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Dal 13 al 14 aprile al Teatro Studio “Eleonora Duse” va in scena il secondo capitolo di “My Generation"

A distanza di un anno dalla prima riuscita esperienza, gli allievi del III anno del corso di regia dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, si mettono ancora una volta alla prova in un esercizio di stile all’interno del progetto seriale intitolato My Generation.
Il filo conduttore che conduce dal primo al secondo capitolo del progetto è la tematica della violenza: tre esercitazioni di drammaturgia e regia che partono da fatti di cronaca nera, dando vita a tre intensi e attuali spettacoli nei quali la forma classica della tragedia viene trasposta all’interno della società contemporanea.

Il primo spettacolo, “La luna di Fritz”, scritto e diretto da Danilo Capezzani (con l’assistenza alla drammaturgia di Alessio Moneta)., è ispirato alla storia di uno dei primi serial killer del Novecento, dalla cui analisi Doris Lessing ha tratto uno dei capisaldi della psichiatria, “Storia di un lupo mannaro”.
“Totem”, per la regia di Federico Orsetti e la drammaturgia di Matilde D’Accardi, mette in scena la storia di Edmund Kemper che negli anni ‘70 uccise sette donne, tra cui sua madre, portando le conflittualità irrisolte con la figura femminile a un livello patologico.
Nel terzo spettacolo, “Dopo di me il diluvio”, l'allieva regista Caterina Dazzi e l'allievo drammaturgo Marco Fasciana (lo scorso anno regista nel primo capitolo di My Generation) rappresentano l’omicidio di Gianni Versace, mostrando il tentativo fallimentare del suo assassino di affermare la propria immagine attraverso la violenza.

“My Generation - Capitolo 2” non è soltanto un esercizio per riprodurre in piccolo il rapporto tra regista e attore, così come sarà fuori dall’Accademia, ma è una vera e propria sperimentazione teatrale: “mettere in scena la violenza senza mostrarla, come avviene nelle tragedie”, afferma il maestro Manetti, “ponendosi dalla complessa prospettiva dell’assassino, per entrare nella testa di quello che è uno specchio del nostro tempo e del consumismo esistenziale in cui viviamo”.

Alessio Tommasoli

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