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"Destinazione non umana": l'insostenibile pesantezza dell'essere al Teatro Tor Bella Monaca

Vivere nonostante la certezza della morte è uno sforzo davvero “bestiale”: così almeno lo definisce Valentina Esposito, fondatrice e autrice dei testi della compagnia Fort Apache Cinema Teatro. È proprio questa contraddizione insanabile delle nostre esistenze a fornire lo spunto per Destinazione non umana che, a pochi mesi dal debutto nazionale presso il Teatro India, ritorna in scena per due repliche, rispettivamente il 5 e il 6 maggio, sulle tavole del Teatro Tor Bella Monaca di Roma. La regia è della stessa Esposito.
Nelle parole di quest’ultima, Destinazione non umana è una «favola senza morale, amara e disumana» incentrata su uno spunto paradossale: gli interpreti rappresentano sette cavalli da corsa con una tara genetica, costretti a condividere il logorio della vecchiaia in attesa dell’inevitabile macellazione. Il titolo allude al duplice utilizzo a cui gli equini sono relegati dalla nostra società: quelli “a destinazione umana” vengono allevati per trasformarsi in cibo, gli altri per essere inseriti nel circuito delle gare ippiche. Ma indipendentemente dall’obiettivo con cui vengono cresciuti, tanto i primi quanto i secondi si dirigono verso il declino e l’oblio, «chiusi dai paraocchi fra le linee della propria esistenza», per citare di nuovo la regista.
A conferire ulteriore interesse a questa parabola, il fatto che gli interpreti sono tutti quanti ex-detenuti. Tale particolarità nella composizione del cast non è un’esclusiva di questa produzione, ma è prerogativa di Fort Apache fin dalla sua fondazione nel 2014: col supporto dell’Università la Sapienza, la compagnia ha come missione il reinserimento dei suoi membri nella società attraverso la recitazione. Si può dire quindi che gli attori provengano da una condizione sinistramente vicina a quella delle bestie da allevamento… e che – proprio in virtù dell’incontro con Fort Apache – siano diventati a loro volta “animali da competizione”. Vale la pena sottolineare che dal gruppo è emerso Marcello Fonte, Palma d’oro al Festival di Cannes per la performance in Dogman di Matteo Garrone.
Lo spettacolo, che non a caso è realizzato in collaborazione col Ministero della Giustizia, si abbevera dunque all’esperienza degli interpreti, in un complesso gioco di rispecchiamenti: come i cavalli morituri della drammaturgia, anche loro hanno condiviso con altri detenuti, in un contesto di convivenza obbligata, la riflessione sulla precarietà dell’esistenza. Riflessione che l’arte teatrale permette però di esorcizzare «immaginando la vita per illudersi di dimenticare la morte».
Alla coralità della messinscena (che conta un totale di sedici persone, di età e sessi diversi) si unisce la potenza delle immagini: a dominare la scenografia di Edoardo Timmi, sono le catene a cui gli interpreti sono legati, mentre le canottiere fungono da divisa. Solo la differenza nei colori dei costumi – scelti da Mari Caselli – conferisce un ultimo residuo di identità ai cavalli condannati a morte, costretti a venire a patti con l’irrilevanza della propria forza di volontà al cospetto del destino.

Andrea Meroni  04/05/2022

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