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Salone del Libro: Recensito racconta tre incontri per tre libri

ufficio stampa salone del libro

Al Salone del Libro di Torino sono stati centinaia gli incontri che si sono succeduti, a ritmo incessante, nel corso di cinque giorni: interviste, conferenze, dirette radio. Abbiamo deciso di raccontare tre incontri per tre libri.

Ambizioso e narcisista, così si è definito Roberto Herlitzka, intervistato per l’occasione da Massimo Manca, docente universitario di letteratura latina. L’attore torinese ha esordito la sua carriera da scrittore con la traduzione del De Rerum Natura di Lucrezio in terzine dantesche. Come un novello Lucrezio, anche Herlitzka si è misurato con l’uso di una lingua più antica, ma l’autore ha confessato che, se per Lucrezio l’uso del verso fu dettato da una necessità didattica (come dimenticare Memmio e la tazza bordata di miele per rendere più gradevole il sapore della medicina) e se per Dante l’uso della terzina ebbe una forte connotazione simbolica, per lui è stata una scelta dettata dal puro piacere. Allievo di Orazio Costa, Herlitzka ha letto davanti ad una platea incantata alcuni dei passi memorabili della Natura delle cose. Contro la tendenza alla banalizzazione, si pone Herlitzka, come fosse il saggio stoico che guarda la nave andare a fondo dalla costa, traducendo un autore che visse nel I secolo a. C., uno degli autori, benché tra i più tradotti, tra i più ostici della letteratura. Propone una lettura che chiede tempo e che richiede al lettore la volontà di rileggere, ritornare più volte su uno stesso passo. Assistere all’incontro tra il padre della lingua italiana e quell’uomo che scrisse un capolavoro di scienza e sapienza tra intervalla insaniae spaventa, minaccia il target ampio, ma restituisce dignità e suono ad una lingua spesso poco sfruttata, anche nella letteratura più bella. La sperimentazione di Herlitzka, fatta di soluzioni alternative sintattiche e lessicali, è, all’inizio, una doccia fredda, eppure il piacere si lascia cogliere con lentezza, abituando l’orecchio al ritmo, a parole antichissime, che sembrano nuove.

A pochi passi di distanza, in una sala stracolma ha presentato il suo libro Cristina Cattaneo, con l’aiuto del teologo Vito Mancuso. L’anatomopatologa, al Salone del libro per presentare Naufraghi senza volto - Dare un nome alle vittime del Mediterraneo, vincitrice del premio Galileo per la divulgazione, ha raccontato l’orrore dei naufragi che si consumano nel Mediterraneo. Il libro parla di nomi, dell’importanza di restituirli a chi è morto senza carta di identità, lontano da casa (fin dai naufragi di Lampedusa del 3 ottobre 2013 e del 18 aprile 2015). Mentre l’autrice del libro raccontava l’importanza di restituire un’identità, soprattutto per i vivi, per chi vive nell’angoscia del dubbio, per chi non può mettere la parola fine alla scomparsa di un marito, un fratello, un figlio, Vito Mancuso ha raccontato l’esigenza della sepoltura, del rito funebre, dei simboli della perdita. Questo è un bisogno ontologicamente umano: Mancuso ricorda che fu questa necessità a spingere Priamo a chiedere la restituzione del corpo di Ettore ad Achille e Antigone a disobbedire alla legge degli uomini per seppellire il corpo del fratello. Mancuso, citando il coro dell’Agamennone di Eschilo, ha sottolineato che la vera conoscenza avviene attraverso la sofferenza: è qui che il lavoro dei medici e dei pompieri davanti ai naufragi giunge al suo punto più alto. Il peschereccio esposto alla biennale di Venezia è una presa di coscienza che non si può evitare, e forse è un modo per fare “la riverenza alla vita”.

Tutta un’altra storia è quella raccontata da Concita De Gregorio nel suo ultimo e ambizioso romanzo, Nella notte. La giornalista di origini toscane ha confessato di aver avuto bisogno e sentito il dovere di raccontare la vita dei palazzi del potere, i meccanismi “di un gioco di cui non si vede il campo”, che spesso generano disillusione e frustrazione. Al Salone di Torino Concita De Gregorio si è fatta accompagnare da un amico, Alessandro Robecchi, che da vero giallista è riuscito a raccontare la trama di un thriller politico senza svelare troppo, ma raccogliendo l’attenzione dell’intera platea. In questo romanzo i personaggi sono tutti inventati, anche se Robecchi, tra il serio e il faceto, ha ammesso di averne riconosciuto qualcuno. I personaggi sono fittizi, ma solo perché indossano delle maschere: tra quei palazzi è davvero possibile incontrare chi risponda perfettamente alla silhouette del cardinale, della prostituta, del comunista, del giudice, del giornalista. Emozionata ed appassionata, Concita De Gregorio ha ammesso di aver scritto il libro della sua vita: perché parla di quello che ha imparato nel corso di essa e perché è da tutta la vita che avrebbe dovuto scriverlo.

Laura Caccavale 14/05/2019

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