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"Primavera dei Teatri" compie vent’anni: un traguardo sottolineato più volte dai relatori della conferenza stampa di lunedì 15 maggio, dove è stata presentata la nuova edizione Festival di teatro contemporaneo, dal 25 maggio al 1 giugno a Castrovillari (in provincia di Cosenza), nel cuore del Parco del Pollino. L’incontro di lunedì, svoltosi in Piazza dei Campitelli presso la sede della Delegazione di Roma della Regione Calabria, ha visto la partecipazione di diversi dirigenti e rappresentanti delle istituzioni: tra questi, il sindaco di Castrovillari Domenico Lo Polito e l’Assessore alla Cultura della Regione Calabria, Maria Luisa Corigliano, intervenuta in videoconferenza. Una presenza, quest’ultima, non casuale per una manifestazione che vive grazie al finanziamento pubblico locale: l’investimento, ha ricordato l’Assessore, ammonta a 200 mila euro all’anno ed è finalizzato a valorizzare «la comunicazione materiale e immateriale» del territorio. 

A farci entrare nel vivo della nuova edizione sono stati Settimio Pisano, Direttore Generale del Festival, e Saverio La Ruina, Direttore Artistico assieme a Dario De Luca e, con quest’ultimo, creatore dell’iniziativa nel 1999 tramite l’Associazione Scena Verticale. Pisano ha illustrato i diversi progetti di respiro internazionale portati avanti sotto l’egida del Festival: primo fra tutti, Europe Connection (in collaborazione con Fabulamundi), attivo già da due anni e volto a far incontrare la nuova drammaturgia europea con le compagnie teatrali calabresi. Novità significativa di quest’anno sarà invece il progetto BeyondtheSud, attraverso cui il Festival si farà residenza per drammaturghi brasiliani e argentini under 35. La Ruina, dopo aver ricordato i molti e significativi artisti e compagnie che nei decenni trascorsi hanno visitato il Festival (Teatro Sotterraneo, Punta Corsara, Muta Imago, Lucia Calamaro e Davide Enìa, per citarne alcuni) ha esposto nomi e titoli del programma di quest’anno: Jan Fabre aprirà il Festival col suo lavoro autobiografico THE NIGHT WRITER. Giornale notturno, interpretato da Lino Musella. Seguirà il ritorno di Roberto Latini, che porta nuovamente un debutto, In exitu, dove ci si confronta con lo sperimentalismo linguistico del romanzo omonimo di Giovanni Testori.

C'è spazio anche per una produzione della stessa Scena Verticale, Lo Psicopompo (scritto e diretto da Dario De Luca), spettacolo che, ha aggiunto Pisano, sarà presentato nei BoCs Art di Cosenza «per gruppi di sessanta spettatori alla volta in cuffia». Un’attenzione significativa è dedicata ai giovani autori: tra questi, Pier Lorenzo Pisano col testo Per il tuo bene (già vincitore del Premio Riccione-Tondelli), Paola Fresa con la prima nazionale de Il Problema e Carlo Guasconi, il cui testo Aldilà di tutto verrà diretto e interpretato Valentina Picetto e Chiara Stoppa. Arricchiscono ulteriormente il programma, tra gli altri, l’anteprima di Sangue del mio sangue (riflessione sul male e sul rapporto vittima-carnefice) della compagnia Kronoteatro, un Menelao rielaborato in chiave contemporanea dal Teatrino Giullare, la riflessione sulla disumanità verso i migranti del Miracolo (scritto e diretto da Giuseppe Massa) e il «docupuppets per marionette e uomini» La Classe (scritto e diretto da Fabiana Iacozzilli). Non mancheranno infine gli incontri, tra cui quello con Claudio Longhi per la presentazione di Linea, nuova collana creata da Luca Sossella Editore con la Fondazione Emilia Romagna Teatro. Ce ne è abbastanza, insomma, per aspettarsi una ventesima Primavera dei Teatri pienamente all’altezza del suo importante anniversario.

Emanuele Bucci 16-04-2019

CASTROVILLARI – Ci sono dei bambini che corrono a perdifiato, a rotta di collo, giù per una duna di sabbia. Lavora, come sempre, sull'ambiguità e sull'ambivalenza dell'intelligenza la locandina della diciannovesima “Primavera dei Teatri”: se da un lato c'è il gioco, la corsa, la velocità, dall'altra c'è la caduta rovinosa, la nostra fanciullezza che va verso la discesa inarrestabile, il crash inevitabile e tutto intorno il deserto, arido, caldo che brucia e infiamma. Castrovillari, comune calabrese sotto il Monte Pollino, nella settimana a cavallo tra maggio e la Festa della Repubblica del 2 giugno, ha il suo rilancio. Qui le parole d'ordine sono peperoncino e Amaro del Capo (anche se ora si sta imponendo L'Amaro Silano, assolutamente da provare). Siamo tra la Basilicata e lo Ionio, i funghi del bosco e il sapore di mare. “Primavera” è una certezza, da sempre in equilibrio tra grandi conferme e nuovi linguaggi, tra assodati gruppi, consolidati artisti e felici scoperte.

Le tre anime principali del festival calabro, Dario De Luca, Saverio La Ruina e Settimio Pisano, dopo venti anni vanno ancora d'accordo, anche questo è un piccolo miracolo. Si respira un bel clima, e noncastrobuonaed soltanto meteorologico, disteso, rilassato e al contempo professionale, preciso con quell'informalità (dopo tutto siamo in estate) propria della radice dalla quale proviene la parola festival: la festa, appunto. Ed in questa festa, per gli occhi e le orecchie, per la scena e il palato (must irrinunciabile una puntata all'Osteria La Torre Infame, proprio davanti al Castello Aragonese, con gli intramontabili Nicola e Pasquale vere colonne culinarie che sfamano gli appetiti festivalieri; peccato capitale è andare a Castrovillari e non assaggiare il Fuoco di Bacco, gli spaghetti piccanti cotti nel vino), abbiamo selezionato tre buoni motivi, tre slanci scenici, tre diverse angolature preziose dello stare sulla scena, tre urgenze, tre morsi, tre graffi, tre applausi focosi e appassionati. Da sottolineare anche l'ideazione dell'interessante “Progetto Europe Connection” che ha abbinato a tre compagnie calabresi (Brandi/Orrico, Aiello/Rossosimona, Saverio Tavano) altrettanti autori internazionali, da Polonia, Repubblica Ceca e Romania (il più compiuto e riuscito è stato “Confessioni di un masochista” di Roman Sikora con il parallelismo tra bondage e fruste e il mondo del lavoro sottopagato e frustrato), con alterne fortune e risultati con però l'importante risultato della commistione, del mix che porta a nuovi impulsi.

La Piccola Compagnia Dammacco chiude la sua trilogia con un salto produttivo e scenico in questo complesso e sfaccettato “La Buona Educazione” (coproduzione con Teatro di Dioniso di Michela Cescon) che rileva e sottolinea la bravura già ampiamente emersa di Serena Balivo (Premio Ubu under 35 lo scorso anno) che esalta le parole del regista e drammaturgo Mariano Dammacco. In una realtà leggermente spostata in avanti nella deriva dei sentimenti e dei social network, una donna volutamente senza figli (“Chi fa un figlio dà un ostaggio al destino”) viene improvvisamente travolta dalla morte della sorella e dal conseguente affidamento del nipote. La Balivo è effettivamente molto brava nel calarsi in questo contemporaneo (come argomentazioni e dipanatura delle riflessioni) teatro classico (come impostazione) e ambientandosi tra il divano immerso tra le solide e inquietanti figure-sculture antropomorfe (impregnante la scena di Stella castrobuonaed2Monesi; sul pavimento terra da arare, dalla quale nascono i frutti ma anche si seppelliscono sogni e cari) che pullulano in questo salotto di reclusione, in questa sala d'aspetto dove la donna ci racconta delle incomprensioni e delle distanze culturali e generazionali tra lei e il ragazzo. Inserti drammaturgici squillanti, originali e illuminantemente stralunati: la Giuria popolare del web, che decide delle nostre sorti, ci lancia dentro un grande Truman Show o Grande Fratello, le citate 4:48 sarahkaniane degli incubi del piccolo, quell'atmosfera cupa e ammorbante da “Città di K” della Kristof, il controllo dell'anima che pare un Allegro Chirurgo, l'innamorarsi degli oggetti al pari delle persone.

Un adolescente che si esprime coniugando, come un primitivo, i verbi all'infinito e che la denuncerà ad ogni suo rifiuto, ad ogni necessario NO per la crescita. Qualche appunto però dobbiamo farlo: la scrittura coglie e accoglie, fa pensare nell'ironia ma la piece raggiunge il suo climax quando la protagonista-Mary Poppins (sempre avvolta e “aggredita” dai suoi fantasmi amletiani che la consigliano e soprattutto redarguiscono) parla, nell'immensa poesia, della parmigiana alle melanzane della madre. Quello è il focus più alto e la commozione era tanta in sala, purtroppo al buio del cambio quadro si sono succeduti altri venti minuti (troppi innesti e sovrabbondanze in successione) che hanno chiuso le parentesi e messo a posto tutte le finestre aperte cercando una conclusione ininfluente che niente ha aggiunto. L'attrice, inoltre, forte e comoda nelle parole del suo autore, ha calcato molto la mano, si è appoggiata e sostenuta, sottolineando la calata, accentuando le risate dal pubblico quando ha sentito che poteva far leva su quell'espediente (ci ha ricordato la brillantezza di Sabina Guzzanti) per rafforzare la buona riuscita di questa prima nazionale. “La buona educazione” (al contrario della “Mala educacion” almodovariana) ci dice che forse in questo mondo non serve o non paga averla e metterla a disposizione del prossimo sempre pronto a pugnalarti; con le dovute cesoie sarà un testo che la provincia ben accoglierà, uno dei testi di maggior circuitazione per i suoi molti spunti e svariati livelli di lettura.

Coraggiosi, di rottura e iconoclasti sono, restano i Babilonia che tornano all'antica protesta frontale molto punk e soprattutto stavolta molto rock. Già dal titolo, quel “Calcinculo” che sa d'infanzia, dicastroBab adolescenza, di gioventù e Luna Park, di altalena e lanciarsi in alto, in cielo per prendere quella catenella che scendeva dalle nuvole. Oppure i calci in culo, non più altalena a bocche aperte e trasognanti ma le repressioni, le costrizioni, le punizioni di questo mondo, di questa società (“Calcinculo al presente immobile e inevitabile”). Calcinculo è più che altro un concerto vero e proprio e i Babilonia ci dimostrano attraverso la forma leggera, vengono in mente i vari talent show, da Amici a X Factor fino a Italian's Got Talent, di poter far passare contenuti densi e pregni, di lotta, di protesta, di ribellione. Ci sono le bandiere del Veneto con il Leone (loro che hanno vinto il Leone d'Argento alla Biennale!), ci sono gli estintori con i quali creare una difesa, un fortino all'allarme sociale, alle paure inscenate e alimentate da giornali e tv. E c'è agitazione e angoscia nelle loro parole pur se sciorinate da versi e strofe, c'è “La mia depressione che fa orario continuato, ha chiesto un part time e non gliel'hanno dato”. Tormentoni: “Devo fare il tagliando ai castroBab2miei ideali, senza manutenzione non c'è rivoluzione” danno il termometro e la scala dei valori di queste montagne russe tra l'impostazione leggera e la profondità del pensiero che ne sta alla base. E non hanno paura del giudizio e sono sfrontati e aizzano il pubblico tirandogli addosso i cartoncini di plastica per un giro al calcinculo della vita, oppure lo lisciano con una passerella di cani campioni di bellezza da esposizione (“Il mio vicino ha voce solo per bestemmiare, solo per chiamare il cane”). Fanno entrare una ventina di alpini per il coro finale fino all'eccessiva esaltazione, meramente come manifestazione estetica di spettacolo planetario, delle regie di morte dell'Isis che sopravanzano qualsiasi finzione scenica di cinema, teatro o fantasia (per aver detto che “L'11 settembre è stata la più grande opera d'arte mai esistita” il famoso pianista tedesco Karlheinz Stockhausen è stato emarginato dalla comunità artistica e accademica ed è morto nel disonore), inneggiando alla distruzione della Scala o del Colosseo. Speriamo che Salvini non se ne accorga, altrimenti ci aspettano picchettaggi all'entrata dei teatri come quelli che colpirono (e provocarono una nuova enorme ondata di pubblicità mondiale) Romeo Castellucci in occasione del suo “Sul concetto di volto nel figlio di Dio”. Noi possiamo solo dire che vogliamo subito il cd delle canzoni con i testi di Enrico Castellani e la voce di Valeria Raimondi: farebbe le scarpe alle varie Michielin o Fedez.

Il funambolico e visionario Roberto Latini invece ha scovato un suo perfetto alter ego, PierGiuseppe Di Tanno, un “gigantesco” e dotato performercastrofortebraccio capace di vette vocalistiche, di movimenti sinuosi di danza, di flessibilità, di compostezza come di una resistenza fisica notevole, di cime interpretative che hanno attanagliato la platea a questo corpo, a quest'ugola, a quell'enfasi magica da lui creata. “Sei” (paradossalmente in questo periodo gira per teatri e festival un'altra rivisitazione del “Sei personaggi” pirandelliano a cura di Scimone e Sframeli) mantiene il testo con Di Tanno che presta voce e corpo ad ogni personaggio infarcendo il discorso con didascalie e note dell'autore. Diventa un racconto mentre lui se se sta su quest'isola claustrofobica e circoscritta su uno sgabello in alto (ci ha ricordato Silvia Gallerano ne “La merda”), una maschera di morte in faccia (come quella del gruppo indie “Tre allegri ragazzi morti”), tanto sudore e sofferenza, “Vivo e senza vita”, un collare elisabettiano shakespeariano, i leggins in latex. C'è tutto l'immaginario latiniano, l'erotismo sinuoso, l'eclettismo muscolare, le sfaccettature delle corde vocali, lo straordinario ventaglio di possibilità, la caduta agli Inferi. Di Tanno, una vera scoperta da premiare per forza, precisione, accuratezza e presenza scenica che tutto riempie, è piratesco appollaiato su questa “colonna” antica del teatro, ora è un Arlecchino adesso un demone abbandonato su quest'isola deserta, faro da dove scorgere i nemici. castrofortebraccio3Dopo “I giganti della montagna” Latini scompone e decostruisce anche i “Sei personaggi” inserendo anche pezzi dell'amato Amleto come nella scena finale, molto formale, della vasca da bagno con schiuma che fa tanto Marilyn. Un Pirandello frullato e centrifugato. Di Tanno è chiuso, rinchiuso, recluso, non può fuggire, isolato, relegato, bloccato; urla, si dilania, si duole, si strazia, s'angoscia, si strazia, si smarrisce, si lamenta e piange in uno stato osmotico con il pubblico che, insieme a lui, prova e cede, sente ed è altrettanto ferito. E noi con lui siamo folgorati, atterriti, sgomenti, partecipati. La riflessione di Latini sul teatro, sui suoi meccanismi e dispositivi, scandagliando le sue pieghe, continua, felice, scomposta, rarefatta, potente.

Tommaso Chimenti 05/06/2018

Foto: Angelo Maggio

CASTROVILLARI – Ci sono festival che chiudono e festival che raggiungono la maggiore età. Primavera dei Teatri compie diciotto anni. E li festeggia riaprendo una sala, il Teatro Vittoria, chiuso per un incendio da trenta anni, e adesso riconsegnato alla città. Castrovillari è sempre la stessa, il centro saldo delle operazioni è ancora la sua Fortezza, mentre il monte Pollino dietro gonfia il petto e all’ora del tramonto fa ombra, s’incupisce sereno e placido. Quest’anno la squadra di calcio della città è retrocessa. Nessuna paura, qui si tifa Juventus. Il vento scende sul corso che taglia e in discesa arriva fino all’Osteria della Torre Infame. Infame perché lì stavano i condannati a morte in attesa dell’esecuzione. In-fame perché, se ne hai, te la puoi togliere gettandoti in pasto agli “Spaghetti al Fuoco di Bacco”, piccanti e cotti nel vino, i “Maccaruni a firrittu del pastore”, con la ricotta, i “cancariddi arrustuti” (peperoni secchi fritti), le “patane mblacchiate” castro1(patate e peperoni). O puoi provare “cucurriddi e mirlingiane” (zucchine e melanzane), lasciarti tentare dalla “saburizza” (salsiccia piccante, e che te lo dico a fare). Nduja patrimonio dell’Umanità. Il palato schiocca, la lingua s’attorciglia in questo scioglilingua.

Lingua che è incipit e soglia, sosta e prolungamento, scivolamento e consonanza, caduta e risalita nel lavoro di Giuseppe Cutino, regia, e Sabrina Petyx, drammaturgia. “Lingua di cane” ci porta al “Cuore di cane” di Bulgakov. Pezzi, muscoli, organi. Son quelli che ci vogliono per sopravvivere, per tentare almeno di farlo. È anche un cercare di parlare di un fenomeno, quello dei migranti, sul quale in questi ultimi anni, anche e soprattutto in teatro, si è detto tutto ma sempre, o nella quasi totalità dei casi, in maniera diretta, dritto per dritto, raccontando l’orrore. Però, lo sappiamo, il teatro ha bisogno della metafora, del simbolico, del detto tra le righe, senza riproporre la cronaca, senza rincorrere la realtà che è molto più potente di qualsiasi racconto. A meno che non si scelga un’altra strada. Quella di una poesia cruda (certo la retorica è a tratti inevitabile) che coinvolge, spinge, sposta, dilania, riprende, recupera, porta in superficie sensazioni e situazioni, perfino corpi. E sono questi corpi (i siciliani della Compagnia dell’Arpa; in sei frontalmente emmadantescamente) ammessi a questa messa di ammassi di stracci, abiti galleggianti come fiori di loto in uno stagno, che non salvano ma affossano, pesanti d’acqua imbrigliano, s’attorcigliano agli arti impedendoti il nuoto e la risalita.
castrocaneBoccheggiano, i respiri si fanno profondi e intensi e sempre più la lingua vira verso un ennese stretto, i loro movimenti sono onde che sbattono sulla battigia, riflussi in un andare e tornare di fiordi e gorgoglii che forma curve della schiena e di polmoni, una danza macabra come un elastico che prende la rincorsa, si schianta e ritorna al suo posto. Un teatro fisico la cui portata s’ingigantisce, monta come panna, suda in questi frammenti che tolgono il fiato, affannano l’esofago in questa lotta feroce per la sopravvivenza. È un vortice quello che fluttua di vestiti e cenci che sanno di cimitero, Diluvio Universale e Olocausto, che sa di gioco crudele e fisarmoniche, come uscire da un bozzolo e nuovamente proteggersi come fa il riccio o l’armadillo, si annidano e si rannicchiano in un cantato-nenia-urla-preghiera soul e porosa. Vengono alla mente la “Venere degli stracci” di Pistoletto ma anche “L’Isola dei morti” di Bocklin e per finire il continente di rifiuti e plastica che staziona e s’amplia nell’Oceano Indiano. Le domande escono senza trovare riparo né soddisfazione, la barca è alla deriva (la loro reale? Noi, l’Europa metaforica?). La morte peggiore non è il decesso ma la sparizione. Se sei disperso, e non classificato come morto, non puoi attingere al senso di colpa, alla pietas, alla consacrazione, alle lacrime, alla perdita, alle cerimonie, ai fazzoletti, all’indignazione. Lo sapevano bene i generali argentini.

C’è un amore per la P, la lettera, nei titoli del gruppo veronese, Leone d’argento ’16 alla Biennale di Venezia, Babilonia Teatri. Sicastrobab parte da “Popstar”, passando per “Pinocchio”, “Purgatorio” e arrivando a quest’ultimo nato “Pedigree”. Che la P è anche l’iniziale di Padre che è centrale nel loro discorso scenico dove è proprio l’assenza del genitore maschio a farsi presenza ingombrante fino ad essere ossessione, tarlo, domanda strisciante che riempie le giornate e i pensieri di una vita. Un ragazzo ormai uomo (ritorna la forza espressiva di Enrico Castellani, vigoroso senza essere tragico) va a ritroso, indietro a scoprire i perché di quel buco nero che lo cinge e stringe. Cresciuto, e molto amato, da due madri, ha sempre sentito un vuoto incolmabile. Il padre biologico ha donato il suo sperma in una banca del seme per l’egoismo delle due donne che l’hanno sì ben cresciuto ma anche privato della sfera maschile utile, necessaria, fondamentale. L’indagine, scandita dalle musiche sdolcinate e ammiccanti, sensuali e pelviche (il gesto della penetrazione che manca a due donne), di Elvis, fa capolino sulla famiglia e sulla discriminazione paesana, sui giudizi provinciali sulle coppie di fatto.
Ma non è qui, comunque la si pensi, che i Babilonia si soffermano. Il salto è andare indietro, a quella mancanza paterna di questo genitore-milite ignoto, fumoso e allo stesso tempo onnipresente. Perché, indubbiamente, anche se il genitore mancante non ha potuto influire sull’educazione e sull’atteggiamento, sul DNA e sui tratti fisici quello sì. Quella del ragazzo è una “vendetta” lontana e distante: ogni anno per Natale organizza una cena, irreale, che riempie d’attesa tutti gli altri giorni dell’anno, con gli altri “figli” biologici dello stesso padre sparsi per il globo. Ed è questo senso della famiglia che forse lo lega maggiormente rispetto al rapporto con le due donne. Il sangue, seppur inspiegabile, pulsa più dell’affetto, per quanto grande sia. E sempre per vendetta diventa a sua volta donatore, mettendosi nella stessa condizione del padre. Il padre (ma anche la madre in caso di due uomini che allevano figli), come figura simbolica, è necessaria, non solo a livello biologico; non si può estrapolare e censurare, cancellare e nascondere la sua presenza terrena, materiale, costante. Padre e madre non possono chiamarsi semplicemente “genitore 1” e “genitore 2”. Con buona pace dei vendoliani.

Tommaso Chimenti 05/06/2017

CASTROVILLARI – Ci sono locandine che rimangono impresse nel cuore e negli occhi per la potenza e l’acume che esprimono a distanza di anni. La locandina, per uno spettacolo o per una rassegna, non è solo l’emblema e il frontman dell’intero progetto, non deve riassumere il plot ma passare l’essenza, il punteruolo che ne sta alla base, il pungolo e lo stimolo, il perché che scardina, la riflessione con il sorriso, il dettaglio prima nascosto e adesso evidente. Una locandina è per sempre, fotografa un momento storico, ne imprime le perplessità, i vigori, le istanze, è un concentrato di freschezza e presente, è un’immediata ondata che ti immerge nella catarsi della pièce o del festival. Una locandina deve riuscire, con piccoli tocchi, a delineare il vortice di pdt16energie che stanno alla base della costruzione, dell’ideazione, del fermento che sbatte e gorgoglia nel momento della creazione. E ci sono locandine più riuscite di altre. In questi diciotto anni il festival “Primavera dei Teatri” ci ha sempre abituato a manifesti irriverenti e pensanti, carichi e depositari di una sostanza impalpabile, quella stessa materia che, ad ogni nuovo sguardo, rilascia nuove sensazioni e atmosfere, fornisce nuove parole a scandagliare quella patina di colori e facce, movimenti e gesti arroccati in un rettangolo incorniciato e appeso. Hanno profondità le ideazioni concettuali del trio La Ruina-Pisano-De Luca.
Lo scorso anno avevamo una ragazza sovrappeso, abbastanza hopperiana, che sembrava uscita da qualche pellicola di mafia americana, di protezionismo, una sorta di Marilyn gonfiata, che guarda il vuoto tra rassegnazione e leggera noia. Le gambe un po’ discoste ma senza alcun atteggiamento sessuale né alcun riferimento sensuale, e questo divano dietro, nel suo arancione acceso, che sta, immobile come la giovane signora, in attesa. Andiamo a ritroso.
Pdt14Nel 2015 una bella bambina borghese tutta in ghingheri da festa, come fosse una damigella da matrimonio, offriva una banana, senza alcun timore, ad un gigantesco gorilla; lui sì che era spaventato, seduto accanto a lei sul sofà. C’era scarto e spostamento, quella banana così gialla, e lasciva anche e fallica, passata dalle mani dell’innocenza a quelle delle forza bruta, ribaltando i piani, le aspettative, il consueto modo di pensare.
Pinteriana quella del ’14, con una festa di compleanno andata, evidentemente, a finire male. L’invitato principale, che forse ha festeggiato in solitudine, ha la testa, come colto da malore, infilata dentro la torta a più strati; c’è un solo cappellino e neanche il gusto di un alcolico: solo succo. Ti stringe il cuore.
Nel 2013 un altro essere sovrappeso: un uomo calvo (nessun riferimento mussoliniano, tranquilli) con una sdraio alle sue spalle, guarda una nube minacciosa chepdt13 avanza. Sembra sia scoppiato qualcosa: la terza guerra mondiale, i missili della Corea del Nord, o “soltanto” i fumi cancerogeni dell’Ilva. Sembra che aspetti che questo getto di polvere e detriti, quasi una tromba d’aria calda, lo investa; non scappa, non si muove, accetta asceticamente il suo destino, senza paura: quel che sarà, sarà.
Eccoci al 2012 con un Babbo Natale depresso nonostante la giovane età, in mutande rosse, proprio perché, unica volta, il festival per problemi di finanziamenti era stato forzatamente posticipato a novembre. Un BN senza gioia, le spalle in avanti, curvo, in un clima di festa posticcio, senza enfasi, senza gioia.
Ancora catastrofi nel 2011. Ma non lo possiamo mai derubricare a pessimismo: è sano realismo. Un uomo, in un interno borghese, d’antan con la carta da parati demodè, senza rinunciare a giacca e cravatta, indossa pdt12una maschera a gas. Anche lui si sta preparando all’imminente sconosciuto, ma ben poco roseo, domani.
Nel 2010 uno dei più iconoclasti e irriverenti cartelloni di PdT: una banana che, una volta sbucciata, al suo interno, presenta un grosso peperoncino,pdt11 prodotto tipico calabrese, simbolo e icona caratteriale dei suoi abitanti: la focosità. I riferimenti fallici, ovviamente, si sprecano, ma quel verde del gambo, il rosso del peperone, il bianco dell’interno del frutto, rendono una bandiera italica fondata sull’estro del piccante, sulla legnosità del picciolo, sulla durezza e l’allappante esotico; siamo, anche, un mix di queste caratteristiche.
Scendiamo ancora più giù nel tempo. Nell’edizione 2008 un’inquietante bambola rosso fuoco, dal sapore di Stephen King o che rievocava le nenie di infantili di Dario Argento, ci guardava con fare sorpreso e allo stesso tempo allarmato e preoccupante. Qualcosa stava arrivando, qualcosa stava cambiando. E qua con il passato ci fermiamo.

pdtl17Quest’anno invece la scelta è caduta su un uomo accartocciato su se stesso - potrebbe essere l’Otto del 18 (le edizioni del festival) - appoggiato sul fondo di una piscina a identificare l’infinito ma rannicchiato a protezione, come a non voler sentire quello che arriva e avviene fuori da quel guscio amniotico, placenta ovattante; mentre le gambe sopra (l’Uno), presumibilmente di una ragazza, spinneggiano verso l’alto fuggono, se ne vanno, in cerca di salvezza, volano o più facilmente, potremmo essere sott’acqua, risalgono a prendere aria. Il cielo è sempre più blu. Se riesci a tornare in superficie.

Tommaso Chimenti 03/06/2017

CALENZANO - “Dove tra ingorghi di desideri alle mie natiche un maschio s'appende, nella mia carne tra le mie labbra un uomo scivola l'altro si arrende” (Fabrizio De Andrè, “Princesa”).

Nella parola “maschio” o “maschile” c'è quel “ma” iniziale che fa da incipit, un termine che parte dubbioso, febbricitante, ipotetico, contraddittorio, sospeso, in bilico, nell'incertezza di un prima che vacilla, traballa, si tende. Nella “fiammina” invece si sente il calore, la linfa che cresce, il fuoco, la fiamma attratta, con una forza contraria a quella di gravità, verso l'alto, le nuvole, il cielo, come un dito infuocato ad indicare le stelle. Maschio e femmina, uomo e donna, mondi lontani che, a volte, si riuniscono in un corpo solo.masculu1
Masculu e fiammina”: cosa rimane di un rapporto nel quale si sapeva ma non si parlava, si conoscevano fatti e dettagli ma si evitava di metterli sul piatto, di discuterne, scandagliarli? Una madre (echi di “Psycho”, ma senza thriller né splatter), che adesso sta distesa orizzontalmente, ferma, immobile, defunta, una lapide, una foto, una rosa, un piolo, distante ma vicino, che fa da contraltare, scomodo, dove il figlio, ormai anch'esso anziano, che la va a trovare al camposanto, si siede, quasi fosse una penitenza, per raccontare quello che già la madre intuiva, aveva notato, sospettava: la sua omosessualità.
Saverio La Ruina è attore sensibile e fa della gentilezza e dell'armonia i tratti fondamentali della sua ricerca e della sua progressione nella drammaturgia italiana. Affronta temi difficili, ampi, scivolosi, ma lo fa con la leggerezza della strada, del paese, con l'utile riparo di un dialetto che è sempre aspro ma che nella sua bocca, tra i suoi denti, dalle sue labbra esce come sibilo arrossito e timido, sillabe dolci. La denuncia La Ruina la fa, l'ha fatta, la farà, passando da “Dissonorata” a “La Borto”, fino alla violenza casalinga sulle donne di 000masculuPolvere”, con l'impegno e il puntiglio, con la volontà di non dare mai lezioni né aprire le porte della conoscenza ma con quel tocco soffice, una carezza potremmo dire, che ci conduce dentro storie che già conosciamo, lette distrattamente nella cronaca senza soffermarci, sentite in uno dei tanti tg arrotolando un nuovo giro di spaghetti. La sua narrazione è semplice, e qui esplode la sua forza, una piccola cascata di parole che mai travolge con prepotenza ma che, con guanto di velluto, sfiora, passa sulle cose, come una pennellata, un canto, una mano nella mano.
Parla con lei”, potremmo dirla alla Almodovar. Le voci lontano che gracchiano di sottofondo ci portano in un abitacolo ristretto, giardini chiusi nell'ombra, piazze assolate, cortili interni, portici e archi di periferia, una voce che fa ricordo e famiglia, infanzia e poi adolescenza e infine gioventù e maturità, quella voce che ti chiama quando giochi, quella voce che riecheggia nella testa, quella voce che è filo che ti lega, boa di salvezza, casa dove tornare, quella voce che è mamma, che è madre, che somiglia al parlato dell'attacco di “Diamante” di Zucchero Fornaciari, poche parole in dialetto strascicato che già fanno tempo che passa e brividi. Il figlio racconta, si confessa a questa madre che ormai con il suo silenzio (qui non è omertà: “Grazie per tutto quello che non mi hai detto e per quello che non mi hai chiesto”) può solo annuire e acconsentire a questo sfogo, finalmente, lieve, emancipato, pulito, risolto. La neve tutt'attorno è simbolo di quiete, di cappa morbida, anche se somiglia a una spruzzata di cenere vulcanica, caduta per ammantare nel segreto, proteggere in una bolla sospesa nel tempo (forse il dialogo-monologo è immaginario), queste parole che hanno percorso tanto tempo prima di essere partorite.masculu2
È un'esistenza piccola e fragile, fatta di poche cose quella del “nostro”, tra zie da accudire, gli amori del passato, la panchina posizione privilegiata dalla quale guardare lo scorrere immobile del piccolo centro cittadino del Sud impantanato nei pregiudizi e in quel bullismo denigratorio, composta da offese e sberleffi, vergogne ed emarginazione, verso i “masculi a cui piacciono i masculi”. Alla madre (a se stesso, in definitiva) riporta le angherie, ma senza lamentazione, gli epiteti, ma anche con autoironia, gli sgarbi fino alle minacce e alle percosse fino alla morte pasoliniana del compagno aggredito e ucciso con l'unica colpa d'essere omosessuale.
Una vita a subire, gli occhi addosso, una normalità dei sentimenti mai potuta vivere fino in fondo, sempre “braccato”, nascosto, nell'ombra. E tra i santi Cosma e Damiano, la prima coppia di fatto della cristianità sempre accorpati e associati, la Riccione degli anni '70 e “Ti amo” di Umberto Tozzi, tra un ricordo di commozione e una ventata pop, l'affresco che ne esce è una protesta civile, senza rivendicazioni né astio combattivo aggressivo, una richiesta al mondo di più ascolto e meno giudizio, guardare e considerare l'altro che ci si para davanti, sia che tu sia “masculu” sia che tu sia “fiammina”, soltanto per quello che è: una persona.

Tommaso Chimenti 29/01/2017

FIRENZE – Facciamo un ripasso, un riepilogo. Che è sempre importante capire dove siamo per poi tracciare una linea sul futuro. Che cosa abbiamo visto, a teatro, in questo 2016 che va a concludersi che ci ha fatto sobbalzare dalla poltrona vellutata, che ci ha fatto rimanere incollati con gli occhi fissi sul palco, che ci ha fatto esclamare o respirare o applaudire come forsennati alla fine in un moto non di liberazione ma di gratitudine infinita per il tempo e l'arte che gli interpreti ci avevano regalato. L'elenco è, come deve essere, personale e parziale. Nessuna classifica. Questi sono i “miei” spettacoli di quest'anno che, al mondo del teatro, ha portato via principalmente Giorgio Albertazzi, Paolo Poli, Anna Marchesini e Dario Fo. Quelli in cui ho goduto e riso e mi sono commosso e ho detto alleluja.ChimentiCamera701
Cominciamo random, senza una scaletta cronologica. Accanto ad ogni spettacolo citato sarà presente il luogo, lo spazio, il teatro dove ho visto la piece. Li abbiamo visti in piccole rassegne o in giganteschi festival internazionali, la maggior parte in Italia, a Milano, Modena, Genova, Firenze, Messina, alcuni all'estero. Ecco la mia pattuglia, la mia ciurma, il mio esercito.

Non si può definire spettacolo muto “Murmel, murmel” (foto di copertina) dei tedeschi della Volksbuhne (Festival Gift, Tbilisi) perché dalle loro bocche esce ossessivamente un'unica parola, appunto quella che nel titolo appare due volte. Un grande incastro di paraventi, con precisione millimetrica, che scendono dall'alto o si chiudono dai lati, che danno l'effetto dello zoom di una macchina fotografica, portandoci, grazie ai costumi e alle musiche, nei favolosi anni '60 quando, per i protagonisti, oggi forse anziani, tutto era ancora possibile.
ChimentiGeppettoA che punto di svolta sia la drammaturgia dei Paesi dell'Est ce lo comunica, con piacere, “Camera 701” dell'autrice rumena Elise Wilk e visto per la regia di Ciro Masella (Intercity, Teatro della Limonaia, Sesto Fiorentino); il pubblico diventa voyeur spiando e sbirciando dentro questa room d'albergo dove si avvicendano persone, vite, futuri, perplessità, messe in gioco e in discussione. Come affrontare lo scottante tema dell'omogenitorialità che tanto recentemente ha fatto discutere ce lo spiega Tindaro Granata con il suo nuovo “Geppetto & Geppetto” (“Primavera dei Teatri”, Castrovillari), altra sua prova di maturità di scrittura, tutto giocato tra profondità di temi, senza dare niente per scontato né voler impartire nessuna verità o lezione, ma anche con ironia e leggerezza, che non guasta mai per far passare temi complessi.Chimentisanghenapule

Riuscire a trovare l'alternanza ideale e la sponda ad un campione della narrazione come Roberto Saviano non era facile ma in “Sanghenapule” (Piccolo Teatro, Milano) Mimmo Borrelli fa da contraltare perfetto con questa sua cifra classica che sempre si rinnova di sudore, corpo e parole che vengono da lontano, dal profondo, dal vulcano, dalle viscere per spiegare l'inspiegabilità di Napoli.
Da lontano arrivano anche le parole centenarie del “Minimacbeth” (Teatro di Buti, Pisa), la tragedia shakespeariana ma contratta, non accorciata né ridotta, ma ristretta come un caffè nerissimo e per questo ancora più potente. Marconcini e la ChimentiminimacbethDaddi, con la loro età, sulle spalle sono riusciti a dare ancora più umanità ai due regnanti usurpatori e più sostanza ai fantasmi che gli girano intorno.

C'è un qualcosa in più del teatrale, del metateatrale nel “Golem” (Teatro Vittorio Emanuele, Messina) della compagnia ingleseChimentiGolem 1927 dove convivono in un senso d'armonia, difficilmente trovata altrove, la musica dal vivo, le scene, i video, i filmati, come essere catapultati dentro un grande videogioco ed essere imbrigliati, come accade nella realtà con la grande illusione-paravento della libertà di scelta, nelle regole imposte da qualcun altro. Siamo noi i protagonisti passivi e rassegnati che si affidano al Golem per la risoluzione dei loro problemi, non capendo che delegare i propri diritti non ci rende più liberi ma più schiavi.
ChimentigiocatoriIn un interno napoletano, ma potremmo essere dovunque, quattro uomini (su tutti Enrico Ianniello e Tony Laudadio) attorno ad un tavolo, quattro “Giocatori” (Teatro Niccolini, Firenze) mettono sul piatto frustrazioni e fallimenti, scollamenti tra quello che avrebbero voluto essere e quello che sono diventati. Si sono giocati la vita e ora tentano l'ultimo colpo, gabbare la sorte, l'ultimo colpo di coda, meravigliosamente malinconico.ChimentiVania

Altra periferia, prima geografica e metropolitana poi dell'anima, per la trasposizione da Cechov all'hinterland milanese del “Vania” degli Oyes (Spazio Tertulliano, Milano) , una delle novità più illuminate dell'anno, un gruppo da tener d'occhio. Un impianto cupo, marginale dove l'insoddisfazione e la non realizzazione la fanno da padrona, con una cappa di melassa amara che tutto copre e avvolge, imprigionandoci.

ChimentiSantaEstasiIl progetto più complesso e articolato dell'anno è stato certamente “Santa Estasi” (Teatro delle Passioni, Modena) coordinato da Antonio Latella fresco neo direttore della Biennale Teatro di Venezia. Otto spettacoli (da vedere assolutamente in lunghissima maratona consecutivamente) di otto giovani drammaturghi, una ventina di attori under 30, alcuni veramente straordinari, per un impianto contemporaneo dal sapore antico, una grande maestria registica applicata al mestiere dell'attore in un connubio, in una miscela, in un tutto, finalmente, compiuto, essenziale, necessario.ChimentiOrfeo
Altro grande e impegnativo progetto è stato l'“Orfeo Rave” (Fiera, Genova) del Teatro della Tosse, che ha rappresentato una sorta di sollevazione e orgoglio genovese. Dieci repliche per cinquecento persone a sera, in uno spettacolo itinerante con oltre dieci location e spazi utilizzati all'interno dell'allora appena chiusa Fiera del Mare. Un viaggio tra i budelli della città, del Mito, di noi stessi, e una voce meravigliosa, quella di Michela Lucenti, da sentire, risentire e sentire ancora.

ChimentiScuolaNon può mancare uno spettacolo corale, e che, a prima vista, poteva sembrare sorpassato dagli eventi, triturato dall'acqua passata sotto i ponti in questi venti anni dalla sua prima uscita. E invece regge, e ancora molto bene, “La scuola” (Teatro Era, Pontedera), Silvio Orlando su tutti ma non solo, dove l'equilibrio tra un'ironia spassosa, e a volte irrefrenabile, e sentimenti e profondità e lezioni di cultura civile, è il nodo sottile che lega ogni scena in una calda atmosfera di vicinanza e umanità, di scontri e passioni, come sono quelle di vivere, di insegnare e di confrontarsi.ChimentiStraniero
Utile come non mai oggi rileggersi Camus, passando per i Cure. Ecco “Lo straniero” (Teatro Niccolini, Firenze) in forma di monologo con un gigantesco e strepitoso Fabrizio Gifuni che dà voce e corpo, fermo, impassibile, senza emozioni né reazioni al “nostro” antieroe con un'empatia, una sostanza, un'elettricità statica che tutto pervade e corrobora e frigge intorno.

ChimentiTennisUltime due segnalazioni per due piccoli, ma grandissimi, spettacoli: “Le regole del giuoco del tennis” (Teatro delle Spiagge, Firenze) nel quale Mario Gelardi del Teatro Sanità di Napoli ha saputo applicare allo sport, in questo caso a quello di racchette, palline e net, l'amicizia ma anche le convenzioni sociali legate sia alla sessualità che all'accettazione prima di sé e dopo da parte della società: messaggio semplice e potente.
Quante volte ci siamo ritrovati a pensare, la testa tra le mani oppure guardando un punto indefinito, lontano, nel nulla. Quante volte abbiamo letto Paperino che faceva ruminare i suoi pochi neuroni con il fumetto pannosoChimentiMumble sulla testa che diceva, silenziosamente, e mugugnava il suo “Mumble, mumble” (Teatro del Sale, Firenze). Le riflessioni di una vita, il mettersi a nudo e raccontarsi non è mai cosa da poco. Emanuele Salce si apre, con il suo fare sornione e sensibile, e ci porta dentro il suo rapporto con il padre naturale, il regista Luciano Salce, e il padre che lo aveva adottato, Vittorio Gassman. Nomi che mettono i brividi e che, in qualche modo, hanno “schiacciato” prima il bambino e poi il ragazzo divenuto attore per caso ma non per sbaglio. Perché dal palco alla platea riesce a far passare, con leggerezza e sobrietà e autoironia, tristezza e nostalgia, distacco e disincanto, ma anche bisogno d'affetto infinito. Mumble è più pensiero che ripensamento, è un momento necessario per andare avanti e voltare pagina, per vedere chiaramente il passato e potersi, liberandosi, immaginare il futuro. Come solo il teatro sa e può fare.

Tommaso Chimenti 23/12/2016

Nelle foto gli spettacoli nell'ordine in cui sono stati menzionati

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