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Gli oggetti di Fulvio Abbate fanno teatro sul palco dell'international journalism festival

Contro tutte le aspettative di una città sul crinale di due colli, Perugia è calda anche di sera, il sesto giorno di Aprile. Al Teatro della Sapienza i fiati da respirare sono tanti, di gente accalcata fino al palco si sentono gli odori più umani.

Fulvio Abbate è uno scrittore con la pancia, episodici capelli lunghi movimentati e una maglietta di un giorno o due, nel suo teatro degli oggetti questi compaiono per primi.
Racconta con le braccia scostate appena dai fianchi divaricando i piedi, dice ciò che resta della memoria del mondo: un dischetto di bachelite per le fonovaligie, il salvadanaio dell'“umile Italia” di Pasolini che aveva la tessera postale. Durante un temporale, Roma gli ha fatto dono del frontespizio delle “Novelle” di Vittorio Spartaco, paparazzo; a cui Fellini si ispirò per il personaggio del fotoreporter ne' “La dolce vita”. Abbate sa che Spartaco aveva un fratello, Mario, che lo scongiurava di non improvvisarsi scrittore, lo sa perché ne ha letto le lettere e le conserva.
Dalla tasca si sfila una cartolina, piove anche lì dentro. Ci sono una casa e un albero aggrappati a uno scoglio ciascuno, l'acqua gli passa in mezzo come un'intrusa tra il marito e la moglie. Le radici per parlare di casa, l'acqua per averne nostalgia, il marito e la moglie perché qualcuno l'abiti.
I feticci narranti (c'è la storia di uno scugnizzo di ceramica che stava in mezzo al detersivo e riesce ancora a fumare per davvero una sigaretta) non hanno solo forma e luogo, qualcheduno ha un volto, il nome di una prostituta seviziata e fatta santa da chi l'ha gettata nel fiume a morire: Sarita Colonia ci guarda sapere di lei al buio, dalla trincea di rose di un cartoncino. Di cartone anche i biglietti da visita del 1930, un'anagrafe mortuaria di calligrafie e “buone feste dalla famiglia Abbate”, omonima.
Ha un ritmo cadenzato, lo scrittore, fatica a cacciare le parole, gli antepone un respiro fischiato che pare un sibilo della fisarmonica di Balestrieri, seduto accanto a riempirgli le boccate di fiato.
Al Festival Internazionale del giornalismo Abbate ci porta “Charlie Hebdo” di anni quarantacinque, “Re nudo” per parlare con gli stessi toni in italiano e non stare a dire sempre di “Repubblica” e “Il Corriere” e due giornaletti porno, metafisica dell'indimenticabile per la formazione sentimentale.
“Il teatro degli oggetti!” esce e rientra. Poi tace e lascia il vizio di raccogliere le cose da terra che ogni madre aveva amputato sul nascere.

Francesca Pierri 07/04/2016

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