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Paternoster. La compagnia Collettivo Est debutta con una riflessione generazionale

La giovane compagnia teatrale Collettivo Est debutta a Roma con "Paternoster-l’eredità dei figli", scritto e diretto da Beatrice Mitruccio e interpretato da Ludovico Cinalli e Paolo Perrone.
Dal 9 al 12 gennaio al Teatro Studio Uno questi tre giovani artisti, diplomati all’Accademia Teatrale Cassiopea di Roma, presentano questo primo lavoro indipendente che porta in scena il delicato tema del rapporta tra padri e figli.

Due fratelli sono divisi da tempo a causa della scelta di strade diverse che li hanno portati lontani. Sono riuniti dalla morte del padre. Questo triste evento farà emergere domande riflessioni, pensieri che coinvolgeranno anche direttamente lo spettatore. collettivo 02Mossi da ribellione, rabbia, solitudine sfogheranno l'uno sull'altro tutta l'insofferenza propria di un'intera generazione, di giovani uomini e donne che sempre più spesso scappano da un contesto familiare e sociale per paura di restare bloccati in una dimensione precostituita, ormai inadatta al presente. Vanno verso un futuro incerto per evitare il rischio di trasformarsi in meri ingranaggi di un sistema al quale non sentono di appartenere.

Lo spettacolo è la concretizzazione di un lavoro e di un pensiero molto soggettivo della compagnia che si compone di una vera e propria indagine antropologica,  coadiuvato da un training fisico importante che va a contrastare la presenza di scene vuote e poco illuminate, dall'aspetto ritmico della parola e da una raccolta di materiali registici e drammaturgici curata e basata sull'interazione tra tutti i componenti del gruppo.

Numerosi sono stati gli spunti e le fonti che hanno gettato le basi per il testo e la messa in scena del lavoro e che denotano il tessuto culturale di spessore del lavoro presentato: dalla figura del “Legato” e del “Viandante”, oggetto di numero interpretazioni teatrali e storico-filosofiche, alla parabola biblica contenuta nel Nuovo Testamento del Figliol Prodigo; dalla rilettura kafkiana de “La canzone del Padre” di Fabrizio De Andrè fino all’analisi del nostro personale vissuto che si traduce -citando le note di regia- in un viaggio e in una fuga da una “crisi di cui si parla troppo, ma che sembra lontana, come se non ci riguardasse”, nel “desiderio di colmare una solitudine, di parlare al nostro passato, di immaginare un futuro” .

Roberta Leo

02/01/2020

Pubblicato in News

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