con un discorso sperimentale che ci afferra per il nostro bavero interiore e scuote l’animo. Una commozione a cui fa seguito una presa di coscienza di una realtà fragile, dolorosa, intima rimasta oscurata e che ora, dopo esser venuta alla luce e quindi rinata, può cominciare a camminare con noi, dentro di noi. Il pubblico del Teatro Biblioteca del Quarticciolo, quartiere di Roma est, ha visto sfumare l’occasione, per via delle misure di contrasto al Covid-19, di vedere sul palcoscenico della sala una di quelle opere che certo rinnovano il nostro punto di vista sul mondo. Ovvero La bellezza vi stupirà. Spettacolo che parla di ed è interpretato da donne e uomini senza fissa dimora e primo quadro della trilogia Ode alla bellezza, dedicata alla scavo nelle vite relegate ai margini o nascoste al (pre)giudizio degli altri, iniziata nel 2015 con questa pièce e seguita da Corpus Hominis (2016), storia di un amore omosessuale tra una persona anziana e un uomo più giovane, e I love my sister (2018), racconto transessuale del passaggio da donna a uomo, è diventato il tema del primo appuntamento dell’iniziativa Ritratti d’attualità, l’intervista-dialogo tra la giornalista e critica della danza Marinella Guatterini e Cosimi trasmesso in diretta sulla pagina Facebook del teatro. Il coreografo contemporaneo, spiega la giornalista descrivendo il pensiero e l’opera dell’artista, lo è in quanto è capace di guardare dentro ogni aspetto e ogni anfratto della realtà che lo circonda, si apre agli stimoli provenienti da altri ambienti e al lavoro dei suoi colleghi. Soprattutto è in grado di mutare il suo linguaggio. Quella di Cosimi è una sfida e un’esplorazione costante che scopre temi scomodi e coinvolge spesso performer non professionisti, elemento innovativo che fu tutt’altro che ben accolto da una certa critica culturale agli inizi della sua carriera negli anni Ottanta. Poi Guatterini porge la prima domanda sulla genesi di quest’opera e, per esteso, da quale bisogno è scaturita l’intera trilogia.

Le tre produzioni nascono da un’indagine su vite invisibili, relegate ai margini della nostra considerazione perché in qualche modo avvertite ancora come irregolari, degli scarti dalla norma, che per quanto diverse sono accomunate dal dolore che si prova ad essere giudicati. Nell’alternanza tra domande, spunti, guizzi e risposte Cosimi affronta aspetti tecnici, umani, di metodo, senza dimenticare la finalità di questa produzione dell’intera trilogia: “Voglio dare un nuovo sguardo su queste persone. Sono tre lavori di cui vado fiero e penso che negli anni possano essere visti con maggior oggettività e maggior empatia”. Il coreografo ha ripreso l’idea de La stanza del principe, una revisitazione del secondo atto del balletto Il lago dei cigni in cui il personaggio del principe perde tutti i suoi connotati regali, messa in scena con persone senza fissa dimora. Questo “racconto fiabesco”, illustra Cosimi, prende vita grazia alla collaborazione delle associazioni che si occupano di chi finisce in strada e li trasforma, almeno per il tempo della rappresentazione, “in re e regine”. Una seconda occasione, seppur breve e momentanea, per chi ha visto l’esistenza scivolargli via dalle dite senza riuscire ad più aggrapparvisi per non naufragare. Cosimi spiega anche come negli ultimi anni il profilo del senzatetto sia cambiato a causa anche delle crisi che colpiscono la nostra società. “Prima l’homeless era una figura borderline, oggi chi lo diventa chi perde lavoro, la casa chi non vede più i figli. Ci sono ex avvocati, oltre a persone con difficoltà di salute e varie esperienze di vita”. Stimolato dalle domande e dalle osservazioni di Guatterini, Cosimi scende più nel dettaglio. Abituato da anni a lavorare con dei non professionisti, in una settimana – racconta il coreografo – riesce a instaurare un rapporto con i suoi attori vincendo le loro insicurezze e a portarli sul palco, concentrandosi sulla loro presenza scenica, sul ritmo e la musicalità. “Una sfilata visionaria, un cortocircuito tra l’effimero, il glamour e i loro sguardi. Voglio mettergli intorno un’aura di bellezza”, descrive Cosimi la rappresentazione. Un lavoro forte e diretto alla coscienza che, al di là del lato più istrionico, mostra la convivenza degli individui col proprio dolore. Ancora il regista: “È un dolore che contiene perdono, gioia, rabbia e sofferenza. Il dolore è un atto di sottomissione e insieme di resistenza alla fragilità umana. Ti reinventi il quotidiano attraverso le ferite che ti porti dietro. Ma ci siamo tanto abituati a consumare il dolore che non siamo in grado di prendercene cura”. La bellezza vi stupirà è un appello a commuoverci e provare empatia per le vittime del disinteresse e della paura del diverso, guardandolo con occhi nuovi e l’animo pronto ad accogliere. La curiosità della giornalista poi si spinge a sondare i piani futuri del coreografo. "La rappresentazione non terminerà qui, spero di riuscire a portarla al Quarticciolo”, assicura Cosimi che prosegue, “intanto mi dedicherò a questa dance media performance che ho chiamato Coefore Rock & Roll, la seconda parte della trilogia sull’Orestea, preprata per Romaeuropea Festival 2020. Ho anche intenzione di tornare in scena con la performance di 15 minuti “I need more”.

La conversazione tra i due è stata introdotta da estratti di alcune videointerviste a persone senza fissa dimora registrate da Cosimi in varie città d’Italia ed è seguita dalla visione di un promo di due minuti, risalente alla messa in scena di La bellezza vi stupirà all’edizione del 2015 del festival capitolino Teatri di Vetro. Se la missione della danza e del teatro è quella di far sedere lo spettatore non su un comodo cuscino ma su un cumulo di carboni ardenti che impediscono il puro intrattenimento e disturbano l’imperturbabilità, portandoci chissà dove, Cosimi è sicuramente su quella traiettoria. Con Ode alla bellezza ha mostrato vite (auto)recluse, con la precedente trilogia Passioni dell’anima ha strappato dal di dentro e gettato al di fuori di noi le nostre paure più inibenti, la nostra brama tanto più repressa quanto deflagrante più di piacere fisico – con un ricorso al sesso e alla sessualità non più come (legittimi) strumenti di rottura e di scandalo ma come chiavi di lettura della società e dei suoi cambiamenti – e la sofferenza che alza una cortina di separazione tra noi e lo scorrere dell’esistenza, rinchiudendoci in un ovattato vuoto dove l’assenza di senso si fa schiacciante, che il mondo contemporaneo per paradosso alimenta nella sua convinzione che la vita sia solo materialità e raziocinio. Con la prossima trilogia, ispirata all'Orestea di Eschilo, iniziata dalla del rapporto tra sesso e potere in chiave sadomasochistica di Glitter in my Tears e in attesa di proseguire col secondo capitolo Coefore Rock & Roll, la destinazione è ancora incognita.

Lorenzo Cipolla

«Abbiamo 45 minuti di tempo»: così ci accoglie l’unica voce sul palco. È Monica Demuru che parla e lo farà instancabilmente per il resto dello spettacolo. Una sola interprete per “Jukebox”, l'edizione romana dello spettacolo andato in scena al Teatro India, è un progetto tutto da scoprire e smontare in collaborazione, pensato per mettere insieme tante voci e consegnarle agli spettatori della serata. 
Tutti provvisti di una “Lista documenti”, che ricorda il menù di un ristorante, siamo pronti a guidare il racconto di Monica: la messa in scena è affidata, oltre che alla regia di Joris Lacoste, anche allo spettatore per una scelta delle 40 registrazioni a disposizione in elenco che eseguirà l’interprete.
Ma dove nasce questa collezione di parole? Il progetto artistico appartiene all’Encyclopédie de la Parole per costruire un viaggio nella cultura della lingua parlata che prosegue da anni.foto 2
Jukebox ha attraversato tre città italiane - Roma, Prato e Cagliari - raccogliendone la parte maggiormente personale ed umana: la parola.
Se Aristotele nel IV secolo descriveva l’uomo come un animale sociale allora è necessario reperire, scandagliare e analizzare la comunicazione alla base di questa ipotetica socialità. Cosa ci rende così simili o così diversi, perché le percezioni colloquiali mutano a seconda del luogo?
Ognuno dal proprio posto, stuzzicato dal titolo o dalla breve descrizione, seleziona la sua sequenza giunta dai discorsi figli di tutti i giorni - parole che attraversano mezzi pubblici, uffici, scuole, internet e altri luoghi di aggregazione. 
Arrivano sul palco le voci di sottofondo, quelle quotidiane, quelle stravaganti e spesso quelle voci urlate. Jukebox indaga ed esplora come l’uomo si rappresenta, come parla di sé o si rapporta con l’altro per una drammaturgia che disegna esattamente ciò che siamo.
Monica Demuru è il porteur perfetto di questa danza continua: energica e vivace riesce a creare un filo conduttore con il pubblico che, in pochissimo tempo, abbandona la timidezza e si getta senza sosta nella richiesta dei pezzi.
La sua funzione di jukebox umano si compie all’ennesima potenza, Demuru è la padronanza dei dialetti che interpreta, la libertà di movimento in scena e la capacità di poter proiettare con la sua performance l’esatta storia che narra. Ci dimentichiamo di lei come sola voce per lasciare spazio ai personaggi, protagonisti del materiale raccolto, e alle loro peculiarità contestuali, linguistiche, culturali e geografiche.
Un esperimento continuamente rigenerato: si ricrea ad ogni performance e muta a seconda della percezione di chi lo richiede o lo ascolta, per le medesime caratteristiche o condizionamenti di chi ha pronunciato le parole in origine.
Un messaggio che si costruisce diversamente anche e rispetto al mezzo o agli interlocutori coinvolti: un’ulteriore ricerca di Lacoste e Demuru tradotta attraverso una partitura consapevole che sottolinea e valorizza le differenti peculiarità espressive.
La selezione, la scelta e la partecipazione del pubblico riescono a ricreare una piccola comunità attiva, curiosa di sapere quale sarà il pezzo successivo o quale sceglierà lo spettatore accanto. Un’ironica rappresentazione, compenetrata con la realtà dei messaggi raccolti, ci rende al termine dello spettacolo ancora curiosi di sapere nuovi racconti, di ascoltare altri dialetti e scoprire spunti di comunicazione vicini e lontani da noi. Usciamo da Jukebox avendo ancora voglia di esplorare le infinite partiture del quotidiano che in profondo conservano le nostre identità, perché direttamente prodotte da noi.

Arianna Sacchinelli 
04-03-2020

Il cinema tricolore si tinge d’argento alla settantesima edizione del Festival del cinema di Berlino. Elio Germano si è aggiudicato infatti l’Orso d’argento come miglior attore per la sua interpretazione del pittore Antonio Ligabue in "Volevo nascondermi", mentre i gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo hanno vinto quello per la miglior sceneggiatura con "Favolacce". Il premio principale, l’Orso d’oro, è stato assegnato al regista iraniano Mohammad Rasoulof per il film "There Is No Evil", una intensa riflessione sulla pena di morte ancora vigente nella Repubblica islamica. Poiché Rasoulof non poteva essere in Europa in seguito a una condanna per reato di propaganda contro il governo, al suo posto alla cerimonia di premiazione si è presentata la figlia e attrice Baran Rasoulof, a cui si è affiancato il presidente della giuria Jeremy Ironsche lo ha fatto essere lo stesso ‘presente’ con una videochiamata.Tra le lacrime di gioia e l’emozione collettiva del cast e dei presenti, il regista ha detto: “Nel mio film parlo di tutti coloro che allontanano la responsabilità da se stessi”. In "There Is No Evil" sono raccontate quattro storie i cui protagonisti devono confrontarsi con se stessi e con gli altri sul tema dell’esecuzione capitale. Echeggia anche una versione di "Bella ciao", quella cantata delle mondine italiane del secolo scorso. Nel 2019 Rasoulof si è visto infliggere una pena di un anno di carcere - ad oggi non è ancora stato imprigionato - e il divieto di girare film e di uscire dall’Iran. “Ha avuto l'idea per questo film quattro mesi fa, ci siamo messi subito al lavoro. Non sapeva se sarebbe finito in prigione", ha raccontato uno dei produttori.
Non è mancata una sentita emozione nelle loro parole quando a ritirare i premi, due Orso d’argento, sono stati gli italiani. Nelle nostre sale il film diretto da Giorgio Diritti sull’artista italo-svizzero non è ancora arrivato per via del Coronavirus. Germano si è veramente trasformato nel pittore e scultore tanto evocativo e potente nell’arte quanto minato nel fisico e nella psiche. L’attore romano nei suoi ringraziamenti si è rivolto “a tutti gli storti, tutti gli sbagliati, tutti i fuori casta. Lui diceva sempre “Un giorno faranno un film su di me”, ed eccoci qui!”. Per i gemelli di Tor Bella Monaca registi di "Favolacce" non è stato facile contenere la felicità. Il loro discorso è si trasformato in un siparietto in è cui sfuggito un “mortacci tua”. Il loro film, in cui recita anche Germano, è uno spaccato sulla disagiata e dura vita nella periferia romana dove l’energia positiva – nonostante tutto – dei bambini si scontra con la rabbia, l’astio e la resa incondizionata degli adulti.I fratelli D'Innocenzo

Ad aggiudicarsi il Gran Premio della Giuria è stato "Never Rarely Sometimes Always" della cineasta indipendente americana Eliza Hittman, che racconta la gravidanza indesiderata di una giovane diciassettennedella Pennysilvania, mentre al sudcoreano Hong Sang-soo è stato assegnato l’Orso d’argento alla regia per il suo "The Woman Who Ran". Il premio come miglior attrice è andata alla tedesca Paula Beer, protagonista di "Undine" diretto Christian Petzold, il quale ha ricevuto un Orso d’argento per il suo contributo artistico. A Jurgens Jurges il premio per la migliore fotografia, grazie al suo lavoro in "Dau. Natasha" di Ilya Khrzhanovkiy e Jekaterina Oerte. Vincitore dell’Orso d’argento per la settantesima edizione è stato "Delete History" di Benoit Delepine e Gusave Kervern sul tema dell’intelligenza artificiale, mentre l’Orso d'oro per i cortometraggi è andato a "T" della regista giamaicano-americana Keisha Rae Witherspoon.Come miglior documentario della manifestazione è stato scelto "Irradiated" del regista cambogiano Rithy Panh. “Un grande giorno per il cinema italiano, questi due riconoscimenti ne confermano la qualità, la vitalità e la contemporaneità”, ha dichiarato il ministero per i Beni e le Attività culturali Dario Franceschini.

La figura di Maria Maddalena è da sempre vittima di equivoci fuorvianti: avvolta da una nube di mistero che sfuma i confini tra storia e leggenda, è stata raffigurata, soprattutto dal Cinquecento in avanti, come la peccatrice penitente per antonomasia, sospesa in un equilibrio ambivalente tra sacro e profano. Ma ci sono tradizioni, come quelle dei vangeli apocrifi e gnostici, che ci restituiscono una versione ben diversa della storia: Maddalena sarebbe stata la più fedele seguace di Cristo, presente alla sua crocifissione e alla sua sepoltura, prima testimone della sua resurrezione e annunciatrice del lieto evento agli apostoli. In un tempo in cui le donne non erano padrone nemmeno di loro stesse, Cristo avrebbe affidato proprio a Maddalena il messaggio più prezioso, il mistero della resurrezione, rendendola di fatto testimone prediletta e «apostola degli apostoli». È questa l’«ipotesi» che Roberta Calandra ha materializzato in un testo pieno di suggestioni poetiche e di riferimenti letterari, religiosi ed esoterici, dove il messaggio cristiano convive con i misteri di Iside e i richiami a figure leggendarie come la Regina di Saba.

In principio era il silenzio. Un’ipotesi apocrifa per il Vangelo di Maria Maddalena, in scena dal 25 febbraio al 1° marzo al Teatro Cometa Off, per la ammaliante regia di Antonio Serrano, si configura come un racconto a più livelli. C’è innanzitutto la storia di un passaggio di testimone: Cristo, che Myriam, alias Maddalena, chiama rabbi (lett. “mio maestro”), è sul punto di abbandonare la vita terrena e ha scelto Myriam come erede del suo lascito spirituale, affinché diffonda il Verbo facendosene mediatrice privilegiata. Myriam è una donna piena di vita e di spirito d’indipendenza, una donna cha sa ridere e amare senza vergogna; ma la richiesta di lasciare andare il suo amato le sembra inconcepibile, soprattutto perché separarsi da lui significa accettare di vederlo morire in croce. E allora si oppone, lo contesta, scruta - per capirle fino in fondo - le ragioni della sua scelta, prima che arrivi l’alba e l’addio si faccia definitivo.
Così, lungo i quattordici dialoghi (come le stazioni della Via Crucis) che scandiscono lo spettacolo, i bravissimi e intensi Valentina Ghetti e Mauro Racanati mettono in scena un conflitto che va ben oltre la filologia evangelica: sul palco si fronteggiano i due principi opposti e complementari del maschile e del femminile, che lungi dal costituire un cinico gioco al massacro intessono una danza finalizzata alla costruzione di un significato più ampio, di una più alta unità («Io e te siamo uno», dice Cristo a Myriam). A ritmare il confronto verbale intervengono momenti di più intima e leggera giocosità: l’allenamento di Myriam, ad esempio, che deve prepararsi al compito più difficile che le potesse toccare in sorte, e si ritrova a tirare colpi di boxe al suo compagno e a esercitarsi con la corda. La scenografia minimale e sottrattiva, il pavimento sonoro rappresentato dai suoni di una stazione ferroviaria, e perfino i costumi, sospesi tra un’atmosfera orientaleggiante e uno stile gipsy, rendono fluidi e potenzialmente attuali i loro ruoli: Cristo potrebbe non essere Cristo, ma un estroso saltimbanco ansioso d’inseguire un sogno; e Myriam potrebbe non essere Maddalena, ma una donna qualsiasi, innamorata e testarda, che non vuole rinunciare al proprio uomo. Se il contesto è ibrido, il contenuto profondo della rappresentazione emerge con luminosa solidità: «Nessuno può essere nell’altro se manca a se stesso», ricorda Cristo a Myriam, e la invita a cessare la lotta e a vivere in libertà.

La rivoluzione di Cristo comincia dal silenzio, dall’ascolto profondo dell’altro e di noi stessi, anche delle parti più oscure e impenetrabili, che temiamo e disprezziamo. La sfida è quella di amare non solo l’altro, ma anche noi stessi: «Chi è diviso resta nel buio», ripete Cristo, invitando Myriam e gli spettatori a risolvere la divisione con l’amore, che dev’essere nutrimento, non riempimento di una mancanza. Cristo e Maddalena si fanno dunque portavoce di una necessaria ricomposizione degli opposti, la stessa che Jung immaginava come un “matrimonio” interiore tra Animus e Anima, indicanti rispettivamente la componente maschile nella donna e quella femminile nell’uomo. Si fa strada allora una spiritualità sincretistica, che riscopre il regno di Dio a partire dal cuore dell’uomo: è il corpo, grande rimosso collettivo della dottrina cattolica, a farsi tempio di questa integrazione. «Loro mi volevano maschio», dice Myriam degli altri apostoli. E d’altronde la presenza di una donna tra i discepoli del Cristo non è mai stata ben digerita. Eppure è proprio una donna, che raccoglie fragilità e coraggio, sensibilità e accoglienza, a potersi forse rivolgere agli «uomini dal cuore indurito» senza che le sue parole cadano nel vuoto.

Maria Giulia Petrini 29/02/2020

Entrare a Cinecittà è un’esperienza avvolgente: una creatura gigante che ci accoglie per guidarci in un’atmosfera da sempre rimasta sospesa.
Il nuovo Museo Italiano dell’Audiovisivo e del Cinema (MIAC) contribuisce a tenere viva l’anima di questo luogo speciale e alla sua riqualificazione, iniziata due anni fa, con il ritorno alla sfera pubblica degli Studios. Il percorso in terra di colore giallo ci guida fino all’entrata del MIAC, inaugurato lo scorso 18 dicembre 2019.

Tra le insegne dei cinema celebri, neon che si accendono e si spengono e suoni familiari, lo spettatore inizia il suo viaggio nel primo vero punto di aggregazione e di sentimento comune, il foyer, la sala di attesa prima dello spettacolo: questa è l’“Anteprima”

Da qui siamo pronti per rompere la quarta parete e superare un ideale schermo atto a catapultarci nello spazio delle “Emozioni”. Un ambiente dove interagiscono MIACSalaEmozionedellImmaginarioAndreaMartellatutti gli elementi presenti nelle viventi opere d’arte contemporanea, questa è la forza dell’intero concetto espositivo.
Lo schermo appena infranto vede i pezzi di vetro, sospesi in aria, partecipare ai giochi di luce con un linguaggio che segue il tracciato dall’attenta ricerca musicale: la metafora fisica ci permette di vedere in modo estrinseco gli istanti emotivi delle proiezioni. Abbandoniamo il luogo pensato per sviscerare le emozioni e proseguire il cammino delle altre otto sale. Siamo in un lungo corridoio, ecco la spina dorsale della mostra. La “Timeline” prende vita dagli inizi dell’audiovisivo sino a giungere ai giorni nostri, si interseca la storia a partire dal pre-cinema coinvolgendo le date storiche della televisione. È una mappa sotto forma di graffito luminoso, un ipertesto utile a rendere partecipi per ogni passo della visita. Il MIAC rappresenta un lavoro di creatività e filologia a disposizione dell’approfondimento e della curiosità del pubblico. Nel corridoio temporale fanno capolino i rumori e le luci dei restanti ambienti, quella degli “Attori e attrici”, la “Storia”, la “Lingua” e il “Potere”. In ognuno scorrono le sequenze delle pellicole più significative, in riferimento ai temi e ai volti storici. I film coinvolti esprimono e definiscono i contorni di una società che si è lasciata raccontare dalla macchina da presa.
Proseguendo, prepotentemente, si accede ad un’installazione percorribile: è lo spazio dedicato a “Paesaggio, eros, commedia e merce”. L’Asfalto sotto ai piedi, luci ed immagini impattanti rimbalzano sui tre schemi dall’enorme formato. Anche qui l’esperienza è massima, tutto è costruito per consegnarci una coerenza fra i sensi.
In sottofondo la voce dei grandi “Maestri” ci richiama nel luogo che li racconta con le confessioni, i sentimenti e le personali visioni del cinema. Ora siamo coccolati da un’architettura brillante di luci e maglie metalliche, come se entrassimo nell’intima visione dell’autore, qui passano i volti dei più grandi nomi di ieri e di oggi.
Quasi al termine del tunnel arriviamo ad un altro significante della cultura italiana: la “Musica”. La sala accoglie i grandi compositori che hanno incorniciato i lungometraggi cult, divenuti tali anche grazie al significativo apporto del sonoro.

Il percorso si conclude alla fine della timeline con l’ultima tenda da aprire e con una domanda che incarna il senso dell’ultimo passo, siamo nel “Caledoscopio”. Un’estrema installazione e narrazione visiva tesa ad interpretare il cinema del domani e pronta a domandarci quale sarà il suo futuro. Uno spazio interamente dedicato agli specchi che trasmette incertezza, correlativo oggettivo della prossimità ignota, in totale contrapposizione al teatro di posa

Ogni angolo del museo è metaforico proprio in rappresentanza del cinema, si snodano 120 anni di contenuti che hanno attraversato la nascita e la mutazione del nostro paese tra i vizi, i vezzi e le virtù.
Nel MIAC cinema, tv, radio e digitale, si mescolano ad un nuovo linguaggio in un nuovo genere: il tutto declinato all’arte della visione, e all’arte di chi vede.
La mostra si articola in maniera tematica, cronologica ed emotiva per richiamare i sentimenti dei visitatori. Come un archivio di emozioni che vengono tirate fuori per acquisire un valore diverso e aggiunto: i classici si fondono alle nuove pellicole per creare un continuum e sottolineare il peso sociale di ogni stanza a tema.
Un progetto voluto e finanziato dal Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, il MIAC è realizzato da Istituto Luce-Cinecittà, in partnership con Rai Teche e CSC – Centro Sperimentale di Cinematografia, in collaborazione con Cineteca di Bologna, AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Museo Nazionale del Cinema di Torino, Fondazione Cineteca Italiana, Cineteca del Friuli, Mediaset, con il Patrocinio di SIAE.
Un excursus nel patrimonio italiano dell’audiovisivo curato da Gianni Canova, storico del cinema, Gabriele D’Autilia, storico della fotografia, Enrico Menduni, storico dei mass media e Roland Sejko regista. L’allestimento è ideato, progettato e curato da NONE collective. Il progetto edilizio è dall’architetto Francesco Karrer.
Qui sotto tutte le informazioni necessarie per visitare il MIAC, primo museo multimediale, interattivo e immersivo!

MIAC - Museo Italiano Audiovisivo e Cinema
Aperto tutti i giorni, tranne il martedì, dalle ore 9.30 alle ore 18.30
Via Tuscolana, 1055 - Studi Cinecittà, Roma
Contatti - Biglietteria
Tel. +39 06 72293269
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www.museomiac.it 
www.cinecitta.com 

Foto credits "Sala Emozione dell'Immaginario" Andrea Martella

Arianna Sacchinelli 
28-02-2020

«Il giardino deve esistere, deve essere qualcosa che si vede e si sente quasi (arrivo a pensare persino all’odore, o solo all’odore, per gioco) ma non può essere un tutto. Perché lì tutto si concentra». La complessità della messa in scena di un grande classico del teatro russo, “Il giardino dei ciliegi” di Anton Čechov, è rappresentato da queste parole di Giorgio Strehler, negli appunti per la sua regia. Al Teatro Argentina di Roma, in scena dal 25 febbraio all’8 marzo, Alessandro Serra propone la sua personalissima visione di quel giardino, filtrata da una poesia che è già insita nel testo. Una scenografia minimalista, con pochi oggetti in scena, lascia spazio ai corpi distesi dei personaggi, veri e propri oggetti di scena, che si attivano, alzandosi, uno alla volta, per entrare “davvero” in scena. Un grande lavoro sui corpi è il primo elemento stilistico del regista della compagnia Teatropersona. Nessuno è insignificante, ognuno prende posto nel ritratto sociale e familiare disegnato da Čechov e che Serra esprime attraverso le pose immobili dei gruppi non partecipi, in ogni momento definito, al drama, come se fossero in attesa di una foto. Nessun attore o personaggio è più importante dell’altro. Ognuno resta, o non resta, nella memoria dello spettatore in un suo personalissimo modo: la forza comica del maggiordomo anziano e tremolante Firs e dello sciocco possidente Simeonov- Piscik, interpretati rispettivamente dagli abili Bruno Stori e Massimiliano Poli; l’ inettitudine di Ljubov e del fratello Gaiev (Valentina Sperlì e Fabio Monti) che li ha portati a perdere le proprietà e l’amato giardino dei ciliegi; la brama di denaro del mercante in ascesa Lopachin, ruolo ricoperto da Leonardo Capuano, compatibile al suo personaggio sia nella presenza scenica che nelle proprietà vocali, aventi tratti tonali del laido senza scrupoli disposto a rinunciare a tutto, persino all’amore. L’apparente semplicità caratteriale dei personaggi viene fin dall’inizio smascherata da un uso mirato e simbolico delle luci proiettate sugli sfondi che creano un gioco di ombre in cui si esalta la dualità che convive in ognuno di loro, così proprio come in quelli di Čechov.

BRUNO STORI IL GIARDINO DEI CILIEGI regia Alessandro Serra

Eppure del giardino si sente parlare poco: se ne fa cenno nelle battute prestabilite dal testo dell’autore russo. Ma si sente poco. I personaggi lo osservano guardando in platea. Sembra che non ci sia, fisicamente. Passa poi in secondo piano quando iLeonardo Capuano Arianna Aloi IL GIARDINO DEI CILIEGI regia Alessandro Serra corpi degli attori cercano con maggiore frequenza il movimento danzante, esaltato soprattutto dal personaggio ambiguo di Charlotta (Chiara Michelini), spirito che entra in scena per muovere e agire sui personaggi nelle loro azioni, ingranaggio centrale della poesia espressa nella messinscena di Serra. In alcuni momenti inizia a diventare evidente una citazione quasi esplicita al Tanzatheater di Pina Bausch nell’uso scenografico e drammaturgico delle sedie, marca stilistica della coreografa tedesca, e soprattutto nella scena in cui Trofimov, sopra una sedia, conversando con Anja, passa da una sedia all’altra, con la ragazza che, in agitazione, gliene aggiunge una sul percorso immaginario che sta seguendo, per non farlo cadere a terra, ricordandoci una versione rivisitata di “Café Müller”. Le sedie sono oggetti preponderanti per tutta la durata dello spettacolo, elementi sfruttati con avidità dagli attori. Nel gioco delle sedie - ma non solo - si inserisce frequentemente la musica, che oscilla tra l’allegro e il malinconico marcando vari momenti della partitura testuale, di cui fanno parte anche le continue risate emesse dal “coro” dei personaggi e che finiscono per enfatizzare particolarmente l’indolenza della famiglia che sta per perdere tutto e che sembra non curarsene. Sì, sembra non importargliene realmente di quel giardino. Ma la verità è che ci ricordiamo delle cose importanti solo quando le perdiamo. È solo alla perdita definitiva, all’asta, del giardino dei ciliegi, che esso esiste, drammaticamente: Liuba resta, disperata, seduta su una sedia con luce che proietta la sua ombra. Con un gioco di luci formidabile, la donna si alzerà dalla sedia lasciando la sua ombra lì, muovendosi indipendentemente. Da una scena fortemente emotiva a una sensoriale, quella in cui Lopachin, versando la terra, vera, sul palco e lanciandola dietro di sé sul fondale, inonderà la platea di odore terreo. Ecco, si sente pure l’odore del giardino. Il giardino dei ciliegi esiste, è in scena, ed è andato perduto, insieme ai ricordi e all’amore delle parti in gioco.

Alla fine del quarto atto, i personaggi chiudono le loro azioni ritornando nella posizione supina da cui erano partiti, accanto alla terra, come se fossero piantine che si sotterrano. Sono loro il giardino dei ciliegi.

Funziona questa rappresentazione del regista: il giardino è stato rappresentato, i personaggi non sono stati banalizzati e c’è stato un lavoro importante sul lato comico di ciò che solo Čechov, inizialmente,considerava una commedia. Una comicità che risiede anche nella parte contestuale della rappresentazione in questione: per fare una versione soddisfacente de “il giardino dei ciliegi” serviva un regista di nome Alessandro Serra.

Giuseppe Cambria  26/02/2020

Una porta divide idealmente lo spazio vitale di due amici fraterni, diversi ma profondamente dominati dalle stesse ansie e nevrosi. Ci rammentano che «La signora del piano di sopra sta partendo», questo il titolo dello spettacolo, ma è domenica mattina e quel baccano, che sta creando la donna appena un piano più sù, non li fa riposare entrambi.
La versione definitiva del testo ha debuttato all’Altrove Teatro Studio il 21 e 22 febbraio: con la regia e la drammaturgia firmata da Tommaso Paolucci e Francesco Pietrella, accompagnati in scena da Matteo Berardinelli e Daniele Pinzi.Fotodiscena 3Troppo tempo libero e la stanchezza degli snervanti turni di notte danno vita alla tragicomica tensione che ci accompagnerà per tutta la messinscena.
Cosa sta accadendo nel palazzo? Perché tutto questo via vai? Chi è quella gente e, soprattutto, cosa succede lì fuori? Gli interrogativi in cerca di risposta sono fagocitati dalla gabbia astratta che trattiene i due: la loro testa. La drammaturgia di Paolucci-Pietrella è un crescendo, un’amalgama che pian piano prende vita sino al momento in cui i protagonisti, faccia a faccia, si dichiarano le stesse paure. 
L’uso sapiente dello spazio aiuta la narrazione scenica alla suddivisione degli snodi chiave, antiteticamente prende il sopravvento una parte della psiche umana, poi un’altra. Mai banalmente entriamo nei passaggi emotivo-cerebrali dell’essere umano che di fronte ad una realtà di incertezza e ignoranza si muove, arranca e cerca di divincolarsi più o meno bene.

Fotodiscena 1Prima assistiamo all’istinto illogico, che si traduce nella perdita della lucidità e di qualsiasi sistema di riferimento, dopo subentra il momento razionale figlio dalle regole che gestiscono ogni circostanza. I protagonisti conducono la costante dicotomia verso un’ isterica ricerca di un senso. 

Da lontano, rimanendo perennemente in “finestra”, gli interpreti tentano di trovare un ordine traducendo ogni nuovo elemento, inserito in questa aliena giornata, con una connotazione negativa.
L’assenza della parola, la gestualità e la prossemica raccontano un momento che viene narrato solo attraverso l’uso del corpo rivelando quello che di più intimo c’è nella mente: ora la confusione, le paranoie e le paure sono palesate in modo più consistente.
Tommaso Paolucci si impone inizialmente come la parte più remissiva e problematica della dinamica: paradossalmente compie un’evoluzione, in numerosi passaggi riesce a domare la sua sensibilità e reagire.
Francesco Pietrella, sicuro di sé e schematico, ribalterà il suo essere risultando meno incisivo di quello che sembra. L’involuzione emotiva del suo personaggio rappresenta lo specchio di una società predominante, celata dietro personalità apparentemente indistruttibili.
Un’ora di botta e risposta tra due emisferi che ogni tanto si sfiorano, si toccano e poi collidono.
“La signora del piano di sopra sta partendo” sintetizza con l’artificio dei due amici, diversi ma in fin dei conti uguali, un tema cardine della psicologia umana: fino a che punto il mio sguardo sul mondo è fedele alla realtà se mosso da precisi schemi mentali?
E, in ultima analisi, fino a che punto queste visioni condizionano l’atto pratico poi? Una riflessione consapevole che riesce ad alleggerirsi da sola, quando necessario, e consegnare allo spettatore la giusta dose di risate.

Arianna Sacchinelli 

22-02-2020

Chi è un ammiratore delle inchieste giornalistiche degli anni ‘90 di Cristopher Hitchens sulle missioni umanitarie, discutibili, di Madre Teresa di Calcutta rischia, inevitabilmente, di sedersi con pregiudizi davanti allo schermo del cinema Farnese, in Roma, prima della proiezione di “Mother Fortress”. Davanti a elementi lessicali come "Monastero", "Religione", "Crisi Umanitaria" e "Povertà" si inizia a storcere il naso, nonostante cambi in maniera evidente il contesto storico e geografico. Sin dall'inizio del docufilm di Maria Luisa Forenza questa ipotetica predisposizione ostile si dissolve gradualmente, perché qui la religione non assume alcuna valenza politica e la struttura monastica si rivela invece salvifica e aggregatrice, con buona pace di Hitchens. Luogo di umanità salvata, ma gravemente ferita. Anche la “posizione della missionaria” Madre Agnes assume sfumature totalmente diverse: da giovane dissoluta si converte alla religione e diventa un punto di riferimento per migliaia di innocenti, vittime di una guerra fratricida che chiama  in causa diverse parti legate al mondo arabo. E a Qarah sorge il suo monastero, in un punto desolato, a nord di Damasco, schiacciato sia a est che a ovest dall’ISIS e dalle sue armi violente.

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Attraverso le inquadrature iniziali dell’edificio sacro si rappresenta una solidità del monastero che si trasforma, ai nostri occhi, in una vera e propria fortezza. Ogni parete, ogni dettaglio architettonico si rinforza con le interviste e le riprese delle e dei protagonisti e vittime delle guerre, i quali, in una coesione comune, creano in quel sito uno spazio di tregua e forza. Poi arrivano anche i campi lunghi e lunghissimi, accompagnati dal silenzio, e si evoca la fragilità del luogo all’interno dello spazio ignoto minacciato dalla guerra e dall’odio. Il senso infinito dell'attesa per la fine del dramma. Scene inziali che sono a tutti gli effetti da “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, come dice la stessa regista durante il dibattito successivo alla proiezione, condotto dallo storico cinematografico Maurizio Di Rienzo e con l'intervento del Professore Paolo Matthiae, archeologo scopritore dell'antica città di Ebla .

Dopo questo attacco iniziale, la forza delle immagini è sostenuta da un sonoro audio che sentiamo come filmico e fittizio, ma che è tragicamente vero. Le orecchie e il cuore sobbalzano sotto i frastuoni delle bombe esplose in lontananza e dei proiettili delle mitraglie che turbano l'aria. Nello spostamento documentato lungo i luoghi cardine di una Siria devastata, da Aleppo a Dei Ez-Zor, si osserva anche una umanità che sta anche lì, dietro le macchine da presa, e che fa rovesciare la videocamera al suono orribile di una raffica di spari. La stessa Maria Luisa Forenza è lì a vivere quel pericolo, attraversando le macerie delle città e le folle che richiedono cibo, gentilmente fornito dall’occidente. Eh già, quell’Occidente che velatamente è, a suo modo, concausa di tutto questo, tramite quella fornitura di armi che sarà la stessa madre Agnes a denunciare, a Ginevra, nella sede dell’ONU. Nel dramma resiste un po’ di umanità, veicolato dalla monaca, ma le colpe appartengono a troppi e tutte le posizioni sono saltate.

Mother fortless” riesce così, attraverso queste scelte di regia e di montaggio, a essere un documentario forte e coraggioso, nonostante l’omissione dello sparagmòs da tragedia greca, componente terribilmente vera e presente in questa situazione storica, che la regista stessa ha ammesso di non aver voluto inserire per non intaccare una poetica che comunque funziona e porta tutti noi a non sottrarci più da una realtà che dovremmo sentire più vicina. Perché siamo umani.

Giuseppe Cambria

La difficile impresa di stare al mondo quando si è inconsapevoli delle manovre profonde, sotterranee, striscianti del Potere che s'insinua di soppiatto e all'improvviso prende il controllo di una piccola realtà o di una rete di relazioni. Una fatica che, seppure nella moltitudine, si porta avanti in solitaria perché la comunicazione non funziona più, è di continuo interrotta, frantumata e ostacolata da ipocrisia e interessi particolari che causano incomprensioni e inganni. La verità non ha più cittadinanza, se non in un di fuori separato dal resto. È su questi temi che cerca di gettare un fascio di luce rivelatrice “I pretendenti”, testo del 1989 del drammaturgo francese Jean-Luc Lagarce portato in scena dagli allievi del III anno di recitazione all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica “Silvio d'Amico”, con la regia di Valentino Villa, dal 4 al 9 febbraio al Teatro Studio “Eleonora Duse”. Ne abbiamo parlato con l'attrice Ilaria Martinelli, vincitrice del premio Siae 2019 insieme a Elena Orsini Baroni con "Esperimento n.1", interprete della determinata Solange Poitiers.

È la prima volta che interpreti un'opera di Jean Luc Lagarce?
"Come classe sì. Io già conoscevo questo autore perché lo scorso anno ho preparato la parte del personaggio di Suzanne di “È solo la fine del mondo” quando ho concorso al premio Hystrio 2019. L'opera l'ha scelta il regista, Valentino Villa, e già alla prima lettura ci è sembra un testo interessante, oltretutto di un drammaturgo poco conosciuto in Italia. Una decisione, da parte sua, che mi è sembrata un grande segnale di fiducia e di stima nei nostri confronti e ci ha molto stimolato. È stato un percorso didattico e formativo interessante, d'altro canto lo è sempre lavorare sulle drammaturgie contemporanee."

Credi che “I pretendenti” sia ancora attuale?
"Sì, perché questo testo ha un riferimento concreto all'attualità. Il più lampante è la questione - nata prima in Francia che da noi - della privatizzazione della cultura. È una metafora dell'oggi in cui la cultura deve essere sempre assoggettata al profitto, tutto deve essere spendibile nel minor tempo possibile, e dominata dall'efficienza. L'associazione culturale viene messa dentro una gabbia e tutto deve diventare sempre più efficiente. Più in generale, ci parla di come nella vita quotidiana ti promettono che le cose andranno in un certo modo, poi vanno in un altro ma te non ne sei messo al corrente. O quando ci sono delle prese di potere improvvise, dei 'colpi di stato', senza nessun consenso che poi vengono normalizzate."

Un dialogo in "I pretendenti"

Nella rappresentazione i personaggi dialogano ma sembrano non capirsi. La piece vuole sottolineare che c'è un problema di comunicazione?
"L'opera evidenzia che la parola, nella vita di tutti i giorni, è costantemente sotto scacco. La volontà di dire si scontra con tutta una serie di cose che esulano da quello che volevi esprimere. Queste contaminano la comunicazione che esce sempre piena di contrasti e ostacoli. Ci spinge a una riflessione su quanto, nella quotidianità, la comunicazione sia alterata. Inoltre mette in crisi anche l'attore, perché il personaggio che interpreti non è pienamente consapevole di quello che sta dicendo."

Che tipo di lavoro avete fatto per mettere in scena questo testo?
"Lagarce usa un eloquio pieno di avverbi ed è molto frammentato, pieno di ripetizioni. Questa lingua 'anormale' è già difficile da leggere, ma ancora di più da recitare. Abbiamo seguito le rugosità e le pieghe del testo, si è trattato di un'occasione per scoprire cose che altrimenti avremmo perso. Il mio personaggio, Solange Poitier, usa molti tormentoni quindi c'è qualcosa di anormale nella sua comunicazione. Non è possibile ricorrere a nessun escamotage , si deve seguire una linea di lavoro per non addomesticare, addestrare il linguaggio bensì soffermarsi su tutte le cose che ci suonano strane."

Cosa hai capito da questo lavoro?
"Come attori a volte non leggiamo i testi con la dovuta attenzione e perdiamo delle sfumature. Il lavoro con Villa fa vacillare un po' le tue certezze ma è un procedimento costruttivo. Problematizzare sempre serve a sviluppare un pensiero critico. Personalmente ho capito che nella nostra vita ci sono situazioni del genere, giochi di potere a livelli anche molto meschini come può essere un'associazione culturale di una città di provincia francese...proprio in questi ambienti piccoli queste dinamiche così alterate sono ancora più evidenti."

Parlaci del tuo personaggio.
"Solange Poitiers è una donna molto ambiziosa che lavora nell'amministrazione dell'associazione, sa distinguere molto bene la dimensione pubblica da quella privata e ne fa strumento di potere. Lei padroneggia molto bene la retorica, sa parlare e stare in mezzo alla gente. Ma nemmeno lei può controllare tutto e qualcosa di importante può sfuggirle di mano. Solo alla fine comprende che l'ingerenza dello Stato nell'associazione, soprattutto sul piano finanziario, sarà molto forte."

Perché andare a vedere “I pretendenti”?
"Perché la mia classe è composta di attori e attrici molto bravi, Valentino Villa è un regista straordinario e si può conoscere un autore ancora molto poco noto. Ieri una signora mi ha detto di aver visto nel mio personaggio una sua collega d'ufficio. “I pretendenti” racconta un dimensione molto vicina alla realtà che viviamo quotidianamente, è uno spaccato di vita di tutti i giorni che riflette dinamiche che per noi sono normalizzate anche se non dovrebbero esserlo."

Lorenzo Cipolla

Venerdì, 24 Gennaio 2020 14:55

"Rusina": storia di donne calabresi di tempra

ROMA – Negli ultimi decenni c'è stata una riscoperta delle lingue del Sud Italia. Non chiamiamole semplicemente dialetti. Il Napoletano da Eduardo e Scarpetta passando per Ruccello e recentemente Mimmo Borrelli, il Siciliano con Emma Dante, Scimone e Sframeli, Vincenzo Pirrotta, Rosario Palazzolo e Davide Enia. Mancava all'appello la Calabria. Grazie a Primavera dei Teatri, festival ventennale di Castrovillari, da una parte, che ha fatto fiorire una generazione in loco, ed ai Krypton dei Fratelli Cauteruccio, cosentini ma di base a Firenze (memorabile il loro “Finale di partita” tradotto), molti artisti calabresi sono saliti alla ribalta e ci hanno mostrato questa lingua affascinante e misteriosa, appuntita e acuminata, difficile e incantatrice: ecco appunto Scena Verticale, Angelo Colosimo, Rosario Mastrota, Ernesto Orrico. Ecco che in questo elenco spunta anche Rossella Pugliese, tosta e intensa interprete, oltre che autrice, del monologo “Rusina” (prod. Teatro Segreto e Deneb) dove alla dolcezza 960X960.jpgdell'argomento trattato, sua nonna, fanno da contraltare le sue parole acide, sanguigne, acute, quasi acerbe. Ci vuole un po' per entrare dentro le parole ruvide del suo mondo, quel mondo che la Pugliese riesce a tratteggiare e delineare nel passaggio-sdoppiamento autobiografico con l'ava in un cortocircuito nel quale Rossella presta corpo e voce all'anziana parente e interloquisce, nella finzione scenica, con la se stessa bambina. Certamente non è una lingua che al primo ascolto ti accoglie, non ti coccola, non è melliflua né accomodante, ma anzi è diretta, colpisce sfrontata senza carezze inutili.

Un inciso: “Rusina” è andato in scena all'interno della rassegna “Lo spazio del racconto” al Teatro Brancaccino, il ridotto del Brancaccio. Qui, da ottobre a maggio, si alterneranno ben ventuno spettacoli per una proposta di monologhi o per due attori, che vede nomi importanti come Ninni Bruschetta o Anna Della Rosa, Galatea Ranzi, Rossana Casale.

La DSF7528.jpgPugliese (vista ultimamente nell'“Edipo a Colono” per la regia di Tuminas e in “Patrizio vs Oliva” affiancando il grande ex campione di boxe in scena) ci apre le porte della sua memoria in una confessione che trova nella struttura che l'accompagna un altro personaggio, flessibile e alchemicamente malleabile, che con pochi tocchi e aggiustamenti dona, insieme all'uso sapiente delle luci (di Nadia Baldi), nuove atmosfere e situazioni ai quadri affrontati. E' una sorta di teca dove l'attrice si appoggia, si arrampica plastica circense, quasi cabina telefonica londinese dalla quale far uscire, come in uno show di burlesque, sinuosamente ed eroticamente le gambe, diventa armadio delle meraviglie (ricorda quello della pellicola “Le Cronache di Narnia”) e sipario di marionette, porta, casa e finestra, mansarda, cella, adesso tirando fuori la testa alla maniera di Antonio Rezza, ora è televisione dove poter guardare le storie patinate di “Beautiful”, diventa bagno e spogliatoio, alcova fino ad impersonare suo marito e ballarci insieme volteggiando. E la lingua ora si fa musica, con inserti ilari, adesso è baionetta tragica e battaglia, ora è armonia ora è un corpo a corpo senza esclusione di colpi, senza fare prigionieri: qui le parole sono materia e carne, fortemente legate a doppio filo alla realtà, alle cose, parole concrete, consistenti, dense, sillabe solide, compatte, resistenti, robuste, inscalfibili, pesanti.RUSINA7.jpg

Ci racconta una famiglia del Sud di quelle matriarcali, i valori saldi, quel Piccolo Mondo antico arcaico che non c'è più, vite dure, difficoltose. Ed anche la RUSINA88.jpgsomiglianza, con l'uso del trucco, in qualche modo a Frida Kahlo, metaforicamente ci porta verso quelle figure, certamente lontane dal poter essere considerate “femministe”, che però hanno lottato perché le loro esistenze non fossero schiacciate dalle consuetudini, dalla famiglia di provenienza, dai maschi, dalla religione: una lotta continua, strenua, senza mai poter abbassare la guardia, sfiancante. Donne che hanno combattuto per quel briciolo di libertà che si sono faticosamente ritagliate. Già dal nome, non Rosa che sa di candido e delicato ma “Rusina” (spettacolo vincitore di “Martelive” e selezionato per il prossimo Torino Fringe) che gratta sul palato come un coltello arrugginito, che graffia, che stride, che punge onomatopeico. “Rusina” è il passaggio, naturale e familiare, di testimone tra una nonna che ci lascia e se ne va, e una nipote che parte dalla Calabria per inseguire i suoi sogni: in definitiva Rossella è il prolungamento di Rusina e in questo spettacolo vivono e convivono insieme.

Tommaso Chimenti 24/01/2020

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